Catechismo del concilio di Trento/Parte III/Il Decalogo

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Parte III, Del Decalogo in generale

../../Parte_II/Il Matrimonio ../Primo Comandamento IncludiIntestazione 22 settembre 2009 50% Cristianesimo

Parte II - Il Matrimonio Parte III - Primo Comandamento

Sant'Agostino (cf. 2 super Exod., q. 130) esalta apertamente il Decalogo come sintesi e riassunto di tutte le leggi: "Molte cose aveva detto il Signore, eppure due sole tavole di pietra furono date a Mosè, dette "tavole della testimonianza futura nell'arca"; perché tutto il resto che il Signore aveva comandato si intende compreso nei dieci comandamenti incisi nelle due tavole. Come del resto i medesimi dieci comandamenti dipendono a loro volta dai due dell'amore di Dio e del prossimo, in cui sta, in sintesi, tutta la Legge e tutto l'insegnamento dei Profeti".

Essendo qui il nucleo di tutta la Legge, occorre che i pastori attendano giorno e notte a meditarlo, non soltanto per uniformarvi la propria vita, ma anche per istruire nella disciplina del Signore il gregge loro affidato. Sta scritto: "Le labbra dei sacerdoti custodiranno la scienza e dalla loro parola sarà attinta la Legge, poiché il sacerdote è l'angelo del Signore degli eserciti" (Ml 2,7). Questa sentenza si applica in modo particolare ai pastori della nuova Alleanza che, essendo più vicini a Dio, devono ascendere di splendore in splendore, in virtù dello spirito del Signore (2 Cor 3,18). Avendoli Gesù Cristo insigniti del nome di luminari (Mt 5,14) è loro stretto compito fornire luce a coloro che giacciono nelle tenebre, costituirsi istruttori degli ignoranti, educatori dei fanciulli (Rm 2,19). Di più: essi, che sono spirituali, dovranno soccorrere chi sia irretito nel peccato (Gal 6,1).

Inoltre essi sono giudici nella confessione ed emanano sentenze secondo la qualità e la gravità dei peccati. Perciò, se non vogliono essere imputati di incapacità e non vogliono frodare gli altri, devono essere vigilantissimi nell'adempimento di tale compito ed esperti nell'interpretazione dei divini precetti, in base ai quali hanno da giudicare ogni azione e omissione. Secondo l'ammonimento dell'Apostolo, impartiscano la sana dottrina (2 Tm 4,3), immune cioè da ogni errore, e curino le malattie dell'anima, i peccati, sicché il loro popolo sia accetto a Dio e dedito alle opere buone (Tt 2,14).


In queste esposizioni il pastore proponga a sé e agli altri argomenti capaci di indurre all'obbedienza della Legge.

Ora, tra le ragioni che possono spingere gli spiriti degli uomini al rispetto dei precetti della Legge, quella che riveste maggiore forza è questa: Dio ne è l'autore. Sebbene si dica consegnata dagli angeli (Gal 3,19), nessuno può revocare in dubbio il fatto che Dio stesso ne è l'autore. Ne danno ampia testimonianza non solamente le parole dello stesso legislatore, che commenteremo fra poco, ma passi quasi innumerevoli delle Scritture, che agevolmente occorreranno ai pastori. Del resto chi non sente una legge divina inserita nel cuore, in virtù della quale sa distinguere il bene dal male, l'onesto dal turpe, il giusto dall'ingiusto? E poiché la forza regolatrice di questa legge naturale non è diversa affatto da quella scritta, chi mai oserà negare che come Dio è l'autore della legge naturale, non lo sia anche della Legge scritta?

Si deve dunque insegnare che, consegnando la Legge a Mosè, Dio non conferì una luce nuova, bensì rinnovò il fulgore di una luce che i costumi perversi e una diuturna negligenza avevano miseramente oscurato. Questo perché il popolo cristiano non creda di essere esonerato dal vincolo di queste leggi, perché la Legge di Mosè è stata abrogata.

È certissimo infatti che dobbiamo obbedire a questi comandamenti, non perché sono stati imposti per mezzo di Mosè, ma perché scolpiti nell'anima di ciascuno e da nostro Signore spiegati e ratificati. A ogni modo gioverà moltissimo e rivestirà una singolare virtù dimostrativa la considerazione che Dio, sulla sapienza e giustizia del quale non è lecito sollevare dubbi e alla cui infinita e vigorosa potenza non possiamo sottrarci, emanò la Legge. Perciò, comandando per mezzo dei Profeti di rispettare la Legge, Dio dichiarava apertamente chi era e nell'esordio stesso del Decalogo leggiamo: "Io sono il Signore Dio tuo" (Es 20,2). Altrove: "Se io sono il Signore, dov'è il timore a me dovuto?" (Mal 1,6). Questo pensiero non solamente stimolerà le anime fedeli al rispetto dei precetti divini, ma anche ad azioni di grazie, per avere Dio manifestata la sua volontà, che è la via alla nostra salvezza.

