Carlo Darwin/II

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II.

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I III


Nel luglio 1870, discutendosi all’Accademia delle Scienze di Francia sui titoli degli scienziati proposti come corrispondenti in surrogazione del Carus, lo scopritore della circolazione negli insetti, e del Purkinje il celebre fisiologo ed istologo di Praga, vennero pronunciati giudizii così severi sull’opera scientifica di Carlo Darwin che oggi rileggendo i discorsi sfavorevoli alla sua elezione non possiamo trattenerci da un senso di meraviglia e di disgusto. Non sono ancora trascorsi dodici anni dal giorno in cui il celebre naturalista inglese si vide posposto a due scienziati, certo degni di stima ma di valore del tutto secondario, il Brandt di Pietroburgo e il Loven di Stockolm: ma quale cambiamento per rispetto ai titoli scientifici del Darwin s’è mai prodotto non tanto fra i dotti d’ogni paese, quanto anche nell’opinione pubblica, che in quelle rumorose elezioni dell’Accademia francese trova sempre un indizio delle proprie tendenze e simpatie! Ma si udì allora un geologo illustre, come Elia De Beaumont, negare ogni importanza alla scoperta della formazione delle isole madreporiche, solo perché «guastata dalle idee dannose e senza fondamento» intorno all’origine delle specie; si udì un zoologo insigne, come il Blanchard, sostenere che il Darwin non era uno scienziato, tutto al più un dilettante, le di cui ricerche sulla variabilità dei piccioni, sui cirripedi, sulle planarie, sui labanidi, e sulle leggi di tutto il vasto impero della natura vivente nulla contenevano di nuovo e di originale; si udì un botanico esimio, come il Brongniart, negare le variazioni delle piante domestiche e trovare insufficienti le inarrivabili esperienze del Darwin sulla fecondazione dei fiori per mezzo degli insetti; si udì anche un istologo egregio, quale il Robin che s’atteggia tuttavia a filosofo positivista e ad erede delle idee del Comte, disconoscere i titoli scientifici del Darwin al punto da preferirgli cento altri naturalisti; infine s’ebbe lo scandalo, raro nelle aule solenni dell’Istituto di Francia, d’una interruzione indecente da parte di un accademico, forse il De Beaumont, che durante la calorosa apologia del candidato inglese fatta dal Quatrefages esclamò che la scienza del Darwin era «scienza di spuma» (science mousseuse). Ben è vero che anche in seno all’ortodossa riunione della scienza ufficiale francese, nemica sempre dell’evoluzionismo dai tempi del Cuvier a tutt’oggi, sorsero alcune voci autorevoli e poco sospette, quelle del Quatrefages, del Milne-Edwards e del Lacaze-Duthiers, a giudicare meno ostilmente e con più serenità di spirito l’opera scientifica di Carlo Darwin; ben è vero che dopo alcuni anni, quasi a rimediare la farsa d’allora, si seppe trovargli un posto di semplice corrispondente nella sezione di botanica: tuttavia parmi opportuno ricordare in questo luogo come quel giudizio così poco imparziale e così poco equo sul celebre naturalista inglese sia oggi ancora una delle armi più potenti con cui si cerca di combatterne la teoria, e come per moltissimi che non conoscono profondamente i lavori originali del Darwin, egli passi sempre per un dottrinario ed un filosofo speculativo. Ma se il nome di Carlo Darwin si collega fin d’ora e si tramanderà alle più lontane generazioni unito precipuamente al trionfo delle dottrine evoluzionistiche, per virtù di quelle profonde e geniali divinazioni sintetiche che sono la scelta naturale e la lotta cosmica per l’esistenza, con tutte le leggi secondarie relative all’ipotesi trasformistica dell’origine delle specie; non meno apprezzabile è l’influenza che le ricerche originali, le osservazioni e gli esperimenti del rinnovatore del trasformismo hanno avuto sui progressi di tutti i rami della scienza biologica e della geologia.

