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Camera dei Deputati. Mozione socialista contro ogni forma di violenza. Tornata del 31 gennaio 1921

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Giacomo Matteotti

1921 Discorsi/Fascismo Camera dei Deputati. Mozione socialista contro ogni forma di violenza. Tornata del 31 gennaio 1921 Intestazione 11 ottobre 2024 75% Da definire

PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca lo svolgimento di due mozioni.

La prima è degli onorevoli Vacirca, Matteotti, Lollini, Beghi, Brunelli, Merloni, Donati Pio, Marangoni, Buozzi, Dugoni, Bacci, Niccolai, D’Aragona, Bocconi, Baldini, Albertelli, Momigliano, Piemonte, Serrati, Ventavoli, Treves, Majolo, Rossi Francesco, Murari, De Michelis Paolo, Turati, Modigliani, Ciccotti e Lazzari: «La Camera, constatando che gli ultimi episodi di violenza organizzati in varie regioni d’Italia conducono inevitabilmente il Paese alla guerra civile, rilevando che il Governo e le autorità locali assistono impassibili alle minacce, alle violenze, agli incendi da parte di bande armate e pubblicamente organizzate a tale scopo, e le proteggono anche con l’impedire la difesa legittima delle persone, delle amministrazioni e delle organizzazioni colpite, condanna la politica del Governo».

L’onorevole Matteotti, in luogo dell’onorevole Vacirca, ha facoltà di svolgerla.

MATTEOTTI. Se il Gruppo parlamentare socialista ha indicato me per lo svolgimento della sua mozione, non può essere a caso. Non sono abituato ai grandi discorsi politici, bensì ai discorsi tecnici; quindi il Gruppo, indicandomi, volle che fosse esposto, con la precisione di una cifra, con la schematicità di un sillogismo, il nostro pensiero, per trarne da una parte e dall’altra il chiarimento della situazione e la norma della propria condotta.

Nella nostra mozione nulla vi è di tutto ciò che è stato detto e che ci è stato attribuito dalla stampa. Noi non ci lagnamo della violenza fascista. Siamo un partito che non si restringe dentro una semplice competizione politica, che non aspira a successione di Ministeri, che vuole invece arrivare ad una grandiosa trasformazione sociale; e quindi prevede necessariamente le violenze, sa che, ledendo un’infinità di interessi, ne avrà delle reazioni più o meno violente; e non se ne duole.

È stato detto che saremmo venuti qui a protestare, a lanciare invettive contro il fascismo che ci percuote, e così via.

Neppur questo. Siamo i primi a riconoscere le origini storiche, e la necessità del fascismo, siamo i primi a interpretarne la giustificazione economica, a riconoscerne l’esistenza, quasi direi come necessità sociale di questo momento.

Non ci dorremo dei delitti, né li racconteremo, né andremo ad investigare come si formano le schiere fasciste… Tutto questo non ha che una importanza assai accessoria. E se anche, qualche volta, dovremo accennarvi, sarà solamente per arrivare con maggior precisione alle nostre conclusioni.

È stato detto, in fine, dall’onorevole Giolitti, che noi qui parleremo in contrapposizione alla mozione presentata dalla destra parlamentare, perché ciascun Partito vuole il Governo al proprio servizio. L’onorevole Giolitti s’inganna completamente. Noi non abbiamo da invocare Governo alcuno a servizio nostro, non abbiamo nulla da chiedere, né al Governo né a nessuno. Qui non si tratta di quella abilità, di quelle schermaglie parlamentari, nelle quali l’onorevole Giolitti è certamente maestro. Si tratta semplicemente di chiarire la reciproca posizione in cui, da una parte egli, come rappresentante del Governo, e dall’altra i rappresentanti delle classi dirigenti si trovano, e in cui noi, in seguito alle vostre dichiarazioni, ci verremo a trovare, quando andremo a portare ai nostri compagni, al Paese, l’impressione del risultato di questa discussione.

Ma vediamo anzitutto e rapidamente la situazione di fatto. Sarebbe impossibile riassumerla in una sintesi, perché essa si sfalda in una quantità di episodi secondari, accessori e diversi; ed ogni episodio a sua volta è snaturato, deformato nel racconto. Si può dire che in questo momento di subbuglio, di violenza, nulla subisca maggiore violenza quanto la verità, quanto l’esposizione veritiera dei fatti. Sembra quasi che la stampa italiana si diletti a questo terribile giuoco di bambini, che l’uno all’altro rimproverano di essere stato il primo, di aver provocato per primo; e le violenze frattanto continuano.

Quando, una ventina di giorni fa, un fascista, di notte, a Rovigo, ferisce tre socialisti perfettamente inermi, come risulta dai rapporti delle autorità, e ferisce gravemente anche uno dei suoi stessi compagni, i giornali come raccontano l’episodio? Così: «Conflitto tra fascisti e socialisti a Rovigo». «Furono sparate (da chi? non si sa?) delle revolverate; rimasero feriti tre socialisti ed un fascista».

E il lettore serba così impressioni perfettamente false della situazione di fatto.

Quando domenica scorsa a Ferrara, le incursioni in camion dei fascisti armati nella campagna, danno questo bilancio preciso della giornata: quattro leghisti feriti di cui due gravemente, due locali di leghe distrutti ed incendiati, venti socialisti arrestati, nessun fascista ferito, nessun fascista arrestato, i giornali intitolano la faccenda così: «Nuovi agguati e nuove violenze dei socialisti ferraresi nelle campagne». È così che si racconta la verità! Quando nella notte a Ferrara (come risulta, anche questo, dai resoconti delle autorità e non dalla versione socialista) un gruppo di fornai, che abbandonato il lavoro percorreva cantarellando una strada, è improvvisamente colpito da una scarica di revolverate, una delle quali ferisce un fornaio, il Giornale d’Italia del 20 gennaio racconta il fatto così: «Un gruppo di fascisti è stato aggredito nella piazzetta comunale nella notte; furono (sempre indeterminato chi è stato? Non si sa) furono sparati dei colpi di rivoltella, uno dei quali ferì un passante». E chi ha avuto, ha avuto.

