Brani di vita/Libro secondo (Polemiche)/Per un sonetto

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Per un sonetto

../ ../Magistratura IncludiIntestazione 31 agosto 2009 75% Autobiografie

Libro secondo (Polemiche) Libro secondo (Polemiche) - Magistratura
Ill.mo Signor Giudice Istruttore
presso il Regio Tribunale Civile e Penale di
Ravenna.

Non ho l’onore di conoscere nemmeno il nome della S. V. Ill.ma, ma ciò non turba nell’animo mio la debita fiducia nella rigida imparzialità del mio Giudice.

Scrivendo questa Memoria non consultai avvocato alcuno. Ella se ne avvedrà dalla poca o nessuna pratica di cose legali che vi si scorge evidente. Gli avvocati che mi difenderanno in Tribunale, se Ella crederà nel suo giudizio di inviarmici, useranno in mia difesa le armi che la legge appresta loro. Io qui ho voluto esporle soltanto l’animus che mi spinse a scrivere i versi per cui Monsignor Vescovo di Faenza si querela, la storia del fatto, l’intento insomma che ebbi.

Non credo di aver ecceduto nella difesa. Se mio malgrado l’avessi fatto, la S. V. Ill.ma vorrà considerare lo stato di irritazione in cui si trova per solito chi si crede ingiustamente gravato e, non badando alla parola, vorrà valutare soltanto l’intenzione di chi scrisse.

La prego dunque, Onorando Signore, di voler scorrere queste povere pagine con quella equanimità non prevenuta che deve essere dote preziosa del Magistrato ed anche della S. V. Illustrissima. Spero e chiedo di esser prosciolto dall’accusa e, se non lo fossi, con ben altre e più numerose pagine dovrei stancare la pazienza dei miei Giudici: poichè, negatami la facoltà delle prove, non ho altro mezzo di difesa che questo.

E invocando di nuovo la sua cortese attenzione, passo col debito ossequio all’onore di dichiararmi

Della S. V. Ill. ma

Devotissimo
OLINDO GUERRINI


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Onorando Signor Giudice Istruttore,

Sono imputato d’ingiuria, e credo anche di diffamazione, da Monsignor Giovacchino Cantagalli, Vescovo di Faenza, per quattordici versi (bruttini è vero) inseriti nel periodico "Il Lamone" e pubblicati in quella città.

Mi dicono, e senza maraviglia lo credo, che Monsignore non si presenterà all’udienza e negherà la facoltà delle prove. Se così fosse, Ella, Onorando Signore, che abita qui e per ragione dell’alto ufficio suo conosce il popolo nostro, può insegnare a me l’effetto che produrrà la cosa. Diranno che Monsignore ha paura e in Romagna il solo sospetto di paura genera disistima e disprezzo. Diranno che Monsignore vuol soffocare con la violenza ogni principio di prova, ed in Romagna la violenza partorisce la violenza.

Ma non sono più i tempi del Sant’Uffizio e della Sagra Consulta, quando colla difesa si poteva sopprimere anche l’imputato. Quei metodi di giudizio possono essere rimpianti, desiderati e forse, nelle tenebre, si opera perchè ritornino; tuttavia, se potrà esser strozzata la voce dell’imputato davanti ai Giudici, il pubblico l’ascolterà egualmente. E l’ascolterà, spero, anche Lei, Onorando Signore, al quale mi rivolgo con ogni maniera di rispetto, poichè Le dichiaro che qui non voglio offendere, ma soltanto difendermi.

Ed ecco la storia di quei disgraziati quattordici versi.


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Abito da più che trent’anni in Bologna, ma vincoli di parentela e di affetto mi legano ancora alla regione natia. Ne ho le notizie, le cerco anzi e seguo le vicende del pensiero e della vita romagnola con avida curiosità. Vidi il cauto lavorìo che il partito clericale, sotto colore di religione e con varia fortuna, intraprese già da per tutto. Ho visto ai primi timidi tentativi confinati nelle chiese, succedere l’audacia delle pubbliche manifestazioni, tollerate, protette e reclamanti a viso aperto l’ausilio di quelle autorità che i clericali non riconoscono per legittime, di quelle leggi che dichiarano inique. Indi un aprirsi di scuole non sempre in regola ma non richiamate mai alla regola; di ricreatorii che attirano i fanciulli accarezzando l’ignavia o l’avarizia dei genitori; di banche le quali riscuotendo l’interesse dei prestiti non dicono certo con Cristo Mutuum date, nihil inde sperantes; di fraterie che tornano a possedere e ad arricchire col noto artifizio dei prestanomi; di tutto insomma un contegno lusinghiero che, dalla finestra, col labbro dipinto offre baci all’interesse ed alla credulità, ma se è ben sicuro che le guardie o non vedano o non vogliano vedere, non rifugge dal vituperare e dal maledire.

Questa si può far credere religione agli sciocchi, ma non a me, non a Lei, Onorando Signore. Opera umana, anzi politica, in cui la fede e il Vangelo non hanno che vedere, va soggetta alle umane vicende. Qua e là queste opere di restaurazione del passato, queste mine scavate sotto l’unità della Patria per tornare al potere temporale dei Papi, non ebbero buona fortuna; ma a Faenza invece ne incontrarono molta. Per quali ragioni e per quali interessi non importa cercare qui, perchè non riguarda alla causa; ma il fatto è che Faenza divenne ed è tuttora, se non il centro, almeno uno dei fuochi da cui partono i raggi del clericalismo militante come partito politico. E il fatto non ha bisogno di prove per chi vive in Romagna. Basta la organizzazione di quel largo sodalizio sacro-profano che il dialetto irriverente qualificò di Squaciarella, e dal quale, quando che sia, potranno uscire i volontari ed i centurioni dell’avvenire. I successori di Don Campidori e di Don Bertoni potranno ricondurli alle prodezze antiche ed inalberare il vessillo giallo e nero sul ponte e portare in trionfo un’altra baldracca gridando:


Viva la sposa Nina,
Viva Gesù e Maria,
Viva l’imperator!


bastonando in nome del Pontefice e assassinando in nome di Dio. E la preparazione si sta facendo.

Questo ideale, per fortuna di molti, non è ancor prossimo a diventar realtà. Le leggi non lo consentono. Ma se questo furioso vento di reazione spazzerà le nubi che la libertà accumulò nel puro cielo del sanfedismo, ci si potrà pensare, a Faenza, nella patria del mio povero Cencio Caldesi!


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Tuttavia se questo, errato o no, era il concetto che io mi faceva degli intenti e dei metodi messi in vigore dalla propaganda clericale in Romagna e più in Faenza, come azione o piuttosto reazione politica, assai più alte e più gravi erano le ripugnanze che io provavo e provo per la religione intesa a quel modo.

L’argomento è delicato e non v’insisterò, non volendo in modo alcuno offendere la sincera credenza altrui; ma mi pareva e mi pare che questa religione ristretta alle esteriorità, al culto delle immagini, al commercio delle messe, al merito della velocità nel recitare di seguito formule spesso non intese e, più che altro, alla raccolta del denaro sotto varii pii pretesti, non sia più la religione di Cristo, come l’ho vista nel suo Vangelo.

Certo io sono un cristiano molto ordinario e alcune massime del santo libro non le sento e non le pratico. Già mi lascia un po’ freddo il "Diligite inimicos vestros", ma non potrei senza dubbio praticare il "Et qui te percutit in maxillam, praebe et alteram et ab eo qui aufert tibi vestimentum, etiam tunicam noli prohibere". Sono queste le virtù di grado eroico che la Chiesa ci chiede per procedere ad una beatificazione o ad una santificazione. Molti però stimano che non siano indispensabili alla salute dell’anima, e lo stesso Vescovo di Faenza, almeno per quel che riguarda la sua querela contro di me, non praebet alteram come Gesù Cristo consigliava. E nè io, nè i suoi superiori gliene facciamo carico certamente.