Le collezioni naturali messe assieme nel viaggio della Beagle e le numerose osservazioni fatte intorno ai più svariati problemi geologici, zoologici e botanici durante quei cinque anni hanno formato l’argomento dei molti lavori che il Darwin è andato pubblicando dal 1839 in poi. Ai frutti di quella spedizione, che fu una delle più utili che ricordi la scienza, occorre poi aggiungere i risultati ammirabili delle pazienti esperienze eseguite nel ritiro di Down durante quasi un mezzo secolo (dal 1839 al 1882). Così non v’è parte delle scienze naturali dove il lavoro di Carlo Darwin non abbia prodotto le più utili e le più feconde scoperte.

Il primo scritto pubblicato dopo il suo viaggio fu una nota sui costumi degli struzzi dell’America meridionale, letta, per quanto io so, nel marzo del 1837 alla Società zoologica di Londra, cui egli aveva liberalmente donate le sue preziose raccolte. Il Gould, descrivendo una nuova specie di struzzi che dal nome del suo scopritore fu chiamata Rhea Darwinii, aveva avuto occasione di parlare degli importanti risultati scientifici della spedizione della Beagle dovuti allo zelo del suo giovane naturalista di bordo; né le sue previsioni s’erano ingannate. Oltre ai dubbii sulla distribuzione geografica delle specie, che come ho detto furono il primo germe della sua teoria, il Darwin aveva riportato nel suo portafoglio un numero ingente di note preziose sulla geologia delle regioni visitate, e specialmente sulla formazione delle isole di coralli e su quella delle isole vulcaniche, sulla struttura geologica del continente Americano e in particolare delle Ande, sulla connessione dei fenomeni vulcanici nell’America meridionale, sulla distribuzione dei blocchi erranti o morene, sulle isole Falkland, infine sull’origine dei depositi saliferi della Patagonia. Ciascuna di queste scoperte sarebbe tale da costituire per sé sola il patrimonio scientifico d’un eccellente geologo: e il Darwin cominciò infatti col palesarsi geologo e paleontologo di primo ordine. Nei «Rendiconti della R. Società geologica» (Proceedings of the R. geological Society) dal 1837 al 1842 si possono leggere alcuni scritti di argomento geologico del Darwin, che furono poi riuniti nelle sue Geological Observations of South-America e nell’opera più conosciuta On the Volcanic Islands of the Atlantic and Pacific Oceans. Il famoso trattato On the Strutture and Distribution of Coral-reefs, bastevole a procurargli fama altissima fra i geologi di tutti i paesi e di tutti i tempi, fu pubblicato nel 1842. Egli è vero che una parte dei fatti su cui si fonda la teoria darwiniana della formazione delle isole madreporiche era stata enunciata già da Quoy e Gaimard, e la storia naturale dei polipi contava già i classici lavori di Ehrenberg, Moresby, Chamisso, Beeckey, Nelson: ma nessuno aveva saputo ancora spiegare in modo soddisfacente le forme singolari dei banchi di coralli (récifs, reefs) e la loro situazione per rispetto alle isole ed ai continenti. Il Darwin risolse il problema, invocando, oltre all’attività dei polipi costruttori del corallo, l’innalzamento e l’abbassamento del fondo del mare, con che si illuminavano anche le differenze di conformazione fra le varie isole madreporiche. Questa spiegazione si basava sull’intervento delle cause naturali più semplici, e si collegava così strettamente colle teorie geologiche evoluzionistiche del Lyell che ne costituì fin dapprima una delle prove più sicure. Le ricerche ulteriori di Jukes, Dana e Semper, Agassiz, Pourtalés, D’Archiac non hanno fatto che confermarla, eliminando del tutto la vecchia teoria dell’origine vulcanica degli atolli. Al Darwin spetta pure il merito d’aver dimostrato, in accordo coi concetti lyelliani, che le Ande si sono prodotte per una serie successiva di terremoti. Ma ciò che questi studii geologici gli fruttarono di più importante per rispetto allo sviluppo sintetico della teoria trasformistica, fu la convinzione dell’enorme lunghezza dei periodi od epoche passate della terra: giacché fin d’allora tutte le osservazioni su argomenti speciali venivano a poco a poco prendendo posto nella sua mente, come materiali del grande edifizio futuro.