Ma quando per contro avviene, e dolorosamente avviene, che un fascista o più fascisti rimangono feriti e uccisi, allora la stampa, codesta parte per lo meno della stampa, muta completamente il tono. Allora sono i grandi caratteri; allora, mentre ancora l’autorità non sa nulla e sta investigando, a due ore di distanza si sa già che sono stati i socialisti a compiere l’eccidio! Si sa che è stato un complotto socialista, organizzato dalla Camera del lavoro! Si sa già che responsabili sono quindi i capi socialisti, e in conseguenza, immediatamente, dopo poche ore, si dà l’assalto alla Camera del lavoro, si aggrediscono le rappresentanze del Partito socialista, assessori, deputati, ecc.; allora la campagna giornalistica trascina per un mese un cadavere sulle sue colonne, facendone una speculazione illecita e immonda.

Ma non mi voglio attardare sui fatti e sugli episodi, ognuno dei quali può essere a nostra posta, dalle nostre passioni di parte, contorto o deformato, diversamente da quella che è la verità. Io voglio essere più conservatore di quel che non siano oggi i rappresentanti delle altre parti, voglio aspettare i risultati delle inchieste delle autorità. Più ancora: ammetto senz’altro che in ogni partito, che in ogni massa, da ogni parte vi possano essere dei delinquenti, dei male intenzionati, dei violenti. Ma la questione sta più in là di questi episodi, sta più in là di questa ammissione.

Il fatto nella sua precisione è questo: oggi in Italia esiste una organizzazione pubblicamente riconosciuta e nota nei suoi aderenti, nei suoi capi, nella sua composizione, nelle sue sedi, di bande armate, le quali dichiarano (hanno questo coraggio che io volentieri riconosco) dichiarano apertamente che si prefiggono atti di violenza, atti di rappresaglia, minacce, violenze, incendi, e li eseguono, non appena avvenga o si pretesti che avvenga alcun fatto commesso dai lavoratori a danno dei padroni o della classe borghese. È una perfetta organizzazione della giustizia privata; ciò è incontrovertibile.

Se sui singoli fatti, quelli che ho esposto e quelli che non ho esposti, quelli che la Camera conosce e quelli che non conosce, si può dubitare, questa esistenza di una organizzazione di bande armate, con simili precisi scopi dentro lo Stato italiano, è un fatto, sul quale nessuno può opporre contestazioni.

Documenti ne sono i loro stessi giornali che si intitolano come una volta si intitolavano i giornaletti anarchici: La fiamma, L’assalto, Il pugnale e così via; che portano articoli intitolati: «La parola è alle rivoltelle»; che dicono: «Noi arriveremo anche alla guerra civile». Tutto ciò è detto pubblicamente e pubblicamente risulta da atti, per i quali noi riconosciamo al fascismo il coraggio di esporsi, mentre perdura nella gran maggioranza della società capitalistica del Paese la ipocrisia di non apertamente sostenerlo, la ipocrisia di attribuire le violenze di questi giorni alle più stupide provocazioni socialiste! Per le strade ci sono manifesti che dicono: «Occhio per occhio dente per dente». Nettamente, in manifesti, in avvisi, in colloqui coi questori e coi prefetti si dichiara di volere abbattere «a tutti i costi» le amministrazioni che hanno testé raggiunto migliaia di voti di maggioranza contro la minoranza dei blocchi. Si afferma che si vogliono abbattere le organizzazioni, si minacciano scomuniche o rappresaglie contro determinate persone: si intima a determinate persone di non frequentare determinate strade, determinati punti.

Vorrei sentirmi obbiettare dalla parte avversaria della Camera, che ciò non è vero; perché anche i vostri giornali dicono che non è vero, che siamo noi che provochiamo! Non è forse vero, per esempio, che nelle città di Modena, Ferrara, Bologna le vie sono percorse da gruppi armati, militarmente indrappellati, militarmente comandati, che hanno spesso le armi in pugno, i quali pretendono o affermano di volere ristabilire un ordine proprio, indipendentemente da quello che è l’ordine governativo, l’ordine dell’autorità? È vero che si va ai funerali oggi non più con la sola pietà, ma col pugnale tra i denti e le rivoltelle in mano; è vero o non è vero questo? È vero che nell’ora del passeggio, dalle città maggiori, per esempio Ferrara, davanti alla cattedrale, partono camion pieni di fascisti armati, qualcuno con due rivoltelle nelle mani, e sfilano allegramente per le strade, con canti di vendetta, senza che alcuna autorità si muova? E per chi ancora non credesse, per chi ritenesse che queste nostre parole siano esagerate, rileggerò quello che con magnifica e rara sincerità hanno affermato il Giornale d’Italia, organo della sopravvissuta reazione, e l’Avvenire d’Italia, organo dei cristiani di Bologna. (Interruzioni dei deputati Siciliani e Cappa – Scambio di apostrofi vivaci tra questi e il deputato Ferrari – Vivi richiami del Presidente).

«Tutti i giorni partono delle spedizioni. Un camion carico di giovanotti (non c’è il ministro delle finanze, per chiedergli se i camion non possono portare persone non addette allo scarico!) va al tale paese, si presenta al tale capolega. Si tratta prima; o il capolega cede, o la violenza terrà luogo della persuasione.

Accade, quasi sempre, che le trattative raggiungono lo scopo, se no la parola è alle rivoltelle… I racconti, gli episodi e gli aneddoti delle spedizioni fioriscono durante la giornata. Le rivoltelle sono le compagne, le amiche legittime, oppure no, inseparabili dei racconti; occhieggiano e luccicano da ogni tasca. Ci si domanda con la maggiore naturalezza di questo mondo: quanti colpi hai? E si vuole sapere quante rivoltelle e di quali tipi…».

Tali sono in semplici linee gli aspetti della jacquerie borghese che nel ferrarese combatte una battaglia di portata nazionale.

Tale è la descrizione sintetica e magnifica, che noi non potremmo fare con parole più precise, di quello che avviene e determina realmente in quella regione la situazione attuale. Almeno i fascisti e codesti giornali reazionari e clericali hanno il coraggio di dirlo, mentre i manutengoli di quello stesso fascismo, tutti i giornali e partiti democratici che oggi si sono nascosti, per ripararsi dietro il fascismo, tacciono vigliaccamente e vigliaccamente adducono come scusanti le provocazioni socialiste! Ma allora che vale raccontare i singoli episodi di chi sia stato il primo a provocare, se il tale che non si levò il cappello o il tal altro che lanciò un’invettiva, quando c’è un’organizzazione premeditata di queste violenze, di questa giustizia privata, di questa rappresaglia? I funerali di Modena si svolgono tragicamente; ma già parecchie ore prima che avessero luogo gli incidenti, il prefetto di Modena era stato avvertito, e una staffetta partita da Bologna per Modena aveva annunziato che nella serata sarebbe avvenuto l’incendio della Camera del lavoro di Modena e della casa del collega Donati! Certo è dunque che nelle violenze fasciste non è da vedersi una pura e semplice ritorsione o risposta a singole e occasionali violenze proletarie.

