Canti della guerra latina/Ode alla nazione serba

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Ode alla nazione serba

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Tre salmi per i nostri morti Preghiere dell'avvento


I

 
Qual è questo grido iterato
che lacera il grembo dei monti?
Qual è questo anelito grande
che scrolla le selve selvagge,
5affanna la lena dei freddi
fiumi, gonfia l’ansia dei fonti?
O Serbia di Stefano sire,
o regno di Lazaro santo,
cruore dei nove figliuoli
10di Giugo, di Mìliza pianto,
lo sai: hanno ricrocifisso
il Cristo dell’imperatore
Dusciano ad ogni albero ignudo
delle tue selve, ad ogni sasso
15ignudo dell’alpe tua fosca,
gli han franto i piedi e i ginocchi
a colpi di calcio, trafitto
con la baionetta il costato,
rempiuto non d’acida posca
20la sacra bocca ma di bile
rappresa e di sangue accagliato.


II

 
Il boia d’Asburgo, l’antico
uccisor d’infermi e d’inermi,
il mutilator di fanciulli
25e di femmine, l’impudico
vecchiardo cui pascono i vermi
già entro le nari e già cola
dal ciglio e dal mento la marcia
anima in cispa ed in bava,
30il traballante fuggiasco
che s’ebbe nel dosso il tuo ferro
a Pròstruga, a Vàlievo, a Guco,
e l’acqua ingozzò della Drina
fangosa cercando il suo guado
35e forte spingò nella Sava,
mentre l’ardir dell’aiduco
Vèlico rideva nell’aspro
vento come contro al visire
in Negòtino e le tue squille
40squillavano a Cristo e il tuo monte
di Bànovo Berdo tonava
sopra la tua bianca Belgrado;


III

 
O Serbia, lo squallido boia
per far di vergogna vendetta
45e per boccheggiare nel sangue
prima che la lingua s’annodi,
per comunicare nel sangue
prima che la lingua s’annodi,
per anco leccar salso sangue
50prima dell’eterno digiuno,
per compiere senza rimorso
la lunga sua vita terrena,
imperator di pie frodi
e re di fedele catena,
55con alfine un’ultima stretta
di laccio, con una suprema
strangolazione, al soccorso
chiama i manigoldi bracati
contro te, cinquanta contr’uno
60che in gola ti caccino il cappio
corsoio. "O Serbia di Marco,
dove son dunque i tuoi pennati
busdòvani? Non t’ode alcuno?"


IV

 
Sì, gente di Marco, fa cuore!
65Fa cuore di ferro, fa cuore
d’acciaro alla sorte! Spezzata
in due tu sei; sei tagliata
pel mezzo, partita in due tronchi
cruenti, come l’aiduco
70Vèlico su la sua torre
percossa. Di lui ti sovviene?
Rotto fu pel mezzo del ventre,
e cadde. Il grande torace
dall’anguinaia diviso
75cadde, palpitò nella pozza
fumante. Giacquero le cosce
erculee del cavaliere
a tanaglia; giacquero in terra,
si votarono. E nel fragore
80della gorga grido si ruppe:
"Tieni duro!" Fiele dal fesso
fegato grondò. "Tieni duro,
Serbo!" Dalle viscere calde
tal rugghio scoppiò: "Tieni duro!»"


V

 
85Tal rugghio la Vila raccolse.
Tutte le tue Vile di monte,
tutte le tue Vile di ripa
raccolsero il ferreo comando;
e tu ’l riudisti pur ieri.
90L’ode la terra tegnente:
non verdeggerà per tre anni.
L’ode su la nuvola il cielo:
non stillerà per tre anni
rugiada. Che monta, o guerrieri?
95Il capo del Santo di Serbia,
il teschio di Lazaro splende
non nella Sìniza sola
ma in ogni fiumana. Ecco, ringhia
il grande pezzato cavallo
100di Marco, e si sveglia l’eroe
squassando i capelli suoi neri.
Re Stefano vien di Prisrenda;
sorge dalla Màriza cupa
Vucàssino; s’alzano a stormo
105da Còssovo i nove sparvieri


