Brani di vita/Libro secondo (Polemiche)/Di nuovo i matti

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Di nuovo i matti

../Matti e mattoidi ../Di Ser Pietro Giardini IncludiIntestazione 31 agosto 2009 75% Autobiografie

Libro secondo (Polemiche) - Matti e mattoidi Libro secondo (Polemiche) - Di Ser Pietro Giardini

Il professor Lombroso nelle Serate Torinesi rispose all’articolo qui dietro sul suo libro Due tribuni. I giornali ebdomadari, per buonissime ragioni, non fanno buon viso alle polemiche, ma potei rispondere.

L’egregio professore mi avvertiva che una delle idee madri del suo libro era appunto quella di far risaltare l’abisso che passa tra un monomaniaco di genio (Cola di Rienzo) e un mattoide (Coccapieller). Confesso candidamente che non me n’ero accorto, e m’era parso che il libro fosse tutto un paragone, non una serie di differenze. M’era parso che, per tutti e due i soggetti esaminati, si volesse provare la megalomania, la smania delle allegorie, ecc. Ma poichè non ho capito che invece l’egregio professore intendeva di provare la immensa diversità che corre tra i due tribuni, mi rimetto a lui e taccio.

Resta ad ogni modo che pel Lombroso, Cola di Rienzo è un monomaniaco. Io non lo nego e non lo affermo: solo torno a chiedere le prove scientifiche di questo fatto. La lipemania del Tasso si può provare, come ha fatto il Corradi, coll’esame dell’epistolario. Ma di Cola non ci rimane un pezzo autentico e sicuro di carta scritta, nessuno gli ha misurato il cranio, la temperatura o le pulsazioni. Restano delle cronache di ignoti, sulle quali gli eruditi disputano ancora. Sono da cercare in quelle cronache fatti concludenti, certi, per provare scientificamente la monomania di Cola? Non mi pareva; e perciò osavo accusare la psichiatria di correre un po’ troppo.

Non creda l’egregio professore che io rimpianga gli ideali distrutti. Le pare! Ammetto anzi che un tragico o un romanziere ci dipingano Cola come matto: solo non credo che la scienza abbia la stessa libertà quidlibet audendi concessa ai vati. Io ho ricordato come il cavaliere senza macchia, Baiardo, avesse dei bastardi e ne aveva il santificabile Colombo: ho strepitato contro gli ideali retorici nella nota questione di Maramaldo. Si figuri se m’importa dell’equilibrio mentale di Cola di Rienzo! Ma quando chiedevo le prove allo scienziato non mi pareva di eccedere, come i carabinieri che chiedevano le carte al professor Pallaveri.

Ella mi dice che il genio è in gran parte affetto di iperemia cerebrale che, essendo comune anche ai pazzi, fa che spesso ambedue abbian comuni, non solo le parvenze, ma spesso l’indole tutta. Parole sue. (Badi che in questo periodo ella ripete due volte il che e due volte spesso. Debbo ritener sintomatica questa ripetizione?) Il genio dunque spesso è affetto da iperemia cerebrale. Ella lo afferma ed io mi astengo di chiederle prove scientifiche del fatto. Senza dubbio le prove abbonderanno e saranno ben più concludenti che gli aneddoti del Reveillé-Parise che ella ritiene autorevolissimi. E nemmeno ho la sfacciataggine di voler parlare di una scienza che ignoro. Solo mi permetto di chiedere uno schiarimento.

L’anatomia del cervello ha fatto grandi progressi, lo so. Ma la fisiologia del cervello è così avanti? Conosco, per esempio, i bei lavori del Mosso; anzi ne ho parlato. Ma quei lavori ed altri analoghi, sono ben lontani pur troppo dal chiarirci quel grande enigma che è la massa cerebro-spinale, anzi l’intero sistema nervoso. Data questa nostra ignoranza, come facciamo noi ad essere così sicuri, come vogliamo essere, nella definizione delle malattie nervose e della patologia del cervello? Quando un chirurgo trova quei tali fatti, diagnostica sicuro un tumore e lo taglia: e tutti gli altri fatti e sintomi uguali condurranno inevitabilmente e sicuramente alla diagnosi del tumore. Ma possiamo noi fare altrettanto nelle malattie del cervello? Riconosco che l’egregio Lombroso ed altri parecchi, si sforzano a ridurre a precisione scientifica i sintomi cerebrali per guidare a diagnosi sicure, ma mi permetto di dubitare che fino ad ora la vanità, la grafomania, la calvizie, ecc., ci siano guide sicure a diagnosticare la pazzia, così come i sintomi del tumore sono sicuri pel chirurgo.

L’iperemia cerebrale è spesso comune al genio ed alla follia, dunque spesso i geni sono matti. Questo ragionamento non fa una piega, ma prova troppo. L’afflusso del sangue al cervello è una condizione normale del lavoro pel cervello stesso. Il cervello di Dante e il cervello di Coccapieller quando lavorano sono più pieni di sangue; lo ammetto. Ma lo stesso accade nel cervello di un ragioniere, di un droghiere, di un arrotino. Quando i cervelli di questi ultimi hanno lavorato parecchio, non c’è caso che l’iperemia si manifesti anche in loro? E potremo dunque ragionare allo stesso modo e dire: l’iperemia cerebrale è spesso comune ai droghieri ed ai matti; dunque spesso i droghieri sono matti?

