Bresci e Savoia: il regicidio/Il regicidio

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Il regicidio

../Prefazione ../Morte misteriosa IncludiIntestazione 19 giugno 2009 75% saggi

Prefazione Morte misteriosa


Puoi uccidere quest’uomo con tranquillità.
(Victor Hugo, Chatiments).


I miei nemici, dopo aver esaurito contro di me il loro dizionario di ingiurie vili e di lordure, per aver detto che la morte di re Umberto non mi aveva né sorpreso nè afflitto, aggiungono che la mia uscita dal bagno la devo alla sua bontà.

Menzogna.

Al bagno vi fui inviato nel nome del re e ne uscii per volontà di popolo, sopratutto dei due collegi elettorali di Forlj e Ravenna, ove fui eletto deputato nove volte come protesta contro la mia condanna ingiusta ed infame.

Fu l’opinione pubblica che forzò il re a firmare la mia grazia, grazia che disprezzai di domandare e che mi sarei creduto disonorato se l’avessi fatto.

Al vostro re e a voi non devo nulla, non ho mai nulla domandato. Mentre che quelli fra voi che hanno reso qualche servizio al paese si sono affrettati di presentare la nota da pagare: e quale nota!

Io, alla vostra monarchia, spogliatrice e sanguinaria, non devo che bagno, reclusione, prigione, esilio, ferite, calunnie ignobili ed infami.

A voi tutte le libertà, tutte le licenze, tutti i delitti dall’assassinio all’ingiuria, alla denuncia; a noi, nulla.

Voi avreste preferito, nel dolore che vi ha colpiti, il silenzio vile e le lagrime ipocrite.

Ciò è buono per voi che siete dei bastardi, dei preti, degli schiavi del potere, dei venduti.

Per noi, che siamo degli uomini liberi, che non temiamo nulla, nè nessuno, noi diciamo altamente, apertamente, pubblicamente ciò che pensiamo, disprezzando di curvarci, se vi piace o no.

Quando nel 1891, nella piazza di S. Croce a Gerusalemme, a Roma, poco mancò che fossi assassinato dai vostri sbirri per ordine del transfuga Nicotera, voi ve ne rallegraste a tal punto da pubblicare nella vostra stampa poliziesca: avremmo eretto un monumento al soldato che ci avesse sbarazzati per sempre di Cipriani.

Nulla di straordinario quindi, che, a mia volta, mi rallegri della morte di uno dei vostri.

Del vostro dolore ipocrita e interessato me la rido, perchè so che questo non è che un giuoco di interesse.

Voi battete la gran cassa per avere del danaro, degli impieghi, delle decorazioni, infine qualche cosa.

Il vostro nuovo re, non abbiate paura, si incaricherà della vostra pagnotta e certamente il vostro impiego infame di delatori, di spioni, di poliziotti e di denunciatori vi sarà assicurato.

Fra noi socialisti rivoluzionari - parlo in mio nome - e voi, vi è una guerra a morte; guerra in nome della giustizia che avete prostituita, della libertà che avete uccisa, dei lavoratori che avete affamati, del popolo che avete asservito, dell’Italia che avete avvilita e disonorata, della ricchezza che avete rubata.

Per il nostro ideale noi sappiamo combattere, soffrire e morire: per il vostro non sapete che diffamare e stendere la mano.

È giusto: voi siete dei mercenarii; noi, degli apostoli. A voi la calunnia; a noi, il disprezzo.

Sì, sappiatelo dunque, le vostre ingiurie sono per me degli elogi, le vostre calunnie mi onorano.

Sarei disonorato dei vostri complimenti.

Ma infine, parliamo del regicidio.


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Il grande filosofo, Giovanni Bovio, per indurre i suoi amici, i repubblicani, a seguire il corteo funebre di re Umberto, ha scritto e pubblicato una lettera che finisce con questa frase: Io considero come un segno di vergognosa paura il non dire ciò che si pensa.

È vero, Bovio ha ragione.

È una vigliaccheria In simili circostanze il non dire francamente e arditamente ciò che si pensa.

Io ciò che penso sulla morte del re d’Italia l’ho detto subito nella Petite Republique, nel Le Soir, nel Dèpèche di Tolosa, ed altri giornali di Parigi.

Ecco ciò che ho scritto nella Petite Republique:

La nuova dell’uccisione del re d’Italia si è sparsa con rapidità in Parigi; a quest’ora ha già fatto il giro del mondo. Dopo la notizia verranno i commentari; e allora comincerà l’orgia servile delle biografie e dei panegirici menzogneri. Si esalterà un uomo che durante più di vent’anni di regno non ha saputo far nulla di bene, ma anzi fece molto male.

Per calmare le ombre dei suoi avi e dare soddisfazione agli epilettici del potere la polizia procederà ad arresti in massa; parlerà di complotti e non mancherà di scoprirne qualcuno avente oscure ramificazioni in tutto il mondo e sopratutto in Francia, a Parigi.

Vi saranno domande di espulsione e di estradizioni.

Bisogna bene che il re sia vendicato; e lo vendicheranno, non importa come e su chi, purché suo figlio, che sarà il suo successore, constati lo zelo dei suoi agenti.

Ora l’idea di un complotto è semplicemente assurda. Se vi fosse stata cospirazione, immediatamente dopo l’attentato sarebbe scoppiata una insurrezione generale. Ciò non essendo accaduto, è la prova più chiara che non vi fu complotto.

Ma andate a farlo sapere a della gente spaventata che vorrà perseguitare ad ogni costo!

Del resto, se l’uccisione di questo re, completamente nullo, non può cambiare la situazione presente, avrà certamente delle grandi conseguenze per l’avvenire.

Bisognerà bene infatti, che il suo successore esca da questa politica disastrosa che durante i 22 anni di regno di suo padre non ha dato che massacri e miseria a tutto un popolo.

Sarebbe troppo lungo enumerare tutto ciò che è stato fatto di male durante il regno di questo re.

Io l’ho estesamente fatto nelle colonne di questo giornale e coi minimi dettagli.