È però strano il senso di sorpresa che desta il nome di Cristo gettato in mezzo a simili contese. Chi lo ricorda più? Chi ha letto il suo Vangelo? Chi conosce i suoi precetti? Se la sua memoria non è spenta affatto nei credenti di questa nuova religione, gli è che fu inventato il suo Sacro Cuore e la pia ipotiposi non manca di utilità. Dico religione nuova questa dei pellegrinaggi in cui si grida, "Viva il Papa Re" e delle gozzoviglie sacro-profane, miste di devozioni e di corse nei sacchi, che vidi a Brisighella, diocesi di Monsignore. Più alto, in noi scomunicati, è il concetto della religione e vediamo con vero ribrezzo le sacre imagini di Pompei, di Loreto, di Sarsina e cento altre, strette da una fatal legge economica, scendere alla concorrenza, alla réclame, al rinvilio dei prezzi. La fede la dà Iddio ed io non sono imputabile se me l’ha negata, almeno sotto la forma in cui la si vuole ora. Mi piace più l’antico Vangelo e, interrogata la mia coscienza, ripeto con Riccardo da San Vittore, che non era un eretico mi pare, "Domine, si error est, a te ipso decepti sumus".


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Così io vedeva le cose di Romagna e questo era ed è lo stato della coscienza mia, quando, appunto da Faenza, mi giunse la lettera di un amico, che qui non nomino per non implicarlo in questo processo; e la lettera mi diceva che, celebrandosi un centenario di S. Pier Damiano e non so che Giubileo di Monsignore, il "Lamone" avrebbe stampato un numero a posta e mi si chiedeva qualche verso adatto alla circostanza.

Del "Lamone" non avevo mai visto un numero. Sapevo però delle sue baruffe con Monsignore il quale aveva fatto bandire dagli altari ed affiggere, credo, ai muri la scomunica pel giornale e per chi lo leggesse. Arma nuova di polemica anche questa; violenza che in Romagna, come dissi, suol partorire violenza. La ritorsione non è punita e non vedevo gran male che il giornale prendesse un po’ in giro Chi, a torto o a ragione, lo aveva così danneggiato nella reputazione e nell’interesse. Ma di Monsignore, salvo la sua condotta di propagandista e di fomentatore di tutte quelle associazioni, circoli e devozioni piccine con cui ora i clericali combattono la guerra del loro partito, non conoscevo nulla. E me ne informai.

Tra i vari gravami che gli si facevano, anche da preti, due mi parvero provati. Il primo di eccessiva prudenza negli ultimi torbidi della sua diocesi: il secondo di eccessiva attività nel raccogliere pecunia.

Badi, Onorando Signore, io non credo che la enunciazione di questi due fatti possa ledere la reputazione e l’onore di chicchessia e nemmeno di Monsignore. Non a tutti è dato esercitare la virtù in grado eroico e nessun vescovo è tenuto ad imitare la condotta di Monsignor d’Affre, ucciso sulle barricate di Parigi mentre portava la parola di pace. Altri pastori d’anime, constituiti in ben più alta dignità di Monsignore, stimarono che il tempo dei tumulti fosse propizio alla visita pastorale extra muros, e il disapprovare questa condotta anche in modi vivacissimi, non generò mai alcun processo per ingiuria o diffamazione. E quanto alla avidità di pecunia, badi bene che io non ho mai detto e non dico che Monsignore tenga per sè, per utile suo privato, il denaro raccolto. È bensì vero che dai registri censuari risulterebbe che Monsignor Folicaldi, clericale fanatico, diminuì il patrimonio suo reggendo la diocesi di Faenza: che Mons. Pianori, predecessore immediato del querelante e fiero clericale anche lui, morì in istato di povertà: che quando Mons. Cantagalli andò Vescovo (se non erro) di Cagli e Pergola, nè Lui, nè la famiglia sua, erano censiti, mentre ora risultano possessori ed in qualche agiatezza, fin da prima che i membri della famiglia ritraessero guadagni dalla professione: ma è vero altresì che Monsignore ha fatto qualche eredità e che i redditi della Mensa Vescovile sono pur suoi1. Non si tratta perciò della persona privata, ma del Pubblico Ufficiale, che non lascia intentata alcuna questua e chiede e chiede sempre ed assiduamente, non per sè, come amo di credere, ma un poco pei bisogni della Chiesa e molto, io sospetto, pei bisogni del proselitismo clericale. Il che può parere men che bello a me o a chi pensi come me, ma non lede in nessun modo l’onorabilità del questuante.

E nemmeno sarebbe lesivo alla riputazione di Monsignore il ricordargli che, non da breve tempo, Egli è debitore verso una onorevole Ditta di qui, della miseria di sei lire e centesimi, e che, sollecitato e pregato, non pagò mai. Sarà dimenticanza prodotta dalle occupazioni che Gli procura il riscuotere, ma se Glielo ricordassi, in che l’offenderei? A questa stregua anche le sollecitazioni del creditore sarebbero offesa al debitore moroso! Ma, tornando al discorso di prima, le informazioni che ricevetti rispondono a quel che in buona fede io ritengo vero, ma che Monsignore m’interdice di provare, benchè lo potessi provare, e che, al postutto, anche dopo la prova, non offenderebbero, almeno per quel ch’io scrissi, l’onor suo di privato o di pubblico funzionario.


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Perchè, intendiamoci bene; dico per quel che io scrissi. Il Pretore di qui, mi citò con mandato di comparizione, mi mostrò il numero incriminato del "Lamone" e mi contestò l’accusa. Prima che egli assumesse il mio interrogatorio, come a privata e cortese persona che egli è, dissi che non era io l’uomo da negare la mia firma anche sotto il velo più o meno trasparente di un pseudonimo; ma che, ignorando se e come la mia deposizione avesse potuto influire sulla posizione giuridica dei miei coimputati, da me nemmen conosciuti, mi valevo del diritto di riservarmi a rispondere all’udienza. E dettai (cito a memoria) queste parole:

"Do atto alla S. V. della imputazione che mi contesta e me ne dichiaro edotto.

"Con lieta sorpresa veggo Mons. Vescovo di Faenza riconoscere ed accettare l’autorità del Tribunale che rende giustizia in nome di S. M. Umberto I, regnante in Roma, Capitale d’Italia.

"Tuttavia per ora e con ogni rispetto, dichiaro di riservarmi a rispondere soltanto in udienza dove Monsignore, se veramente è geloso custode dell’onor suo, non mancherà di pagar di persona trovandosi presente. Ivi risponderò a Lui, faccia a faccia, sulla imputazione che mi si contesta. Ha grattato la pancia alla cicala e la cicala, non dubiti, canterà.

"D. Interrogato più precisamente se sia autore di un sonetto ecc. ecc. e firmato Argia Sbolenfi suo noto pseudonimo?

"R. Per ora non rispondo nè sì, nè no. Ripeto rispettosamente che mi riservo di rispondere in udienza".

Ella ben vede, Onorando Signore, che la riserva era quasi una confessione, ma era doverosa in quel primo stadio dell’istruttoria. Tuttavia ora e prima d’ora, ho sciolto la riserva e accetto per mio il sonetto incriminato e le responsabilità che me ne possono derivare. Non sono di quelli che vibrano il colpo e nascondono la mano sotto una toga, restando a casa e negando le prove. Eccomi in faccia ai Giudici e in faccia al pubblico, a fronte alta; lealmente, senza appiattarmi dietro un articolo del Codice di Procedura. Non poteva io negare? Chi avrebbe provato che quei versi, firmati con un pseudonimo usato anche da altri, erano veramente miei? Ma le vie coperte, le comode ambagi del diritto, il prudente nascondiglio di dove si può offendere senza essere offesi, non sono per me, nè per i galantuomini che rispondono apertamente del fatto loro. Me, me adsum qui feci!