VI

 
E grida la candida Vila
dal crine del Rùdnico monte,
sopra la Iacèniza lene;
grida e chiama in Tòpola Giorgio
110che ristà poggiato all’aratro.
"Or dove sei, Pètrovic Giorgio?
Qual fumido vino ti tiene?
Qual t’occupa sogno? Non m’odi?
Dove sei, buio bifolco?
115Dove sono i tuoi voivodi?
Dov’è il voivoda Milosio?
Giàcopo e il calogero Luca?
e Zìngiaco? e Chiurchia? e Milenco
della Morava? A simposio
120seggono? Ucciso hanno il giovenco
e trinciano, e cantano lodi?
Beono alla gloria di Cristo
che li aiuti? beono in giro?
E sul buccellato di farro
125scritto è tuttavia: Cristo vince.
Ma non v’è quartiere pei prodi.


VII

 
Bulica il sangue dei prodi
al cavallo insino alla staffa,
insino alla staffa e allo sprone.
130Diguazza il fante nel sangue
insino all’inguine e all’anca;
v’affoga, se v’entra carpone.
Le donne rivoltano i morti
pel bulicame, né sanno
135figlio ravvisare o germano.
Son tutti un rossore, una piaga
tutti, come al campo del conte
i maschi di Giugo Bogdano.
Più corpi enfii che scerpate
140radiche porta il Danubio
né sa a qual riva deporre;
rigurgita il Vàrdari ai groppi;
la Sava è una vena svenata
che gorgoglia giù per le forre;
145è schiuma del Tìmaco a sera
canizie che galla; e la Drina
veloce è un carnaio che corre.


VIII

 
Su, Giorgio di Pietro, bovaro
di Tòpola, su, guardiano
150di porci, riscuotiti e chiama!
Prenditi al tuo fianco i tuoi fidi;
Ianco il savio e Vasso il furente.
Prenditi con teco gli aiduchi
che danzano sopra le vette
155degli aceri. Vèlico, or ecco,
all’anguinaia il torace
rappicca come prima era,
e dentrovi il fegato ardente.
Su, su, porcaro di Dio!
160Il turbo di Mìsara, or ecco,
pei gioghi della Sumàdia
raggira l’antica vittoria,
sparpaglia la nova semente.
Altre mandrie tu caccerai
165dinanzi a te, altri branchi
più irti, altro bestiame
più tetro, altro sagginato
coiame, altra sordida gente.


IX

 
Sovvienti? Diceano i padri
170un tempo, sedendo a convito:
’Ve’ porco di Bulgaro nero
che tutt’oggi dietro ci tenne
pel tozzo e ’l bicchiere di vino
e per un lacchezzo d’agnello!’
175Non per tozzo il Bulgaro nero
e né per gocciol di vino
e né per minuzzo di carne,
ma per tutto prendere alfine,
per tutto a te prendere alfine,
180per tutto a te togliere alfine,
la terra il nome il soffio il bianco
degli occhi lo stampo dell’uomo,
per questo il Bulgaro nero
dietro ti venne, alle spalle
185ti dà, alle reni t’agghiada.
Tre n’hai, e col Bulgaro nero:
fanno tre viltà una forza.
Ma guarditi il fegato secco
Dio, o macellatore di porci.


X

 
190Pigliaron Semendria la regia,
pigliarono, ed anche la bianca
città, Belgrado la regia,
in una geenna di fiamme:
dal Lìparo al Vràciaro grande,
195fornace fu ogni collina.
Pigliarono Lùciza, ed anche
Sclèvene pigliarono, e l’una
e l’altra colmaron di mosto,
di lúgubre mosto, due tina.
200Iplana rempieron di vegli
senz’occhi, di femmine senza
mammelle, di monchi fanciulli
carponi a leccar la farina.
E di Sòpota la meschina
205ei fecero lor beccheria
trinciandovi la battezzata
carne (o Battista!), e l’altare
lor tavola fu sanguinente:
strapparono al prete la lingua
210con sópravi l’ostia vivente.


