Catechismo del concilio di Trento/Parte III/Primo Comandamento

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Parte III, Primo Comandamento: Non avrai altro Dio fuori di me

../Il Decalogo ../Secondo Comandamento IncludiIntestazione 22 settembre 2009 50% Cristianesimo

Parte III, Primo Comandamento: Non avrai altro Dio fuori di me
Parte III - Il Decalogo Parte III - Secondo Comandamento


302 Duplice valore del precetto

Il parroco insegni anzitutto che il primo posto nel Decalogo spetta ai comandamenti che riguardano Dio; il secondo, a quelli che riguardano il prossimo; perché quanto facciamo al prossimo ha la sua ragione in Dio. Amiamo infatti il prossimo secondo lo spirito del comando divino, quando lo amiamo per amore di Dio. Tali precetti riguardanti Dio sono formulati nella prima tavola. In secondo luogo spiegherà come nella formula citata è racchiuso un duplice comando: il primo positivo, l'altro negativo, poiché il comando "Non avrai altro Dio fuori che me" contiene anche l'aggiunta: "rispetterai me come vero Dio, né presterai ossequio ad altri dei". Nella prima parte, a loro volta, sono impliciti i precetti della fede, della speranza e della carità. Dicendo che Dio è immobile, immutabile, lo riconosciamo, a buon diritto, sempre uguale a se stesso e verace: dunque è necessario che, aderendo ai suoi oracoli, prestiamo pieno assenso alla sua autorità. Considerando poi la sua onnipotenza, la sua clemenza, la sua facilità a beneficare, come potremmo non riporre in lui tutte le nostre speranze? E contemplando le ricchezze della sua bontà e del suo amore riversate su di noi, potremmo non amarlo? Di qui il preambolo e la conclusione che, nel formulare comandi, Dio usa costantemente nella Scrittura: "Io, il Signore".

Ecco, poi, la seconda parte del comandamento: "Non avrai altro Dio fuori che me". Il legislatore ha usato questa formula non perché tale verità non fosse sufficientemente chiara nel precetto positivo "Onorerai me come solo Dio"; poiché se è Dio, è unico, ma per la cecità dei moltissimi che, un tempo, pur credendo di venerare il vero Dio, prestavano culto a una moltitudine di dei. Di tali ve ne furono molti pure tra gli Ebrei che, secondo il rimprovero di Elia, zoppicavano da due lati. Tali furono pure i Samaritani, che onoravano contemporaneamente il Dio d'Israele e le divinità dei pagani.

Spiegato ciò, il parroco farà rilevare che questo è, fra tutti i comandamenti, il primo e più importante; non già per ordine di sola precedenza, ma per i suoi motivi, per la sua dignità e la sua eccellenza. Dio infatti deve riscuotere da noi un affetto e un ossequio infinitamente maggiori di quelli a cui possono aver diritto re e padroni. Egli ci ha creati, ci governa, ci ha nutriti fin da quando eravamo nel seno di nostra madre, ci ha tratto alla luce; egli ci fornisce il necessario alla vita e all'alimentazione.

Mancano a codesto comandamento coloro che non hanno fede, speranza e carità e sono tanti! Infatti rientrano in questa categoria gli eretici, gli increduli circa le verità proposte dalla Chiesa, nostra santa madre; coloro che prestano fede ai sogni, ai presagi e a tutte le altre vane fantasie; quelli che perdono la speranza della propria salvezza, cessando di confidare nella divina bontà; coloro, infine, che contano unicamente sulle ricchezze, sulla salute e sulle forze del corpo. Questa materia è più largamente spiegata da coloro che hanno scritto intorno ai vizi e ai peccati.


303 Legittimità del culto dei santi

Spiegando questo precetto, il parroco insista nel mostrare come la venerazione e l'invocazione dei santi angeli e delle anime beate ammesse al godimento della gloria celeste, oppure il culto dei corpi e delle ceneri dei santi, sempre ammesso dalla Chiesa cattolica, non lo trasgredisce. Sarebbe folle il supporre che, vietando il re a chiunque altro di prendere il proprio posto e di esigere onore e rispetto reali, per questo imponga di non tributare ossequio ai suoi magistrati. Si dice, è vero, che i cristiani adorano gli angeli, seguendo le orme dei santi dell'Antico Testamento, ma non tributano loro la medesima venerazione attribuita a Dio. Che se leggiamo di angeli che talvolta hanno rifiutato la venerazione umana, si deve intendere che non vollero si mostrasse loro quell'ossequio che è dovuto unicamente a Dio (Ap 19,10; 22,9). Il medesimo Spirito Santo che proclama: "A Dio solo onore e gloria" (1 Tm 1,17) comanda di circondare di onore i genitori e gli anziani (Es 20,12; Dt 5,16; Lv 19,32).

Del resto uomini santi, che rispettavano l'unico vero Dio, adoravano, secondo la testimonianza biblica, i sovrani, vale a dire s'inchinavano supplichevoli dinanzi a loro (Gn 23,7.12; 42,6; 1 Sam 24,9). Ora, se sono così onorati i re, per mezzo dei quali Dio governa il mondo, agli spiriti angelici, della cui opera Dio si serve per reggere non solo la sua Chiesa, ma tutto l'universo, e che ci aiutano a liberarci ogni giorno dai più grandi pericoli dell'anima e del corpo, anche se non si mostrano visibili a noi, non renderemo un onore tanto più grande quanto più alta è la dignità di quelle intelligenze beate di fronte alla maestà dei regnanti?

