Canti (1831)/Ad Angelo Mai

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III. Ad Angelo Mai, quand’ebbe trovato i libri di Cicerone della Repubblica

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III. Ad Angelo Mai, quand’ebbe trovato i libri di Cicerone della Repubblica
Sopra il monumento di Dante Nelle nozze della sorella Paolina

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Italo ardito, a che giammai non posi
Di svegliar da le tombe
I nostri padri? e a favellar gli meni
A questo secol morto, al quale incombe
5Tanta nebbia di tedio? E come or vieni
Sì forte a’ nostri orecchi e sì frequente,
Voce antica de’ nostri,
Muta sì lunga etade? e perchè tanti
Risorgimenti? In un balen feconde
10Venner le carte; a la stagion presente
I polverosi chiostri
Serbaro occulti i generosi e santi
Detti de gli avi. E che valor t’infonde,
Italo egregio, il fato? O con l’umano
15Valor contrasta il duro fato invano?

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     Certo senza de’ numi alto consiglio
Non è ch’ove più lento
E grave è ’l nostro disperato obblio,
A percoter ne rieda ogni momento
20Novo grido de’padri. Ancora è pio
Dunque a l’Italia il cielo; anco si cura
Di noi qualche immortale:
Ch’essendo questa o nessun’altra poi
L’ora da ripor mano a la virtude
25Rugginosa de l’itala natura,
Veggiam che tanto e tale
È il clamor de’ sepolti, e che gli eroi
Dimenticati il suol quasi dischiude,
A ricercar s’a questa età sì tarda
30Anco ti giovi, o patria, esser codarda.

     Di noi serbate, o gloriosi, ancora
Qualche speranza? in tutto
Non siam periti? A voi certo il futuro
Ignoranza non copre: io son distrutto
35Ed annullato dal dolor, chè scuro
M’è l’avvenire, e tutto quanto io scerno
È tal che sogno e fola
Fa parer la speranza. Anime prodi,
A i tetti rostri inonorata, immonda

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40Plebe successe; al vostro sangue è scherno
E d’opra e di parola
Ogni valor; di vostre inclite lodi
Tace l’itala riva; egro circonda
Ozio le tombe vostre; e di viltade
45Siam fatti esempio a la futura etade.

     Bennato ingegno, or quando altrui non cale
De’ nostri alti parenti,
A te ne caglia, a te cui fato aspira
Benigno sì che per tua man presenti
50Paion que’ giorni allor che da la dira
Obblivíone antica ergean la chioma,
Con gli studi sepolti,
I vetusti Divini a cui natura
Parlò senza svelarsi, onde i riposi
55Magnanimi allegràr d’Atene e Roma.

Oh tempi, oh tempi avvolti
In sonno eterno. Allora anco immatura
La mina d’Italia, anco sdegnosi
Eravam d’ozio turpe, e l’aere a volo
60Qualche favilla ergea da questo suolo.

     Eran calde le tue ceneri sante,
Non domito nemico

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De la fortuna, al cui sdegno e dolore
Fu più l’averno che la terra amico.
65L’averno: e qual non è parte migliore
Di questa nostra? E le tue dolci corde
Susurravano ancora
Dal tocco di tua destra, o sfortunato
Amante. Ahi dal dolor comincia e nasce
70L’italo canto. E pur mèn grava e morde
Il mal che n’addolora
Del tedio che n’affoga. Oh te beato,
A cui fu vita il pianto. A noi le fasce
Cinse il fastidio; a noi presso la culla
75Immoto siede, e su la tomba, il nulla.

     Ma tua vita era allor con gli astri e ’l mare
Ligure ardita prole,
Quand’oltre a le colonne, ed oltre a i liti
Cui strider parve in seno a l’onda il sole,1
80Novo di prore incarco a gl’infiniti
Flutti commesso, ritrovasti il raggio
Del Sol caduto, e ’l giorno
Che nasce allor ch’a i nostri è giunto al fondo
E rotto di natura ogni contrasto,
85Ignota immensa terra al tuo viaggio
Fu gloria, e del ritorno

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A i rischi. Ahi ahi, ma conosciuto il mondo
Non cresce, anzi si scema, e assai più vasto
L’etra sonante e l’alma terra e ’l mare
90Al fanciullin, che non al saggio, appare.

