Brani di vita/Libro secondo (Polemiche)/L'imitazione e Giacomo Leopardi

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
L'imitazione e Giacomo Leopardi

../La verità ha camminato ../Di nuovo IncludiIntestazione 31 agosto 2009 75% Autobiografie

L'imitazione e Giacomo Leopardi
Libro secondo (Polemiche) - La verità ha camminato Libro secondo (Polemiche) - Di nuovo

— Vieni un po’ a vedere.

— Che c’è?

Mi sono affacciato al balcone ed ho visto il mio bimbo giù nel prato, col capellino alla sgherra, le mani dietro la schiena e la pipa (spenta, meno male), la mia pipa in bocca. Se vedeste che aria si dà, se vedeste con che gravità, con che sussiego passeggia! Ah, canaglietta! Alto due soldi di cacio, non arriva a tre anni e prova già la fregola della pipa!

Sua madre gli ha domandato: O bimbo, che fai?

— Faccio tome papà.

Vedete un po’ il birbante! Adduce a scusa l’esempio paterno. Ma che gli evoluzionisti abbiano proprio ragione e che l’uomo non sia altro che il perfezionamento di uno di quei bertuccioni che ci rifanno in caricatura tanto volentieri! Che l’ugola della Patti non sia proprio altro che lo sviluppo degli organi vocali di una ghiandaia, e l’eloquenza di Marco Tullio un progresso sulle facoltà del pappagallo? Lo si direbbe, a vedere come tutti abbiamo nel sangue la tendenza all’imitazione, alla contraffazione, alla parodia, e come di veri originali a questo mondo ce ne siano tanti pochi. Il pastore Dindenault manca di rispetto a Panurgio e Panurgio compra un montone dal pastore a carissimo prezzo. Sapete, e già lo disse anche Dante, che trattandosi di pecore quel che l’una fa e l’altre fanno: quindi Panurgio spinge in mare il montone comprato e il resto del gregge gli si precipita dietro; esempio memorabile di follia pecorina passato in proverbio.

Ma l’uomo ha egli poi tanti vantaggi sulle pecorelle dantesche o sul gregge del giocondo curato di Meudon? Che cosa è la moda se non una speculazione commerciale sui nostri istinti pecorili? La fama del Brummel, il re del dandismo, vive tuttora e non si spiega che ammettendo una eccitazione morbosa delle nostre facoltà imitative. E in altro modo non si possono spiegare le mode deformatrici delle crinoline, dei puff, delle parrucche gialle, dei cappelli a cilindro, delle lenti incastrate nell’occhiaia, dei colletti che segano le orecchie ed altre fantasie che sembrano sforzi inventivi dei cercatori dell’orrido, dei pittori chinesi e giapponesi che spingono la deformità fino al delirio sulle pance dei vasi di porcellana. E imitiamo anche le imperfezioni fisiche, poichè non solo le donne affettarono di zoppicare al tempo di madamigella De la Vallière, ma gli uomini zoppicarono al tempo di lord Byron. La pipa, la mia pipa stessa, non è un esempio caldo e fumante di una moda diventata consuetudine e poi necessità? Imitiamo proprio come i bertuccioni evolutivi.

E fuori della moda? I popoli malati di politica si rubano le Costituzioni, le Carte e gli Statuti. I filosofi, i gravi e frigidi filosofi, passano da Aristotele a Platone, da Cartesio a Vico, da Kant ad Hegel, da Darwin a Spencer, ora coi greci ed ora cogli arabi, ora cogli scozzesi ed ora coi tedeschi, sempre imitando, sempre copiando, senza posa e senza costrutto. I militari, non solo al principio del secolo imitano la tattica e la strategia di Napoleone ed alla fine quella di Moltke, ma cascano sino a copiare i vestiti, come se i prussiani avessero vinto a Sadowa ed a Sedan in grazia dell’elmo col chiodo. I poeti.... oh! i poeti poi sono animali imitatori per eccellenza e basta il Seicento per mostrare sino a che aberrazioni mentali possa far discendere la mania dell’imitazione e della moda. Insomma i novantanove centesimi delle azioni umane non sono che azioni imitative; il che dovrebbe dare una bella sgonfiata all’orgoglio del re della creazione.