Contro le violenze proletarie la classe borghese possiede una quantità di strumenti che sono stati spesso usati, e che sono ancora in uso; possiede leggi, carabinieri, carceri, manette, e, quando è stato il caso, li ha adoperati! Sono stati distribuiti anni di galera ai nostri, ai proletari, in molti casi, per violenze usate, e quando sulle piazze d’Italia la forza armata ha steso per terra dei proletari, nessuno di quella parte ha protestato.

La sensibilità capitalista si è svegliata solamente quando, nell’ultimo tempo, anche sangue borghese è stato sparso.

La verità è che la violenza e l’illegalità in cui si pone quella organizzazione armata, corrisponde, in questo momento, ad un supposto interesse della classe capitalistica. Il problema è tutto qui, onorevoli colleghi! Noi non protestiamo, ve l’ho detto fin da principio, non ci lagnamo, non lanciamo né invettive né offese a coloro che coraggiosamente adempiono la missione fascista. Ma domandiamo: quale partito, quale frazione assume qui dentro la responsabilità di questa organizzazione armata extra-legale, nel territorio dello Stato italiano? (Interruzioni).

Sento che un interruttore ricorre a giustificazioni storiche; senza però osare di assumerne la responsabilità, e perciò le sue dichiarazioni sono meno coraggiose e meno simpatiche degli atti del fascismo.

Neppure la mozione dell’onorevole Sarrocchi (che pur ha avuto spesso un simpatico coraggio reazionario alla Camera), arriva ad assumersi la paternità e la responsabilità della organizzazione fascista.

Questa mozione si limita a filosofare in materia, e dice… «Dall’altro lato questa situazione determinò l’istintivo bisogno di difesa e di reazione, ecc…».

Si parla cioè di istinto, di bisogni istintivi, ma non si ha il coraggio di assumerne la responsabilità politica, proprio nello stesso momento in cui nei vostri giornali, nelle riunioni private, nelle vostre conventicole, fate l’apologia del fascismo, e deliberate di sussidiarlo, di garantirlo, di continuarne la vita. Non è coraggio civile codesto vostro, o colleghi.

Ora questo è appunto il centro della discussione.

Vi rivolgete al Partito socialista, e dite: «Voi socialisti dovete assumere la responsabilità di tutte le violenze che i proletari, socialisti o non socialisti, proletari comunque, lavoratori, hanno esercitato o esercitano in qualsiasi momento sulle piazze e sulle vie d’Italia».

Voi domandate a noi, partito, di assumere la responsabilità anche di atti che non sono nostri, per il semplice fatto che sono provenienti da lavoratori, e che sono addebitati a socialisti.

E noi, che siamo un partito di massa, e di organizzazione, neppure rinneghiamo alcuno degli errori della massa. Siamo anzi pronti a riconoscere che qualche volta possa essere avvenuto che la teorizzazione della violenza rivoluzionaria, che mira a sopprimere lo Stato borghese, e a sostituire lo Stato socialista, possa avere indotto alcuni nell’errore di azioni episodiche di violenza; ma altrettanto prontamente rivendichiamo al nostro partito il diritto di essere direttamente responsabile solo per ciò che esso vuole, e ordina alle sue organizzazioni.

Nessun ordine da parte nostra è partito di esercitare atti episodici di violenza, perché noi tutti sappiamo che questi (e ciò è stato ripetuto infinite volte nelle nostre assise di partito, e nei nostri manifesti) non servono alla causa del socialismo, ma la danneggiano, come pure la causa del socialismo rivoluzionario, che vuole instaurare la immediata conquista del potere da parte del proletariato.

Non solo, ma anche tutti i nostri giornali, e i manifesti delle nostre sezioni, Giunte, amministrazioni comunali, e Camere del lavoro, pubblicati ovunque si sono verificati questi casi, suonano quasi tutti allo stesso modo: «bisogna ritornare alla vita civile; la lotta di classe deve riprendersi sul terreno civile; gli episodi di violenza sono condannevoli perché non servono alla causa del socialismo».

SARROCCHI. Vorrei conoscere la data di queste pubblicazioni.

MATTEOTTI. Di tutte le date; e questi manifesti sono a sua disposizione. (Interruzione del deputato Storchi).

L’amico onorevole Storchi mi chiarisce un’arguzia dell’onorevole Sarrocchi, che io non avevo udita.

Egli argomenterebbe, pare, che noi siamo diventati agnelli da quando le prendiamo. (Si ride). Vuol dir questo? Ebbene non ci vuol molto a risponderle, e il collega Storchi, che mi ha suggerito il pensiero dell’onorevole Sarrocchi, mi suggerisce anche la risposta.

Il fascismo è andato a esercitarsi anche in quelle regioni, come Reggio Emilia, dove mai, mai una sola parola di violenza fu lanciata, neppure in tono generico, neppure riguardo alla rivoluzione sociale; mai! Ed anche nella mia provincia di Rovigo, che posso citare a titolo di onore, non si sono quasi mai manifestati, o in minima misura fatti di violenze, e quei pochi furono sempre repressi dalla nostra predicazione e dalla nostra azione.

CORAZZIN. Mio fratello però lo hanno bastonato!

MATTEOTTI. Codesti non sono fatti della mia provincia; non confonda. Gli onorevoli colleghi sanno che io in ogni comizio, in ogni riunione… (Interruzioni).

Voci al centro. Lei sì, ma gli altri no!

MATTEI-GENTILI. Infatti, senza il suo intervento, l’onorevole Merlin correva rischio d’essere ammazzato!

MATTEOTTI. Ah! quando vi accomoda, io sono il rappresentante del socialismo rodigino; quando non vi accomoda, allora sono gli altri, quelli che razzolano male, i rappresentanti del socialismo rodigino! E notate ancora questo: i vostri giornali, il vostro Corriere della Sera or ora, a proposito del Congresso di Livorno, scriveva queste parole: «Il socialismo (lascio la responsabilità dell’interpretazione al Corriere della Sera) che ha trionfato a Livorno, si caratterizza nel ripudio della violenza come atto quotidiano di lotta, e come forza operante delle organizzazioni».