Ma, ripeto, intendiamoci bene. Intendo di rispondere e rispondo del sonetto che Le dissi e di cui parlerò e non d’altro. Non già che io condanni il resto che si leggeva in quel numero del "Lamone" o disapprovi la resistenza che quell’ardito giornaletto oppone alle intraprese del sanfedismo rinato. Ma solo quel sonetto feci e solo di quello intendo e voglio rispondere. La querela complessiva sarà comoda e forse utile perchè, fra tanti, qualcuno, in caso di condanna, pagherà (ecco il solito tasto!); ma io dichiaro e protesto di non volere e di non poter rispondere in faccia ai miei Giudici di altro che di quel sonetto, nè più, nè meno, e dopo quel che ora ho dichiarato e protestato, credo e chiedo che la Legge mi assista.


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Ho rotto il filo della narrazione, ma il chiarire e fissare fin dove giunga e dove si fermi la responsabilità mia, era necessario. Ora lo riprendo.

Sotto queste impressioni, invece di scrivere, lessi. Questo centenario di S. Pier Damiano, mi aveva colpito come una prova di più delle arti mondane che i clericali hanno adottato per facilitare il ritorno ai tempi di Papa Gregorio. Fino i centenari copiano dal carnevalismo italico! Ma nella copia c’è però sempre una nota originale: la questua.

E, poichè non vivo tra i libri come il cane che custodisce il gregge senza toccarlo, aprii le opere del mio santo compatriota e ne decifrai l’aspro latino. Ci trovai un’anima lignea di frate indurito nelle penitenze e che porta la ruvidezza e la durezza ne’ suoi contatti col mondo. Fino dalle sue prime lettere, e scrive a Papa Leone IX, non invoca i tribunali, ma Dio, contro i suoi accusatori. "Non ergo vos, sed Ipsum rogo, sine cuius nutu nec folium arboris credo defluere" e vuole che i preti possano accusare i Vescovi e grida "Si Is qui iudicat omnia non dedignatur a servis argui, tu servus utique cum conservo in judicium venire fastidis?" Ma il celebratore del suo centenario non lo lesse dunque che in judicium venire fastidit? E non lesse gli inni dove è pur detto


Episcopi, attendite,
Dei verba discernite
Vobis praecepit Dominus,
Pro vestris mori ovibus.
Si bona, quae loquimini,
Operibus feceritis,
Exempla bona dabitis
Vestris commissis filiis


E quali esempi? Eccone uno che egli loda in S. Gregorio Papa:


Tu largas opum copias,
Omnemque mundi gloriam
Spernis ut inops inopem,
Jesum sequaris Principem.


Non credo che questi inni, barbarici ma instruttivi del rigido autore degli opuscoli "De patientia: De fraenanda ira: Contra Philargyriam et munerum cupidilatem" fossero cantati nel centenario, quando a Mons. Cantagalli si offrivano ed egli accettava doni non senza valore.

Sarebbe ridicolo il procedere in queste citazioni da predicatore. Voglio solo ricordare un fatto che il Santo narra a sua difesa contro i Cappellani del Duca Gotofredo che lo accusavano di avarizia. Dice dunque nelle sue Epistole (Lib. V, 13) che mentre egli celebrava la messa, le signore del Principe offrirono denari. Non dice quanti, ma dice "Bizanteos" e i bizanti, monete d’oro che oggi varrebbero ciascuna più d’un "marengo", erano certo in numero plurale. Monsignore avrà detto messe forse più lautamente compensate, io non lo contrasto; ma è certo che San Pier Damiano e il monaco che lo serviva (monachus noster Paulus) da tanto che ci tenevano, dimenticarono le monete sull’altare. Intanto un Cappellano del Duca le vide e le intascò e questo mi sorprende meno che la dimenticanza del Santo. Comunque il Cappellano fu scoperto, volle restituire, ma Pietro Peccatore, come egli si chiamava per umiltà, non rivolle il denaro e chiese ed ottenne la grazia del Cappellano ladro.

Lo dice lui e ci credo, come ci crederà Monsignore; al quale, se lo potessi interrogare, chiederei se in un caso simile non penserebbe piuttosto a far attaccare la pariglia ed a salire in carrozza per recarsi a denunciare all’autorità competente il furto patito. E badi ancora; non dico con questo che il dovere suo, il suo episcopal ministero, lo obblighino ad imitare la evangelica condotta del Santo di cui ha celebrato il centenario. Tutt’altro. La legge punisce i ladri tanto se rubano a Monsignor Cantagalli che al Santo Cardinale Ostiense, buon’anima sua. Ma chiedo solo e con qualche sorpresa nel chiederlo, se, quando si cerca e si spera di trovare e di rifare i fedeli dell’anno mille, ciecamente ingenui sotto il vincastro del loro Pastore, anche il Pastore non debba poi ricordare un pochino la carità, l’ingenuità, la rigidità de’ suoi predecessori dell’anno mille. Non di tutti, intendiamoci, perchè ce n’eran di quelli che San Pier Damiano bollò come rei di ogni vizio; e nemmeno, aggiungo, di San Pier Damiano stesso, perchè è Santo, non legalmente canonizzato, credo, ma certo per pia tradizione; tuttavia, almeno, di quella media la qual ammette pure che Gesù Cristo ci sia per qualche cosa nella religione cristiana, quel Cristo che diceva, non solo alle turbe, ma anche ai suoi Apostoli "Vae vobis divitibus.... vae vobis qui saturati estis.... beati pacifici.... beati misericordes!". E Monsignore questo latino lo deve capire.

E così pensavo io, cercando di capire il latino molto meno facile di San Pier Damiano.


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Vennero nuove sollecitazioni e in un pomeriggio di buon umore, mi lasciai andare a buttar giù il sonetto incriminato. Come artista, per debole ch’io sia, mi parve debolissimo e però lo spedii firmato col pseudonimo cui tengo meno: "Argia Sbolenfi".


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Ah, eccolo finalmente quest’arca di vituperi, questo sterquilinio fetente, questo abominio di sozzura e d’immoralità, l'Argia Sbolenfi!

Eppure, no; debbo tacere. Potrei da quello sterquilinio levarmi puro, come Giobbe dal suo, perchè io solo, o pochi con me, sanno quale opera di fraterna ed amichevole carità sia nascosta là sotto. Io solo so quel che costa il sentirsi accusare pubblicamente di immonda speculazione, di avara sete di guadagni e dover poi tacere sotto l’insulto e l’ingiuria sentendo che il rivelare un beneficio fatto sarebbe stata cosa più indegna e più turpe delle rime buttate giù per beneficare. E non ho dato querele, no; ma questo posso dire e provare, se Monsignore concedesse le prove, che io da quel libro non ho ricavato nemmeno una frazione di centesimo; che tutto, almeno per quel che mi riguarda, assolutamente tutto, il guadagno che ci possa esser stato, andò a sollievo di una sventura. Dormi, dormi in pace povero amico avvolto nel lenzuolo che ti ho tessuto io colla mia riputazione, poichè nol potei col mio denaro. Ah, come i preti cantavano a distesa dietro al tuo feretro pel sudicio quattrino che veniva pure dalla "Argia Sbolenfi"! Ma la moneta, diceva Vespasiano e dicono loro, non puzza. Dormi in pace, perchè se tu vegliassi ancora, povero amico mio, ti leveresti davanti a costoro e diresti parole d’ira e di fuoco. Dormi, perchè se tu le dicessi, Monsignore ti darebbe querela.... senza la facoltà delle prove.


