Brani di vita/Libro primo (Ricordi)/Nebbia in montagna

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Nebbia in montagna

../In Sacris ../Nel bosco IncludiIntestazione 31 agosto 2009 75% Autobiografie

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Chi conosce la montagna, sa i curiosi effetti ottici che procura la nebbia. Salite lentamente come in una nube e la vista non va più in là di pochi passi. Questo vapore umido è quasi palpabile e si muove lentamente a fiocchi, a strisce, a globi, come il fumo del sigaro che disegna cento forme bizzarre in un raggio di sole. Il vostro alito diventa visibile come nell’inverno, e tutto, l’erba, i sassi, i tronchi, è infiltrato d’una umidità fredda che vi attornia, vi penetra le vesti, le carni, le ossa. Alla immobilità sonnolenta de’ boschi aggiungete il silenzio solenne della montagna, la coscienza d’esser molto in alto senza che la vista ve lo dica, tutto quel non so che di misterioso che ha la natura quasi selvaggia, deserta, rude, e sentirete che una salita sopra ai mille metri, in mezzo ad una nube grigia e densa, deve fare un certo effetto.

Sull’ultima vetta, là dove l’occhio dovrebbe dominare una immensa distesa di monti e di pianure, quel maledetto velo di nebbia si interpone come un sipario bianco tra lo spettatore e la scena. È già una sensazione curiosa questa che si prova davanti allo sterminato velo che vi toglie una veduta certamente magnifica; ma se la fortuna vi consente un quarto d’ora propizio, se un soffio di vento spazza via sotto ai vostri occhi la nebbia e vi si scopre quasi improvvisamente lo splendido e desiderato spettacolo, la sensazione esce dal novero delle ordinarie ed entra nella categoria di quelle singolari e maravigliose che gli anglo-sassoni vengono a cercare sulle nostre alpi col pericolo imminente di fiaccarsi la noce del collo.

Io che cerco ed amo la montagna, mi sono trovato parecchie volte a questa festa degli occhi e dell’intelletto, e tutte le volte m’è venuta in testa una matta idea. Anche stamane ho goduto lo spettacolo della nebbia che si leva rapidamente e scopre la pianura illuminata dal sole, ed anche stamane l’idea matta m’è ritornata in capo e c’è rimasta con tanta ostinazione che mi tocca dirvela.

Tutte le volte, dunque, per chi sa quale strana associazione di idee, penso alle sensazioni ed alle impressioni che proverebbe Marco Tullio Cicerone se agli occhi suoi si scoprisse improvvisamente il nostro mondo, se insomma ritornasse a vivere ad un tratto. È una idea stravagante, ma è fatta così.

Ve lo immaginate voi? Capisco che la sorpresa sarebbe tanto grande da far morire di nuovo il povero oratore per una apoplessia fulminante. Ma poichè siamo sull’immaginare, facciamo conto che viva e cercate di entrare nella sua testa e di mettere insieme colla fantasia tutta la infinità delle sue sorprese. Aveva lasciato il mondo colla toga e lo ritrova bracato come i Galli dei tempi suoi. A che servono i cappelli a tuba? E che scopo può avere il colletto inamidato che sega le orecchie? E gli orologi da tasca? E i portafogli pieni di cartaccia unta? E le botti? E i tramways? E i liquoristi? E i frati? ecc.

Un oratore che ebbe tanta parte nelle vicende del suo tempo, cercherebbe subito il Foro, e ci troverebbe gli scavatori. Se qualche professore di Università arrivasse a capire il latino del povero resuscitato, lo manderebbe a Montecitorio e il presidente Marcora lo farebbe assistere alla tornata dalla tribuna dei Senatori. Immaginatevi pure l’Arpinate che assiste alla discussione, mettiamo di un bilancio, e ascolta attentamente un’orazione dell’on. Santini. Immaginatelo anche spettatore di una di quelle sedute briache dove non si sentono che le parole, ora divenute parlamentari, di asino, porco, vigliacco e peggio. Il povero diavolo scapperebbe immediatamente dopo le prime frasi, perchè.... come ho detto, non intenderebbe l’italiano.

E non intenderebbe il telegrafo: la locomotiva lo spaventerebbe, e ad ogni passo proverebbe una sorpresa nuova e stravagante. Come deve rimanere un romano dell’epoca di Cesare vedendo un romano dell’epoca di Vittorio accender la pipa con un fiammifero! E come rimarrebbe chi scrisse della natura degli Dei, dando una occhiata alla nostra santa religione!