Ripetute volte la Sacra Scrittura, esaltando questo straordinario beneficio, ammonisce il popolo a riconoscere la propria dignità e la benevolenza del Signore. Nel Deuteronomio è scritto: "Qui sta la vostra saggezza e la vostra prudenza di fronte ai popoli che, udendo questi comandamenti, esclameranno: "Ecco un popolo saggio e prudente, ecco una grande nazione" " (Dt 4,6). E nei Salmi: "Non si comportò così con nessun altro popolo e non rivelò ad altri i suoi voleri " (Sal 147,20).

Se il parroco additerà inoltre, sulla fede della Scrittura, il modo con il quale la Legge fu consegnata, i fedeli comprenderanno anche più agevolmente con quanta pia devozione debba essere rispettata una legge ricevuta da Dio. Tre giorni prima infatti, per comando di Dio, tutti dovettero lavare le proprie vesti, astenersi dai rapporti coniugali, per meglio predisporsi a ricevere la Legge; il terzo giorno tutti si radunarono, ma, pervenuti al monte da cui il Signore voleva impartire loro le Leggi per mezzo di Mosé, al solo Mosè fu concesso di salirvi. Allora Dio vi discese con grande maestà, fra tuoni, lampi, fuoco e dense nuvole e cominciò a parlare a Mosè, consegnandogli le Leggi (Es 19,10). Per una sola ragione la divina sapienza volle tutto ciò: mostrarci che la Legge del Signore va accolta con animo casto e umile e che, trasgredendo i comandamenti, noi andiamo incontro a severe pene della giustizia divina.

Il parroco mostrerà del resto come i precetti della Legge non implichino serie difficoltà e lo potrà fare adducendo anche questa sola ragione di sant'Agostino: "Chi, di grazia, vorrà definire impossibile per l'uomo amare, amare un Creatore benefico, un Padre amantissimo e, in linea subordinata, la carne propria nei propri fratelli? Orbene, chi ama ha adempito la Legge" (De mor. Eccl., 1, 25). Già l'Apostolo Giovanni assicura va apertamente che i comandamenti di Dio non sono onerosi (1 Gv 5,3); infatti, secondo la frase di san Bernardo, non si sarebbe potuto chiedere all'uomo nulla di più giusto, di più dignitoso e di più fruttifero (De dilig. Deo, 1, 1).

Per questo, ammirando l'infinita bontà di Dio, sant'Agostino esclama: "Che cosa è mai l'uomo, che tu vuoi esserne amato e minacci gravi pene a chi non voglia farlo, come se già non fosse pena immensa il non amarti? " (Confess., 1, 5). Se alcuno accampa a sua scusa l'infermità della natura, che gli impedisce di amare Dio, gli si mostri come lo stesso Dio, il quale chiede amore, instilla nei cuori la capacità di amare, per mezzo dello Spirito Santo, che dal Padre celeste viene concesso a chi lo invoca (Lc 11,13). È giusta quindi la formula di preghiera di sant'Agostino: "Concedi quel che comandi e comanda quello che vuoi" (Confess., 10,29). Poiché l'aiuto di Dio è a nostra disposizione, specialmente dopo la morte di nostro Signore Gesù Cristo, per merito della quale il sovrano di questo mondo è stato debellato, non c'è ragione di spaventarsi delle difficoltà dei precetti, poiché nulla è arduo a chi ama.

Del resto, per esserne persuasi, gioverà soprattutto riflettere sulla necessità di obbedire alla Legge, non essendo mancato ai nostri tempi chi, empiamente e con massimo proprio danno, ha osato sostenere che, facile o difficile, la Legge non è necessaria alla salvezza. Il parroco confuterà con le testimonianze bibliche questa insana ed empia opinione, riferendosi specialmente all'Apostolo, della cui autorità si cerca di abusare per sostenerla. Che cosa dice in sostanza l'Apostolo? Che non il prepuzio o la circoncisione valgono qualcosa, ma solamente il rispetto dei precetti di Dio (1 Cor 7,19). E ripetendo altrove la medesima sentenza, aggiunge che in Gesù Cristo conta solamente la nuova creatura (Gal 6,15), intendendo chiaramente di chiamare così colui che si uniforma ai comandamenti divini. Chi infatti li conosce e li rispetta ama Dio, come il Signore stesso dichiara in san Giovanni: "Chi mi ama, osserverà le mie parole" (Gv 14,21).

L'uomo può essere giustificato e da malvagio divenir buono anche prima di praticare nelle azioni esterne le singole prescrizioni della Legge; non può però, chi abbia già l'uso della ragione, trasformarsi da peccatore in giusto, se non sia disposto a osservare tutti i comandamenti di Dio.