Ho raccontati gli effetti disastrosi della Triplice, nella quale re Umberto era più austriaco che l’imperatore d’Austria; la sua avversione alla Repubblica Francese; la sua amicizia colpevole con Crispi; il disastro sanguinoso di Adua in Abissinia; i massacri di Sicilia; Morra di Lavriano, il massacratore dei Siciliani, onorato, complimentato ed elevato al posto di ambasciatore a Pietroburgo, i massacri di Milano; i suoi elogi a Rudinì e al generale Bava-Beccaris; le persecuzioni feroci ed inique contro i repubblicani, i socialisti, gli anarchici e persino i semplici liberali; la soppressione brutale della libertà di stampa, di riunione, di organizzazione; le leggi statutarie abolite; il tentativo fatto da Pelloux di rimpiazzare la monarchia costituzionale con una monarchia assoluta; la miseria sempre crescente nel popolo; l’emigrazione causata da questa; l’impunità accordata a tutti i funzionarii dello Stato, per le loro infamie; lo spionaggio, la falsa testimonianza, la Maffia, la Camorra elevate all’altezza di istituzioni legali; l’onta di San Mun in Cina; le imposte nuove per una spedizione armata in quel lontano continente; la prospettiva di massacri in Cina somiglianti a quelli di Aua e Abba Carima; le prigioni e i bagni popolati da migliaia di cittadini innocenti; l’infame domicilio coatto ove gemono da lunghi anni tanti poveri padri di famiglia, colpevoli di essere socialisti o anarchici; tutto questo è stato detto in queste colonne.

Vittorio Emanuele III sarà obbligato di seguir la stessa politica. Preso nell’ingranaggio dinastico bisogna che egli vada fino alla fine; dunque per l’Italia non vi sarà nulla di cambiato, le cose andranno come sempre.

E ciò sino a quando il popolo italiano divenga padrone dei suoi destini, e che mai più le repressioni crudeli, le ingiustizie e la miseria armino il braccio d’un Passanante, d’un Acciarito o d’un Gaetano Bresci.


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Non mi sono sbagliato: conoscendo la polizia italiana come io la conosco, la profezia era facile.

Infatti non si è mai visto una simile cecità. Il terrore bianco che seguì la caduta della rivoluzione del 1793 non è nulla in confronto.

Migliaia di famiglie sono gettate nella miseria e nella desolazione per gli arresti e le condanne ingiuste ed arbitrarie dei loro capi, dei loro sostegni.

Non vi è sicurezza per nessuno e ciò senza distinzione di sesso nè di età.

L’arbitrio più infame, la follìa, l’acciecamento imbecille, presiedono agli arresti.

Le condanne per apologia di regicidio piovono come grandine, ciò che prova che non tutti disapprovano l’atto di Bresci.

Una parola, uno sguardo, un nonnulla è un delitto di lesa maestà. Per avere io scritto l’articolo qui riportato, mi hanno chiamato il parricida ed hanno chiesta la mia estradizione dalla Francia.

E questo non solo da parte della polizia, ma di tutti i funzionarii e non funzionarii dello Stato, della stampa poliziesca, di tutto ciò che è vigliacco. Una vera orgia di denuncie anonime.

Alla Camera, quando il deputato repubblicano Pantano ha voluto fare una dichiarazione di principio e associarsi all’ipocrita dolore, detto nazionale, i monarchici con degli urli da belve feroci glielo hanno impedito; indignato ha loro gettato in viso questa grande verità: noi non speculiamo sul delitto come voi.

E infatti tutto questo è una vergognosa e scellerata speculazione per trar profitto del terrore generale e riuscire a soffocare le ultime vestigia di libertà che hanno sopravvissuto ai 22 anni di regno di Umberto.

Dalla folla immensa di vittime della miseria e dei massacri della Lunigiana, di Sicilia e di Lombardia è sorto un vendicatore: Bresci.

Ora alle infamie, alle uccisioni del passato hanno aggiunto il delitto d’opinione, poichè è ben questo che ora si perseguita.

Vi è abbastanza da far riflettere seriamente il successore di Umberto. Non si perseguita impunemente un popolo e non lo si getta nella miseria per arricchire qualche furfante e qualche amico. Non si perseguita impunemente il partito che rappresenta la moralità, la grandezza e la prosperità futura d’Italia, come l’ha fatto il governo di re Umberto, il quale è stato un lungo, ininterrotto séguito di persecuzioni feroci e sempre ingiustificate, contro i grandi pionieri dell’avvenire: i socialisti. Il principe reale, successore di re Umberto, non è certamente un’acquila; passa per un impotente sotto tutti i punti di vista. Egli riserva forse al nostro povero paese un altro lungo sèguito di sofferenze, di miserie, di persecuzioni: egli sarà forse l’ultimo sovrano.

Perchè da queste nuova vittime, se il nuovo re non arresta in tempo lo zelo dei suoi perfidi cortigiani, potrà ben sorgere un altro Bresci, perchè ove vi sono degli oppressi vi sono dei vendicatori.

Dicono che la moglie di Umberto piange; essa è stata colpita nel suo cuore di sposa. Che stia all’erta di non essere colpita in quello di madre, perchè le madri e le spose dei proletarii italiani è molto tempo che piangono, e delle loro lagrime nessuno si preoccupa, nessuno vi porge attenzione, nessuno vi ha mai pensato.

Non contenti di perseguitare coloro che hanno la disgrazia di vivere in questo paese di abusi e di miserie, i governanti perseguitano anche coloro che forzarono a riparare all’estero per mendicare un tozzo di pane.


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Si cerca, si vuole, si inventerà certamente (come stanno facendo) un vasto complotto internazionale per poter saziare la loro ferocia e nello stesso tempo per preparare il terreno ad una bella reclame al nuovo re, dandogli l’occasione di posare a re buono e clemente, concedendo un’amnistia.

Cosa un po’ difficile, ma non impossibile.

In ogni modo dalla morte di re Umberto invece di cavarne un serio avvertimento, utile e salutare per il paese, da questa lezione sanguinosa è uscita una reazione feroce ed infame contro il socialismo.

Colle baionette non si ottiene nulla di durevole.

I socialisti lo sanno e usciranno certamente vittoriosi e fortificati da quest’ultima prova.

Essi supereranno questo imperversare dell’uragano per navigare liberamente nel libero oceano dell’avvenire, l’oceano di libertà, di benessere e di giustizia.

Con giusta ragione Gustavo Kahn ha scritto nel giornale Le Soir:

"L’anarchico colpisce in faccia. Prima di colpire ha fatto il sacrificio della propria vita. L’attentato dell’anarchico è disinteressato; gli scopi sono nobili. L’anarchico muore come un martire.

"Può essersi sbagliato sulla legittimità del suo atto; ciò non impedisce che davanti alla sua coscienza abbia colpito non come un assassino, ma come un giustiziere....

