Canti (1831)/Le ricordanze

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XX. Le ricordanze

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A Silvia Canto notturno di un pastore vagante dell'Asia
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XX.


LE RICORDANZE.



V
aghe stelle de l’Orsa, io non credea
Tornare ancor per uso a contemplarvi
Sul paterno giardino scintillanti,
5E ragionar con voi da le fenestre
Di questo albergo ove abitai fanciullo,
E de le gioie mie vidi la fine.
Quante immagini un tempo, e quante fole
Creommi nel pensier l’aspetto vostro
10E de le luci a voi compagne! allora
Che, tacito, seduto in verde zolla,
De la sera io solea passar gran parte
Mirando il cielo, ed ascoltando il canto
De la rana rimota a la campagna!
15E la lucciola errava appo le siepi
E in su l’aiuole, susurrando al vento
I viali odorati, ed i cipressi
Là ne la selva; e sotto al patrio tetto
Sonavan voci alterne, e le tranquille

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20Opre de’ servi. E che pensieri immensi,
Che dolci sogni mi spirò la vista
Di quel lontano mar, quei monti azzurri,
Che di qua scopro, e che varcare un giorno
Io mi pensava, arcani mondi, arcana
25Felicità fingendo al viver mio!
Ignaro del mio fato, e quante volte
Questa mia vita dolorosa e nuda
Volentier con la morte avrei cangiato.
     Nè mi diceva il cor che l’età verde
30Sarei dannato a consumare in questo
Natio borgo selvaggio, intra una gente
Zotica, vil; cui nomi strani, e spesso
Argomento di riso e di trastullo,
Son dottrina e saper; che m’odia e fugge,
35Per invidia non già, chè non mi tiene
Maggior di se, ma perchè tale estima
Ch’io mi tenga in cor mio, sebben di fuori
A persona giammai non ne fo segno.
Qui passo gli anni, abbandonato, occulto,
40Senz’amor, senza vita; ed aspro a forza
Tra lo stuol de’ malevoli divengo:
Qui di pietà mi spoglio e di virtudi,
E sprezzator de gli uomini mi rendo,
Per la greggia ch’ho appresso: e intanto vola

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45Il caro tempo giovanil; più caro
Che la fama e l’allòr, più che la pura
Luce del giorno, e lo spirar: ti perdo
Senza un diletto, inutilmente, in questo
Soggiorno disumano, intra gli affanni,
50O de l’arida vita unico fiore.
     Viene il vento recando il suon de l’ora
Da la torre del borgo. Era conforto
Questo suon, mi rimembra, a le mie notti,
Quando fanciullo, ne la buia stanza,
55Per assidui terrori io vigilava,
Sospirando il mattin. Qui non è cosa
Ch’io vegga o senta, onde un’immagin dentro
Non torni, e un dolce sovvenir non sorga.
Dolce per se; ma con dolor sottentra
60Il pensier del presente, un van desio
Del passato, ancor tristo, e il dire: io fui.
Quella loggia colà, volta a gli estremi
Raggi del dì; queste dipinte mura,
Quei figurati armenti, e il Sol che nasce
65Su romita campagna, a gli ozi miei
Porser mille diletti allor che al fianco
M’era, parlando, il mio possente errore
Sempre, ov’io fossi. In queste sale antiche,
Al chiaror de le nevi, intorno a queste

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70Ampie fenestre sibilando il vento,
Rimbombaro i sollazzi e le festose
Mie voci al tempo che l’acerbo, indegno
Mistero de le cose a noi si mostra
Pien di dolcezza; indelibata, intera
75Il garzoncel, come inesperto amante,
La sua vita ingannevole vagheggia,
E celeste beltà fingendo ammira.
     O speranze, speranze; ameni inganni
De la mia prima età! sempre, parlando,
80Ritorno a voi; chè per andar di tempo,
Per variar d’affetti e di pensieri,
Obbliarvi non so. Fantasmi, intendo,
Son la gloria e l’onor: diletti e beni
Mero desio: non ha la vita un frutto;
85Inutile miseria. E sebben vòti
Son gli anni miei, sebben deserto, oscuro
Il mio stato mortal, poco mi toglie
La fortuna, ben veggo. Ahi, ma qualvolta
A voi ripenso, o mie speranze antiche,
90Ed a quel caro immaginar mio primo;
Indi riguardo il viver mio sì vile
E sì dolente, e che la morte è quello
Che di cotanta speme oggi m’avanza;
Sento serrarmi il cor, sento ch’al tutto

