Canzoni (1824)/Ad Angelo Mai quand'ebbe trovato i libri di Cicerone della Repubblica

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III. Ad Angelo Mai quand'ebbe trovato i libri di Cicerone della Repubblica

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III. Ad Angelo Mai quand'ebbe trovato i libri di Cicerone della Repubblica
Lettera al Conte Leonardo Trissino Nelle nozze della sorella Paolina
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AD ANGELO MAI

QUAND’EBBE TROVATO I LIBRI

DI CICERONE

DELLA REPUBBLICA


        Italo ardito, a che già mai non pósi
Di svegliar da le tombe
I nostri padri? e a favellar gli meni
A questo secol morto al quale incombe
5Tanta nebbia di tedio? E come or vieni
Sì forte a’ nostri orecchi e sì frequente,
Voce antica de’ nostri
Muta sì lunga etade? e perchè tanti
Risorgimenti? In un balen feconde
10Venner le carte; e a la stagion presente
I polverosi chiostri
Serbaro intatti i generosi e santi
Detti de gli avi. E che valor t’infonde,
Italo egregio, il fato? O con l’umano
15Valor contrasta il duro fato invano?

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        Certo senza de’ numi alto consiglio
Non è ch’ove più lento
E grave è ’l nostro disperato obblio,
A percoter ne rieda ogni momento
20Novo grido de’ padri. Ancora è pio
Dunque a l’Italia il Cielo; anco si cura
Di noi qualche immortale:
Chè dov’è questa o nessun’altra poi.
L’ora da ripor mano a la virtude
25Rugginosa de l’itala natura,
Tanto e sì strano e tale
È ’l clamor de’ sepolti, e de gli eroi
Dimenticati il nome si dischiude,
O patria o patria, anco in età sì tarda
30Chiedendo se ti giovi esser codarda.

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        Noi miseri la speme aurea non fugge,
O gloriosi? in tutto
Non siam periti? A voi certo il futuro
Non velano i destini: altro che lutto
35Sdegnano i sensi miei, chè torbo e scuro
M’è l’avvenire, e tutto quanto io scerno
È tal che sogno e fola
Fa parer la speranza. Anime prodi,
A i tetti vostri inonorata, immonda
40Plebe successe; al vostro sangue è scherno
E d’opra e di parola
Ogni valor; di vostre inclite lodi
Tace l’itala riva; egro circonda
Ozio le tombe vostre, e di viltade
45Siam fatti esempio a la futura etade.

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        Bennato ingegno, or quando altrui non cale
De’ nostri alti parenti,
A te ne caglia, a te cui fato aspira
Benigno sì che per tua man presenti
50Paion que’ giorni allor che da la dira
Obblivíone antica ergean la chioma,
Con gli studi sepolti,
I vetusti Divini a cui Natura
Parlò nè disvelossi, onde i riposi
55Magnanimi allegràr d’Atene e Roma.
Oh tempi oh tempi avvolti
In sonno eterno. Allora anco immatura
La ruina d’Italia, anco sdegnosi
Eravam d’ozio turpe, e l’aere a volo
60Una favilla ergea da questo suolo.

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        Eran calde le tue ceneri sante,
Non domito nemico
De la fortuna, al cui sdegno e dolore
Fu più l’Averno che la terra amico.
65L’Averno: e qual non è parte migliore
Di questa nostra? E le tue dolci corde
Tremolavano ancora
Dal tocco di tua destra o sfortunato
Amante. Ahi dal dolor comincia e nasce
70L’italo canto. E pur mèn grava e morde
Il mal che n’addolora
Del tedio che n’affoga. Oh te beato
A cui fu vita il pianto. A noi le fasce
Cinse il fastidio; a noi presso la culla
75Immoto siede, e su la tomba, il nulla.

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        Ma tua vita era allor con gli astri e ’l mare,
Ligure ardita prole,
Quand’oltre a le colonne ed oltre a i liti
Cui strider parve in seno a l’onda il sole,
80Novo di prore incarco a gl’infiniti
Flutti commesso, ritrovasti il raggio
Del Sol caduto, e ’l giorno
Che nasce allor ch’a i nostri è giunto al fondo;
E vinto di Natura ogni contrasto,
85Ignota immensa terra al tuo viaggio
Fu gloria e del ritorno
A i rischi. Ahi ahi, ma conosciuto il mondo
Non cresce, anzi si scema, e assai più vasto
L’etra sonante e l’alma terra e ’l mare
90Al fanciullin, che non al saggio, appare.