XI

 
Ma ben di Verciòrova scorse
il Rùmio dagli occhi di druda,
dal viso di cera dipinto,
gallare nel freddo Danubio
215i Lurchi enfii, rivoltolarsi
a mille pel grigio Danubio
fra Rame Dubràviza i morti,
fra Sip e Tèchia gli uccisi
sotto la montagna di Tèchia
220crosciante qual torcia di ragia,
a grappoli i corpi dei Lurchi.
Non Lipa è villata che mangi:
è mucchio che pute. Non colle
che frutti è Trivùnovo: è mucchio
225che vèrmina. Vrànovo è mensa
di corbi e Vuiàn d’avvoltoi.
O razza di Cràlievic Marco,
l’usura tu fai con la strage!
Sotto Orsova, dove il mal fiume
230s’insacca, ora Bulgari e Lurchi
si giungono, stèrcora e fecce.


XII

 
Sì, presero i valichi e i passi,
li presero; e noi i nostri guati
tegnamo. Sì, Uzice e Ràlia,
235presero, e Strùmiza e Vrània,
e Cràlievo presero, e Lacle,
villate e città, mura e ripe;
ma dove più ossa che selci,
più teschi che ciottoli dove
240lasciarono? Presero e Nissa
l’antica, vestita a gramaglia,
oité, santa Serbia, di neri
drappi vestita le case
dolenti ove suda il contagio
245e l’odore vieta la porta.
Presero e Scòplia l’antica
(oité, santa Serbia, fa pianto),
la casa che in prima all’Iddio
tuo edificasti con pietre,
250e quivi la rocca, la guardia
dell’imperatore Dusciano.
O Serbia, in ginocchio fa pianto.


XIII

 
Poi rìzzati e balza e riprendi
la chiesa e la rocca, l’altare
255e il mastio, l’impero e la sorte.
Il verde Vàrdari tingi
come la Nìssava a Vlasca,
colora il Vàrdari come
lo stagno di Vlàsina fatto
260già bulgaro brago di morte.
Ma il Tìmaco, o gente di Giorgio
che scannò il suo padre con sacra
mano perché servo non fosse,
il Tìmaco tingi in eterno,
265in eternità dell’infamia,
dalla sorgente alla foce
e insino alla melma profonda,
per le tue donne calcate
dallo stupro contro la sponda,
270pei pargoli tuoi palleggiati
e scagliati come da fionda,
per chi teda fu, per chi arso
fu fiaccola furibonda.


XIV

 
Tronco s’ebbe Lazaro il capo
275nel piano di Còssovo, e perso
fu il regno, fu spenta la gloria.
Da Scòplia il Bulgaro nero
al piano di Còssovo sfanga
fiutando l’ontosa vittoria.
280Tieni duro, Serbo! Odi il rugghio
di Vèlico che si rappicca
e possa rifà. Tieni duro!
Se pane non hai, odio mangia;
se vino non hai, odio bevi;
285se odio sol hai, va sicuro.
Non erbe coglie nel monte
la Vila, non radiche pesta,
per le piaghe a te medicare.
Non a ferita combatti,
290a morte sì, per l’altare
combatti e pel focolare.
Se caschi in ginocchio, ti levi;
se piombi riverso, e ti levi;
se prono, e ti levi a lottare."


XV

 
295Così parla al sangue la Vila
dal crine del monte, la Vila
così stride e chiama a battaglia.
O Serbia, fa cuore! T’è l’odio
osso del dosso, armamento
300t’è l’odio e t’è vittuaglia.
A Còciana ancor si combatte
e si combatte a Piròte;
a Tètovo è lungo macello,
e a Babuna tra le due vette.
305A Ràzana i tuoi cavalieri,
al passo d’Isvòre i tuoi fanti,
a Glava le donne tue scarne
con le coltella e le accette.
Le madri combattono in frotta
310col pargolo al seno e lo schioppo
alla gota, o dritte su i carri
tirati dai bufali torvi
le gravide, o in sella con due
pistole come la grande
315Ljùbiza, ghiottume di corvi.


XVI

 
Qual è questo riso che scoppia
come manrovescio potente?
È il riso di Vèlico aiduco
dalla dentatura d’alano.
320Che vede egli? un Bulgaro nero
perdere i suoi trenta dinari?
un Lurco basire, calando
le brache e levando la mano?
il pennacchin tirolese
325del boia longevo che crocchia
e affoga nel flusso senile?
o il tronfio Amuratte alemanno,
soldano d’eunuchi cinghiati,
trar la scimitarra scurrile?
330Che vede di turpe e di vile
lo schernitore, che vede?
Ve’ ve’ bagascion di corona,
ve’ bardassa in Cesare vòlto,
di unguenti asiatici liscio
335che piglia da Cesare Giulio
il letto di re Nicomede!