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E di questo, almeno per ora, non parliamo più. Il fatto è che il sonetto fu stampato sul primo esemplare del "Lamone" ch’io vedessi mai in vita mia. Lo lessi per vedere se c’erano errori di stampa, non mi piacque il carattere eteroclito con cui l’avevano impresso ed Ella mi crederà se vuole, ma protesto dirle la verità, non lessi del resto fuor che certi altri versi infelici come i miei, solo perchè l’occhio mi ci attirò come roba del mestiere. Il giornale fu perso tra i tanti che per ogni verso mi giungono; finì forse nei bassi uffici della cucina o d’altro e non ne rividi un nuovo esemplare che nelle mani del signor Pretore; esemplare che dopo l’interrogatorio firmai "per visione". Tanto interesse, se Ella mi vuol credere ancora, destavano in me queste polemiche municipali e lontane, nelle quali non avevo nè arte nè parte, benchè il mio modo di pensare me le facesse vedere con simpatia, e che non potevo imaginare, almeno per quel che mi riguarda, destinate ai clamori di un processo più di partito che di persone.

E non pensavo più, nemmeno come a prossimo, al Vescovo di Faenza, quando i giornali di qui annunziarono che Monsignore aveva querelato il "Lamone" e che i versi della "Sbolenfi" erano compresi nella querela. Prima restai sorpreso e poi mi dissi che, se fosse stato vero, o gli amici o gli uscieri me l’avrebbero fatto sapere. Mi strinsi nelle spalle e non scrissi nemmeno a Faenza per informarmi. Se Monsignore non me lo vietasse potrei provare anche questo.

E seguitai a non pensarci più quando, così all’improvviso, mi giunse il mandato di comparizione davanti al signor Pretore, e quel che ne seguì, l’ho detto più sopra.

Eccomi dunque, imputato, a cercare un esemplare dell’infelice sonetto e a sottoporlo alla critica degli avvocati e dei procuratori più competenti che io mi conoscessi. Mi ridevano in faccia, forse perchè avvezzi a questioni ben più gravi e i discorsi finivano in barzellette, tanto a loro pareva misera e piccina la faccenda che portavo in giro. Ma a me premeva e preme. Ho cinquantatre anni e non ho mai seduto sullo scanno degli accusati nemmeno per una contravvenzione. Non dico certo che ne provassi agitazione soverchia, poichè in fondo era forse più una stilettata di partito che di persona e le condanne politiche nella opinione pubblica non disonorano. Ma insomma stavo in una certa perplessità, tanto che finalmente scrissi a Faenza, di dove ebbi la conferma della querela data in pompa magna e collettivamente.

E intanto sentivo certi discorsi di persone clericali ed ebbi anche visite di preti. Aborro i principii, ma non gli uomini che in buona fede li professano e conosco dei preti che stimo e dei quali anzi invidio le virtù. Se tutti i preti fossero come quelli che stimo io e che della religione hanno una idea più larga e più pura di quella che impongano le strettezze di una fazione, non si sarebbe a questi ferri. Ma sentivo che volevano qualche cosa da me. Stimo queste persone, e sono persuaso che, a malgrado delle differenti convinzioni, stimino un poco anche me. Perciò non ricevetti proposte concrete di qualche cosa che somigliasse a ritrattazione o a protestazioni di pentimento, appunto perchè credo che mi stimassero, e fossero certe del mio fermo ed assoluto diniego. Solo mi sentii susurrare all’orecchio i noti versi del Tartufo, in vero non molto ben citati:


Le Ciel défend, de vrai, certains contentements,
Mais on trouve avec lui des accomodements.


Il mio contegno però non deve aver lasciato alcun dubbio in loro sulla possibilità nemmeno lontana ch’io possa mai aderire alla comoda dottrina dell’immortale tipo dell’impostura.

Seppi poi, o credo di sapere, di dove venivano queste mosse, cioè dal vivo desiderio di un mio antico e cordiale amico che, pur militando in campo diverso dal mio, voleva nell’animo suo buono, risparmiarmi noie e dispiaceri. Non so se Egli si riconoscerà sotto il velo di queste parole, ma può esser certo che io gli sono grato dell’amichevole e tutto spontaneo sentimento che lo moveva a mia insaputa. Il fatto è però che Monsignore, per valide ragioni giuridiche, non poteva rinunciare alla querela contro di me, perchè sarebbe caduta anche contro tutti gli altri e che dall’altra parte io non mi prestava ad alcun atto, detto o scritto, che potesse interpretarsi ravvedimento. Bastava forse un biglietto di visita e negai anche quello.

Ma questo importa poco alla causa, benchè importi molto a me che, condannato o assolto, non voglio non posso recedere nemmeno di un punto da quel che credo giusto, nella lotta contro ciò che credo ingiusto ed anzi pericoloso ed irreligioso; nella lotta contro tendenze ed opere che credo esiziali alla integrità ed alla libertà della mia Patria; nella lotta del Quirinale e del Gianicolo contro il Vaticano.


*
* *


Perchè, Onorando Signore, la quistione sta proprio tutta qui e si può intorbidarla od avvelenarla con ire personali, affettazioni di dignità, interpretazioni più o meno ingegnose di formule procedurali o di articoli del Codice; ma la questione è e rimarrà qui, nella lotta assidua tra la libertà e la teocrazia, tra il progresso e la reazione, tra i liberali e i sanfedisti. Assolto o condannato, questo sarà un episodio di nessun conto nella battaglia e la battaglia durerà tuttavia, senza tregua alcuna da parte dei nostri avversari finchè Roma non cesserà di esser Capitale d’Italia per tornare in dominio del Pontefice. E porterei a provarlo parole ben più autorevoli che le mie se.... Monsignore concedesse le prove.

Ah certo, in questa lotta di tutti i giorni, questi Signori e Monsignori sanno usare le leggi dove possono servire a distruggere la legge. Certo ne accettano quella parte che giova, ma quel che non giova lo ripudiano e l’additano alle vituperazioni ed all’odio. Domandi un poco a Monsignore, posto che almeno si degni di rispondere a Lei, se accetta senza restrizioni di mente la legge che vuol Roma capitale d’Italia o solo se riconosce la legge delle Guarentigie che pure è fondamentale per lo Stato. Sentirebbe dei se e dei ma, ma una risposta secondo l'aut o il non di Cristo, difficilmente la potrebbe strappare, perchè non posso credere Monsignore capace di menzogna. Il suo giuramento lo lega e non potrebbe spergiurare. Subisce, ma non riconosce, e delle altre leggi si vale per difendere l’opera sua, intesa a distruggere lo Stato e le instituzioni che il Papato riprova, perchè così ha giurato al Papa. Gli aderisce in tutto, lo segue in tutto usque ad effusionem sanguinis, nelle querele, nelle proteste, nelle scomuniche. Ella, Onorando Signore, non è per Lui che quel che era Pilato pei Farisei, l’autorità subita, ma non riconosciuta se non quando si trattava di condannare e crocifiggere Cristo. Il Re, in cui nome Ella rende giustizia, è colui che detiene, l’usurpatore e il maledetto.

E questa opera di reazione e di distruzione non si fa più sottovoce, dietro una graticola di confessionale, al buio come il tarlo che rode il legno; ma alla luce del sole, sugli occhi dei destinati alla proscrizione e coi clamori e il fracasso degli operai che demoliscono pubblicamente un edificio. Ed osano ed assalgono e comandano. Così Monsignore ha comandato con sanzione di pena, che nessun cattolico legga il "Lamone" additandolo per tal modo all’animavversione e al disprezzo di una Diocesi intera; ma solo che il giornale gli affibbi un soprannome, si ricorda della dignità, dell’onore, della riputazione e, valendosi della legge che disarma noi e lascia armato lui, sale in carrozza e va a sporgere querela.... negando la facoltà di provare. Tutta l’arte è qui; giovarsi della libertà per ammazzarla e non dubiti, Onorando Signor Giudice, l’ammazzeranno lasciandoli fare; e solo che ci fosse un po’ di Carlo IX, io e Lei potremmo bene destarci la notte di San Bartolomeo. Non dica che esagero e retoricheggio. Ci sono ancora dei testimoni viventi. Si faccia raccontare le gesta dei centurioni faentini, che pur non sono antiche e sentirà che il mal seme rigermoglia e gli amorosi cultori suoi non mancano. Domani non sarà più dopo le conferenze infiammanti gli adepti nell’oscurità delle chiese e delle sagrestie, ma sarà in piazza, sarà nel Pretorio suo che verranno a sparnazzare la bandiera bianca e gialla gridando "delenda Italia" e sulle rovine delle libertà, delle leggi, delle istituzioni si leverà padrona assoluta e vendicatrice la mano che maledisse il Rosmini.