Abbiate pazienza, ma non basta. Non solo imitiamo noi, ma poichè nei bimbi, nei fanciulli e nei giovani è più fresco, più vivo questo istinto di imitazione che ci viene dalla parte men nobile del nostro essere, non ci par vero di coltivarlo e di crescerlo amorevolmente nelle scuole e nelle famiglie ad ogni modo. Se il bimbo mangia o fa peggio colle dita, non gli spieghiamo già il perchè e il per come non stia bene svergognare a quel modo monsignor Della Casa, ma gli diciamo invece che il piccolo Caio mangia colla forchetta e Semproniuccio adopera il fazzoletto. Così l’educazione si fonda in gran parte sull’esempio, e l’istruzione poi non ha altro fondamento dai primissimi esemplari di calligrafia ai più alti precetti di retorica. Cominciamo dal ricopiare i bastoni, le aste ed i rampini del maestro, per riuscire a contraffare un brano del misterioso Compagni o l'Italia mia di messer Francesco. La facoltà dell’invenzione, la tendenza al raziocinio sono purtroppo meno coltivate dell’imitazione. La pedagogia va pianino e i principii direttivi del metodo froebeliano paiono troppo rivoluzionari ai discepoli del Pestalozza e dell’Aporti. I giardini d’infanzia sono novità tenute ancora in quarantena da noi, mentre fuori di qui sono vecchi stravecchi.

Non già che l’imitazione sia da scomunicare; tutt’altro. Ne’ primi stadi dell’insegnamento è necessario servirsi dell’istinto per giungere poi a sviluppare le altre facoltà più nobili. Ma se ne abusò e se ne abusa, specialmente negli stadi più alti, là dove è inutile servirsi dell’istinto perchè le altre facoltà possono essere più utilmente usate. Se ne abusa ancora proponendo dei modelli d’invenzione, come se si potesse inventare copiando, come se il maggior pregio del Tasso fosse quello di attenersi fedelmente allo schema del poema virgiliano, come se non si potesse fare un buon romanzo altrimenti che mettendo esattamente il piede nelle gloriose orme di Alessandro Manzoni. Così accade che un giovane il quale voglia scrivere un sonetto (i giovani li hanno pur troppo questi riscaldi di cervello) intinge la penna nel calamaio e rimane sospeso pensando, non già a quello che vuol dire, ma se imiterà lo stile di Caio o di Tizio, se sarà verista o idealista, se scriverà in lingua classica o in lingua parlata. Così di mille volumi di versi che sbocciano tutti gli anni in questo giardino del mondo, novecento novantanove appartengono a quel che si dice una scuola; vale a dire che gli autori cercano di travestirsi, di sformarsi tanto da rassomigliare alla meglio ad uno di quegli infelici che ebbero la maledizione d’esser unti ed incoronati capi di scuola. In questa faceta repubblica delle lettere ognuno vorrebbe avere la fisonomia del suo vicino, proprio come nel facetissimo regno della moda una volta volevano tutti rassomigliare a Vittorio Emanuele portando i baffi come lui, anche quando sformavano la fisonomia. Ora sono di moda i baffi di Guglielmo. Ci sono poi certi critici stravaganti che compiono la confusione delle lingue e dei cervelli lodando queste rassomiglianze artificiali. Li sentirete dire: Bel bozzetto! potrebbe firmarlo De Amicis! Lodi sbagliate, scelleratamente sbagliate, poichè equivalgono a dire che l’autore contraffece perfettamente De Amicis. Ma secondo questa critica i cento copiatori della Madonna della Seggiola sarebbero artisti squisiti, le imitazioni varrebbero quanto gli originali! Gli artisti finirebbero a fare come gli operai di Norimberga, che dopo aver fatto un bel soldatino di piombo ne fanno centomila compagni.