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        Nostri beati sogni ove son giti
De l’ignoto ricetto
D’ignoti abitatori, o del diurno
De gli astri albergo, e del rimoto letto
95De la giovane Aurora, e del notturno
Occulto sonno del maggior pianeta?
Ecco svaniro a un punto,
E figurato è ’l mondo in breve carta;
Ecco tutto è simile, e ritrovando,
100Solo il nulla s’accresce. A noi ti vieta
Il vero appena è giunto,
O caro immaginar; da te s’apparta
Nostra mente in eterno; a l’ammirando
Poter tuo primo ne sottraggon gli anni,
105E il conforto perì de’ nostri affanni.

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        Nascevi a’ dolci sogni intanto, e ’l primo
Sole splendeati in vista,
Cantor vago de l’arme e de gli amori
Che in età de la nostra assai men trista
110Empièr la vita di felici errori:
Nova speme d’Italia. O torri o celle
O donne o cavalieri
O giardini o palagi, a voi pensando
In mille vane amenità si perde
115L’ingegno mio. Di vanità, di belle
Fole e strani pensieri
Si componea l’umana vita: in bando
Gli cacciammo: or che resta? or poi che ’l verde
È spogliato a le cose? il certo e solo
120Veder che tutto è vano altro che ’l duolo.

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        O Torquato o Torquato, a noi promesso
Eri tu allora; il pianto
A te, non altro, prometteva il Cielo.
O misero Torquato; il dolce canto
125Non valse a consolarti o a sciorre il gelo
Onde l’alma t’avean, ch’era sì calda,
Cinta l’odio e l’immondo
Livor privato e de’ tiranni. Amore,
Amor, di nostra vita ultimo inganno,
130T’abbandonava. Ombra reale e salda
Ti parve il nulla, e ’l mondo
Inabitata piaggia. Al tardo onore
Non sorser gli occhi tuoi; mercè, non danno,
L’estrema ora ti fu. Morte domanda
135Chi nostro mal conobbe, e non ghirlanda.

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        Torna torna fra noi, sorgi dal muto
E sconsolato avello,
Se d’angoscia se’ vago, o miserando
Esemplo di sciaura. Assai da quello,
140Che ti parve sì mesto e sì nefando,
È peggiorato il viver nostro. O caro,
Chi ti compiangeria,
Se, fuor che di se stesso, altri non cura?
Chi stolto non direbbe il tuo mortale
145Affanno anche oggidì, se ’l grande e ’l raro
Ha nome di follia;
Nè livor più, ma ben di lui più dura
La noncuranza avviene a i sommi? o quale,
Se più de’ carmi, il computar s’ascolta,
150Ti appresterebbe il lauro un’altra volta?

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        Da te fino a quest’ora uom non è sorto
(O sventurato ingegno),
Pari a l’italo nome, altro ch’un solo,
Solo di sua codarda etate indegno
155Allobrogo feroce, a cui dal polo
Disusata virtù, non da la mia
Stanca ed arida terra,
Scese nel core, onde privato, inerme
(Memorando ardimento) in su la scena
160Mosse guerra a’ tiranni: almen si dia
Questa misera guerra
E questo vano campo a l’ire inferme
Del mondo. Ei primo e sol dentro a l’arena
Scese, e nullo il seguì, che l’ozio e ’l brutto
165Silenzio or preme a i nostri innanzi a tutto.

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        Disdegnando e fremendo, immacolata
Trasse la vita intera,
E morte lo scampò dal veder peggio.
Vittorio mio, questa per te non era
170Età nè suolo. Altri anni ed altro seggio
Convien a gli alti ingegni. Or di riposo
Paghi viviamo, e scorti
Da mediocrità: sceso il sapiente
E salita è la turba a un sol confine,
175Che ’l mondo agguaglia. O scopritor famoso,
Segui; risveglia i morti,
Poi che dormono i vivi; arma le spente
Lingue de’ prischi eroi; tanto che in fine
Questo secol di fango o vita agogni
180E sorga ad atti illustri, o si vergogni.