"Colui che colpì il re d’Italia, conosceva la repressione di Milano, i moti di Sicilia; chi vendica egli? Ancora una volta degli sconosciuti. Questo non è un delitto, ma è guerra di casta.

"I giornali stigmatizzano il più odioso dei delitti. Nessuno è veramente convinto dell’opinione che esprime.

"Perchè vi sono dei regicidi?

"Perchè vi sono degli oppressi e dei disgraziati?"


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Tutti ricordano il grido feroce ed infame che la vile borghesia di Milano, appiattata dietro le persiane, lanciava ai soldati di re Umberto, che nelle vie assassinavano i proletarii disarmati:

Tirate forte, mirate giusto!

Un vendicatore è sorto, che ha tirato forte, che ha mirato giusto. Di che cosa si lamentano dunque questi miserabili? Il loro vangelo, quello tanto amato dalla regina Margherita, non dice forse: colui che colpisce di spada, perirà a sua volta di spada?

Del resto, ogni volta che simili fatti si producono, allora soltanto si ricordano che nessuno ha il diritto di farsi il giudice e l’esecutore della vita di un altro uomo, re o proletario che esso sia.

È giusto, noi socialisti dacchè esiste questo grande ideale, abbiamo sempre detto e sostenuto questa tesi così eminentemente umanitaria, ed in perfetta armonia coi nostri principii.

Ma i nostri nemici, re e borghesi, hanno sempre osservata questa legge umana, hanno essi sempre rispettata la vita dei lavoratori?

No, essi si sono sempre arrogato il diritto infame e sanguinario di farli massacrare a migliaia.

Non vi è nazione che non sia stata inondata di sangue proletario; non vi è capo di governo teocratico, autocratico, monarchico o repubblicano che non abbia freddamente ordinati i suoi massacri.

Noi ne sappiamo qualche cosa.

La vita diviene inviolabile e sacra quando è in giuoco la testa di un coronato; cessa di essere tale quando si tratta di quella di un disgraziato lavoratore.

No; la vita deve essere sacra per tutti, o per nessuno.

Se uccidere è un delitto, i re sono i più grandi delinquenti del mondo. La morte chiama la pena di morte. Ciò è scritto in tutti i codici, vere leggi del taglione.

Ma i codici pure sono stati fatti contro il popolo, non contro tutti i delinquenti, perchè quando c’è un proletario che viola la legge gliela applicano spietatamente. Quando è qualcuno della classe dirigente, questa stessa legge è clemente e buona; essa dorme e non colpisce mai.

Il popolo, questo eterno perseguitato, si è fatto un codice a sè. Non potendo contare sulla giustizia di quelli che governano, se la fa da sè.

Egli colpisce quegli che lo colpisce.

Quando è un presidente di repubblica che uccide ingiustamente, è Carnot che cade; se è un re, è Umberto; se un presidente di Ministri Canovas.

Caserio, Angiolillo e Bresci non sono dei delinquenti, sono dei vendicatori; la storia aggiunge che sono degli eroi, perchè sarà sempre un eroismo l’osare di colpire un potentato in pieno giorno in mezzo alla folla circondato dai suoi soldati e dai suoi sbirri.

Immolarsi ad una morte certa, o ai lunghi supplizii della cella, peggiori della morte, per vendicare le vittime di un re, è veramente grande.

È la storia che ce l’insegna, che me l’ha insegnato: la storia ha ragione.

La storia ha ragione di bollare i tiranni e glorificare i coraggiosi che in ogni tempo li hanno atterrati. È questa storia che chiama eroi Armodio Aristagitone e la forte Liona che si votarono alla morte per liberare la Grecia da Pisistrate.

Un eroe Cassio Cherrea che uccide Calligola. Degli eroi Bruto e Cassio che in pieno Senato romano uccisero Giulio Cesare, il quale non aveva massacrato nessun romano, ma che voleva farsi signore di Roma.

Cromwell che fece cadere la testa di Carlo I, fu un eroe, un liberatore.

In Francia e fuori nessuno penserebbe di chiamare assassini e delinquenti i grandi del 1793 che fecero cadere la testa di Luigi XVI, di sua moglie e di sua sorella Elisabetta.

Danton, quando i coalizzati valicarono le frontiere della Francia, gridò alla Costituente: Gettiamo loro come sfida la testa del re! E nella seduta del 15 gennaio 1793 montò la tribuna per dire: Si tratta di far cadere sotto la mannaia della legge la testa del tiranno.

Nella medesima seduta, Cambacères, divenuto in seguito Grande Ciambellano dell’Impero, gridò: Cittadini: Decretando la morte dell’ultimo re dei Francesi avete compiuto un atto di cui la memoria non si cancellerà e che sarà inciso dal bulino dell’immortalità, nei fasti delle nazioni.


E Victor Hugo, nel suoi Chatiments:

Le plus haute attentat que puisse faire un homme
C’est de lier la France ou de garroter Rome,
C’est quelque soit le lieu, le pays, la citè,
D’òter l’ame à chacun, à tous la libertè,
Des que ce grand forfait est commis point de grace.

E il medesimo grande poeta, nel Novantatre:

Il faut faire la guerre à la femme
Quand’elle se nomme Marie-Antoniette,
Au vieillard, quand il se nomme Pie VI Pape,
Et à l’enfant, quand il se nomme Louis Capet.


E Danton, Cambacères e Victor Hugo, e compreso il grande Carnot, hanno dei monumenti e delle strade a Parigi ed in tutta la Francia, e il grande poeta in tutto il mondo.

Lorenzo de Medici che uccise a Firenze il bastardo di papa Clemente VII, Alessandro de Medici, lo rappresentano nei teatri ed è sempre applaudito. Ravaiiac e Jacques Clement, che uccisero i re di Francia Enrico III ed Enrico IV, furono santificati dalla Chiesa.

I libri santi sono pieni di eccitazioni e di apologie al regicidio.

A proposito di una polemica sui regicidii, il giornale Le Peuple di Bruxelles cita passaggi di un articolo scritto all’indomani dell’attentato contro l’imperatore di Russia compiuto da Luigi Veuillot, il giornalista così ammirato dai clericali. Vale la pena di riprodurlo:

"Quando ai tiranni della prima specie, cioè gli usurpatori, tutti membri dello stato di cui si sono impadroniti violentemente, si possono uccidere perchè non sono veramente dei re, ma al contrario nemici dello Stato. E così che Aod uccise Eglon re dei Moab, che non era il vero re, ma il tiranno del popolo di Dio; così Giuditta, Oloferne, Gioele, Sisar, ecc., ecc....."