Il rapporto ufficiale sul viaggio della Beagle edito nel 1840 per cura del Fitzroy contiene anche la descrizione delle specie zoologiche raccolte dal Darwin, che venne fatta sotto la sua direzione. Nelle memorie sui Pesci e sui Rettili nulla spetta propriamente al Darwin, e i Mammiferi fossili furono descritti dall’Owen, i viventi dal Waterhouse: ma il Darwin premise ai primi una introduzione geologica, ai secondi una introduzione geografica, trattando così le questioni generali più ardue. Il volume sugli Uccelli si sa invece che fu scritto totalmente da lui, sebbene porti il nome del Gould: ma noi qui abbiamo una prova della magnanimità e lealtà con cui ha agito sempre il Darwin. Il Gould, che doveva illustrare la collezione ornitologica, s’era assentato per una missione scientifica, lasciando poche note: il Darwin lo sostituì, terminò il lavoro coll’aiuto del Gray, ma non volle mettere il proprio nome per non defraudare il Gould della parte che gli spettava. Tutta invece la relazione geologica, in più volumi, è opera del Darwin, al quale fu affidato il grave incarico di dirigere l’insieme dei lavori, da lui adempiuto con immenso vantaggio per la scienza. Alcuni anni dopo, cioè nel 1845, usciva alle luci quel celebre Journal of Researches, che rese il nome del Darwin popolarissimo ovunque si parla e si legge la lingua inglese, e fu tradotto in tutte le lingue più colte. Esso non può dirsi la più voluminosa ed importante delle sue opere, ma è quella cui egli medesimo parve sempre prediligere su tutte le altre. E in verità è difficile esporre con più semplicità e naturalezza, e con maggior parsimonia di stile, le vicende d’una spedizione scientifica: quella relazione è rimasta e rimarrà modello insuperabile per tutti i naturalisti e viaggiatori.

Nel 1844 comparvero due lavori del Darwin sull’anatomia comparata, le di cui note originali giacevano almeno da dieci anni nel suo portafoglio. Nella prima che verteva sui Vermi planarii terrestri, dei quali appena due erano le specie conosciute dallo stesso Cuvier, egli ne descrisse dieci nuove specie, stabilì l’eguaglianza di struttura dei planarii terrestri cogli acquatici malgrado le diverse condizioni d’esistenza, ripeté le esperienze di riproduzione dopo la segmentazione, infine stabilì l’identità fisiologica di due gruppi d’esseri, che si giudicavano prima di lui del tutto distinti. Nell’altra memoria egli descrisse fra i primi la conformazione e lo sviluppo della Sagitta, un curioso intermediario fra i Molluschi e gli Anellidi. Ma il valore del Darwin come zoologo non si dimostrò apertamente che nella celebre monografia dei Cirripedi, di cui la prima parte comparve nel 1851, e che nel suo assieme costituisce un trattato magistrale, un modello perfetto di descrizione zoologica sistematica, un’opera insomma che nessuno prima di lui aveva tentato e che, a giudizio del Quatrefages, era tale da colmare una grave lacuna della scienza. Questo lavoro insigne comprende in due grossi volumi lo studio dei Cirripedi viventi, cioè dei Lepadidi (400 pagine) e dei Balanidi (684 pagine): e fu completato solo nel 1854 con un volume sui Cirripedi fossili, in cui si descrivono oltre ai Lepadidi ed ai Balanidi anche i Verrucidi, e si dimostra la grande ed eletta erudizione del Darwin nella paleontologia. Le pubblicazioni furono fatte a spese della Società paleontologica e della Società di Ray, quando il loro autore era conosciuto soltanto pel viaggio della Beagle: il che prova la stima che già godeva il Darwin fra gli scienziati inglesi e l’importanza delle sue ricerche, per le quali la stessa Società Reale, il corpo scientifico più reputato del Regno Unito, gli decretava nel 1853 la grande medaglia d’oro. Ma io debbo aggiungere che questo lavoro sui Cirripedi deve avere sospinto sempre più il Darwin nel formulare nettamente a se stesso la soluzione del grande problema di tutta la sua vita: egli ebbe modo di apprezzare con esso il valore delle classificazioni sistematiche, di comprendere la poca saldezza del concetto cuvieriano del genere e della specie, infine di rafforzare la propria esperienza pratica intorno alle modificazioni naturali delle forme animali, sia secondo le epoche geologiche, sia secondo le condizioni di vita.