     Nostri beati sogni ove son giti
De l’ignoto ricetto
D’ignoti abitatori, o del diurno
De gli astri albergo, e del rimoto letto
95De la giovane Aurora, e del notturno
Occulto sonno del maggior pianeta?2
Ecco svaniro a un punto,
E figurato è ’l mondo in breve carta,
Ecco tutto è simile, e discoprendo,
100Solo il nulla s’accresce. A noi ti vieta
Il vero appena è giunto,
O caro immaginar; da te s’apparta
Nostra mente in eterno; a lo stupendo
Poter tuo primo ne sottraggon gli anni,
105E il conforto perì de’ nostri affanni.

     Nascevi a’ dolci sogni intanto, e ’l primo
Sole splendeati in vista,
Cantor vago de l’arme e de gli amori
Che in età de la nostra assai men trista

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110Empièr la vita di felici errori:
Nova speme d’Italia. O torri, o celle,
O donne, o cavalieri,
O giardini, o palagi! a voi pensando,
In mille vane amenità si perde
115La mente mia. Di vanità, di belle
Fole e strani pensieri
Si componea l’umana vita: in bando
Gli cacciammo: or che resta? or poi che ’l verde
È spogliato a le cose? il certo e solo
120Veder che tutto è vano altro che ’l duolo.

     O Torquato, o Torquato, a noi promesso
Eri tu allora; il pianto
A te, non altro, prometteva il cielo.
Oh misero Torquato; il dolce canto
125Non valse a consolarti o a sciorre il gelo
Onde l’alma t’avean, ch’era sì calda,
Cinta l’odio e l’immondo
Livor privato e de’ tiranni. Amore,
Amor, di nostra vita ultimo inganno,
130T’abbandonava. Ombra reale e salda
Ti parve il nulla, e ’l mondo
Inabitata piaggia. Al tardo onore
Non sorser gli occhi tuoi; mercè, non danno,

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L’estrema ora ti fu. Morte domanda
135Chi nostro mal conobbe, e non ghirlanda3.

     Torna torna fra noi, sorgi dal muto
E sconsolato avello,
Se d’angoscia se’ vago, o miserando
Esemplo di sciaura. Assai da quello,
140Che ti parve sì mesto e sì nefando,
È peggiorato il viver nostro. O caro,
Chi ti compiangeria,
Se, fuor che di se stesso, altri non cura?
Chi stolto non direbbe il tuo mortale
145Affanno anche oggidì, se ’l grande e ’l raro
Ha nome di follia;
Nè livor più, ma ben di lui più dura
La noncuranza avviene a i sommi? o quale,
Se più de’ carmi, il computar s’ascolta,
150Ti appresterebbe il lauro un’altra volta?

     Da te fino a quest’ora uom non è sorto
(O sventurato ingegno),
Pari a l’italo nome, altro ch’un solo,
Solo di sua codarda etate indegno
155Allobrogo feroce, a cui dal polo
Disusata virtù, non da la mia

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Stanca ed arida terra,
Scese nel core, onde privato, inerme,
(Memorando ardimento) in su la scena
160Mosse guerra a’ tiranni: almen si dia
Questa misera guerra
E questo vano campo a l’ire inferme
Del mondo. Ei primo e sol dentro a l’arena
Scese, e nullo il seguì, chè l’ozio e ’l brutto
165Silenzio or preme a i nostri innanzi a tutto.

     Disdegnando e fremendo, immacolata
Trasse la vita intera,
E morte lo scampò dal veder peggio.
Vittorio mio, questa per te non era
170Età nè suolo. Altri anni ed altro seggio
Conviene a gli alti ingegni. Or di riposo
Paghi viviamo, e scorti
Da mediocrità: sceso il sapiente
E salita è la turba a un sol confine,
175Che ’l mondo agguaglia. O scopritor famoso,
Segui; risveglia i morti,
Poi che dormono i vivi; arma le spente
Lingue de’ prischi eroi; tanto che in fine
Questo secol di fango o vita agogni
180E sorga ad atti illustri, o si vergogni.

