Brani di vita/Libro primo (Ricordi)/La Verna

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La Verna

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Victor Hugo (e spero di non citare il primo che capita) quando l’editore Daelli pubblicò la traduzione italiana dei Miserabili, scrisse una lettera che meriterebbe d’esser ristampata e riletta, poichè, scritta tanti anni sono, sembra cosa d’oggi. Ivi il grande poeta faceva un confronto lugubre tra la Francia e l’Italia, dal quale spigolo alcune frasi.

"La vostra Italia non è esente dal male come la nostra Francia.... Voi, come noi, avete pregiudizi, superstizioni, tirannie, fanatismi, leggi cieche in aiuto di costumi ignoranti. La quistione sociale è la stessa per voi, come per noi. Da voi si muore forse un po’ meno di fame e un po’ più di febbre; la vostra igiene sociale non è migliore della nostra.... Non avete forse indigenti? Guardate in basso. Non avete forse parassiti? Guardate in alto. Questa orribile bilancia i cui piatti, pauperismo e parassitismo, si equilibrano dolorosamente, non oscilla forse in faccia a voi, come in faccia a noi?"

E chiedeva finalmente — "E poi, vediamo la vostra ragion di Stato. Avete voi un governo che intenda la identità della morale colla politica?... No. Non avete voi, come noi, due dannazioni: la dannazione religiosa inflitta dal prete e la dannazione sociale inflitta dal giudice? O gran popolo d’Italia, tu sei simile al gran popolo di Francia. Ahimè, fratelli nostri, voi siete, come noi, Miserabili!" —

Sembrano parole scritte ieri, scritte oggi! Ma non voglio insistere perchè è un’altra frase che, rileggendo la lettera, mi colpiva; questa: "Poche nazioni sono rose più profondamente dell’Italia da quell’ulcera dei conventi ch’io cercai di studiare".

Era vero nel 1862 ed è vero, purtroppo, anche nel 1907, dopo tante discussioni, tanti decreti e tante leggi! I conventi sono più floridi e numerosi di prima e siamo a questo, che, per rifarne uno si trovano subito i quattrini a centinaia di migliaia, ma per aprire una scuola non si trova la metà di un centesimo. Il denaro è conservatore, anzi volentieri retrogrado, e se un progresso qualunque, di fatto o di pensiero, batte alle porte, eccolo gridare aiuto ed invocare le guardie gentilmente concesse o i giudici compiacenti interpreti di leggi spesso eccezionali. Di tanto che siamo progrediti, rinciviliti e migliorati in dieci faticosi e lacrimosi lustri! Qui, a Bologna, l’Università muore di anemia e nessuno la soccorre, ma son tornati i Gesuiti che dal primo regno d’Italia in qua non vi avevano aperto più casa. I Gesuiti, non so, ma forse dei quattrini ne troveranno; certo l’Università ne trova pochini e questo è il bel progresso che abbiamo fatto.

E rileggendo l’amara lettera del poeta e facendo queste malinconiche riflessioni, ritornai col memore pensiero all’ultimo giorno di luglio del ’91, giorno sereno, lieto, pieno di sole e di gaudio, in cui con mio figlio, allora quasi bambino, salivamo a piedi e cantando la dura strada che conduce al convento della Verna. Avevamo percorsa, così pedestri, la Romagna toscana, risalendo la valle del Montone e visitando i luoghi che Dante ricorda; indi, calati a San Godenzo, avevamo valicato la Falterona bevendo alla fonte dell’Arno, per calar poi in quel delizioso Casentino che da Stia a Bibbiena è tutto un paradiso di verde, di fresco e di festiva urbanità. Ma anche qui, quanti frati! A Camaldoli, bianchi, silenziosi ed oziosi i Camaldolesi. A Strada, appiattati in una valle poco nota, i Gesuiti con un collegio magnifico. A Pratovecchio due conventi di monache. A S. Maria del Sasso i Domenicani. Da per tutto, se non il frate, il suo ricordo, a Vallombrosa, a S. M. delle Grazie, a Poppi, a Strami, a Fronzola, a Certomondo, a Badia Prataglia, a Talla, i luoghi più belli, e più ricchi, o più sicuri erano i conventi. Ed ora salivamo per raggiungere il crudo sasso intra Tevere ed Arno che è come il Calvario dell’ordine francescano.

La vetta è erta, sassosa ed arida. Oltrepassata S. M. del Sasso e attraversato il Corsalone, c’è un po’ di adulazione nel chiamarla strada. Qualche quercia frondeggia solitaria, malinconico ricordo delle selve distrutte, e il paesaggio ha un aspetto triste e desolato che contrasta con la ridente ubertosità del Casentino. Alla Beccia, poco sotto al monastero, si trova una osteria che, per la sua modestia, ricorda le consorelle dei monti della Sabina e ci vedemmo la cagna più magra che abbia vissuto mai, credo, in Europa; fenomeno di osteologia animata, prova maravigliosa della resistenza della vita nei quadrupedi addomesticati. E di lì salimmo al convento.