Ora, proprio nel momento, onorevoli colleghi, in cui voi dite che il nostro partito non si mette sul terreno della violenza, voi esercitate la violenza! E ciò non è, per lo meno, coraggioso.

La verità è, onorevoli colleghi, che codesta violenza è esercitata da voi per interesse di classe, per interessi economici lesi, e non contro fatti politici, o in risposta a provocazioni o a violenze singole di lavoratori.

E allora se non assumete la responsabilità del fascismo, dimostrate ancora una volta il vostro poco coraggio, e soprattutto la vostra poca sincerità. (Interruzioni – Commenti al centro).

Voi pretendete far assumere al socialismo la responsabilità degli atti che alcuni perversi, non socialisti, hanno potuto compiere a Casteldebole, contro tutte le nostre direttive, e non volete poi assumere la responsabilità degli atti fascisti.

Qui nella Camera, colleghi di tutte le parti, senza eccezione, protestano contro gli atti di violenza cui sia stato fatto segno un collega deputato. Miserabile commedia! Poiché immediatamente dopo, fuori, lanciate il dileggio sui colleghi che sono colpiti, e la vostra stampa miserabilmente li offende, e li chiama vigliacchi, se non oppongono resistenza, o li chiama provocatori se resistono.

Perché è sempre così poi: se i socialisti resistono sono dei provocatori, se non resistono, se lasciano passare il nembo della violenza, sono dei vigliacchi che fuggono. Vedi Giornale d’Italia che scrive: «E per smentire le vanterie e le minacce che i socialisti fanno al prefetto, appunto perché non avvengano violenze, basti dire che quando i camion dei fascisti si recano in qualche paese, i socialisti spariscono come d’incanto e scappano».

Ma a me preme dimostrare, soprattutto, che la violenza esercitata dal fascismo è una reazione, un mezzo, di cui la vostra classe vuol farsi arma per provvedere al proprio interesse.

Il fascismo, onorevole Sarrocchi, per lei che corre dietro alle date, è antecedente ai fatti dei municipi di Milano e di Ferrara. Esso è una reazione non tanto contro gli atti di violenza deplorati, quanto contro le conquiste economiche del proletariato. Non sono io che lo dico. È il solito Giornale d’Italia che si associa all’Avvenire d’Italia per rilevare che «dal vecchio tronco agrario, cioè da un interesse economico, spunta un nuovo virgulto, il fascismo».

Le ragioni del fascismo, dicono i vostri giornali, sono da ricercarsi nella dittatura che il proletariato dei campi specialmente, esercitava in quelle regioni.

Ora intendiamo bene in che cosa consisteva quella famosa dittatura.

Una voce. Legga la relazione d’inchiesta!

MATTEOTTI. Non ancora ho potuto leggerla, ma leggo soprattutto i vostri giornali che mi valgono più di tutte le relazioni, e poiché vivo in quei paesi, e ho le vostre testimonianze, non posso sbagliare. (Interruzioni – Commenti al centro).

La dittatura del proletariato nelle campagne consiste essenzialmente in questo fatto. I contadini col patto del 1911, e anche più coll’ultimo patto del 1920, avevano raggiunto queste due conquiste fondamentali:

1) riconoscimento delle loro organizzazioni, e riconoscimento delle leghe di mestiere, con obbligo dei padroni di rivolgersi, non ai singoli individui, ma alle leghe dei mestieri per avere dei lavoratori;

2) imponibilità di mano d’opera. Cioè: poiché i proprietari nella stagione invernale lasciavano volentieri a casa tutti i contadini, e la disoccupazione batteva alle porte, e le agitazioni diventavano pericolose, così si stabilì un contingente fisso di mano d’opera che ciascuna unità colturale doveva impiegare; e i contadini si adattarono a che il poco lavoro invernale non fosse dato a vantaggio di una sola famiglia, mentre le altre dovevano morire di fame o emigrare, ma scambiato a turno fra le diverse famiglie dei lavoratori.

Così si era arrivati a una maggiore giustizia, a una maggiore civiltà, distribuendo il poco lavoro fra la mano d’opera agricola. Ma questo l’Agraria più non volle; e, dopo aver firmato i patti, vuole infrangerli, perché non vuol sostenere il peso della mano d’opera agricola obbligatoria.

Possono benissimo essere avvenuti degli abusi, ma ciò non dovrebbe avere importanza per negare l’essenza di quelle due conquiste civili. Gli abusi sono avvenuti per un fatto molto semplice: che si tratta di strumenti di civiltà perfezionata ai quali non è ancora perfettamente adatta una categoria di lavoratori, ancora purtroppo incolta, e da poco venuta al socialismo, attraverso gli orrori della guerra.

Si è anche detto che con quegli istituti diminuiva la produzione. Affatto; la produzione non è diminuita per quegli istituti, sibbene per quei fatti generali economici e psicologici che non sono specifici delle nostre campagne, ma anche di tutte le industrie e di tutti i paesi dove si è avuta una diminuzione di produzione.

Ammetto dunque tutti gli abusi e tutti gli inconvenienti; ma, in una società civile, si cerca di eliminarli con i migliori mezzi, e con l’educazione proletaria.

L’Agraria, no! L’Agraria organizza la violenza, provoca la violenza, la più sfacciata violenza perché essa è costituita dalla più arretrata parte della borghesia, quella che, per salvare la sua borsa, sarebbe anche contenta di lasciar perire lo Stato, perché nulla le importa all’infuori di quello che è il suo profitto, e il suo guadagno immediato. (Commenti – Rumori al centro e a destra).

Gli stessi boicottaggi, le stesse multe (delle quali specialmente si è fatto in questi giorni un can can, riproducendo delle lettere sui giornali che credono di troncare la questione), non vogliono dir nulla.

Per i nostri patti agricoli un padrone ha l’obbligo di impiegare tanti contadini.

Spesso contravviene e li respinge; allora la Lega giustamente domanda che sia pagato ugualmente, sotto forma di multa, ciò che il padrone non ha pagato ai contadini per il loro lavoro. È logico; è l’esecuzione di un contratto. (Interruzioni – Rumori).

