Campane (Poe-Ortensi)
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CAMPANE
Odi le sonagliere delle slitte,
i bubbolini d’argento?
Che gioie predice il loro suono!
Tintinnano, tintinnano
nella gelida aria notturna,
mentre le stelle sparse
nel cielo, risplendono
di luce cristallina
e il ritmo delle sfere accorda
nei modi di quello runico,
col tinnire delle sonagliere,
col tinnio dei bubbolini.
Odi l’armoniose campane,
delle nozze, le campane d’oro?
Nunzia di gran felicità
è la loro melodia.
Nell’aria odorosa della notte
come squillan la loro letizia.
Dal fuso oro sgorgano
intonate le note d’un canto
a la tortora ch’ode e mira
la luna; da le sonore fibre
profonda dolce una musica
si spande, dilaga, si gitta
nel futuro; l’ansia dice
del dondolio, del tinnire
delle campane, l’ansia
del ritmo e dello scampanio.
Odi tu le campane di bronzo,
le campane che urlano “al fuoco?”
la loro commozione è tutta
una storia di terrore.
Urlano all’orecchio della notte
che dorme e sobbalza di spavento.
Il terror le privò di favella;
possono soltanto ululare
e invocar clamorose la mercé
del fuoco, quasi lottando
con le fiamme che, sorde e frenetiche,
si slanciano in alto, sempre
piú in alto con disperato desio
di toccare il cielo e mettersi
a fianco a la pallida luna,
ora o mai piú. Che storia
di disperazione e di terrore
narrano quelle campane!
Squillano a onda, stormeggiano,
muggiscono; empiono d’orrore
il trepido sen de la notte.
Chi porge l’orecchio all’urlio,
al loro tumulto, indovina
se il turbine del fuoco
strugga e inceneri: dal chiasso,
dall’arruffio, dal crescere o dall’abbassarsi
dell’ansia delle campane,
dallo stormo e dallo strepito
delle campane intende
se le fiamme cedano o divampino.
Odi il toccheggiare delle campane di ferro,
delle campane a mortorio? Quanti
solenni pensieri evoca il loro
canto monotono! Nel silenzio
notturno tremiam di spavento
al malinconico mònito.
Ogni rintocco che vola
fuor de la rugginosa gola
è un gemito; e quelli che abitano
in vetta al campanile solitari,
non son uomini, né donne che suonano
quella uggiosa monodia; sono
Ombre che godono in rotolare
un sasso sul cuore umano:
non son uomini, né bruti;
e chi percote il bronzo
è il loro Re, che gitta a onde
un peana all’aria.
E il suo cuore si gonfia
di gioia a quel peana,
e grida e danza
a tempo con le campane
quasi con ritmico runico;
a tempo col palpito,
a tempo col singhiozzo
delle campane, che suonano
pe’ modi felici del ritmo runico,
a tempo col rombo delle campane,
col rintocco delle campane,
con il gemere e il sobbalzare
delle campane.