Infine, per non dimenticare nulla di ciò che può indurre il popolo fedele all'osservanza della Legge, il parroco mostri quanto ricchi e dolci frutti essa produca. Lo potrà fare facilmente, ricordando quanto è scritto nel Salmo 18, consacrato a cantare le lodi della Legge divina, fra cui massima appare la capacità di dare risalto alla gloria e alla maestà di Dio, molto più di quanto non possano fare i corpi celesti con il loro splendore e il loro ordine. Questi infatti, strappando l'ammirazione alle genti più barbare, le portano a riconoscere la gloria, la saggezza e la potenza dell'Artefice primo d'ogni cosa. Così la Legge divina volge le anime a Dio (Sai 18,8); cosicché, scoprendo i suoi sentieri e la sua santa volontà attraverso la Legge, a lui dirigiamo i nostri passi. E poiché sono veramente sapienti solo coloro che temono Dio, Dio ha dato alla Legge la capacità di infondere sapienza ai piccoli. In verità coloro che osservano la Legge di Dio sono in possesso di autentici godimenti, della conoscenza dei misteri divini e di intense gioie e ricompense, in questa vita come nella futura.

Del resto la Legge deve essere rispettata non solo per il nostro vantaggio, ma anche per l'onore di Dio, il quale manifestò in essa la sua volontà al genere umano. Se tutte le creature vi sottostanno, non è ancora più giusto che la rispetti l'uomo? Né va dimenticata la singolarissima clemenza e bontà di Dio verso di noi. Avrebbe potuto costringerci, senza la prospettiva di alcun premio, a servire alla sua gloria. Eppure volle armonizzare questa con il nostro vantaggio, affinché la nostra utilità tornasse anche a onore di Dio, particolare, questo, importantissimo che il parroco ricorderà con le parole del Profeta: "Nel custodire i tuoi precetti, o Signore, generosa è la mercede" (Sal 18,12). Esso non abbraccia solamente benedizioni riguardanti la felicità terrena, come la prosperità delle città e la fecondità dei campi (Dt 28,3), ma anche una mercede copiosa in cielo (Mt 5,12), una misura buona, pigiata, scossa e traboccante (Lc 6,38), meritata con le opere buone, compiute mediante l'aiuto della divina misericordia.


Sebbene questa Legge sia stata consegnata dal Signore sul monte agli Israeliti, tuttavia, essendo per virtù di natura impressa molto tempo prima nell'animo di tutti e Dio avendo sempre voluto che tutti gli uomini vi si uniformassero, sarà bene spiegare con cura le parole con le quali da Mosè, strumento e interprete, fu annunciata agli Ebrei, ricordando la storia israelitica che è tutta piena di misteri.

Esporrà dapprima come, fra tutte le nazioni della terra, Dio ne prescelse una, originata da Abramo, che egli volle pellegrino nella terra di Canaan. Di questa aveva promesso a lui il possesso; eppure tanto lui che la sua posterità andò vagando per più di quattrocento anni prima di potervi entrare ad abitarla. Mai però lasciò di proteggerli durante il lungo vagare. Passarono infatti da popolo a popolo e da un regno all'altro; mai però tollerò che si recasse loro ingiuria; al contrario rintuzzò i re nemici. Prima che essi scendessero in Egitto, mandò innanzi a loro un uomo che, con la sua preveggenza, doveva salvare dalla fame tanto essi che gli Egiziani.

In Egitto li circondò di una tale affettuosa tutela che, nonostante l'ostilità e la perenne minaccia del faraone, poterono moltiplicarsi in maniera mirabile e quando le afflizioni toccarono il culmino e cominciarono a essere trattati durissimamente come schiavi, Dio suscitò Mosè quale condottiero, capace di trarli a salvezza con mano energica.

Precisamente questa liberazione è ricordata dal Signore all'inizio della Legge, con le parole: "Io sono il Signore Dio tuo, che ti trassi fuori dalla terra d'Egitto, dalla casa della schiavitù".

Il parroco porrà bene in luce questa circostanza: Dio prescelse una sola fra tutte le nazioni perché fosse il suo popolo eletto, da cui farsi conoscere e venerare in modo speciale, non già perché superasse le altre in numero o virtù, come del resto il Signore stesso ricorda agli Ebrei, ma solo perché a Dio piacque di sostenere e arricchire una razza modesta e bisognosa, affinché la sua potenza e la sua bontà ne avessero maggior gloria e fama nell'universo. Appunto per quella loro condizione, si strinse con essi, li predilesse, non sdegnando neppure di esser detto loro Dio, affinché gli altri popoli fossero stimolati a emulazione e, constatando la felice condizione degli Israeliti, tutti gli uomini si convertissero al culto del vero Dio. Anche san Paolo afferma di aver voluto provocare a emulazione la propria gente, prospettando la beatitudine e la vera conoscenza di Dio, che egli impartiva ai pagani.

