Carlo Darwin/I

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I.

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Introduzione II


Carlo Roberto Darwin nacque il 12 febbraio 1809 a Shrewsbury, città capoluogo della Contea di Shrop, sulle rive fertili e verdeggianti della Saverna. Condizioni speciali di famiglia gli agevolarono fin dalla nascita e durante l’età delle più durature impressioni lo sviluppo di una intelligenza elevata e di un carattere superiore. Suo padre fu il Dr. Roberto Waring Darwin, medico dotato d’uno spirito rarissimo di osservazione, distinto scienziato e membro della Società Reale; sua madre apparteneva alla famiglia di Giosia Wedgwood; suo nonno, il celebre Dr. Erasmo Darwin, membro della Società Reale, è conosciuto come poeta, zoologo, chimico e filosofo sommo, e come autore di quelle opere profonde e popolarissime che sono la Zoonomia ed il Giardino Botanico. E certo anche malgrado la grande sua modestia deve il Darwin avere involontariamente pensato a se stesso, quando a proposito della trasmissione gentilizia dei caratteri scriveva che il genio, pel quale si richiede un così meraviglioso complesso di alte facoltà, tende ad essere ereditato1.

Allevato alla scuola di grammatica della sua città natale, che contava allora fra i migliori collegi d’Inghilterra, il Darwin all’età di 16 anni andò all’Università di Edimburgo (1825) e vi studiò due anni, durante i quali, sebbene non ancora diciottenne, lesse in una Società di naturalisti (Plinian Society) due brevi lavori relativi ad argomenti di storia naturale. È giusto tener conto di questa rara precocità d’ingegno, poiché fin d’allora il giovane studente dava prova di quel finissimo spirito d’osservazione, che doveva poi rifulgere quale merito splendidissimo delle sue ricerche ulteriori. Nel 1828 passò dall’Università di Edimburgo al Collegio di Cristo (Christ College) di Cambridge e vi ottenne nel 1831 il diploma abbastanza umile di baccelliere in arti. Ma il Darwin non dava allora e non diede mai alcun valore ai titoli accademici, e poiché il ricco censo glielo permetteva, appena liberato dalle pastoie delle scuole, concepì il vivissimo desiderio di studiare direttamente e da solo, senza guida di maestri, gli splendidi e insieme profondi problemi che la natura lasciava immaginare al suo giovanile entusiasmo di scienziato. A questo studio indipendente e spontaneo della storia naturale egli s’era venuto abituando fin dall’adolescenza, raccogliendo oggetti svariatissimi dei tre regni, ed esercitandosi con molta passione nella caccia, che gli permetteva di osservare gli istinti e le abitudini degli animali.

Si preparava in quei mesi la spedizione della cannoniera Beagle, la quale sotto il comando del capitano Fitzroy doveva cercare di conoscere in tutti i suoi particolari geografici l’estremità meridionale del Continente americano, esplorare alcuni punti importanti del mare del Sud, e risolvere anche taluni problemi scientifici e non poche questioni pratiche relative alla navigazione di quelle plaghe tempestose. Carlo Darwin, nel quale la lettura delle opere dell’Humboldt aveva fatto nascere anche un grande desiderio di viaggiare, si proferse, appena laureato, per l’ufficio di naturalista di bordo: rifiutava ogni stipendio e si obbligava a sostenere del proprio una parte non indifferente delle spese, purché lo si lasciasse padrone di tutte le collezioni geologiche, botaniche e zoologiche, che egli avrebbe messe assieme durante il viaggio. Raccomandato caldamente dal Dr. Henslow, suo professore di botanica a Cambridge, egli poté vedere appagato il suo desiderio, e addì 27 dicembre 1831 col capitano Fitzroy salpava dalle sponde dell’Atlantico.