Ma io son nato presto e nella midolla delle mie ossa penetrò l’entusiasmo per l’unità e la libertà quando coloro che oggi sono così arroganti ed aggressivi rimbucavano sgomenti e paurosi e la nuova Italia, questa ingenua fanciullona, perdonava sorridendo. Quando quegli entusiasmi han balenato una volta agli occhi dell’anima, ci rimangono quanto la vita. È per questo che quel poco che potevo, lo feci; è per questo che, pur non essendo soldato, a Roma ci volli entrare, non per la porta, ma per la breccia; è per questo che, ormai canuto, spero, lavoro, combatto ancora e domani, forse, un Tribunale italiano mi condannerà.

È vero: altri ideali si sono di poi aggiunti, ma non sostituiti ai primi. Ho sentito la strettezza dell’idea di patria se questa deve esser limitata da una fila di pali e di doganieri al confine: ho sentito la miseria dei concetti puramente politici quando non vadano accompagnati da larghi intenti sociali. Questi ed altri pensieri hanno modificato col tempo, collo studio e colla esperienza la mia maniera di sentire intorno alla pubblica cosa; ma il fondo, il substrato delle aspirazioni, degli entusiasmi giovanili, rimane ancora. L’uomo può ben spogliarsi della veste, ma non della pelle senza morire ed è perciò ch’io non veggo in questa faccenda il miserabil piato di un vecchio prete contro un povero sonetto, ma qualche cosa di più alto e di più grave. E vorrei che tutti i cittadini ai quali non garba il ritorno ad un tenebroso e crudele passato, cessassero dal guardare con superba indifferenza questi conati delittuosi di strangolare la libertà sotto pretesto di giustizia. Si tratta di ben altro che di quattordici versacci: si tratta di vedere se questo debba esser Regno d’Italia o della Compagnia di Gesù.

E tutto questo, Onorando Signore, ho voluto dirle perchè Ella vegga ben chiaro l’animo che mi mosse, le convinzioni da cui trassi l’impulso a commettere l’atto di che sono chiamato a rispondere, se mi lascieranno rispondere. Nè posso creder rei questi sentimenti, nè li crederei tali anche se dovessi riportarne una condanna. Se a Monsignore sta a cuore, e tanto, di farmi pagare una grossa multa, a me la multa non importa affatto o ben poco. Non amo il denaro, io; ma quel che più m’importa e più mi duole è il sapere che il denaro mio servirebbe alla guerra della reazione intransigente, in ausilio di propositi, di idee, di metodi per me contennendi. E non altro, non altro.


*
* *


Ma è pur forza lasciar andare tutto questo, che, se spiega la mia condotta e la mia intenzione, non è campo dove Monsignore mi sfidi a combattere poichè non mi ci potrebbe interdire l’uso delle armi. Ed è pur forza scendere a discutere intorno a quel povero sonetto che serve di pretesto alla persecuzione ed a qualche cosa d’altro. Ma come potrei fare a discuterlo senza citarlo? E Monsignore non mi querelerà come recidivo, raddoppiando la richiesta della multa? Non ne rimarrei troppo sorpreso, benchè sia certo che Ella e il Tribunale vedrebbero bene che qui non è il caso di animus iniuriandi, ma di imprescindibile necessità di giusta difesa. Comunque, eccole l’infelice sonetto.


PARLA IL PASTORE
Oboli, eredità, feste, novene,
Centenari, suffragi e giubilei,
Fulmini ai framassoni ed agli ebrei,
Ogni cosa mi frutta e frutta bene.
Lo Stato mi protegge e mi sostiene,
Nessun s’impiccia degli affari miei,
Avrò il cappello prima del Iaffei
E del resto accidenti a chi ci tiene.
Ah, come rido quando sento il chiasso
E il balordo furor degli affamati
Che si quieta coi viva e cogli abbasso!
Io toso intanto e fo tosar dai frati
Questo mio gregge mansueto e grasso
Di pecore, di becchi e di castrati.
ARGIA SBOLENFI


Non ho più il numero del "Lamone" dove questo orrendo delitto, questo reato abominevole, fu stampato. Cito sopra l’abbozzo che trovo tra le mie cartacce e può darsi, ma non credo, che qualche parola non combini. Non gridino però, se ciò fosse accaduto, che ci sia alterazione od attenuazione meditata e voluta. "I nostri non appreser ben quell’arte" e ad ogni modo Ella ha sotto gli occhi il testo vero che riconosco e che ho riconosciuto ed al quale mi riferisco.

E prima di cominciare il commento, consideri, La prego, il titolo e lo ricordi. Quello sì, fu meditatamente e volutamente messo a quel posto, per indicare che al Vescovo e non al privato si dirigeva l’ironico discorso. E parla il pastore, e al Pastore soltanto, salvo una impertinenza al suo gregge, tutti i quattordici versi sono indirizzati e dedicati, nella sua qualità di pubblico anzi di Regio Ufficiale, perchè munito del Regio exequatur. Monsignor Giovacchino Cantagalli non lo conosco nemmeno di veduta. Mi dicono che sia butterato, mal spedito nella favella e giunto oramai a quella veneranda decrepitezza che, come vediamo qui in Ravenna, apre le porte ad audacie prepotenti davanti le quali lo stesso Santo Uffizio si rivolta ed assolve. Ma che importa a me di questo? Fosse pure Monsignor Cantagalli Quasimodo od Antinoo, Sciosciammocca o Cicerone, giovane per la leva o vecchio per la tomba, peggio o meglio per lui; non me ne cale. Non è con Lui o contro di Lui, uomo e persona, che ho parlato e parlo: è col Pubblico Ufficiale, coll’investito di autorità, col Pastore parteggiante e combattente che io voglio e debbo discutere.... se mi lasciasse discutere.

Assodato questo che, come Ella ben vede, risponde alle intenzioni mie che Le ho già esposte ed alla lettera dello scritto per cui sono imputato, aggiungerò ancor poco per difendere colle chiose quell’opera orrenda ed infernale per cui Monsignore incomoda Lei che avrà faccende ben più gravi ed importanti da esaminare operosamente. Dico "poco" perchè, Le confesso, mi ripugna di scendere a queste quisquilie di parole e di virgole, mentre vorrei vedere la quistione portata più in alto che non siano le ingegnosità interpretative intorno al titolo "de verborum significatione".

E quanto ai primi quattro versi, l’obolo di S. Pietro non si raccoglie dunque più a Faenza? Eredità non se ne fecero da Monsignore? Le feste, le novene e i suffragi non sono forse inseparabili dalle funzioni ecclesiastiche per le quali si chiede un volonteroso concorso, e dal giro di quelle cassette, borse e strumenti simili, divenuti così importuni che un cristiano non può oramai più inginocchiarsi a pregare in una chiesa senza vederseli sotto al naso, passare e ripassare e sbatacchiare insistenti e insolenti? E i Centenari e i Giubilei non sono forse più fioriti di elemosine e doni? E le prediche di cui "l’empia setta giudeo-massonica imperante" fa quasi sempre le spese, non sono dunque più intercalate dal fervorino per "l’abbondante elemosina"? Il fatto può essere verificato da Lei, Signore, quando voglia e in qualunque chiesa; ma non da me che non ho facoltà di prova. E poi, mi dica in verità, nella enunciazione di questo fatto, dove sono gli estremi della diffamazione o dell’ingiuria, secondo il testo della legge? Forse perchè ho aggiunto "Ogni cosa mi frutta e frutta bene"? Ma, in nome di Dio, a chi fruttano quelle assidue e ostinate collette? Non certo a me od a Lei. Fruttano al Pastore. Egli le applicherà alle anime del Purgatorio o all’Opera dei Congressi cattolici, questo è affar suo; ma chi riscuote, chi incassa è Lui, o chi per Lui; ed Egli stesso, se non mi vietasse di chiederglielo, spero che non lo negherebbe.