Mostrerà poi ai fedeli come Dio permise che gli antichi Ebrei peregrinassero a lungo e che i loro posteri fossero premuti e vessati in durissima schiavitù, perché noi constatassimo che solo chi è pellegrino sulla terra e osteggiato dal mondo può divenire amico di Dio (sicché, per essere accolti più agevolmente nella dimestichezza di Dio, occorre non aver nulla in comune con il mondo) e, inoltre, perché comprendessimo, una volta passati al vero culto di Dio, quanto più felici siano coloro che servono Dio, anziché il mondo. Ci ammonisce appunto Dio nella Scrittura: "Servano pure a essi, perché conoscano l'abisso che separa il mio servizio dal servizio dei re della terra" (2 Cr 12,8).

Ricorderà inoltre che Dio anticipò più di quattrocento anni le sue promesse, affinché il popolo si alimentasse costantemente di fede e di speranza, poiché Dio vuole che i suoi fedeli dipendano sempre da lui e collochino nella sua bontà tutta la loro fiducia, come diremo nella spiegazione del primo comandamento.

Infine indicherà il tempo e il luogo in cui il popolo di Israele ricevette questa Legge da Dio. Fu precisamente dopo l'uscita dall'Egitto e l'arrivo nel deserto, quando la memoria grata del recente beneficio e l'asprezza paurosa del luogo dove si trovava lo rendevano particolarmente atto ad accoglierla. Infatti gli uomini si sentono in modo particolare vincolati a coloro di cui hanno sperimentato i benefici e sogliono ricorrere all'aiuto di Dio quando si sentono abbandonati da ogni speranza umana. Da ciò è facile arguire che i fedeli saranno tanto più inclini ad accogliere la celeste dottrina, quanto più si terranno lontani dalle gioie del mondo e dalle soddisfazioni carnali, secondo le parole del Profeta: "A chi impartirà la scienza e a chi dischiuderà l'udito? A chi ha abbandonato il latte e si è staccato dalle mammelle" (Is 28,9).

Compia il parroco ogni sforzo perché il gregge fedele porti ognora scolpite in cuore le parole "Io sono il Signore Dio tuo". Per esse intenderà come il suo legislatore è lo stesso Creatore, da cui riceve l'esistenza e la conservazione. A buon diritto così potrà esclamare: "Egli è il Signore Dio nostro: noi il popolo del suo pascolo, il gregge che egli conduce" (Sal 94,7). La ripetizione frequente e ardente di queste parole avrà la capacità di rendere i fedeli più pronti al rispetto della Legge, più disposti a star lontani dal peccato.

Per quanto riguarda le parole che seguono, "Io ti trassi dalla terra d'Egitto, dalla casa della schiavitù", sebbene sembrino attagliarsi solamente agli Ebrei affrancati dal giogo egiziano, in verità, se si badi al significato spirituale della salvezza universale, appariranno molto più applicabili ai cristiani. Essi sono strappati non già dalla schiavitù egiziana, bensì dal dominio del peccato, sottratti da Dio alla potenza delle tenebre e trasferiti nel regno del Figlio del suo amore. Intravedendo l'entità di tale beneficio, Geremia annunciava: "Dice il Signore: "Ecco, arrivano giorni, nei quali non si dirà più: 'Vive il Signore che trasse fuori i figli d'Israele dalla terra d'Egitto’, bensì 'Vive il Signore che trasse i figlioli d'Israele dalla terra boreale e da tutte le terre per cui li cacciai'. Io li raccoglierò nella terra, donata già ai loro padri. Ecco: invierò numerosi pescatori e li pescheranno" " (Ger 16,14-16).

Il Padre misericordioso, mediante il Figlio suo, radunò i figli dispersi, affinché, non più schiavi della colpa, ma della giustizia, lo serviamo nella santità e nel bene, apertamente, per tutti i giorni della nostra vita. Perciò i fedeli sapranno opporre come uno scudo a tutte le tentazioni la parola dell'Apostolo: "Morti al peccato, come potremo ancora vivere in esso?" (Rm 6,2). Poiché non apparteniamo più a noi stessi, ma a colui che è morto per noi ed è risorto. Egli è il Signore nostro Dio, che ci comprò con il suo sangue; come potremo peccare contro il Signore nostro Dio e nuovamente crocifiggerlo?

Realmente liberi, di quella libertà che ci è conferita da Gesù Cristo, come avevamo usato male le nostre membra quali strumenti di male, usiamole ormai quali strumenti di bene sulle vie della santità.