Tale è l’insegnamento di San Tommaso e d’un gran numero di dottori. Essi dicono che questi tiranni non sono re del popolo, che tiranneggiano e che per conseguenza i decreti dei Concilii che proibiscono di attentare alla vita dei re anche tiranni, non si applicano ad essi.

Non è questa una formale apologia del regicidio approvata dalla Chiesa? Come sempre l’atto cambia di moralità secondo il caso, vale a dire se è compiuto da un monaco o da un anarchico.

Berensovsky è chiamato il bravo.

Oberdan che attentò alla vita dell’imperatore d’Austria alcuni anni or sono, in Italia lo chiamano il martire.

Il giorno dopo i funerali di re Umberto, le associazioni monarchiche si portarono al Quirinale per manifestare la loro simpatia al nuovo re, gridando: Viva Trieste! Viva Trento! Viva Oberdan!

Il re e la regina si affacciarono al balcone e ringraziarono la folla.

Dietro ad essi vi era la regina Margherita con le altre principesse della famiglia.

I manifestanti insistirono per vederle. Esse si presentarono al balcone e alla loro volta furono salutate alle grida di: Viva Trento! Viva Trieste! Viva Oberdan!

Eppure questi aveva attentato alla vita dell’imperatore d’Austria, amico ed alleato della monarchia di Savoia.

E i giornali della monarchia mi chiamano parricida perchè ho detto: Bravo Bresci!

Buffoni!

Carra che uccise l’infame duca di Parma, essendosi salvato in America, nel 1859 fece ritorno in Italia. Non solamente non fu arrestato, ma il governo gli diede una somma perchè ritornasse in America, onde evitare delle noie alla monarchia di Savoia per parte dell’Austria. E Carra è considerato per ciò che è veramente: un eroe.

Il forte e valoroso Felice Orsini, che con un colpo audace volle liberare la Francia dall’assassino del 2 Dicembre, si guadagnò la stima e l’approvazione di tutti i repubblicani di Francia, che lo proclamarono per ciò che fu: un martire.

In Italia, a Meldola di Romagna, suo paese natio, gli hanno eretto, sotto i portici del Municipio, una lapide che ricorda la sua nascita e la sua morte eroica, con l’approvazione del governo.

E ciò si è fatto in tante altre città d’Italia.

Dopo il suo audace attentato, il deputato Brofferio, al Parlamento piemontese, ne fece una memorabile apologia, in termini così eloquenti e nel tempo stesso emozionanti, che tutti i deputati, ad eccezione di Della Margherita, si alzarono e l’applaudirono calorosamente.

Agesilao Milano, che ferì il re di Napoli, in Italia ha la sua statua ed una via che porta il suo nome.

Ecco del resto a proposito un documento storico e concludente sulla opportunità del regicidio e che questi giorni a proposito dell’uccisione di Umberto fu scovato dagli archivii ove dormiva e pubblicato da tutti i giornali, e che Louis Grammont riprodusse e commentò nel Soir del 6 Agosto:


Una sentenza fu lanciata contro il re di Napoli, sparsa a profusione in tutto il regno e in tutta la penisola.

Eccone il testo:

"Considerando che l’omicidio politico non è un delitto quando si tratta di un nemico che ha in mano dei mezzi potenti e che può in qualche modo rendere impossibile l’emancipazione d’un grande e generoso popolo;

Considerando che Ferdinando di Napoli é il più feroce nemico dell’indipendenza italiana e della libertà del suo popolo;

È approvata la seguente risoluzione da pubblicarsi con tutti i mezzi possibili nel regno di Napoli:

"Una ricompensa di 100,000 ducati si offre a colui o a coloro che libereranno l’Italia dal suddetto tiranno. E siccome non vi sono nella cassa del Comitato che sessantacinquemila ducati disponibili per questo oggetto, gli altri trentacinquemila saranno forniti per sottoscrizioni."


Fra i membri del Comitato rivoluzionario che metteva a questo prezzo la vita di Ferdinando figurava il signor Crispi.

Questo appello non tardò ad essere inteso.

A Napoli stesso, un soldato, di nome Agesilao Milano, tenta di eseguire l’ordine di morte. Diresse, se non erro, due colpi di baionetta al re. Questi se là cavò con la paura, e Milano fu arrestato, fu giudicato, condannato e giustiziato.

Ma cinque anni più tardi, nel 1861, quando Garibaldi entrò in Napoli, il suppliziato fu messo nel numero dei martiri della libertà. Si glorificò la sua memoria, un monumento gli fu innalzato, e il Tesoro italiano assegnò una pensione a sua madre e alle sue sorelle.

Ecco in quali termini la Gazzetta del Popolo di Torino, giornale devoto alla dinastia savoiarda, si esprime in proposito:


I fogli retrogradi parlano d’un regicida napoletano colla loro solita malafede, mentre non si tratta che di un soldato italiano che ha creduto combattere un capo di bande mercenarie svizzere... Il diritto dei Vespri Siciliani in grande, essendo ammesso dai conservatori stessi, non v’è più da discutere su questo diritto esercitato in piccolo.


È impossibile di esporre con maggiore chiarezza la giustificazione dell’omicidio politico.

Quando fu fondata l’unità italiana, che Vittorio Emanuele fu proclamato re d’Italia, Crispi ebbe l’occasione di manifestare dalla tribuna la sua opinione sul tentativo di Milano; ed ecco quali furono le sue parole: È un atto audace; nessun patriotta può rimproverarglielo.

Aggiungiamo infine che la futura vittima di Bresci, il fu re Umberto, allora principe reale, si associò agli omaggi resi dai patriotti italiani alla memoria di Agesilao Milano.

Fra i più entusiasti ammiratori dell’atto di Bresci si trova il parrocco di San Sebastiano a Roma ed altri piissimi ministri del Signore.

L’attentato è considerato da essi come una sentenza della giustizia divina e vedono in Bresci l’esecutore di un disegno provvidenziale. Essi proclamano che avendo usurpato il potere temporale del papa, la monarchia ha meritato i peggiori castighi, e che cadendo sotto le revolverate di Bresci, Umberto subì una giusta espiazione dei delitti di leso papato dei quali era solidale.

Ma non basta. Il prete don Arturo Capponi, di Menfi, avendo fatto l’apologia del regicidio ed esaltato Bresci, il Vaticano, in barba al Quirinale, lo ha elevato alla carica di prelato intimo del papa.