E quanto alla seconda quartina, lo Stato non protegge dunque più e non sostiene Monsignore nell’esercizio dei suoi diritti e delle sue prerogative? Ma se egli ricorre ai Tribunali per sostegno e protezione contro di me, riconosce dunque per vero il fatto che affermo! È bensì da confessare che quanto al secondo verso, "Nessun s’impiccia degli affari miei" (bel verso, Sante Muse, da querelarsene!) c’è inesattezza, perchè il "Lamone" se ne impiccia. Ma, oltre che s’intende alla prima che questo verso è legato all’antecedente e allude ad ingerenze ben diverse da quelle d’un giornaletto, dov’è l’offesa all’onore ed alla reputazione? E si offende Monsignore affermando e quasi augurando che godrà della dignità cardinalizia prima del suo vicino e collega di Forlì? E lo si offende ponendogli in bocca, in vero con frase troppo famigliare e volgare, ma non offensiva, un disprezzo delle vane pompe e delle non cercate dignità che, voglio supporre, sia nell’animo di Monsignore? "Ne vocemini Magistri, quia Magister vester unus est: Christus". Ma questo, ahimè! si legge nel Vangelo.

Nell’esemplare del "Lamone" che mi fu mostrato dal Signor Pretore, le due terzine erano sottosegnate con freghi di penna, il che mi fa credere che il nido delle vipere, il tossico, l’abominio fosse in quelle. Vediamolo pure, ma innanzi tutto ricordiamoci ancora che qui "Parla il Pastore" non monsignor Giovacchino Cantagalli. Quest’ultimo non rideva certo durante gli ultimi moti di Faenza quando, barricato nell’Episcopio invocava il soccorso del braccio secolare e, mi dicono, implorava dai Ministri del Re sacrilegamente governanti da Roma il sussidio delle armi contro le ciane che gli scompisciavano lo stemma. Ma chi lo potrebbe notare di biasimo se all’età sua, sotto quelle vesti, dopo una educazione di chiostro, potè avere qualche accesso di timidità? Altri e constituiti in maggior dignità che non la sua e più giovani e più arditi, soffrivano in quei giorni la tremarella. Si sarebbe potuto pretendere, da lui povero vecchio, che in uno slancio di carità coraggiosa fosse disceso con la croce in pugno a gridar pace in nome di Cristo fra i battezzati che si offendevano? Gli si poteva dire, come San Pier Damiano diceva ai Vescovi,


Vobis praecepit Dominus
Pro vestris mori ovibus?


A che pro l’inutile martirio quando le canonizzazioni costano così care agli eredi? Benedette siano le suore che rinnegarono o finsero di rinnegare Cristo in Ondourman, tra le mani del Califfo, e benedette siano nella prole che partorirono ai mariti eterodossi e robusti. Questo è forse tempo da martiri quando Lourdes e Pompei sanano ogni piaga del corpo e dell’anima? Da questa religione di amuleti, di imagini e di contribuzioni non si può pretendere di più di quel che possa dare. Porro unum necessarium, distruggere la nuova Italia; e se il Governo usurpatore si trova a male strette, si difenda se può e cadano su di lui i morti, le agonie e il sangue, poichè tolse al Pontefice il potere e i gendarmi. Il sacerdote sta a vedere impassibile e sorride quando la burrasca è passata, ma l’ulivo della pace lo additerà alle turbe solo quando i frutti ne saranno maturi e da cogliere.

E il Pastore (Parla il Pastore), di queste cose deve se non ridere, almeno sorridere. Il suo sacro ministero si rivolge a ben altro che ai tumulti pel caro prezzo delle farine. Egli sa che l’uomo non vive di solo pane e la piccolezza delle passioni e dei bisogni umani non lo tange. Sorvola, assorge a contemplazioni più alte, ha cura dell’anima e non del ventre, pensa, prega, si mortifica, sale a mistiche visioni e da sfere paradisiacamente calme e serene, confortato dalla grazia, sorretto dalla fede, conscio della propria immarcescibile corona, guarda le miserie nostre e può ben dire, e dice:


Io rido intanto quando sento il chiasso
E il balordo furor degli affamati
Che si chetan coi viva e cogli abbasso!


E non dica, Onorando Signore, ch’io faccio scendere la difesa sino allo scherzo o la spingo sino all’ironia. Se Ella non vorrà contentarsi di una superficiale impressione, potrà convincersi che, sotto alle parole amare, sta un concetto dei doveri episcopali più alto, più grande, più cristiano di quello che sia in molti Pastori i quali si considerano come Vescovi di combattimento, unti e confermati meno per conquistar anime a Cristo che a conquistar voti per le elezioni comunali; meno a far trionfare il regno di Dio che quello del Papa Re. Guardi più in su, Onorando Signore, guardi più in su della lettera che può esser travolta e travisata dall’arguzia e dal cavillo; guardi allo spirito che vivifica non alla lettera che uccide. Non vede Ella chiaro quel che forse espressi male, ma che volli e voglio dire, non contro la persona, ma sopra e, se vuole, anche contro al Pastore? Come curatore di interessi oltramondani, non deve egli ridere delle nostre mondane miserie? Come autorità, riconosciuta sostenuta e protetta, non può egli sorridere e ridere dei clamori di piazza contenuti e fatti tacere dalla Benemerita Arma? E finalmente, in questa supposizione, dove si trova l’ingiuria, la diffamazione, l’animo malvagio che strazia l’onore altrui e lo mette alla berlina del pubblico disprezzo? Ah, no! Anch’io sono pubblico ufficiale e di qui, dalla quiete del mio ufficio, ho sentito passare sotto alle finestre dimostrazioni fragorose e anche pericolose: ma nella tranquillità della mia coscienza, nella serenità dell’animo mio, non me ne sono mai commosso e se qualcuno, se anche Monsignore, mi dicesse per le stampe che ne ho riso, creda che io non incomoderei il suo collega di qui con le querele; solo per questo, che non mi sentirei offeso nè nell’onore, nè nella reputazione.


*
* *


Ed ora finalmente all’ultima terzina. In cauda venenum, a quanto pare.

Comincia


"Io toso intanto e fo tosar dai frati
Questo mio gregge mansueto e grasso."


Spero che nel secondo verso non ci sia da dire. Se il gregge è mansueto e grasso, ciò non disonora, ma onora il Pastore. Ma c’è il primo verso, scrivendo il quale avevo in mente quei celebri del Giusti nell’"Incoronazione"


"Noi toseremo di seconda mano,
Babbo, in tuo nome."


Di quel Giusti che pure scriveva del suo Sovrano


"Il Toscano Morfeo vien lemme lemme
Di papaveri cinto e di lattuga,
Ei che per smania d’eternarsi, asciuga
Tasche e maremme."


E il Sovrano era Arciduca austriaco, investito di poteri assoluti, con soldati austriaci nelle sue caserme e il crimen laesae maiestatis nelle sue leggi. E Giuseppe Giusti non fu mai inquisito, anzi nemmeno seccato per quei versi ben altrimenti aguzzi e ben migliori dei miei, in tempi non misericordiosi certo per chi, non dico offendesse, ma solo pungesse l’autorità constituita per diritto divino nella sua Legittimità. Toccava a tempi più liberi, più civili, più largamente ed intellettualmente progrediti, il vedere le stesse idee, anzi quasi le stesse parole che lasciavano indifferente il potere dispotico dell’Imperiale e Regio Padrone, irritare un Vescovo, incomodare un Tribunale e forse condurre al carcere un poetastro, ahimè tanto minore e tanto più trascurabile del Giusti!