La Verna è come un’amba, cioè un monte tagliato a picco in ogni parte fuorchè in un esiguo istmo dal quale si accede al piano che è come la faccia superiore di questo immenso dado di macigno. Presso all’istmo è il convento che, da lontano, pare attaccato, incollato alla rupe, ed il piano dell’amba, inclinato e boscoso, non si vede se non entrandoci. La parte rocciosa è orrida, la selvosa amenissima, e tutto l’insieme ha un non so che di strano, di violento, di imponente che costringe all’ammirazione.

Ma i frati, guastano un poco. Dice la pia leggenda che S. Francesco, giunto qua sù, fu accolto dagli uccelli accorsi a salutarlo col loro canto e che egli li ringraziò e benedisse. Io non c’era e non posso dirne nulla, ma pure la leggenda ha quella certa poesia delicata che alita spesso nelle origini francescane. I frati hanno eretto una piccola cappella sul presunto luogo del miracolo, a pochi passi prima dell’ingresso e da una finestrella dell’uscio ci fanno vedere S. Francesco, non so se di gesso o di legno, ma tutto lustrato e verniciato, in atto di benedire pochi passeri e balestrucci impagliati, quasi spennati e pendenti con un filo dal soffitto. Addio poesia della leggenda! Però c’è la cassetta per le elemosine e il risibile spettacolo è destinato, per quel che pare, a promuoverle numerose ed abbondanti.

E non solo qui, sull’uscio, i frati hanno sciupato la leggenda poetica e buona. Da per tutto hanno voluto ficcare il ricordo, anzi la prova apparente del miracolo, come nel Sasso spicco e come in quella incavatura della rupe, la quale, quasi cera molle si sarebbe aperta pel santo minacciato dal demonio e ne conserverebbe l’impronta; e l’inevitabile cassetta apre la larga bocca che sembra ridere ad ogni soldone che ingoia.

Il convento offre l’ospitalità per tre giorni gratuitamente. S’intende che ciascun ospitato sente l’obbligo di galantuomo e si sdebita con elemosine; ma spesso volere non è potere e lassù capita anche gente che non può. Sono perciò due le foresterie; una disopra pei ricchi ed una abbasso pei poveri. Cristo e San Francesco avrebbero forse fatto il contrario e dato il posto migliore ai poveri, ma dopo tutto ognuno è padrone di pensare e di agire come crede. Così noi che dopo un paio di settimane di peregrinazioni pedestri pei monti non avevamo l’aspetto elegante e le vesti di una promettente lindura, fummo condotti alla foresteria da basso; quella dei poveri.

Chiedemmo di visitare il convento ed il bosco, ma il torzone ci disse che tutti i frati erano in chiesa, anche quello che aveva l’ufficio di dimostratore; che attendessimo il primo tocco della campana; ed intanto ci offrì certi fagiuoli che fumavano in un ampio catino ed un vinello leggero, ma limpido e sano; indi ci chiuse a chiave nella foresteria, come due prigionieri.

Avevamo mangiato alla Beccia e non toccammo i fagiuoli. Bevemmo un dito di vinello che in quel caldo ci ristorò e al primo tocco di campana fummo liberati. Uscivano i frati processionalmente dalla chiesa, taciti, raccolti, compunti i novizi; lieti, ridanciani i più vecchi, il contegno dei quali ci sorprese alquanto. Il frate dimostratore ci credette anche lui contadini o quasi, e adattò le sue parole alla nostra povera intelligenza; ma qualche parola sfuggitami o qualche riflessione sulle opere maravigliose dei Della Robbia, che avevo visto altre volte, tradì il nostro involontario incognito. Capì che il frate della foresteria aveva preso un granchio e diventò subito un cicerone più affabile e premuroso.

Non è qui luogo per ripetere quel che sanno tutti e le Guide ripetono, intorno al convento della Verna. Voglio ricordar solo l’orrore e lo stomaco che provammo nei luoghi dove abitano i frati. Quella fila doppia di piccole celle, contigue sotto un rozzo tetto comune, è uno spavento pel tanfo caprino di chiuso, per l’afa pestilente ed oleosa di calde esalazioni maschili, pel fetore ammoniacale di latrine immonde, per il lezzo di loia fermentante che stringe la gola come un capestro. Non si lavano mai, dormono vestiti in quelle loro tane grasse e putono d’irco che ammorbano. La peste bubbonica non c’è per nulla ed è maraviglioso che creature umane vivano senza ammalare in quello sterquilinio fetente d’ogni lordura. Oh, come uscimmo fuori volontieri e ci mettemmo soli nel bosco che stormiva, nel bosco che la frateria non ha potuto ancora insudiciare! Non è dato a parola umana descrivere la bellezza solenne, la magnificenza miracolosa, magica, di quella selva antica e vigorosa che finisce al culmine della Penna (1269 m.) sotto al quale si spalanca a picco una voragine profonda quasi trecento metri; e la gioia del ritorno sotto l’ombra fresca delle querce e degli abeti, sull’erba soffice, fiorita di ciclamini. Nè ci commosse altrettanto l’essere poi condotti alla foresteria dei signori, dove fummo cortesemente accolti e ristorati e di dove uscimmo pagando volentieri lo scotto sotto forma di elemosina. Uscimmo ammirati, contenti di aver visto tanta bellezza e scendendo giù a Bibbiena nei tepori rosei di un tramonto maraviglioso, ci volgevamo spesso indietro a guardare ancora l’amba incantata, come per salutarla.

E dicevamo: "peccato che i frati la guastino!"