Infine, coloro che fecero l’appello al regicidio sopracitato e ne furono gli apologisti, quando la unità italiana fu fatta, divennero ministri, senatori, deputati, e il principe Umberto re d’Italia.

Dunque per questi signori sventrare il re di Napoli non c’è niente di più patriottico, di più meritorio; ma uccidere re Umberto non c’è nulla di più infame, di più mostruoso.

Tutto questo perchè la morte del primo era loro utile, quella del secondo fatale, senza riflettere che Umberto era a Bresci ciò che il re Bomba era ad essi e ad Agesilao Milano.


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Non comprendo la ragione per cui lo stesso atto, secondo la persona che lo commette, o a cui è rivolto, è considerato un eroismo o un assassinio.

Apoteosi od esecuzione.

Ecco i due poli della ragione umana.

Il regicida non è un delinquente volgare che uccide pel gusto di uccidere.

Quando si esaminano le cause che produssero la morte del re, si trova che vi è a carico del suo passato morte, massacri, miserie, oppressione brutale del popolo, dolori che armarono il braccio d’un uomo per vendicare i suoi fratelli: sentimento lodevole che lo rende un eroe.

È vero che Umberto non sembrava un odioso tiranno; ma Bresci volle demolire l’idolo, il re e non l’uomo.

È Bresci stesso che lo ha detto nel suo primo interrogatorio:

- Riconoscete, gli fu chiesto, d’aver ucciso il re Umberto?

- No, egli ha risposto, non ho ucciso Umberto, ma il re.

- La vigilia dell’attentato non eravate nel parco di Monza con una donna?

- Non dite con una donna, ma con una signora.

- Vi riconoscete l’autore del delitto?

- Dite l’autore dell’atto e non del delitto.

Certamente si è perduta l’abitudine di chiamar tiranno un re costituzionale; ma se i suoi ministri agiscono da tiranni e il re li approva e li sostiene in tutto la cosa è sempre la stessa. È lui il responsabile e non deve essere risparmiato non più dei suoi miserabili ministri. Paul Adam ha detto che lo Czar Alessandro II fu il solo sovrano assassinato come un odioso tiranno, che inviava in Siberia, senza processo, i disgraziati studenti colpevoli di aver letto, in casa loro, un libro di filosofia, interdetto dalla censura imperiale. Dopo questa catastrofe, del resto, furono adottate delle misure liberali. Perciò si può dire almeno, che in Russia, i tentativi dei nichilisti modificarono lo stato di cose. La classe pensante dell’impero non fu più perseguitata con tanta brutale stoltezza.

Dunque i mostri, i delinquenti, gli assassini cominciano dai valorosi marchesi di Saint Rejant, Cadoudal, Passanante, Haedel, Nobiling, Rysokoff, Perowskaja, Gemichow, Caserio, Angiolillo, Acciarito e Bresci.

Perchè? Perché son recenti; il tempo non è ancora passato per essi. Attendiamo, attendiamo ed anch’essi saranno degli eroi e i professori dell’avvenire ne faranno l’apologia, come quelli d’oggi fanno l’apologia dei regicidi antichi.


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I giornali monarchici e la stupidità umana ripetono che la morte di Umberto ha dolorosamente colpito al cuore tutti gli italiani.

Non è vero. Eccone la prova;

Il giorno dopo la morte di re Umberto, i due deputati eletti in Italia furono dei socialisti. I loro avversarii elettorali dimostrarono invano che la idea della trasformazione economica, propugnata dai collettivisti, i comunisti e gli anarchici, aveva convinto Bresci dell’urgenza del regicidio. Il popolo votò pei rappresentanti i principii rivoluzionarii a costo di dare ancora ragione ai fanatici di abbattere gli idoli umani.

Come i martiri cristiani rischiavano la morte nel circo, per rovesciare i falsi dèi, così i ribelli contemporanei rischiano la morte del patibolo o quella generata dalle malattie nei reclusorii per precipitare i re nell’abisso della morte: i due atti sono identici.

In seguito, ciò che fu sintomatico fu quanto si produsse in Roma durante i funerali di re Umberto. I principi che seguivano il feretro del re, spaventati, ad un dato momento, sguainarono le spade per proteggere il loro sovrano.

Da ciò non si può concludere che una rivoluzione che cambi il regime politico della penisola, sia imminente pel fatto che, contrariamente a ciò che si è detto, la morte del re non ha incontrato la universale riprovazione e perchè il regime attuale è ridotto a repressioni violente: in questo, - sia detto fra parentesi, - il governo non fa che seguire una tradizione che esiste di già nel paese.

Perciò bisogna stare in guardia da profetizzare qualcosa di importante da questi incidenti. Tuttavia si può fare osservare che un cambiamento di regime nell’Italia contemporanea non sarebbe cosa nuova: vi sono dei precedenti.

Così decessi e allegrie, nozze e funerali di re bisogna che siano sempre inaffiati dal sangue del popolo. Ai funerali di Umberto 72 persone furono ferite, alle nozze dello czar Nicola II di Russia diecimila affamati, accorsi alla festa, trovarono una morte atroce invece del tozzo di pane che loro era stato promesso.

Ecco dunque due fatti che dimostrano nel modo più preciso le oscene menzogne degli interessati.

Ma infine ecco qui una prova luminosa della malafede di questi saltimbanchi.

Quindici giorni prima dell’atto eroico di Bresci, vi fu un altro attentato in Portogallo, che invece di essere biasimato fu lodato, perchè chi lo compì fu una sovrana.

Si tratta della regina Maria-Amelia di Portogallo, la quale, in seguito a controversie coniugali, ha fatto fuoco sul suo regale consorte.

Il pubblico, in generale, è molto indulgente per questi delitti detti passionali. Maria-Amelia ha avuto una buona stampa che l’ha felicitata pel suo coraggio.

Il secondo attentato è quello del Bresci che fece fuoco su re Umberto e lo uccise.

Nel primo il colpo ha mancato; nel secondo è riuscito. La prima è una regina; il secondo un proletario. Delle lodi a quella, delle maledizioni a questo.

La regina vendicava il suo amor proprio; il proletario il suo paese, i suoi fratelli, un popolo.

Bresci, tirando sul re d’Italia, compiva un atto di giustizia; Maria-Amelia un atto di gelosia.

L’atto della regina di Portogallo passerà inavvertito nella storia; quello del proletario italiano sarà scritto in pagine immortali.

È quindi il rango della persona che costituisce il delitto. Ammirazione generale se è una regina; generale riprovazione se è un operaio.