La multa è la conseguenza della mancata esecuzione di un contratto privato stabilito tra le due parti con l’assistenza dei prefetti. E voi, organizzatori dell’ordine, voi costituzionali, vi rifiutate di pagare e per non pagare organizzate la violenza privata dentro lo Stato! E i boicottaggi? Anche questi possono essere stati qualche volta male usati, ma non sempre; non si fraintenda. Un padrone non osserva i patti, non impiega il numero dovuto di contadini. Che cosa delibera allora la Lega? Non vi darò più mano d’opera! Quest’è, di solito, il boicottaggio, giusto ed entro l’orbita della legge. (Interruzioni – Rumori – Commenti).

Onorevoli colleghi, vent’anni fa il boicottaggio colpiva una famiglia di lavoratori, e quella famiglia era costretta a morire perché non poteva lavorare e vivere; venti anni fa i nostri lavoratori emigravano a torme dal Polesine, e andavano all’estero, perché le vostre Agrarie, arretrate in civiltà, in educazione e in produzione agricola, non li volevano impiegare; allora il boicottaggio era un’arma lecita, poiché la libertà economica dello Stato consentiva al padrone di negare salario e lavoro al contadino, ma non vuol oggi consentire al contadino di negare le sue braccia al padrone! (Applausi all’estrema sinistra).

Le Agrarie di Rovigo e di Ferrara si sono riunite nei passati giorni (sempre per dimostrare il fondamento economico, e di classe, non la ritorsione e la violenza che è in queste agitazioni) per progettare come era possibile rompere il patto, e proclamare la serrata nel rodigino e nel ferrarese: e a questo scopo dovrebbe servire anzitutto l’intimidazione fascista, e l’organizzazione degli episodi violenti! Oggi si rinnova, onorevoli colleghi, sotto altro aspetto, più tangibile e immediato, la stessa lotta che ha fatto tremare le nostre campagne venti anni fa.

Allora quello che noi domandavamo, e che ottenemmo, era il diritto potenziale di organizzazione. Anche allora, da parte capitalista si negava la facoltà del proletariato di organizzarsi, e in una battaglia appoggiata dall’onorevole Giolitti forse per manovra politica (perché non ho mai supposto in lui direttive in materia sociale) fu battezzato il diritto di libertà.

Oggi è la stessa battaglia: allora per il diritto potenziale, oggi per l’esercizio reale del diritto di organizzazione. E siccome l’esercizio reale dell’organizzazione offende, intacca i profitti capitali, ecco più forte che mai l’insurrezione dell’Agraria, ecco il movimento dei fasci.

Lo Stato democratico ha proclamato che dentro le sue leggi, dentro la sua struttura costituzionale, ogni progresso delle classi lavoratrici è possibile. Questo si ripete, ma sembra non essere più vero. Poiché c’è qualcuno che lo nega, c’è l’Agraria che lo nega; e mi giova citare qui le precise parole del Giornale d’Italia: «nelle sfere ufficiali si è ancora alla concezione arcaica, ed insieme fra ideologica ed umanitaria, che dà ai lavoratori il diritto di organizzazione e di sciopero».

Questo è il punto, onorevoli colleghi. Non si combatte contro singoli episodi di violenza, non si reagisce contro l’atto di un mal pensante, di un delinquente, ma si vuole agire sullo Stato perché sia negato il diritto di organizzazione e di sciopero ai lavoratori! Quando la libertà economica giovava alla classe borghese perché il proletariato non era organizzato, allora si esaltava la libertà, e si diceva che era la panacea di tutti i mali: oggi che il proletariato, per mezzo della libertà e delle proprie forme di organizzazione, intacca i profitti capitalistici, la libertà viene negata e viene proclamata la violenza contro di essa. (Approvazioni a sinistra).

Ed ecco come l’Agraria, assai più che l’industria (perché gli industriali si manifestano alquanto più furbi ed intelligenti degli agrari) ecco perché l’Agraria protegge il fascismo, ecco perché il fascismo nasce e si sviluppa nella zona dove il capitalismo viene intaccato. Il capitalismo aggredito nella borsa, diventa una bestia feroce! Ma non solo le conquiste della libertà di organizzazione; anche le conquiste amministrative e politiche del proletariato si vorrebbero annientare.

«A Ferrara, a Rovigo e a Bologna il proletariato rivolge le proprie forze non solo alla conquista economica, ma anche alla conquista delle amministrazioni, dei mandati politici, delle opere pie» dice il Giornale d’Italia.

Ecco un altro pericolo, ed un altro fondamento della jacquerie borghese di laggiù. Non si vuole che le amministrazioni socialiste funzionino. Basta che accada in una città il minimo fatto di violenza, anche ad opera di persone che non appartengono ad organizzazioni politiche, perché l’Agraria e gli industriali insorgano a chiedere che le amministrazioni comunali si dimettano! Quelle amministrazioni che due mesi fa hanno avuto sette o ottomila voti di maggioranza sopra il blocco avversario, si dovrebbero immediatamente dimettere in nome della democrazia, del diritto di maggioranza, e dei vostri principî costituzionali.

Ma perché si odiano tanto le amministrazioni comunali socialiste? Perché esse hanno anzitutto organizzati i consumatori contro gli esercenti e gli intermediari borghesi che speculavano.

Perché le amministrazioni socialiste non somigliano per nulla alle amministrazioni borghesi della fine della guerra e ai vostri commissari regi, onorevole Corradini, i quali saldavano indecentemente i bilanci comunali con debiti a carico dello Stato, con la vostra autorizzazione.

Alla fine della guerra, quando tutta l’economia nazionale era sconvolta, e quando le entrate non coprivano più le spese, alle vostre amministrazioni moribonde deste la facoltà di far debiti, cosicché tutto il peso ricadde sulle nuove elette. Or devono le amministrazioni socialiste provvedere a codesto sbilancio? E provvedono con tasse sui signori. Ma costoro preferiscono di armare il fascismo, poiché pagare non vogliono! (Applausi all’estrema sinistra – Interruzioni – Rumori al centro).

Avete ragione di protestare, voi popolari, che vi opponete perfino al vostro Governo quando emana gli ordini di disarmo; voi, cristiani, che dovreste presentare l’altra guancia, voi stessi sottoscrivete le mozioni contro il disarmo.