È vero, però, che in fatto di originalità qualche cosa si è guadagnato, almeno dalla parte del pubblico. Infatti la ricerca assidua del nuovo, che molti a torto biasimano, non è che una domanda di originalità, alla quale l’offerta degli autori risponde poco per ora, ma risponderà in seguito. E se si ricorda la smania di travestirsi che infieriva nelle accademie di una volta, si vede che un pochino si è guadagnato anche dalla parte degli autori. Quel che fosse l’imitazione una volta, anche pei grandi ingegni, la vera misura dell’errore pedagogico intorno a questa benedetta imitazione, si vede in un lavoro giovanile di Giacomo Leopardi, intitolato: Appressamento della morte. Lavoro atteso da lungo tempo, lodato prima d’esser veduto ed inferiore troppo all’aspettazione che le lodi premature avevano destato in tutti.

Dire che una cosa di Leopardi, anche Leopardi bambino, sia brutta, non si può senza spiegarsi chiaro e protestare prima ad alta voce del rispetto profondo e dell’ammirazione grandissima che si porta all’infelice poeta. Prima di alzare il martello sopra una immagine sacra, bisogna celebrare dei riti espiatorii i quali stabiliscano bene nella coscienza dei fedeli che non è il santo che si vuol mettere in pezzi, ma la sua immagine contraffatta e calunniata. Giacomo Leopardi è così grande nella storia letteraria e nella coscienza di tutti, è così in alto nella giusta venerazione degli italiani e de’ forestieri, che prima di chiamar brutta questa benedetta cantica, bisogna pensarci tre volte, domandare scusa e parlare con circospezione. Aggiungasi che il poeta recanatese fu così maravigliosamente precoce in tutto, che non si sa bene come giudicare un lavoro compiuto sul finire del quarto lustro, com’egli stesso dice: non si sa davvero se giudicarlo coi criteri applicabili ai giovanetti che tentano i primi canti o giudicarlo come opera di un grande ingegno maturato già da lungo studio, dalla sventura e dalla solitudine. Quest’ultimo giudizio però riuscirebbe così giustamente severo che, per quanto contrario alla precocità ammessa e provata dell’infelice poeta, bisogna cacciare il dubbio e finire col credere che il Leopardi quasi ventenne fosse su per giù quel che sono gli altri giovani di quell’età e di discreto ingegno. Imbroglio, contraddizione se volete, ma davvero non saprei come uscirne. O negare la precocità provata, o dir bello un lavoro brutto. Io scelgo il primo corno del dilemma, e ritengo la cantica opera di un adolescente non superiore alla sua età; il che non fa torto a nessuno.

Il pretonzolo al quale fu affidata l’istruzione dei giovani conti Leopardi doveva aver bene insistito sulla necessità dell’imitare i classici, poichè vediamo l’allievo imitar tanto che qualche volta copia addirittura. La lingua, che non si può inventare, tradisce tuttavia uno studio di arcaicità che nocerebbe senza dubbio alla spontaneità del poema, quando spontaneità ci fosse. La lingua, sul finire del Settecento e durante il dominio francese, s’era impinzata di tanta roba straniera da muover la nausea e venne necessariamente una reazione. Fu allora che il Cesari, il Puoti, il Perticari, il Giordani e tanti altri predicarono la crociata contro i neologismi forastieri in nome dell’aureo Trecento. Si tornò all’antico, accettando ad occhi chiusi il buono ed il cattivo di una lingua ancora allo stato di formazione, e chi seppe cavare dai Fatti di Enea o dai Fioretti di San Francesco i termini più eterocliti ed antiquati, colui scrisse meglio. Reazione che ebbe la sua utilità, come quella che pulì un poco la lingua e mantenne un certo spirito di italianità nelle lettere, appunto quanto ogni speranza di italianità pareva perduta; ma reazione sempre, quindi cieca, intollerante, meticolosa. Il pretonzolo del Leopardi senza dubbio insegnò questo scrupoloso purismo ai suoi allievi, propose i modelli di moda all’imitazione sconsigliata, e la cantica di quel Giacomo, che scrisse poi l’italiano come nessuno seppe scrivere finora, ribocca di parolacce viete, muffite, quasi umoristiche. Per chi vorrà gettare gli occhi sulla cantica non c’è bisogno di esempi; ogni pagina, presa a caso, dice più che qui non si possa dire. Nella stessa ortografia c’è una affettazione di arcaismo che non si trova più nei lavori successivi, anche giovanili, del poeta.