Ecco la storia d’oggi, che non sarà certamente quella di domani.

Sì, un bravo alla regina di Portogallo, ma un bravissimo anche al forte Tessitore di Prato.


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Vi è della gente che non sa più che cosa dire, nè che cosa scrivere e proporre, per mettersi in buona vista colla polizia e col nuovo re.

Vi è stato un professore, Alessandro Pessina, (il quale non ha nulla di comune col penalista di questo nome), che profittando di tutte le maledizioni verso il regicida, dal vile fratello di Bresci, a Saracco, ha proposto di ristabilire la pena di morte, cioè l’assassinio legale, il ritorno alla barbarie.

Questo professore feroce, sanguinario e barbaro deve conoscere le parole delle quali si servì Zanardelli quando presentò alla Camera il progetto del nuovo codice che aboliva la pena di morte. Eccole: Abbiamo abolito la pena di morte, è vero, ma abbiamo inventato delle pene che la faranno desiderare.

Ecco le pene inventate da questo legislatore feroce, che faranno, con ragione, desiderare la pena di morte, pubblicate dal Soir:


La pena di morte essendo abolita, il regicida è invariabilmente condannato ai lavori forzati, aggravati da dieci anni di segregazione cellulare. E la segregazione stessa comporta un aggravio di pena: la segreta. Ora la segreta non si merita; ma la si ha di diritto. Il condannato alla segregazione cellulare è immediatamente gettato, per apprendervi la rassegnazione, in un antro oscuro, largo meno di un metro e della lunghezza di due.

Una tavola leggermente inclinata, larga 5 centimetri, gli serve di letto; nelle prigioni meno terribili gode di un travicello per appoggiarvi il capo.

In quanto alla nutrizione si compone esclusivamente di pane ed acqua.

Durante questo periodo il prigioniero deve conservare il più assoluto silenzio, senza del quale nuovi rigori lo aspettano, perchè l’immaginazione degli uomini non è facilmente esaurita. Questi nuovi supplizi sono: la camicia di forza, i ferri, il letto di forza. Ve ne sono altri, ma non cito che i più frequentemente usati. Se la vittima di questi trattamenti barbari si ribella o se cerca di attentare ai suoi giorni la segreta imbottita lo riduce all’impotenza e spegne le sue grida di dolore.

Di più, per non trascurare nessuna precauzione, questi ribelli sono vestiti, durante il giorno, di una camicia speciale che loro tiene le braccia obbligate al petto.

Quando il condannato ha subita la pena della segreta, egli é condotto nella cella ove dovrà vivere dieci anni in silenzio.

Le celle sono un po’ più grandi delle segrete; esse sono di due metri quadrati circa, ma non sono nè meglio ammobigliate nè meglio rischiarate. Per la maggior parte è la notte continua. Nelle migliori la semioscurità. Le prigioni di Santo Stefano, di Nisida, di Civitavecchia e di Portolongone passano per le più dure. Come alimento sempre pane ed acqua. Nell’inverno, anche di notte, sempre una sola coperta. Il silenzio eterno è di rigore; è proibito leggere e scrivere, fumare, lavorare: é il più completo ozio forzato.

Si comprende ciò che può divenire un uomo sotto questo regime. Così la maggior parte dei giornali italiani fanno osservare con compiacenza che quasi mai un detenuto arriva a compire la sua pena; o muore o impazzisce, a meno ancora che non muoia pazzo.

Ma se avanti che la sua ragione svanisca il disgraziato ha un momento di collera, o un movimento di rivolta, i carcerieri sanno come domarlo. Gli mettono subito la camicia di forza, cioè una camicia colle maniche chiuse all’estremità delle quali sono fissate due anella, con cui si mantengono le braccia incrociate sul petto. Se il paziente protesta ancora si ricorre ai ferri corti.

I ferri sono delle manette, ma un po’ più larghe, affinchè vi si possano introdurre e congiungere mani e piedi. Il condannato è quindi costretto a restare in un banco a schiena d’asino, ripiegato in due, ma questo supplizio stesso può non soddisfare la ferocia degli aguzzini. È un sistema atroce.

Il direttore della prigione è il solo giudice della durata del supplizio.

Più feroci sono le pene e più sembra che non possano esserlo abbastanza. In questo caso il ministro dell’interno ha il diritto di domandare che siano aggravate. Fu ciò che accadde per Passanante. Si cercò, infatti, e si scoprì per suo uso una segreta nel bagno di Portoferraio, la quale era a due metri sotto il livello del mare. Non aveva un cervello solido, divenne pazzo ben presto; è sempre pazzo e sempre recluso. Da ventidue anni non avevano trovato una occasione per addolcire la sua pena e non era riuscito nel suo attentato contro il re!

Qual sorte attende il Bresci che lo ha ucciso?

Questo martirologio spaventevole, l’isolamento assoluto per dieci anni, incatenato contro il muro, terribile pena, inaudita tortura di cui ho parlato più sopra, tortura che ho sopportato per otto anni e mezzo a Portolongone, senza avere ucciso alcun re, è un supplizio che vi conduce infallibilmente all’imbecillità o alla tomba.

È la pena che colpisce il cervello, l’intelligenza, la virilità, tutto ciò che vi è di più nobile e grande nell’uomo.

Se la fibra del prigioniero resiste, lo affamano, gli impediscono di dormire; e allora è lo sfinimento fisico, seguito bentosto dallo sfinimento intellettuale, dall’anemia cerebrale, dalla follia.

Il povero Passanante non ha resistito che due anni, e poi lo ha sopraffatto la pazzia.

Acciarito pure è impazzito.

Se Umberto fosse stato il buon re di cui ora si parla, avrebbe potuto graziarlo dopo la follia.

No, dal bagno al manicomio, dalla cella del galeotto a quella del pazzo: è da ventidue anni che così agonizza Passanante, per aver fatto paura a re Umberto.

Sì, è vero: i vili sono crudeli.

Ma Passanante ha sopravissuto a Umberto.

Sì, feroce Zanardelli; la ghigliottina é più umana della tua clemenza.

Reprimere senza prevenire, gridasti alla Camera dopo l’attentato di Passanante.

Ebbene, i regicidi hanno appreso questa massima: Essi reprimono, anzi sopprimono senza prevenire.


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Povero Bresci! Ho paura per lui. Il giornalismo rettile dice che non è più calmo. Egli grida, la camicia di forza, le catene alle mani e ai piedi lo irritano.

È troppo presto!