E ritornando a bomba, chieggo dunque in via di schiarimento se siamo così sicuri della fisiologia del cervello da poter sentenziare recisamente e tenere come anomalie quelle che forse non sono che le funzioni necessarie del lavoro?

Ma l’egregio professore mi dice: Noi non sentenziamo colla scorta di un sintomo solo, ma dietro un complesso di sintomi. Voi ragionate come un gobbo che dallo avere ciascuna delle vertebre sue perfettamente uguali a quelle dell’uomo dritto ne volesse concludere di non esser torto di schiena.

Ma no, egregio professore. Non so bene se una spina torta possa aver tutte le sue vertebre normali; ma io non sono scienziato e me ne rimetto a lei. Gli è invece nel complesso suo che non vediamo questa psichiatria, scienza così positiva e provata come ci vorrebbero far credere.

Non ho paura delle novità perchè non sono ancor vecchio: ma ho paura degli errori. Ho detto che i fatti citati sono spesso controversi e qualche volta errati. Ella mi dice di averli desunti dal Reveillé-Parise, autorevolissimo, e che io me la prenda con lui. Veramente l’additare chi ci trasse in errore non è provare che non si errò; ma prendiamocela pure col Reveillé-Parise.

Nella Biblioteca dell’Università di Bologna c’è la quarta edizione (Dentu 1843) e l’ho trovata intonsa. Questa verginità del libro mettiamo che provi contro la cultura dei psichiatri di qui e non contro l’autorità dell’opera; ma intanto noto in riga di fatto che in quarant’anni la critica storica ha fatto qualche passo e le scienze ancora. Il Reveillé-Parise dunque è un po’ vecchiotto, ma è ad ogni modo un libro dove c’è del buono. Io ci trovo queste belle parole:

"È certo che le nostre scienze sono incerte e congetturali.... così voi che domandate la certezza e volete sempre che vi si dica questo è, questo non è, rinunciate allo studio della scienza dell’uomo; voi non sareste mai soddisfatti, soprattutto nelle applicazioni positive". Parole d’oro.

Ma ciò non toglie che gli aneddoti dei quali riboccano quei due volumi siano soggetti a cauzione. Il Reveillé-Parise non dice mai dove li abbia presi. Per conto mio potrei provarne errati parecchi e non consiglierei di andare a raccontare a Vittorio Imbriani che Dante s’innamorò a nove anni di Beatrice Portinari. Perchè dunque vorremo cercare in quelle pagine dei fatti veri, sicuri, provati, concludenti, come sono necessari alle scienze che vogliono essere veramente positive?

La fotografia dei malfattori di Ravenna!... Prima di tutto badi, egregio professore, di non farmi dire quel che non ho detto. Non è sistema scientifico. Ho detto che conoscevo gli eroi della fotografia e non che siano miei amici. Poi ella conviene oramai che v’era sospetto d’omicidio, e nell'Uomo delinquente non disse così. Finalmente che il prof. Magenta il quale le diede la fotografia sia persona rispettabilissima, nessun dubbio; ma la bugia fu detta probabilmente da chi gli spedì la fotografia da Ravenna. Ho conosciuto un bel tipo di bugiardo maligno, capacissimo di averla mandata o portata a Pavia come spoglia opima delle proprie eroiche gesta.

E la cremazione?... Che ci sia anche meglio da fare in vantaggio dell’umanità, lo credo; ma permetta che non stimi mattoidi quelli che la promovono.

Ella vede, egregio professore, che seguendola passo passo nella sua risposta, siamo arrivati assai lontano da Cola di Rienzo e da Coccapieller. Mi ci ha condotto lei, abbia pazienza. Ora mi lasci tornare al punto di dove eravamo partiti.

Quando la scienza prova, solo i matti si rifiutano di prestarle fede. Ma quando non prova, o quando nelle maglie del suo ragionamento ce n’è una sola che non tiene, la scienza non deve lagnarsi se trova degli increduli. Ora quando la scienza vuol darmi ad intendere che Cola di Rienzo era matto, Dante iperemico al cervello e così via via, io, come i carabinieri citati più sopra, dico fuori le carte. E se le carte non provano, stringo i freni.... cioè mi stringo nelle spalle.

Questo è quello che io voleva dire nell’articolo incriminato, non per disprezzo della scienza, ma anzi per grande amore, volendola non sospettata come la solita moglie di Cesare. E la scienza appunto del cervello è quella che ha più bisogno d’andar cauta, bambina ed imperfetta com’è: tanto bambina e tanto imperfetta, che appena conosce le funzioni dell’organo sul quale opera.

E nel dir questo non era certo intenzione mia far lezione a chi ha titoli e ingegno e studio per farla a me; e nemmeno mancare in nulla al rispetto che meritano le persone rispettabili. Solo esponevo quel che frulla in capo ad una unità del pubblico davanti ad un libro esposto appunto al giudizio del pubblico. Ed esprimevo rispettosamente il dubbio che davanti a certe audacie di concetto mal sorrette dal fatto, i profani non avessero a dire medice cura te ipsum.

Nè trovo che la risposta dell’egregio professor Lombroso debba farmi cambiare d’opinione.