Il viaggio della Beagle durò quasi cinque anni, e resterà memorabile negli annali del pensiero umano per l’influenza che esercitò sulle convinzioni scientifiche del Darwin e per l’indirizzo che esso diede ai suoi studii. Conviene infatti ritornare indietro di mezzo secolo per comprendere in quale stato d’animo il giovane naturalista intraprendeva quella lunga escursione nei mari e nelle regioni dell’America australe, e con quali dubbii sulla natura delle specie organizzate egli fosse uscito dall’aule universitarie. Non erano ancora scorsi due anni da quella memorabile discussione tenuta nel solenne recinto dell’Accademia francese, a proposito dell’origine delle specie, tra il Cuvier e il Geoffroy-Saint-Hilaire; il primo parlando a nome della scuola classica ed ortodossa in favore della immutabilità e fissità delle specie, il secondo a nome del libero pensiero e a difesa del Lamarck in appoggio alla dottrina della loro variabilità e trasformazione. Quella lotta titanica, in cui erano impegnate le sorti di tutta la filosofia, aveva occupato l’Europa scientifica; e si sa che il Goethe, sebbene ottuagenario, si era commosso assai più alla lettura dei discorsi dei due celebri accademici che alla notizia delle prime avvisaglie della rivoluzione del luglio. Dal 22 febbraio al 19 luglio del 1830 le sale sempre serene e pacate dell’Istituto francese avevano assistito al nuovo spettacolo d’una discussione accanita, talora anche troppo accalorata, tra i rappresentanti delle due scuole. Il Geoffroy-Saint-Hilaire, riprendendo le tradizioni del Lamarck, e difendendo risolutamente la teoria dell’evoluzione naturale, affermava la variabilità delle specie, la loro origine comune da uno stipite unico, l’unità dell’organizzazione ossia l’unità del piano di struttura di tutto il regno animale. Il Cuvier invece, cui era dovuta in gran parte l’ortodossa ipotesi delle rivoluzioni del globo, negava codesta unità di piano e sosteneva il concetto teleologico e dualistico della natura, l’invariabilità delle specie, e la creazione indipendente di tutte le forme animali e vegetali. La vittoria fu allora guadagnata dall’ortodossismo e parve fosse il trionfo della scienza seria sulla scienza di immaginazione: ma chi vinse fu soltanto il più gretto empirismo, giacché se riesciva in quei tempi difficile al Geoffroy di recare le prove minute del concetto sintetico e per dir così storico che domina nel trasformismo, era altrettanto facile al Cuvier di citare numerosi fatti di osservazione empirica, nei quali pare oggi ai naturalisti superficiali, e pareva anche più allora, provata la fissità della specie. E per trenta anni, cioè fino alla pubblicazione del libro del Darwin sull’origine delle specie, la scienza fu, come ben nota l’Haeckel, condannata al metodo puramente empirico, ed in quanto alle scienze naturali, alla sistematica classificazione delle forme.

Noi non sappiamo se il Darwin partisse d’Europa con opinioni ben ferme intorno all’origine delle specie, o per dir meglio intorno alle cause delle differenze caratteristiche fra i varii gruppi di esseri viventi. Pochi giorni prima di morire egli scriveva allo Zacharias, direttore del Gegenwart, una lettera in cui narrava che nell’intraprendere il suo viaggio credeva ancora all’unità della specie, sebbene lo assalissero già alcuni dubbii. Certo ei ritornò da quel viaggio con convinzioni assai meno recise; e sebbene ei non fosse giunto ancora a formulare entro se stesso le idee originali e indipendenti che pose poi a fondamento della sua teoria, i dubbii però che sorsero nella sua mente, appena potè sottoporre le nozioni acquisite nella scuola al saggio dell’osservazione e dell’esperienza personale, costituirono la prima pietra dell’edifizio cui consacrò il resto della sua vita laboriosa e serena. Il Darwin ha lasciato del viaggio della Beagle e dei proprii studi una relazione che tutti oramai conoscono, né qui possiamo insistere sulla natura e sul valore di tutte le sue scoperte geologiche, geografiche e biologiche. Ciò che importa ricordare è che i germi della teoria dell’elezione naturale si svilupparono durante quei cinque anni di faticose escursioni e in mezzo alle lotte quotidiane colle difficoltà della natura. Egli stesso ha scritto all’Haeckel che nell’America del Sud tre sorta di fenomeni attrassero fin da prima la sua attenzione: il modo col quale specie assai affini si succedono e si sostituiscono andando dal nord al sud; la stretta parentela fra le specie che abitano le isole presso il littorale e quelle che popolano il continente americano; infine i rapporti che collegano i Mammiferi Sdentati e Roditori contemporanei a quelli estinti e spettanti alle epoche geologiche dello stesso paese2. Riflettendo su questi fatti e paragonandoli ad altri della medesima natura, parve al Darwin verosimile che le specie vicine potessero essere derivate da un’antica forma, da uno stipite comune. Ma allora ei non potè render conto del come una tal forma primitiva si fosse adattata, trasformandosi, a condizioni di vita così differenti: fu solo alcuni anni dopo, e nel suo tranquillo eremo di Beckenham-Down, che meditando a lungo sul grave problema, studiando le variazioni indotte dall’addomesticamento negli animali e nelle piante, e applicando alla intera natura vivente il principio della popolazione scoperto dal Malthus, il Darwin potè arrivare ai due concetti fondamentali della lotta per l’esistenza e della elezione naturale.