Egli è forte, robusto, sanguigno e giovane; se la testa non è d’acciaio soccomberà ai supplizi che la vigliaccheria dei carcerieri gli riserva.

Impazzirà. I pazzi hanno la vita lunga; egli può vivere trent’anni: quale lunga agonia! È meglio mille volte la ghigliottina. Ma da qui a trenta anni non vi saranno più re in Italia: le loro statue saranno atterrate e al loro posto vi avranno innalzate quelle dei regicidi.

Bresci, il 29 agosto, un mese dopo l’atto di Monza, comparve davanti la pretesa giustizia della monarchia. Egli sapeva ciò che l’attendeva. Fu calmo, freddo, impassibile, senza pose e senza smargiassate. Non discorsi, non frasi, qualche parola e fu tutto.

Dopo l’appello dei testimoni, in numero di sedici, comincia l’interrogatorio. Bresci, freddamente, afferma di avere ucciso il re per vendicare le vittime delle repressioni di Sicilia e di Milano. Fu alla epoca di tali repressioni che concepì il suo atto.

Il presidente: Il governo è il solo responsabile.

Bresci: Ma il re sottoscrive i decreti.

E aggiunge in risposta alle interrogazioni: Ho voluto vendicare la miseria del popolo e la mia. Ho agito solo, senza consigli e senza complici.

L’accusato conferma brevemente la maggior parte dei fatti contenuti nell’atto d’accusa, dichiarando, per esempio, che per ritornare in Europa profittò di un ribasso di prezzo del biglietto, per la esposizione di Parigi, che visitò. Conferma che si esercitò al tiro per meglio colpire.

Ammirabile! Bravo Bresci!


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Dal tragico passiamo al comico, anzi al grottesco. È la regina Margherita che ha portato questa nota amena.

Essa scrisse a Monsignore Bonomelli, vescovo di Cremona, la seguente lettera:


Ho pensato (e credo che Iddio m’abbia aiutata) di scrivere una preghiera in memoria del nostro povero Re che tutti possono dire per il riposo dell’anima sua. L’ho scritta come l’ho pensata, col cuore e piana perché tutti la possano capire.

Ora, prima di tutto, credo ci voglia il permesso e l’approvazione di un Vescovo, per divulgarla ed ho pensato a Lei che venero dal profondo del cuore, e spero che lo vorrà fare. La prego di far copiare e stampare quella devozione e divulgarla e raccomandarla in memoria del mio Signore e Re, affinchè tutto il popolo preghi per Lui; e faccia pure sapere che l’ho scritta io, e forse per l’amore che contro ogni merito mi porta, il popolo la reciterà volentieri.

È un rosario colla preghiera.


Il vescovo, naturalmente, soddisfece alla lettera la preghiera della regina.

Ecco ciò che gli italiani, in mancanza di pane, (di questo la regina e il suo Signore e Re non se ne sono mai occupati) dovranno ingoiare tutti i giorni.

Se ci lamentiamo ancora, bisogna dire che siamo veramente incontentabili.

ROSARIO. Credo Pater, De Profundis - Perchè fu misericordioso verso tutti secondo la vostra legge, o Signore, siategli misericordioso e dategli la pace. - Le dieci Ave Maria.

No, Umberto non è mai stato misericordioso, perchè ha fatto spietatamente massacrare dei poveri lavoratori disarmati in Sicilia, nella Lunigiana, in Toscana, nelle Romagne, nel Napoletano, in Piemonte, a Milano, da per tutto.

Pater, De Profundis - Perchè Egli non volle mai altro che la giustizia, siate pietoso verso di Lui, o Signore! - Le dieci Ave Maria.

No, Umberto non volle mai la giustizia, ma volle sempre mantenuta l’ingiustizia; i ricchi ebbero sempre ragione, i poveri sempre torto; quelli furono sempre difesi e protetti, questi sempre offesi, spogliati e assassinati.

È giustizia questa? No! e finché vi saranno poveri e ricchi non vi sarà mai giustizia.

Pater De Profundis - Perché egli perdonò sempre a tutti, perdonategli Voi gli errori inevitabili alla natura umana. - Le dieci Ave Maria.

No, Umberto non ha mai perdonato a nessuno e quando graziò qualcuno, lo fece perchè il popolo ve lo forzò. Passanante, verso il quale non gli sarebbe costato nulla l’essere buono, lo lasciò impazzire e sono 22 anni che langue nelle celle.

Pater De Profundis - Perchè Egli amò il suo popolo e non ebbe che un pensiero: il bene della patria, ricevetelo Voi nella Patria Gloriosa, o Signore. - Le dieci Ave Maria.

No, Umberto non ha mai amato il suo popolo, perchè l’ha lasciato svaligiare, spogliare, affamare e ridurre alla mendicità dai suoi infami cortigiani pei quali soltanto ebbe tutte le tenerezze, fino a lasciar loro svaligiare le banche d’Italia.

Pater De Profundis - Perchè Egli fu buono fino all’ultimo suo respiro e cadde vittima della sua bontà, dategli la corona eterna dei martiri, o Signore. - Le dieci Ave Maria. - Pater De Profundis.

No, Umberto non fu mai buono perchè fu sempre feroce verso i lavoratori che domandavano un tozzo di pane, ma in compenso fu compiacente e complice cogli assassini del popolo, come Crispi, Morra di Lavriano, Rudinì, Bava-Beccaris e tutti quanti. Bresci saprà ben presto in che consiste la bontà e il perdono dei re di Savoia.

Ma, bisogna convenirne, la regina Margherita è la sola che non abbia perduta la testa alla morte del suo sposo. Essa ha visto che era il momento di giuocare la gran carta, cioè di gettare la nazione nelle braccia del Vaticano.

Ecco lo scopo di questa preghiera. Domandando il permesso al vescovo Bonomelli di copiarla, approvarla e pubblicarla essa ha fatto un atto di sommissione al Vaticano.

Ma io spero che gli italiani non accetteranno questo patto vergognoso fra il Quirinale e il Vaticano.

Con questo giuoco la regina ha reso il regno di suo figlio impossibile e lo ha messo in lotta con l’opinione pubblica italiana, che se è religiosa non è papalina.

Essa ha circondato la monarchia di un nuovo pericolo, di un nuovo nemico. Tanto meglio: l’Italia sarà più presto sbarazzata da questa monarchia clericale e criminosa, che in quarant’anni non ha saputo darle che una preghiera.