Note

  1. [p. 49 modifica]Di questa fama anticamente divulgata, che in Ispagna e in Portogallo, quando il sole tramontava, s’udisse a stridere di mezzo al mare a guisa che fa un carbone o un ferro rovente che sia tuffalo nell'acqua, sono da vedere il secondo libro di Cleomedea 1, il terzo di Strabonea 2, la quartadecima Satira di Giovenalea 3, il secondo libro delle Selve di Stazioa 4 e l’Epistola decimottava d’Ausonioa 5. E non tralascerò in questo proposito quello che dice Floroa 6 laddove accenna le [p. 50 modifica]prese fatte da Decimo Bruto in Portogallo: Peragratoque victor Oceani litore, non prius signa convertit, quam cadentem in maria solem, obrutumque aquis ignem, non sine quodam sacrilegii metu, et horrore, deprehendit. Vedi altresì le annotazioni degli eruditi sopra il quarantesimoquinto capo di Tacito delle Cose germaniche.,, Dall’edizione di Bologna.
    1. Circular. Doctrin. de Sublimibus, l.2, c. 1. edit. Bake, Lugd. Bat. 1820, p. 109 et seq.
    2. Amstel. 1707, p. 202 B.
    3. v. 279.
    4. Genethliae. Lucani, v. 24 et sequent.
    5. v. 2.
    6. l. 2, c. 17, sect. 12.
  2. [p. 50 modifica]Al tempo che poca o niuna contezza si aveva della rotondità della terra, e delle altre dottrine che appartengono alla cosmografia, gli uomini non sapendo quello che il sole durante la notte operasse o patisse, fecero intorno a questo particolare molte e belle immaginazioni, secondo la vivacità e la freschezza di quella fantasia, che oggidì non si può chiamare altrimenti che fanciullesca, ma che in ciascun altra età degli antichi poteva poco meno che nella puerizia. E s’alcuni s'immaginarono che il sole si spegnesse la sera e che la mattina si raccendesse, altri si persuasero che dal tramonto si posasse e dormisse fino [p. 51 modifica]all’aggiornare; e Mimnermo, poeta greco antichissimo, pone il letto del sole in un luogo della Colchide. Stesicorob 1, Antimacob 2, Eschilob 3, e lo stesso Mimnermob 4 più distintamente degli altri dice anche questo, che il sole dopo calato si pone a giacere in un letto concavo a uso di navicella, tutto d’oro, e così dormendo naviga per l’Oceano da ponente a levante. Pitea marsigliese allegato da Geminob 5 e da Cosma egizianob 6 racconta di non so quali Barbari che mostrarono a esso Pitea la stanza dove il sole, secondo loro, s’adagiava a dormire. E il Petrarca s’avvicinò a queste tali opinioni volgari in quei versib 7: Quando vede ’l pastor calare [p. 52 modifica]i raggi Del gran pianeta al nido ov’egli alberga. Siccome in questi altrib 8 seguì la sentenza di quei filosofi che per virtù di raziocinio e di congettura indovinavano gli antipodi: Ne la stagion che ’l ciel rapido inchina Verso occidente, e che ’l dì nostro vola A gente che di là forse l’aspetta. Dove quel forse, che oggi non si potrebbe dire, è notabilissimo e poetichissimo, perocché lasciava libero all’immaginazione di figurarsi a modo suo quella gente sconosciuta, o d’averla in tutto per favolosa; dal che si dee credere che, leggendo questi versi, nascessero di quelle concezioni vaghe e indeterminate, che sono effetto principalissimo ed essenzialissimo delle bellezze poetiche, anzi di tutte le maggiori bellezze del mondo.,, Dall’edizione di Bologna.
    1. ap. Athenaeum, l. 11, c. 38; ed. Schveighaeuser, tom. 4, p. 237.
    2. ap. eumd. loc. cit. p. 238.
    3. Heliad. ap. eumd. l. c.
    4. Nannone, ap. eumd. loc. cit. c. 39, p. 239.
    5. Elem. Astron. c. 5; in Petav. Uranolog. Antuerp. (Amstel.) 1703, p. 13.
    6. Topogr. christian. l. 2; ed. Montfanc. p. 149
    7. Canz. Ne la stagion che ’l ciel rapido inchina, st. 3.
    8. st. I.
  3. [p. 52 modifica]Si ha rispetto alla congiuntura della morte del Tasso accaduta in tempo che disponevano d’incoronarlo in Campidoglio. ,, Dall’edizione di Bologna.