Brani di vita/Libro primo (Ricordi)/Natale

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Natale

../Un'ora di pessimismo ../Il Natale nella lirica IncludiIntestazione 31 agosto 2009 75% Autobiografie

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Nascere, amare, morire, sono le tre ore sacre della giornata umana, i misteriosi vertici del triangolo della vita; e finchè la nostra schiatta vedrà la luce del sole e vorrà vivere, saluterà con gioia il natale del bimbo — sia figlio di Dio o figlio dell’uomo — nella capanna o nella reggia — poichè in ogni natalità essa sente il rinnovamento e la continuità della vita.

Che importa se i Magi rechino alla culla i ricchi doni dell’oriente, o gli angeli, come imaginò il Burne-Jones, portino invece la corona di spine, i chiodi e il calice del martirio? Che importa la buona o la mala fortuna che attende il nuovo vivente, se l’umanità può ancora portare ne’ suoi fianchi possenti la vita della specie, l’anima del futuro?

Perciò il Natale fu e sarà sempre la più lieta festa degli uomini. Spogliatelo pure di ogni leggenda, toglietegli pure l’aureola divina; rimarrà sempre la santità della madre e la speranza del nato. L’arte, che riprende spesso il tema della Natività, sempre nuovo dopo tanti secoli, l’ha ormai spogliato dalle decorazioni consuetudinarie, dai voli d’angeli e dai nimbi simbolici. Le Madonne del Morelli o del Barabino non sono che donne, ma sono madri felici, tripudianti di gioia nel bacio della creatura e la gloria del loro sorriso celebra il trionfo della maternità.

Da per tutto dove la parola del Cristo bandì la novella della eguaglianza degli uomini davanti l’incorruttibilità della giustizia; da per tutto dove l’alito d’amore che volle rinnovare i cuori e i costumi, susurrò le parole della pace agli uomini di buona volontà; da per tutto risuona l’allegra canzone del Natale. Non tutto il dolce sogno del Nazareno fu coronato dalla realtà ed egli forse n’ebbe un triste presagio quando, nell’agonia, si dolse d’esser abbandonato dal Padre. L’ideale della fraternità umana e dell’esaltazione degli umili è ben lontano ancora, nelle nebbie dell’avvenire; ma le campane che salutano il Natale, salutano altresì l’ideale secolare di un trionfo del bene, cantano l’inno di una speranza che non morirà mai nel cuore degli uomini.

Non v’è angolo più riposto di quel mondo che non fu sordo alla buona novella, non v’è tugurio, non v’è palazzo dove oggi non si dica la parola della pace. Dalle viscere delle miniere, dalla tolda delle navi erranti nel buio della tempesta, da ogni cuore non impietrato dall’egoismo, si alza al cielo la gran parola: pace!

E dice il Sizeranne: La bellezza del cristianesimo consiste nella sua umanità. Ogni bambino che nasce su questa terra, da tanti secoli, assicura, in qualche modo, la salute del mondo.

Molti l’hanno desolato, fatto schiavo, coperto di rovine e di cadaveri, ma il numero maggiore, i miliardi di vite oscure che la patria ignora, hanno compiuto il loro utile dovere e preparano il lavoro ascensionale della specie. La coscienza popolare lo sente confusamente e lo indovina, e da ciò questa gioia intorno al bimbo che è mostrato, festeggiato, celebrato come il salvatore. Festa soprannaturale o umana, che importa? Se mancasse la luce divina, resterebbe la gioia. Se si spegnesse la stella che guidò i pastori, non si spegnerebbero per ciò i milioni delle altre sfere, altrettanto misteriose e provvidenziali, che ogni notte guidano i naviganti al porto. Tutte queste cose evocano idee più largamente umane ed eterne. Finchè ci saranno uomini su questa terra, la natività avrà un senso profondo ed una bellezza infinita.

Pace dunque agli uomini di buona volontà!