XVII

 
Tastalo con le tue dure
mani, questo sacco di dolo
e di adipe, o Vèlico, questo
340sacco di lardo e di fardo.
Cesare dei Bulgari neri,
come Simeone, è costui,
come Caloiàn di Preslavia,
è questo Coburgo bastardo?
345Tu che metter suoli la lama
tra i denti, aiduco, se vuoi
aver la pistola nel pugno,
tu tagliami questo codardo
con la squarcina del fiso,
350tagliuzzalo come lombata,
condiscilo poi con zibetto,
con cinnamo e con spicanardo.
Lo manderai così concio
alle meretrici di Scòplia.
355E che il tuo scherno s’appigli,
che il tuo riso crepiti e scrosci
ai tuoi come un fuoco gagliardo!


XVIII

 
O Serbia, che avesti regina
di grazia Anna Dandolo e desti
360del ceppo regale di Orosia
a un Buondelmonte la sposa,
odi: la Vittoria è latina,
ed ella è promessa al domani.
è una pura vergine bianca
365(non è la tua Vila a lei pari)
più lieve della tua Vila
selvaggia che col piè nudo,
in vista dell’oste schierata,
danzò su le lance dei bani.
370Diceano intanto gli araldi
in Prìlipa a Marco: "O signore,
contendono i re, dell’impero.
A chi sia l’impero e’ non sanno.
Ti chiaman di Còssovo al piano
375che tu dica a chi sia l’impero".
Un grida: "Al Latino è l’impero.
Per forza a lui viene l’impero.
Roma a lui commise l’impero".


XIX

 
Lode all’uno, grazie al verace!
380In Còssovo teco i Latini
combatteranno domani
sotto il gonfalone crociato,
mentre il Lurco "A me è l’impero"
grugna "ché la forza s’alterna".
385Sarà coi Latini domani
la grande lor vergine bianca.
Già misto il lor sangue col tuo
ebbero a Valàndovo, sacre
primizie. Ora Vèlese è rossa
390di quelle, e vermiglia è la Cerna.
Tra le corna sta di Babuna
la pertinacia non rotta
e in Prilipa avvampa la fede.
O Rumio dagli occhi di druda,
395a che musi verso la steppa,
bilenco tra rischio e mercede?
E tu, vil Grecastro inlurchito
che palpi le sucide dramme,
non odi il cannone di Dede?


XX

 
400O falso Dace, che vanti
la gloria del nome latino
e non pur sei degno del nome
barbarico ch’era tremendo
né mondo pur sei della lebbra
405d’Asia che tuttora ti squamma,
or quando entrerai nella lite?
Quando la Colonna traiana,
di pietra fattasi fiamma,
t’andrà camminando dinanzi
410come la Colonna divina
in Etam dinanzi ai figliuoli
d’Israele verso il deserto
lenito e per l’acque spartite?
Ma tu, o Greculo, merca.
415Da tempo son morti i tuoi clefti.
Si leva di giù Bucovalla
e sputa su te dal carnaio.
Venditi. Non già ti compriamo,
non per una sucida dramma.
420Ma ti pagheremo d’acciaio.


XXI

 
È tempo, è tempo. La notte
precipita. Sta sopra tutti
la legge di ferro e di fuoco;
e questo è il supremo cimento.
425Prudenza è vergogna, disfatta
il dubbio, delitto il riposo,
viltà ogni vana parola,
e l’indugio è già perdimento.
Popolo d’Italia, sii schiera
430appuntata a guisa di conio,
schiera di tre canti romana,
che cozza scinde e s’incugna.
Popolo d’Italia, sii chiusa
falange, con fronte ristretta,
435fasciata d’ardore, scagliata
come un sol vivo alla pugna.
Popolo d’Italia, sii come
la forza dell’aquila regia
che batte con l’ala, col rostro
440dilania, ghermisce con l’ugna.
 
E v’è uno Iddio: l’Iddio nostro.

16 novembre 1915.