La Beagle, dopo avere esplorato quasi tutte le coste della Patagonia, le isole Falkland, le Chiloe, le Galapagos, e i più importanti arcipelaghi dell’Oceano Pacifico, toccò l’Australia, e pel Mar di Banda e l’Oceano Indiano veleggiò verso occidente, visitando l’Isola Maurizio, S. Elena, le Azorre e finalmente rimpatriando nell’ottobre del 1836. Convien credere che già durante la traversata del ritorno Carlo Darwin imprendesse ad ordinare il materiale scientifico raccolto e a trascrivere le sue note; poiché nella già citata lettera allo Zacharias egli scriveva che nell’autunno del 1836, preparando la pubblicazione del suo giornale di viaggio, avvertì il numero ingente ed il valore delle prove che militavano in favore dell’origine comune delle specie. Nullameno i suoi dubbii e quelle prove non gli parvero sufficienti per formulare dapprima alcun concetto generale, e promettendo a se medesimo di rivolgere fin d’allora i suoi studii alla soluzione dell’arduo quesito, si chiuse in completo silenzio che ei mantenne per circa venticinque anni, cioè fino al dicembre del 1859.

Le fatiche del lungo viaggio avevano profondamente alterata la salute del Darwin, e questi al suo ritorno provò il bisogno imperioso del riposo unito al desiderio di vivere tranquillamente fra gli studii suoi prediletti e fra le serene gioie domestiche. Passati tre anni a Londra, che furono spesi nell’ordinare le raccolte e nel rivedere le note di viaggio, e trascorsine altri tre in casa di un suo zio Wedgwood a Maer Hall nello Staffordshire, il Darwin nel 1842 diede un ultimo addio alla vita agitata della grande metropoli inglese, e si ritirò per sempre in una sua tranquilla ed agiata villeggiatura, presso Bromley e Farnborough, a Down-Beckenham nella contea di Kent, a poca distanza da Londra, e vi passò tutto il resto della sua operosissima e intemerata esistenza. Egli è a notare come la vita di campagna abbia nell’Inghilterra singolari attrattive, perché oltre al giovare alla salute fisica ed alla calma dell’animo col tenere lontani dalle agitazioni proprie dei grandi politici e commerciali, non è così priva, come fra noi, di quelle agiatezze e di quelle relazioni sociali che son di tanto giovamento agli studii. Si aggiunga che egli, vivendo per tanti anni da gentiluomo di campagna (così si dice con parola efficacissima in Inghilterra) ha potuto eseguire numerosissime osservazioni e recare ad effetto complicati e pazienti piani di esperienze intorno alla biologia vegetale ed alle variazioni degli animali e delle piante allo stato domestico, che in una città come Londra mai avrebbe avuto agio di compiere e forse neppure immaginare. Di ritorno dall’America egli ricevette dal Collegio di Cambridge il diploma di dottore in scienze; e nel 1839, correndo il suo trentesimo anno, si ammogliò con sua cugina E. Wedgwood, dalla quale ebbe poi numerosa prole (cinque figli e due figlie). La vita del Darwin non ha presentato, dopo il suo ritorno colla Beagle, alcun fatto notevole, giacché essa è trascorsa sempre nel sereno circuito della famiglia. Le date più memorande nella esistenza patriarcale del grande pensatore di Down-House sono quelle che contrassegnano la pubblicazione delle sue opere: ma quella modesta esistenza è stata delle più fruttuose ai progressi del pensiero umano, e forse nessuno dei grandi agitatori ricordati dalla storia ha operato mai una rivoluzione intellettuale e morale più profonda ed estesa di quella che l’umanità deve al solitario scienziato inglese.


Note

  1. Anche il Galton, il dotto autore dell'Heriditary Genius e il fino analizzatore delle differenze psichiche individuali, è discendente da Erasmo Darwin per parte di madre.
  2. Per dimostrare in qual modo nella mente del Darwin l’osservazione del più semplice fatto bastasse a far sorgere i concetti fondamentali della teoria trasformistica, basti ricordare ciò che egli stesso scrisse allo Zacharias. Una porzione di corazza d’Armadillo fossile da lui trovata presso Montevideo gli dimostrò nel numero e nella disposizione delle placche tale somiglianza con la corazza d’alcune specie viventi di Armadilli (Sdentati) che egli non potè a meno di pensare ad una diretta parentela delle forme contemporanee con quelle estinte. Fu quello, a quanto pare, il primo nucleo della grande dottrina darwiniana! (Veggasi nella Rivista «Auf der Hohe» 1882, Bd. III, Heft 3°, pag. 463, una corrispondenza del Dr. Otto Zacharias.)