E non voglio qui ricordare l’oraziano


.... pictoribus atque poetis
Quidlibet audendi semper fuit aequa potestas.


No, Signore. I pittori e i poeti non debbono, come i Vescovi e i preti di una volta, godere di alcun privilegio sulla legge comune. Io sono primo a dirlo, io che mi rivolterei contro qualunque privilegio concesso a preti od a Vescovi. Finchè l’inscrizione posta là dove si amministra la Giustizia — La legge è uguale per tutti — non sarà vana frase che esprima un concetto caduto in desuetudine, eccomi qua a reclamarne l’applicazione eguale per tutti e, prima d’ogni altro, per me. Privilegi mai; ma l’intelligenza del Giudice non pesi colla stessa bilancia l’orpello del poeta e l’oro dell’omelia vescovile. Cerchi, vegga, penetri il senso non immediatamente accessibile che si contorce nella strettoia del verso e lo giudichi con più intellettuale e sagace criterio di quel che si usi per la prosa libera, meditata e misurata. Mi dica Ella, se adottata la poetica imagine del gregge, che è al postutto imagine del Vangelo, volendo dire che il Pastore vive umanamente delle prestazioni, spontanee o domandate, del gregge suo, potevo usare altra parola? Dovevo dire che vende le pecore, le macella, le scortica e le mangia? Sarebbe stato ben altrimenti grave, e non ingiuria e non diffama alcuno l’affermare invece per allegoria e per verità che il pastore ne vive: E di che vivrebbe dunque?

Non le nascondo l’ironia che sta sotto la parola. Le espressi già più sopra quel ch’io sento della questua insistente che si esercita in Faenza da Monsignore o da chi per Lui. Non le nascondo che proprio a questo alludono i due versi, ma torno sempre lì. Questo mio giudizio, se anche fosse errato, implica una disapprovazione mia della attività petitoria del Pastore, biasima quella mano sempre tesa o fatta tender da altri, per raccoglier moneta ma non si dice, non è detto e non dico che Monsignore volga fraudolentemente ad utile proprio quel che i fedeli sborsano per altri determinati fini. Se lo dicessi senza provarlo, allora sì mi riterrei passibile di pena. Ma non l’ho detto e senza prove non lo direi. In che dunque ho ingiuriato o diffamato Monsignore? E non questua Egli e non fa questuare, secondo me, con troppo assidua avidità? Non vive Egli della lana del suo gregge?

Senta; io e Lei, Onorando Signore, serviamo onestamente lo Stato e l’opera nostra è rimunerata colla lana dei contribuenti. Ma se alcuno lo dicesse o lo stampasse, ci quereleremmo noi ai Tribunali.... senza accordare le prove?


*
* *


E siamo, se Dio vuole, all’ultimo verso, il più amaro ma il meno brutto di tutti gli altri. Dice:


Questo mio gregge mansueto e grasso
Di pecore, di becchi e di castrati.


In queste ultime parole suppongo che Monsignore voglia ravvisare una ingiuria al gregge che degnamente governa; anzi suppongo che, valendosi della legge, come capo gerarchico di un corpo non costituito in collegio, mi quereli per ciò. Ma io in via pregiudiziale gli nego assolutamente il diritto di farlo.

Se io avessi accusato il suo gregge faentino d’essere un branco di miscredenti, di atei, di eretici relapsi, avrebbe forse ragione. Il suo ministero tutto spirituale si estenderà sino a difendere i fedeli dalle accuse di tiepida fede; lo voglio concedere. Ma non ammetto e non concederò mai che l’autorità spirituale possa e debba farsi tutrice e vindice dell’onor coniugale e della integrità genitale dei credenti. In caso, il mandato spetterebbe piuttosto al Signor Sindaco di Faenza. Torno quindi a negare recisamente al Vescovo il diritto di querelarsi per parole non dirette a Lui ed affatto estranee al ministero che egli esercita, sia pure per placet sovrano.

E così il piato finisce in tronco. Ma poichè mi sono negate le prove, non pel Vescovo, il quale non vuol essere chiarito, ma vendicato e compensato; non per l’attore che stimo carente di ogni azione verso di me per questo capo, bensì per chi non si acquetasse così subito al mio risoluto e giusto diniego di discutere questo punto impertinente alla causa, aggiungerò poche parole.

Vorrei sapere come si fa, quando si vogliano distinguere e nominare i diversi individui che compongono un gregge, come si fa ad usare parole diverse da quelle che usai. Fin dai tempi di Abramo, quest’ente collettivo era composto 1.° e in maggioranza, da pecore e da capre di varie età e colori — 2.° dai babbi e mariti delle pecore o delle capre — 3.° dagli zii, fratelli, cugini od altrimenti legati in parentela colle due classi suddette, ma destinati al celibato per forza.

Ci sarebbero anche i cani, i quali benchè non della famiglia, pure per l’ufficio loro fanno parte del gregge; ma se li nominavo, il verso mi cresceva di tre sillabe e del resto non avrei migliorata la mia condizione nel concetto del querelante. Il vocabolo cane, preso così da solo, può ben passare per ingiuria. I cani custodiscono realmente il gregge, i sacerdoti lo custodiscono allegoricamente; dunque io avrei dato dei cani ai sacerdoti faentini. Per fortuna il reo vocabolo non capiva nell’endecasillabo, se no, alla stregua del resto, sottigliezza per sottigliezza, mi sarei trovato addosso un nuovo capo d’imputazione. Ringraziamone la prosodia!

Quanto a "pecore" credo non ci sia contesa. Disse anche Cristo "pasce oves meas" benchè sia avvenuto poi il contrario, cioè che le pecore abbian pasciuto i pastori. Quereleremo il Santo Vangelo? Ma le pare! O chi pagherebbe le multe a Monsignore?

Becchi! Ci siamo. Certo avrei potuto, rimasticando i versi, dire montoni, caproni od usare uno di quegli ipocriti eufemismi per cui (mi perdoni) la parola latrina è bassa, turpe, vergognosa, mentre Numero cento si può dire. Come se la cosa putisse meno! Ma no; io ho usato il vocabolo tecnico, proprio e preciso. Sarà triviale, ma è esatto e se ne avessi usato un altro, o mi fossi servito di una circonlocuzione, avrei detto appunto la stessa cosa benchè con minor proprietà. E quanto a proprietà di lingua, io non mi credo un gran bacalare, ma così da orecchiante, un pochino me ne intendo.

Dunque è stabilito che becco è il maschio nel gregge in termine tecnico, esatto e proprio, e in quel verso, a quel luogo, ci sta bene. Ma il vocabolo ha anche una significazione translata e, secondo la Crusca, vuol dire altresì marito tradito.

Ebbene? E che per ciò? Prendiamolo anche come translato! E qui, Onorando Signore, la prego di chiuder gli occhi, di mettersi una mano sul petto e di considerare con calma se sia possibile che nel gregge di Monsignore, mariti traditi non ce ne siano. E poi, se riaperti gli occhi, abbandonando per poco la gravità di Magistrato, vorrà ridere o almeno sorridere con me, non ci vedrei nulla di male. Se ce ne sono? Ma forse più che Monsignore non creda e dove non crederebbe o non vorrebbe. Il Rabelais diceva che "cocuaige" fa parte dell’appannaggio coniugale e non credo che l’onore di far parte del gregge faentino sia guarentigia sicura e solida anche per l’onor maritale.