E il poema che cosa è in fondo? Una imitazione fredda e servile un poco del Poema divino, un poco dei Trionfi del Petrarca. Cominciamo a trovarci nella solita landa, come Dante si trovò nella selva selvaggia. Il poeta sovrano ci dice:


Io non so ben ridir come v’entrai,
Tant’era pien di sonno in su quel punto;


e il povero imitatore:


I’ non vedeva u’ fossi ed u’ m’andassi,
Tant’era pien di dotta e di terrore.


Viene la solita tempesta, la solita lusnada del Porta ed appare un angelo che annunzia al poeta la sua prossima fine, l’appressamento della morte. Tuttavia, perchè il poeta non si dolga troppo di abbandonare il mondo in così giovane età, l’angelo mette mano alla solita lanterna magica che, dopo la Basvilliana, dovrebbe essere lasciata stare, e fa vedere la processione delle vittime dell’amore, dell’avarizia, dell’errore, della guerra, della tirannia, tale quale nei trionfi del Petrarca. L’anima di Ugo da Este a modo di episodio, un po’ imitando Francesca, un po’ Ugolino, narra la nota tragedia e come, dopo il colpo paterno, svolazzò lo spirto sospirando. Si maledice l’eresia anglicana e si sente un po’ d’influsso alfieriano nella declamazione contro la tirannia; e insomma, imitando un poco a destra ed un poco a mancina, finito il corso dei carri, si spalanca il cielo e si vedono Cristo, la Madonna, i santi e tutto l’empireo cattolico, Dante, il Petrarca e il Tasso sono del beato coro. Chi sa perchè ne è escluso l’Ariosto?

Dopo questa beatifica visione tutto sparisce, ed il poeta, rimasto solo, si duole di dover morire, ma pure si rassegna e finisce invocando Dio e la Vergine perchè l’assistano nell’ultimo passo. A questo punto ritorna in capo al lettore lo stesso dubbio che lo assalì sino dalle prime terzine e si chiude il libro tentennando il capo e chiedendo: ma è proprio roba del Leopardi?

Si trovano molti riscontri nelle lettere del Leopardi, del Giordani e d’altri, che parlano della cantica; la calligrafia sembra del Leopardi, il quale ordinò per la stampa le prime ventotto terzine riducendole a venticinque molto rivedute e molto corrette. Certo un contraffattore poteva tener conto delle lettere, imitare la calligrafia e lavorare sulle terzine stampate; ma la persona che ritrovò e diede alle stampe la cantica è incapace di fare un tiro simile al buon pubblico. Non resta dunque se non concludere che questa povera roba imitata, messa insieme a pezzetti come un mosaico, sia proprio di Giacomo Leopardi quasi ventenne, che non conoscevamo ancora, di un Leopardi scolaretto senza esercizio di comporre, senza gusto di lingua, senza lume di poesia. Bisogna rassegnarsi a credere che questo imparaticcio sia stato messo insieme un anno dopo al Saggio sugli errori popolari degli antichi, nell’anno stesso dell'Inno a Nettuno e delle Iscrizioni triopee; un anno o due prima delle più celebri, delle più gloriose poesie della letteratura moderna. È dura, ma è così.

Questa pubblicazione avrà questo almeno di utile, che farà veder chiaro come gli ingegni più forti e più grandi non si riconoscono più quando cadono nel peccato d’imitazione. Certo si danno delle mostruosità in natura, come il Monti, il quale seppe diventar grande in gran parte imitando; ma simili organismi sono veri capricci della natura, come le mosche bianche e i cigni neri, e non bisogna fidarsene perchè sono fuori della legge comune. Perchè c’è stato un Mozart, non tutti i piccoli pianisti arriveranno a scrivere il Don Giovanni, e il caso del Leopardi dovrebbe far riflettere molto coloro che sono fanatici dei modelli di bello scrivere, delle antologie usate altrimenti che come saggi compendiosi e pratici di storia letteraria.

Si potrebbe domandare che necessità c’era di mostrare il povero Leopardi, già abbastanza martirizzato dai pubblicatori di quisquilie scolastiche, nell’atto di fare tome papà; ma a questa domanda si oppone la solita risposta, che dei grandi ingegni è necessario conoscere tutto, anche la balia. Amen. Studiamo dunque le balie dei grandi uomini, e che buon pro ci faccia.


Voci correlate