Voi vedete che in quelle regioni la rivoltella è diventata il pane quotidiano, perfino dei bambini; ma voi insorgete contro il disarmo… Potremmo se mai, lagnarci noi del disarmo, perché sappiamo classisticamente che tutte le leggi sono applicate dalla borghesia a suo favore; perché voi avete l’organo applicatore delle leggi nelle vostre mani; perché sappiamo che resteranno armati gli ufficiali e gli ex-ufficiali, i quali pur formano il grosso delle bande fasciste; perché al contadino, tolta l’arma che possiede, non gliene rimane altra, mentre ciascun fascista o agrario ha dietro di sé il rifornimento della forza pubblica e del regio esercito! Ma anziché noi, partito di rivoluzione, vi lagnate voi, partito di conservazione, e voi cristianissimi del centro. (Interruzioni – Commenti – Rumori al centro).

Ora, le responsabilità non le assumete; ma consigliate o provocate i fatti che accadono; badate a quello che fate! (Commenti).

La sorpresa, la non abitudine delle nostre masse a codesta lotta malvagia e barbarica della violenza episodica (Rumori a destra), ha disorientato le nostre organizzazioni. Lo scompiglio di esse è proprio determinato dal fatto che ad esse manca l’abitudine della barbarie. (Approvazioni all’estrema sinistra – Rumori).

Ma se voi continuerete, non voi avrete la conservazione, non noi la rivoluzione, ma si sarà, purtroppo, creata la guerra civile, e la dissoluzione del Paese. (Rumori – Interruzioni).

E vengo alla seconda premessa del nostro sillogismo: l’azione del Governo.

Il Governo presume di essere qualche cosa al di fuori e al disopra delle classi, tutelatore dell’ordine pubblico ecc. Noi invece affermiamo, in precise parole, che il Governo dell’onorevole Giolitti e dell’onorevole Corradini è complice di tutti codesti fatti di violenza. (Segni di diniego dell’onorevole Presidente del Consiglio).

LOLLINI. Non è reo confesso, ma è reo convinto!

GIOLITTI, Presidente del Consiglio dei ministri, Ministro dell’interno. Non lo crede neanche lei! (Si ride).

LOLLINI. Non lo avrei detto se non lo credessi!

MATTEOTTI. L’onorevole Giolitti l’altro giorno, alla presentazione della nostra mozione si è schermito, dicendo: qui non si tratta affatto di complicità del Governo. Si tratta che l’una e l’altra parte vuole asservirsi il Governo.

No, onorevole Giolitti, in questo momento, l’abilità parlamentare è perfettamente inutile. Codesto vostro giuoco, in cui siete abilissimo e sperimentatissimo campione, non vale in questo momento.

La questione è molto più semplice. Noi non vi domandiamo nulla! Anzitutto non ci fideremmo di un servitore come voi che sarebbe sempre infedele. Non chiediamo nulla. È la falsità giornalistica che va dicendo che noi chiediamo all’onorevole Giolitti la protezione. (Interruzioni – Commenti a destra).

Noi desideriamo soltanto di sapere con precisione da voi che dite di essere il rappresentante della legge uguale per tutti, il repressore di ogni violenza, se veramente lo siete e se potete esserlo. Noi vi dimostriamo a fatti che tale non siete e non potete essere. Ecco i fatti.

Quando un atto di violenza è commesso dai lavoratori rossi, la repressione è immancabile. Per i fatti di Bologna e di Ferrara sono centinaia e centinaia di leghisti e socialisti arrestati.

Voci a sinistra. E gli altri no? (Rumori all’estrema sinistra).

MATTEOTTI. Sempre la solita storia. Ma voi assumete la responsabilità del fascismo?

CODA. Viva i fasci di combattimento! (Vivaci apostrofi, rumori alla estrema sinistra – Commenti).

PRESIDENTE. Onorevole Coda, non interrompa. Facciano silenzio, onorevoli colleghi.

MATTEOTTI. Finalmente abbiamo trovato uno che si dichiara responsabile delle bande armate, degli incendi, delle violenze. (Interruzioni a sinistra).

CODA. Contro gli assassini ed i teppisti sì! (Rumori vivissimi alla estrema sinistra – Apostrofi del deputato Pagella).

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, non interrompano!

MATTEOTTI. Siamo lietissimi che finalmente si sia trovato qualcuno, che abbia il coraggio di rivendicare la responsabilità del fascismo, e speriamo altresì che i Gruppi, ai quali questi deputati appartengono, rivendicheranno anche la loro responsabilità collettiva con gli atti del fascismo. (Vivi rumori – Commenti al centro e a destra).

CAPPA. Contro gli assassini, sempre! (Vivi rumori all’estrema sinistra).

PRESIDENTE. Onorevole Cappa, la prego di non interrompere.

MATTEOTTI. Ritorno al Governo. Vi sono a Bologna ed a Ferrara centinaia di arrestati, mandati di cattura, perquisizioni contri i nostri compagni. Si tenta perfino dalla vostra magistratura e polizia di risalire, attraverso le vie più sottili e lontane di complicità, fino a responsabilità indirette inafferrabili, quando si tratta di violenze compiute da lavoratori.

Ma quando si tratta dei propositi pubblicamente manifestati da quella organizzazione che vuole le bande armate, che predica la giustizia privata, che affigge manifestini annunzianti la morte del tale e del tal’altro, che minaccia le rappresaglie contro la tale e la tale altra organizzazione; quando si tratta di tutto questo, la vostra autorità non esiste. Non si vede un solo atto in Bologna, dopo parecchi mesi da che queste violenze si esercitano, contro codesta organizzazione. E noi non ve lo domandiamo, onorevole Giolitti; sappiamo che voi dovete esserne il complice inevitabile.

Si arriva a fatti di questa specie: una ragazza porta un garofano rosso; è privata violentemente del garofano; essa risponde con un doveroso schiaffo sulla guancia del fascista; la questura si precipita ad arrestare la ragazza. (Rumori – Commenti).

Ma se è minacciato o assalito quel miserabile essere che è un deputato socialista, allora nessuno si muove. Grande scorta d’onore: l’onorevole Corradini in queste cose è irreprensibile: trecento carabinieri! Trecento carabinieri, quando di là non ci sono che duecento giovincelli fascisti, contro i quali basterebbero poche guardie di buona volontà per disperderli e metterli a posto. Eppure in mezzo alla sua scorta d’onore il deputato socialista è percosso, bastonato; ma nessuno dei fascisti è arrestato, neanche momentaneamente; nessuno mai, onorevole Corradini!

