Carina di Nole

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Giovanni Prati

Olindo Malagodi 1843 Indice:Prati, Giovanni – Poesie varie, Vol. II, 1916 – BEIC 1901920.djvu ballate Carina di Nole Intestazione 21 luglio 2020 25% Da definire

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A mia figlia Il ponte di Lanzo (Pont del Roch)
Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della raccolta Dalle 'Ballate alla figlia'
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II

CARINA DI NOLE

Al rezzo dei frassini
ombranti la china,
disciolta sull’ómero
la treccia corvina,
5con queste parole,
nell’ore piú sole,
si sfoga la povera
Carina di Noie.
— Pianeti, ascoltatemi.
10La madre mi è morta;
mio padre sui cardini
fe’ strider la porta,
e usci muto muto,
non diemmi un saluto:
15lo fanno in America,
né piú l’ho veduto.

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Un perfido numero
tirò l’amor mio.
Le trombe squillarono,
20e andato è con Dio.
Dal duol semiviva,
pregai che mi scriva,
e attendo una lettera
che mai non arriva.
25Di biade e di pampini
fioria cosi bello:
cascata è la grandine
sul mio campicello.
Dell’erbe piú grame
30or bolle il mio rame,
e forse m’immagino
che il verno avrò fame.
La zolla piú sterile,
o rondine amica,
35germoglia per pascerti
un’erba e una spica.
Nell’aere lanciata
volante beata,
io pure una rondine
40perché non son nata?
Ché almen sovra Pagi li
mie piume vorrei
le stelle commovere
co’ gemiti miei.
45Poi teco volare
sui campi e sul mare,
mio padre e quel tenero
mio Sandro a cercare.

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Ma qui, sotto il rigido
50flagel dei bisogni,
col cor che s’abbevera
di tosco e di sogni,
indarno promessa,
sperduta ed oppressa,
55nei cenci dell’orfana,
che far di me stessa?
Ben posso racchiudermi
tra sacre pareti,
ma troppo mi piacciono
60quest’aure e i pianeti ;
e in chiostre di gelo,
traverso ad un velo,
che giovano i zeffiri
e gli astri del cielo?
65Ah! il meglio sarebbero
due ceri e una cassa.
Nei di delle lacrime
felice chi passa !
O Morte, o mia bella,
70mia dolce sorella,
deh ! vieni a far vedova
la stanca mia cella.
Ma pommi nel fèretro
quel fior d’oleandro,
75che pria di partirsene
m’ha dato il mio Sandro.
Piú cheti si muore
col fior dell’amore,
che, tristo, ma vergine,
80ci dorma sul core. —

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Al rezzo de’ frassini
ombranti la china,
disciolta sull’ómero
la treccia corvina,
85con queste parole
nell’ore piú sole
si sfoga la povera
Carina di Noie.
Un di sui vestiboli
90del tristo abituro
comparve alla giovane
un angelo oscuro.
Dall’atre pupille,
indarno tranquille,
95tra il fumo scoppiavano
maligne scintille.
— I! padre tuo cupido
coll’ór si trastulla,
né piú ti rimemora,
100deserta fanciulla.
L’amante tuo vago
scordò la tua imago,
siccome una nuvola
che passa nel lago.
i°5 Il Dio, che tu supplichi,
ormai ti prepara
ghirlande di triboli
al capo e alla bara.
Fanciulla, rinnega
i l u lá ti 1 uá congrega.
Mutato è il tuo vivere,
se meco fai lega.

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Sull ’ali del turbine
verrai, pellegrina;
115di cento metropoli
ti faccio regina.
Marchesi e baroni
vedrai ginocchioni,
al piè deponendoti
120le spade e i blasoni.
Fien cedri del Libano
le travi del tetto,
smeraldi e crisòliti
le borchie del letto,
125di porfido intesti
gli strati che pesti,
di bisso e di porpora
le bende e le vesti.
Ti dono uno strascico
130di schiave e donzelli,
quadrighe ed alipedi,
foreste e castelli;
poi verga di maga,
che tosto t’appaga
135di quanto desideri,
se d’altro sei vaga. —
Ciò detto, mandavano
sorrisi inameni
le labbra del dèmone,
140e gli occhi baleni. .
Poi l’orma sua tetra,
picchiando la pietra,
schizzava una livida
fiammella per l’etra.

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145Mozzata in un gemito
le cadde la voce.
Ma, chiuse le pálpebre,
fe’ un segno di croce;
e l’angelo stolto,
150sbattendosi il volto
coll’ali di folgore,
fu in fumo disciolto.
Ma il fiero spettacolo
die’ un crollo alla vita.
155Carina da sibili
notturni è atterrita.
Le corron sui vetri
gran file di spetri ;
nei fusti degli alberi
160paventa ferètri.
Col vecchio martirio
la nova paura
scompose la fragile
celeste figura,
165che parve tra breve
un’ombra di neve,
che presto disperdere
nell’aria si deve.
E infatti, sul vespero
170d’un giorno di maggio,
s’accorse che tacito
veniva il passaggio,
e il capo depose
fra un cespo di rose,
175e. come un fantasima,
il sol le si ascose.

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Di lá dall’ocèano
quel padre è tornato,
e indarno all’esanime
180la fossa ha baciato.
Di sé si martira,
la chiama e sospira;
ma l’urne non s’aprono
che al giorno dell’ira.
185Sognando i suoi talami,
rivien dalla guerra
l’amante, e lo aspettano
due zolle di terra.
Due zolle soltanto
190son cóltrice e manto
al viso dell’angelo
disfatto nel pianto.
Ma sovra quel cumulo
d’erbette innocenti
195soavi susurrano
le penne dei venti.
Sovr’esso la luna
piú mesta s’imbruna
qual madre che vigili,
200piangendo, a una cuna.
La notte, fra i margini
di via Chialamberto,
con fresche campánule
sul crine per serto,
205spezzato il riposo
del tumulo erboso,
si leva quell’anima,
chiamando lo sposo.

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— Sui lembi dell’aere
210con piume al cappello,
passata è rimaglile
di Sandro mio bello.
O Sandro, t’alTretta
sul cor che t’aspetta.
215Di nozze favellami:
son troppo soletta. —
Ma a lei non rispondono
die l’onda che strepe,
e l’aura che vagola
220fra i salci e la siepe.
— Ah! il tempo c tremendo,
se indarno t’attendo. —
E al verde suo fèretro
ritorna piangendo.
225E il nembo ve! turbini
o il ciel ve lo piova,
a mane sui cespiti
un fior si ritrova.
E il tutto indovina
230chi lá s’avvicina,
e pallido mormora:
— Qui dorme Carina. —