Che cosa sono, che cosa fanno tutti quei fratacci di mille colori, ma tutti lerci ad un modo! E nelle chiese che cosa significano quelle mascherate buffe, che cosa vogliono dire le riverenze, le smorfie, i segni cabalistici di tutti quei preti coperti da pianete, da stole, da mitre asiatiche, da stoffe d’oro? Gli incensi che fumano, gli inni ululati, i salmi miagolati sorprenderebbero il buon Arpinate, che cercherebbe senza dubbio di metter la testa tra le imposte della sagrestia per vedere se gli auguri ridono tra di loro come ai suoi tempi.

E i cannoni? E i fucili? Non è facile capire quel che potrebbe passare pel capo a un legionario di Farsalia che si trovasse alle grandi manovre, o a un capitano di una trireme d’Azio che assistesse agli esercizi della Regina Elena ed ai tiri del cannone da cento tonnellate.

Il giuoco del lotto colpirebbe la fantasia del resuscitato quasi quanto i palloni areostatici, per poco che ne intendesse il meccanismo. E se arrivasse a capire le teorie umanitarie che i governanti sviluppano nei discorsi della Corona e nei discorsi dei Ministri, non potrebbe mettere insieme la contraddizione patente e volgare tra le parole e i fatti, non potrebbe capire che si parli come Catone e si agisca come Verre.

I telai, la macchina da cucire, la macchinetta da caffè, il cavaturaccioli lo empirebbero di maraviglia. Ma più si maraviglierebbe se potesse entrare in un Ministero e vedesse che, per ordinare il restauro di un muro in un edificio del governo, ci vuole un macchinismo più complicato che non ci voglia a fabbricare un orologio di precisione, tanta è la moltitudine dei controlli, dei capi divisione, dei capi sezione, protocollisti, ragionieri e copisti che occorrono per ordinare la spesa di cinque lire.

E per finirla con tutte queste sorprese di Marco Tullio Cicerone, che potete moltiplicare a piacere, dategli a leggere lo Statuto del regno d’Italia in una carrozza della ferrovia funicolare del Vesuvio; dategli insomma due diverse maraviglie sott’occhio.

Come stupirà il facondo oratore salendo sicuramente un piano inclinato pericoloso, seduto tranquillamente sui cuscini imbottiti, guardando il magico golfo, le rive ridenti dove anch’egli aveva un giorno una splendida villa! Così l’uomo ha trionfato degli ostacoli della natura, ha portato la comodità dove non era che il pericolo, fa fatto prova di un maraviglioso ingegno nel servirsi di tutti i mezzi offertigli dalla natura e nel superare le forze inerti a lui contrarie coi prodigi della meccanica! A quell’altezza, su quel monte infocato, in faccia ad uno dei più splendidi spettacoli che sia dato all’uomo di contemplare, bisogna pure che il Romano prorompa in tutti i mehercule latini, in tutte le esclamazioni incomposte dettate dall’istinto, non per esprimere, ma per testimoniare il proprio sbalordimento.

Fategli leggere poi lo Statuto, un accozzo di articoli che vogliono esser la legge fondamentale di tutta una nazione, e che tutti i giorni sono cucinati in tutte le salse secondo il partito che governa. Ditegli che questa legge deve essere immutabile, che è delitto di lesa maestà sostenere il contrario, ma che non c’è un articolo al quale o l’arbitrio di un Ministro o l’abilita di un curiale non abbia fatto uno strappo. Ditegli che quella legge invecchiata ha degli articoli caduti, per forza, in desuetudine; altri così bigottamente ridicoli che provocherebbero uno scoppio di indignazione contro chi ne sostenesse soltanto la possibilità, come quello che sottopone al visto del vescovo i libri di argomento religioso che si stampano nella diocesi, e ditegli che, a dispetto di questo, noi siamo costretti a dire che lo Statuto è ottimo, a venerarlo, o ad aver a che fare col Procuratore del Re se non lo trattiamo bene; e il buon Marco Tullio non sarà meno sorpreso che della sua salita quasi verticale sul monte.

Accostatevi al Romano, come si fa tra coloro che sono rinchiusi nella stessa carrozza, e domandategli in confidenza che cosa pensa di tutto questo. È avvocato, quindi loquace, e ve lo dirà. Vi dirà che mentre i progressi meccanici, positivi; riguardanti le cose necessarie od anche di lusso, lo hanno compreso di maraviglia indicibile, trova però che in tutto il resto siamo forse più indietro di quel che si fosse ai suoi tempi. Religione, governo, morale, non sono dei primordi dell’impero, ma del basso impero. Oh, la sa lunga Marco Tullio Cicerone!

Vedete un poco che matte idee fa nascere la nebbia in montagna!