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95Consolarmi non so del mio destino.
E quando pur questa invocata morte
Sarammi accanto, e fia venuto il fine
De la sventura mia; quando la terra
Mi fia straniera valle, e dal mio sguardo
100Fuggirà l’avvenir; di voi per certo
Risovverrammi; e quella imago ancora
Sospirar mi farà, farammi acerbo
L’esser vissuto indarno, e la dolcezza
Del dì fatal tempererà d’affanno.
     105E già nel primo giovanil tumulto
Di contenti, d’angosce e di desio,
Morte chiamai più volte, e lungamente
Mi sedetti colà su la fontana
Pensoso di cessar dentro quell’acque
110La speme e il dolor mio. Poscia, per cieco
Malor, condotto de la vita in forse,
Piansi la bella giovanezza, e il fiore
De’ miei poveri dì, che si per tempo
Cadeva: e spesso a l’ore tarde, assiso
115Sul conscio letto, dolorosamente
A la fioca lucerna poetando,
Lamentai co’ silenzi e con la notte
Il fuggitivo spirto, ed a me stesso
In sul languir cantai funereo canto.

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     120Chi rimembrar vi può senza sospiri,
O primo tempo giovanile, o giorni
Vezzosi, inenarrabili, allor quando
Al rapito mortal primieramente
Sorridon le donzelle; a gara intorno
125Ogni cosa sorride; invidia tace,
Non desta ancora ovver benigna; e quasi
(Inusitata meraviglia!) il mondo
La destra soccorrevole gli porge,
Scusa gli errori suoi, festeggia il novo
130Suo venir ne la vita, ed inchinando
Mostra che per signor l’accolga e chiami?
Fugaci giorni! a somigliar d’un lampo
Son dileguati. E qual mortale ignaro
Di sventura esser può, se a lui già scorsa
135Quella vaga stagion, se il suo buon tempo,
Se giovanezza, ahi giovanezza, è spenta?
     O Nerina! e di te forse non odo
Questi luoghi parlar? caduta forse
Dal mio pensier sei tu? Dove sei gita,
140Che qui sola di te la ricordanza
Trovo, dolcezza mia? Più non ti vede
Questa Terra natal: quella finestra,
Ond’eri usata favellarmi, e dove
Mesto riluce de le stelle il raggio,

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145È deserta. Ove sei che più non odo
La tua voce sonar, siccome un giorno,
Quando soleva ogni lontano accento
Del labbro tuo, ch’a me giungesse, il volto
Scolorarmi? Altro tempo. I giorni tuoi
150Furo, mio dolce amor. Passasti. Ad altri
Il passar per la terra oggi è sortito,
E l’abitar questi odorati colli.
Ma rapida passasti; e come un sogno
Fu la tua vita. Ivi danzando; in fronte
155La gioia ti splendea, splendea ne gli occhi
Quel confidente immaginar, quel lume
Di gioventù, quando spegneali il fato,
E giacevi. Ahi Nerina! In cor mi regna
L’antico amor. Se a feste anco talvolta,
160Se a radunanze io movo, infra me stesso
Dico: o Nerina, a radunanze, a feste
Tu non ti acconci più, tu più non movi.
Se torna maggio, e ramoscelli e suoni
Van gli amanti recando a le fanciulle,
165Dico: Nerina mia, per te non torna
Primavera giammai, non torna amore.
Ogni giorno sereno, ogni fiorita
Piaggia ch’io miro, ogni goder ch’io sento,
Dico: Nerina or più non gode; i campi,

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170L’aria non mira. Ahi tu passasti, eterno
Sospiro mio: passasti: e fia compagna
D’ogni mio vago immaginar, di tutti
I miei teneri sensi, i tristi e cari
Moti del cor, la rimembranza acerba.