GIOLITTI, Presidente del Consiglio dei ministri, Ministro dell’interno. Ma ve ne sono molti in carcere!

MATTEOTTI. Ma non per questo, mai! Quelli che entrano alla Camera del lavoro di Ferrara sono perquisiti; quelli che entrano alla sede del fascio, mai! (Interruzioni).

L’incendio della casa Donati e della Camera del lavoro di Modena era stato preannunziato al vostro prefetto di Modena parecchie ore prima che si compisse; e fu compiuto, assistendo la forza pubblica! All’incendio della Camera del lavoro di Bologna assistevano due tenenti colonnelli, carabinieri e guardie, in numero eccedente di gran lunga quello degli assalitori, onorevole Giolitti! Ma non si muovono. L’ordine è di non muoversi.

Il portone della Camera del lavoro di Bologna impiega mezz’ora quasi a cedere, a cadere, prima che gli incendiari entrino; la forza pubblica assiste; assistono i tenenti colonnelli, assistono le guardie di pubblica sicurezza, ma nessun fascista, nessuno di coloro che vanno ad appiccare l’incendio, è arrestato; onorevole Giolitti, smentite se potete! Poi vengono i pompieri; arrivano per spegnere l’incendio, opera d’umanità per le famiglie che stanno attorno; si inveisce; la forza pubblica, che pure è affollata nella piazza a cinque minuti di distanza, ancora non interviene.

Onorevole Giolitti, smentite! Il Messaggero racconta che a Firenze «la valanga dei fascisti non si lascia intimorire dal maresciallo dei carabinieri che si trovava fin dal pomeriggio nella tipografia». È naturale. Può un maresciallo dei carabinieri intimorire i fascisti? E quando al questore di Bologna vanno gli addetti alla Camera del lavoro per denunziare i mobili mancanti, il questore risponde: «Sono ragazzate!».

Nelle stanze della questura sta una macchina da scrivere, sorpresa nelle mani di coloro che hanno incendiata la Camera del lavoro: il questore restituisce la macchina ai proprietari, ma non sa, poverino, da chi sia stata consegnata! (Commenti).

Quando da Ferrara partono dei camion di fascisti armati, nessuno li ferma per vedere se sono in regola col fisco, che vuole che i camion non portino persone. I camion scorrazzano, dicono tutti i giornali, non sono fermati. Li segue soltanto un compiacente seguito di camion di carabinieri: scorta d’onore! Regolarmente; lo dicono i vostri giornali. Io tutto questo lo posso documentare con i vostri giornali.

Arrivano i fascisti nel paese, sparano per aria, lanciando grida e invettive. Qualche contadino stupido, perché questa è la parola che dobbiamo dire, risponde con un vecchio fucile alla follia di questa gente; e i carabinieri sono pronti allora a precipitarsi, e arrestano tutti i capo lega, i lavoratori del paese; poi entrano insieme, lo dice la Gazzetta Ferrarese, fascisti e carabinieri, insieme asportano registri, timbri, tavoli e oggetti, ci si trattengono insieme fino a tarda notte, e tutta la farsa o la tragedia si svolge nell’idilliaco consenso fra la forza pubblica e la violenza fascista. Così a Porta Zamboni, a Bologna, dove i carabinieri servirono per perquisire le case di coloro che si erano difesi.

Lo stesso carabiniere che a Porta San Paolo di Ferrara, una sera sparò un colpo di rivoltella verso un gruppo di sei persone, che cantavano l’«Internazionale», lascia passare contemporaneamente un carro di fascisti, che, a lumi spenti, entra in città cantando l’inno della vendetta, della rappresaglia.

Più ancora: ex-ufficiali ed ufficiali in divisa (non c’è, mi pare, il ministro della guerra), partecipano alle spedizioni fasciste regolarmente, continuamente.

Vi sono dei vice-questori, che conosco di nome e di vista, e dei commissari che sono conosciuti come amabilissimi frequentatori dei locali dove bande armate si organizzano. Il colonnello comandante del distretto militare di Ferrara è un inspiratore dei fascisti riconosciuto, e si presenta come tale.

Dopo ogni atto di violenza, così come dopo l’incendio della Camera del lavoro di Bologna, si svolgono colloqui amichevoli tra i capi del fascismo, che si vantano di aver compiuti quegli atti, e le autorità, i questori e i prefetti. Io non accuso, racconto.

Ho potuto vedere, e con me ha potuto vedere lo stesso segretario della Camera del lavoro di Bologna, agenti dell’ordine, ufficiali che andavano ad avvisare le organizzazioni fasciste di quello che da parte nostra si faceva, affinché si regolassero e iniziassero le rappresaglie, o andassero ad asportare quegli oggetti, che dovevano essere asportati.

A Bologna, dopo l’incendio della Camera del lavoro, i dirigenti ed i segretari delle leghe si avviano alla vecchia Camera del lavoro per riprendere le file della loro organizzazione, e la trovano occupata militarmente, mentre coloro che hanno eseguito l’incendio si riuniscono e celebrano la festa dell’incendio pubblicamente.

Alle vittime dell’incendio, ai padroni della casa, è proibito di rientrare nei loro locali. Ma di notte, assistendo la forza pubblica, possono entrare liberamente gli altri ad asportare quegli oggetti, che nella notte precedente non avevano potuto asportare! Mentre parte il vaporino Bazzano-Imola, i fascisti (raccontano sempre i giornali borghesi), sparano contro quel vapore che contiene degli operai. Dodici carabinieri ed un maresciallo sono sul vapore; smontano, fingono di inseguire i fascisti i quali hanno ferito gravemente due operai, ma nessun fascista è arrestato e nessun procedimento è iniziato.

Si diffondono foglietti, di cui ho qui qualche esemplare, senza indicazione di stamperia, ove si minaccia rappresaglia, morte e vendetta contro gli amministratori, contro il deputato tale, contro i leghisti, ecc. Sono distribuiti pubblicamente, nessun carabiniere, nessuna guardia ne impedisce la distribuzione, nessun agente dell’ordine cerca di riconoscere da dove vengano, nessuno s’interessa, e sui muri, sulle cantonate si predica la vendetta con manifesti, anche firmati, senza che le autorità intervengano in alcun modo.