Non è scherzo, ed anche su questo capo mi accingevo alla prova che poi mi fu interdetta. Non avrei certo chiamato mariti a testimoniare perchè si sarebbero trincerati dietro il segreto professionale; ma cercando nei processi penali o di separazione, dei quali forse alcuni instrutti da Lei, Onorando Signore, avrei trovato non poco materiale per provare che becchi, anche in senso figurato, nel gregge di Monsignore ce ne sono. Avrei facilmente raggiunto la prova del fatto, me lo creda, ma, poichè mi fu posto il bavaglio in bocca, mi sono ristretto ad indicarle dove si può rinvenire la prova. E così la simbolica bestia che pure non scema onore e riputazione allo stemma di Brisighella, patria di Monsignore, non potrà recarmi nocumento con le poderose corna, nè in senso proprio nè in figurato. Nel primo senso la parola non è offensiva; nel secondo posso provare che è l’enunciazione della verità.

E così si dica anche per l’ultima parola "castrati". Se si parla di gregge in senso proprio, o che non ci sono castrati negli armenti? Non ne mangia, Monsignore? E se in senso figurato, non ce ne sono a Faenza? Anche qui volevo fare la prova e avrei invocato la testimonianza dell’illustre chirurgo Sarti dello Spedale di Faenza perchè dicesse, senza far nomi, se nella pratica sua non gli sia mai avvenuto di operare la castrazione sopra uomini e sopra femine. E la risposta sarebbe senza dubbio stata tale da far considerare pienamente raggiunta la prova del fatto.

Avrei provato tutto; le pecore, i becchi, i castrati ed anche altre cose; ma Monsignore non vuole la prova, vuole la condanna e la multa: "Illum oportet crescere, me autem minui".


*
* *


Ah, no; ora basta! Questa miserabil cura di perquisire, di palpare, di fiutare le parole come chi leva le pietre ad una ad una per vedere se sotto ci dorma un baco, non è opera degna nè del Giudice, nè di me. È compito di pettegole che leticano una gugliata di filo. Più in alto si deve guardare. Non sono io l’imputato, non è lo sparuto sonetto che offenda, no; ma è il brontolìo cupo che avvertono le pie orecchie, il ruggito sordo che incomincia a turbare il quarantenne silenzio e persuade a cercar bavagli e museruole per mantenere ancora il leone romagnolo nella sua calma neghittosa e sonnolenta. Ogni voce che si levi contro l’inframmettenza, l’intransigenza, la propaganda politica e reazionaria del clero e dei Vescovi, si faccia tacere; ogni scatto si comprima, ogni resistenza si punisca. E sanno che la parola uccide e sanno che per una voce dubbia si può accoltellare alle spalle una intenzione santa, dietro l’angiporto oscuro di un articolo del Codice. I centurioni accoltellavano così in Faenza, ma sitivano di sangue e non di potenza o di denaro e le coltellate uccisero gli uomini, ma non le idee. E così sarà ora. Fossi pur condannato, scriverò ancora e sarò forse condannato ancora; ma non omnis moriar e finchè durerà la carta stampata, durerà la memoria di Monsignore.

Querelle d’Allemand, dicono i Francesi; e questa è tale, e non potrei credere che il Magistrato non se ne avvedesse o non se ne volesse avvedere. È conflitto di idee, di opinioni, di intenzioni e non di parole. Io voglio la mia patria Italia una con Roma capitale. Monsignore invece ed i suoi la subiscono, obbedienti al Re per forza o per interesse, ma al Pontefice per elezione e per giuramento. Le società, le istituzioni che costoro promovono, saranno forse confessionali, ma senza forse in gran parte politiche e dirette, se non a mutare, certo a preparare una mutazione negli ordini attuali di cose, sia nella costituzione, sia nella territorialità. Debbo provare anche questo? Sono pronto.

Ah no, Onorando Signore, non è in nome di Cristo che si può parlare, quando di tutto quel suo mirabile sermone della montagna, così caldo d’amore, così acceso di carità, non si conservano che quattro parole: "petite et dabitur vobis". Non è Cristo che odia, interdice, maledice e scomunica. Non è Cristo che non suona una campana se non per prezzo, che non libera subito un’anima se non all’altare privilegiato e pel compenso stabilito; che merca, guadagna, incassa per indulgenze, dispense, licenze ed opere di misericordia, rivendendo imaginette, medagliuzze, abitini, reliquie risanatrici ed acque miracolose. Non è Cristo che tiene esposizioni a pagamento, conferenze a pagamento, e rivede i conti delle banche cattoliche e consiglia sui casi di coscienza e sul prezzo della rendita e non dice un requiem se la moneta non fu contata e non seppellisce un morto se la tariffa non fu rispettata! Ah no, Onorando Signore, questo non è il Cristo che amò, che soffrì, che morì inchiodato sulla croce perdonando! Questo è il Vitello d’oro!

Ci si prostri Monsignore se crede. Io sputo sull’altare ed esco dal tempio.

E, scusi se mi ripeto, non è un povero sonetto che si perseguita; sono le idee liberali tuttor viventi in Romagna, che si vogliono rintuzzare e strozzare. Non è la religione, la dignità dell’infula, l’onor di Cristo che siano la posta del mal gioco, ma l’interesse d’una fazione politica, il desiderio di un ritorno al passato, la sacra fames della potenza, delle ricchezze, del dominio perduti. Rizzano la loro cattedra sull’altare per maledire la legge, ma ricorrono al Giudice perchè punisca coloro che di questa politica e di questa religione non vogliono sapere. Altri ben migliori di me soffrirono le vergate, gli esili, le catene, la morte per la libertà e la unità della Patria ed io non mi crederò certo degno della palma del martirio se dovessi pagare poche lire di multa o scontare pochi giorni di carcere. Ma la causa è sempre quella, la battaglia è sempre quella, il Papa contro il Re, il biancogiallo contro il tricolore, la tirannide contro la libertà; e se è delitto il combattere per la integrità della Patria, ebbene, i Magistrati mi puniscano pure perchè la pena l’ho meritata.

Ma per ora basta, che La tediai fin troppo e se la cosa durasse, non mancherebbero tempo e voglia a seguitare. Intanto La prego rispettosamente a volermi scusare per la noia che forse Le ho recato; ma non potevo a meno di difendermi, poichè in altro modo non mi è dato di farlo. E nel finire questo che spero primo ed ultimo stadio della mia difesa, concludo instando che, considerate le cose sopradette, piaccia alla S. V. Ill.ma decretare: non farsi luogo a procedere per inesistenza di reato contro il

Suo dev.mo
OLINDO GUERRINI2

Note

  1. Pubblicai alcune cifre in proposito che si dissero errate. Lo ammetto, ma migliaio più, migliaio meno, la sostanza del fatto resta, cioè la locupletazione del Pastore, in quella misura che sia, dove i Predecessori si erano impoveriti: quindi minor spirito di evangelico disinteresse in Lui che negli altri. Il che volevo provare.
  2. Ingiurie ad un Vescovo! Fummo condannati tutti con entusiasmo, compreso un egregio signore che non aveva mai scritto una riga nel Lamone, ma distribuito per conto suo una preghiera sua che si ritenne offensiva a Monsignore. Il reato, se era tale, era ben diverso per circostanze di luogo, di esecuzione e di figura, ma fummo legati tutti in un fascio e giudicati a catafascio senza una sentenza che legittimasse l’abbinamento delle cause e giustiziati senza facoltà di prove.
    Parrà strano, ma è vero.
    Per l’intervento del Presidente, in Corte d’appello la lite fu transatta così: 1.° Che si rilasciasse un ampio certificato e brevetto di onestà e disinteresse al Querelante. 2.° Che gli si pagassero alcune migliaia di lire per le spese. Il che fu fatto con gioia e fummo liberi finalmente da un litigio ripugnante e già pregiudicato per la negata facoltà delle prove. I quattordici versi del sonetto mi costarono circa dugento cinquanta lire l’uno, ma le pagai volentieri e certificai tutto quel che si volle perchè, con quel laccio alla gola, mi pareva di aver perso fino la libertà di sputare dove mi talenta.
    Avverto che queste polemiche furono a suo tempo stampate, messe in vendita e vendute senza molestia.
    Dolus malus abesto et Jurisconsultus.