Il Vaterland, giornale di Vienna e organo ufficiale del Vaticano, pubblicò una nota nella quale dice che il papa non ha ordinato la santa messa per Umberto, che non ha inviato le sue condoglianze e che non ha ordinato al cardinale Ferrari di presentare le sue.

Fu per opportunità che il papa ordinò i funerali religiosi, non essendo re Umberto personalmente scomunicato, e perchè il governo italiano esercitò una grande pressione sul Vaticano.

L’Osservatore Romano, organo del Vaticano, pubblicò che il Sant’Ufficio, ha proibito in tutte le chiese ed altri luoghi destinati al culto religioso la preghiera della regina Margherita per re Umberto.

Ecco uno schiaffo ben meritato. Il Vaticano ha dato una grande lezione di rettitudine e di coerenza al Quirinale.

Sono trent’anni che la monarchia di Savoia si abbassa, si avvilisce e commette una quantità di scipitaggini davanti al papato, che questi respinge sdegnosamente a pedate.

Il papa nella sua intransigenza ha ragione.

Non vi dovrebbe essere nulla di comune fra il potere temporale distrutto a colpi di cannone nel 1870, e la monarchia italiana che, spinta da tutta la nazione, lo abbattè.

I monarchici vogliono l’alleanza coi preti, ma i preti non vogliono saperne dei monarchici.

Fra il libero pensiero che ha fatto breccia nei troni dei papi, e il clero, non v’è conciliazione possibile. La monarchia la vuole, i preti la respingono sdegnosamente: i preti hanno ragione.


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Amici e Fratelli


In presenza del governo infame e negazione di ogni morale, ostacolo di ogni progresso sociale; in presenza di questo governo uccisore del popolo e violatore delle leggi, di questo governo nato dalla forza e che deve perire per la forza, di questo governo innalzato dal delitto e che deve essere atterrato dal delitto, il francese (mettete l’italiano) degno del nome di cittadino non sa nè vuol sapere se vi é qualche apparenza di scrutinio, di commedie di suffragio universale e di parodie d’appello alla nazione; non si informa se vi sono degli uomini che votano e degli uomini che fanno votare, se vi è un armento che chiamano senato che delibera e un altro armento che chiamano popolo e che obbedisce; egli non si informa se il papa va a consacrare all’altare maggiore di Notre Dame (metti: S. Pietro) l’uomo che - non dubitate, questo è l’avvenire inevitabile - sarà mandato alla forca.

In presenza di monsignor Bonaparte e del suo governo (mettete il governo italiano) il cittadino degno di questo nome non fa che una cosa e non ha che una cosa a fare: caricare il suo fucile e attendere l’ora.

Jersey, 31 Ottobre 1852.


Questo forte e virile appello che i proscritti repubblicani indirizzarono ai proscritti francesi è firmato: Victor Hugo, Janca, Joubertlan, si adatta a meraviglia alla monarchia italiana che ha fatto peggio dell’impero francese.

Pianori, Orsini e Pietri hanno scosso il trono di Bonaparte; Passanante, Acciarito e Bresci quello di casa Savoia.

Quello, cadendo nel sangue, trascinò nella sua caduta la Francia. Se gli italiani non stanno all’erta, la monarchia di Savoia finirà come l’impero del terzo Bonaparte.

La repubblica francese nacque da Sedan. Da quale catastrofe sorgerà la repubblica italiana?

In qualunque modo, l’albero della libertà non prende radici e non fiorisce che nel sangue!

Sono i nemici del popolo che lo vogliono perchè, per non perdere il potere, per essi é tutto, mitragliano e assassinano i popoli.

Se Bonaparte fosse stato mandato alla forca, la Francia sarebbe stata salva.

Speriamo che l’Italia lo sia.

Dei proscritti del 2 Dicembre, la repubblica del 4 Settembre ne fece dei governanti.

Nulla di più giusto: ma ciò che non è giusto è che noi che abbiamo versato il nostro sangue per questa repubblica, noi che difendiamo il nostro paese come essi difesero il loro, che accusiamo come essi accusarono e lottiamo colle stesse armi con le quali essi lottarono, ci arrestino, ci processino, e io se la monarchia italiana lo esigesse, sarei espulso dalla Francia (ciò che mi lascia completamente indifferente) per aver detto alto ciò che molti pensano in sè, e scritto su di un soggetto di cui la storia fa l’apologia da più di duemila anni.

Non potrei meglio riassumere questo opuscolo, scritto affrettatamente, che con belle e coraggiose parole del collega Jean Memor, pubblicate nella valorosa e coraggiosa Aurore.

Bresci è condannato. È stato condannato senza essere ascoltato, senza essere giudicato. La commedia giudiziaria, che serve di epilogo al dramma di Monza, non é che un argomento di più in favore delle teorie rivoluzionarie, una nuova e terribile arma contro le istituzioni ipocrite e barbare.

Bresci è condannato. Domani sarà in una segreta della lunghezza di due metri su un metro di larghezza con una catena al piedi; di qui ad un anno sarà pazzo e si può sperare che avanti dieci anni sarà morto. Ma per ora la monarchia italiana sembra salvata e si respira al Quirinale.

Un mese fa la famiglia reale d’Italia seguiva il feretro di re Umberto. Con ansia porgendo l’orecchio al minimo rumore, i principi sfilavano in mezzo ad un silenzio inquietante. Tutto ad un tratto si videro spaventati, aggruppandosi intorno al nuovo re sguainando le sciabole, dando degli ordini alle truppe. Non era nulla. Un semplice movimento della folla, che rimase misterioso. Quel giorno principi e ministri ebbero il sudore della paura.

Tuttavia Bresci era già in cella e ventimila cittadini sospetti erano stati arrestati su tutti i punti del territorio.

Quale sarà domani il nuovo gesto della folla italiana? Oserà essa pensare che la sentenza di Milano cancellerà il ricordo dei massacri di Sicilia, delle fucilate di Milano, della miseria di un popolo che a quattro leghe da Roma deve nutrirsi di erbe per non crepare di fame? La scomparsa di un vinto non è che un incidente mediocre nella lotta di tutta una nazione contro un regime di fango e di sangue.

La corte di Milano ha sentenziato. Bresci è all’ergastolo e Umberto al Pantheon. La lotta continua.


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Tutti i vili compromessi, tutte le apostasie, tutte le debolezze non hanno arrestato nè arresteranno nemmeno per un istante questa lotta accanita fra reazionari e rivoluzionari, fra il presente e l’avvenire, e la vittoria finale, è certo, resterà all’avvenire.

Parigi, 10 Settembre 1900.