E così potrei continuare, egregi colleghi, per lungo tempo. Vi ho detto questi fatti, non per sollecitare alcuna protezione, alcun castigo, alcun rinforzo… Dio me ne guardi: sarebbe ridicolo e vano.

Noi esponiamo lo stato di cose tale e quale le nostre popolazioni han potuto fin troppo rilevare.

Può anche darsi (voglio momentaneamente ammetterlo) che voi siete impotenti a dare ordini alle vostre autorità. I vostri prefetti si mostrano a noi con la faccia del fantoccio impotente; ma i vostri agenti mostrano la faccia dei manutengoli più spudorati. (Approvazioni all’estrema sinistra).

Ora, badate! Il sillogismo si conclude.

La classe che detiene il privilegio politico, la classe che detiene il privilegio economico, la classe che ha con sé la magistratura, la polizia, il Governo, l’esercito, ritiene sia giunto il momento in cui essa, per difendere il suo privilegio, esce dalla legalità e si arma contro il proletariato. Il Governo (come è dimostrato dai fatti accennati) e soprattutto le sue autorità, assistono impassibili e complici allo scempio della legge.

La giustizia privata funziona regolarmente, sostituendosi alla giustizia pubblica, ed è giustizia sommaria. Dopo mezz’ora d’un racconto magari inventato, si esercita la rappresaglia anche contro chi non è responsabile.

È dunque una burla – pensano i lavoratori – lo Stato democratico che dovrebbe assidersi sulla definizione della legge per tutti. Non è dunque vero quello che i democratici hanno detto, che cioè dentro la costituzione è possibile qualunque sviluppo delle classi lavoratrici, qualunque sviluppo del proletariato! E i semi della violenza frutteranno; frutteranno largamente.

Il lavoratore che ha vista incendiata la Camera del lavoro, cioè la casa che egli possiede in parte, che ha costruito in parte, pensate voi che possa, nella sua ignoranza e nella sua primitività, non coltivare un pensiero di vendetta verso la casa dei signori che hanno ordinato freddamente la distruzione della sua? Credete voi, onorevoli colleghi, e non vorrei che rispondeste coi soliti scherni, colle solite risa, ma consideraste seriamente lo stato delle cose, credete veramente che codesto seme diffuso largamente, non dovrà fruttare rappresaglie contro le bande armate e lanciate sulle vie d’Italia? Non pensate che questi lavoratori che si sono visti assaliti per le strade perché hanno un distintivo, perché appartengono alle leghe, coltiveranno un pensiero di vendetta contro il padrone che passa per la strada, che va alla sua casa, che circola per il paese? Pensateci, onorevoli rappresentanti della borghesia capitalista! Se l’Agraria imperversa oggi perché è inverno, perché avrebbe piacere della serrata, perché avrebbe piacere di non pagare più i contadini; se gli industriali medesimi pagherebbero volentieri qualche cosa per liberarsi di una parte degli operai in questo momento critico; pensate voi, che i lavoratori più umili e più ignoranti e per questo più rozzi, che sentono la conseguenza del sentimento represso, violato, pensate voi che non possano coltivare sentimenti di vendetta per il momento in cui le messi biondeggeranno nei campi e il raccolto tornerà alle campagne? (Applausi all’estrema sinistra).

Non pensate voi, onorevoli colleghi, non pensate voi classi dirigenti, parte più intelligente della classe borghese, che in questo momento la mina è posta, non alle organizzazioni dei lavoratori, ma alla produzione e alla stessa vita nazionale? Potete pensare che l’organizzazione dei lavoratori che è un fatto immanente, fuori dei nostri sforzi si possa distruggere così? Non avete pensato che tutta questa semente lanciata a piene mani dal fascismo, anche nelle province dove meno c’è stato esempio di violenza, avrà inevitabilmente i suoi frutti? Noi abbiamo lasciato pochi giorni fa quei paesi dopo aver riunite le nostre organizzazioni, dopo essere andati anche di notte, per sottrarci alla vigilanza delle vostre spie, onorevole Corradini, in mezzo alle organizzazioni. Noi abbiamo detto loro: state calmi; non rispondete alle violenze. Lo abbiamo ripetuto in tutti i toni. Ci siamo fatti offendere a sangue dai nostri lavoratori.

Abbiamo avuto accuse di viltà. Accuse che ci hanno offeso più che non quella della vostra stupida stampa. Ci hanno detto vigliacchi il giorno stesso in cui noi più di tutti avevamo sentito ribollire il nostro animo contro la violenza avversaria. Ma nonostante tutto, abbiamo detto: non bisogna reagire. E ci siamo imposti, anche con la violenza, ai nostri compagni.

Abbiamo preso per le spalle qualcuno dei più violenti e dei più pronti alla rappresaglia e abbiamo detto: se qualcuno di voi si abbandona alla rappresaglia, sarà allontanato dalle organizzazioni. Noi andremo a Roma. Aspettate. Colà dovremo discutere civilmente di questo nostro stato di cose. Noi domanderemo in Parlamento conto di questi fatti, domanderemo se il capitalismo assuma la responsabilità del fascismo, domanderemo al Governo se assume la responsabilità completa delle sue autorità e dei suoi agenti.

Ma se non ci si risponderà, se la risposta delle classi dirigenti sarà equivoca o insufficiente, o se, nonostante le parole di affidamento, continueranno i fatti, perché questa è la cosa più probabile e ciò sta avvenendo da troppo tempo, allora, se continueranno i fatti, e se continuerà codesta vostra piccola controrivoluzione, che prepara la guerra civile, io vi dico: badate che l’esasperazione è al colmo, badate che anche la nostra autorità sulle masse ha dei limiti, al di là dei quali non può andare.

Non domandiamo nulla. Vi abbiamo descritta la situazione quale è laggiù, quale abbiamo visto, quale sentiamo profondamente. Credetemi, onorevoli colleghi, voi dite che amate la patria. Ebbene pensate se, per la irraggiungibile chimera degli agrari, di distruggere le organizzazioni proletarie, voi non abbiate a lanciare il Paese nella guerra civile e nella miseria.

Per conto nostro, mai come in questo momento abbiamo sentito che difendiamo insieme la causa del socialismo, la causa del nostro Paese e quella della civiltà. (Vivi applausi all’estrema sinistra).