Si tenga conto, inoltre, dell'intensa carità con cui essi ci amano. Ispirati da questa effondono preghiere, secondo la chiara testimonianza della Scrittura (Dn 10,13), per le regioni cui sono preposti, e assistono senza dubbio coloro dei quali sono custodi, offrendo le nostre preci e le nostre lacrime a Dio. Non disse forse il Signore nel Vangelo: "Guai a coloro che scandalizzano i bambini, perché gli angeli vedono sempre il volto del Padre che è nei cieli? " (Mt 18,6). Essi dunque si devono invocare, poiché sono continuamente al cospetto di Dio e assumono ben volentieri il patrocinio della nostra salvezza loro affidato.

Di invocazioni agli angeli esistono nella Sacra Scrittura esempi significativi. Giacobbe chiede all'angelo, con il quale aveva lottato, che lo benedica; lo costringe anzi a farlo, dichiarando che non lo lascerà libero, se non dopo averne ricevuta la benedizione (Gn 32,24.26). Ne la vuole soltanto da colui che scorgeva, ma anche da quegli che non vedeva, quando dice: "L'angelo che mi trasse da rutti i mali, benedica questi figlioli" (Gn 48,16).

Perciò è lecito anche dedurre che, lungi dal diminuire la gloria di Dio, l'onore tributato ai santi che si sono addormentati nel Signore, le invocazioni a essi rivolte, la venerazione portata alle loro reliquie e alle loro ceneri aumentano tanto più questa gloria, quanto meglio stimolano la speranza degli uomini, la rassodano spingendoli all'imitazione dei santi. Lo comprovano il secondo Concilio Niceno, quelli di Gangra e di Trento e infine l'autorità dei santi Padri. Per meglio riuscire nella confutazione di chi impugna questa verità, il parroco legga lo scritto di san Girolamo contro Vigilanzio e specialmente il Damasceno.

Quanto abbiamo detto è soprattutto confermato dalla consuetudine trasmessa dagli Apostoli, costantemente ritenuta nella Chiesa di Dio e appoggiata alle testimonianze della Scrittura, che celebra mirabilmente le lodi dei santi. Non si potrebbe desiderare nulla di più chiaro e di più solido. Di alcuni santi gli oracoli divini han tessuto l'elogio. Come gli uomini potrebbero rifiutare loro un onore particolare? (Sir 44ss).

Si rifletta che occorre invocarli e onorarli, anche perché essi offrono perennemente preci per la salvezza degli uomini e molti benefici elargiti da Dio sono dovuti al loro merito e al loro favore. Se infatti si fa gran festa in cielo per un peccatore pentito (Lc 15,7), non si adopreranno i cittadini del cielo per aiutare i penitenti? Se sono invocati e implorati, potranno non impetrare il perdono dei peccati, propiziandoci la grazia di Dio? Se alcuni obietteranno essere superfluo il patrocinio dei santi perché è Dio che sovviene alle nostre preghiere senza bisogno d'interpreti, si risponderà a queste empie voci con le parole di sant'Agostino: "Dio spesso non concede se non in seguito all'intervento efficace del mediatore che scongiura" (2 super Exod., q. 149). Ciò è confermato dagli esempi eloquenti di Abimelech e degli amici di Giobbe, ai quali Dio perdonò le colpe per le preghiere di Abramo e di Giobbe (Gn 20,17; Gb 42,8). Se qualcuno osserverà che il ricorso ai santi, quali intermediari e patroni, è dovuto alla povertà e debolezza della propria fede, gli si replicherà con l'esempio del centurione. Questi, pur essendo ricco di una fede che meritò la più alta lode da nostro Signore, tuttavia inviò a lui gli anziani dei giudei perché volessero impetrare la guarigione del suo servo malato (Mt 8,10; Lc 7,3).

Senza dubbio confessiamo che uno solo è il nostro mediatore, Gesù Cristo, il quale ci riconciliò con il Padre celeste con il suo sangue (Rm 5,10) e, garantita l'eterna redenzione, una volta entrato nel Santuario, non cessa un istante di intercedere per noi (Eb 9,12). Da ciò tuttavia non segue affatto che non sia lecito fare appello al favore dei santi. Se in realtà non fosse consentito di invocare il soccorso dei santi, perché abbiamo un solo patrono. Gesù Cristo, l'Apostolo non avrebbe davvero insistito nel volere che le preghiere dei fratelli viventi lo soccorressero presso il Signore (Rm 15,30). Dunque non solo la preghiera dei santi che sono in cielo, ma neppure quella dei giusti viventi possono attenuare la gloria e la maestà del Cristo mediatore.

Chi non scorgerà prove luminose dell'obbligo di onorare i santi e del patrocinio che essi assumono di noi nei prodigiosi fatti che si compiono presso i loro sepolcri, con la restituzione di occhi, mani, membra di ogni genere a chi ne mancava, con la resurrezione di morti tornati in vita, con il fatto di demoni cacciati dai corpi umani? Molti riferirono di averne udito il racconto; moltissimi, individui serissimi, di aver letto; né mancano testimoni ineccepibili, quali sant'Ambrogio e sant'Agostino, che attestarono nelle loro lettere di aver visto. Che più? Se le vesti, i panni e la stessa ombra dei santi ancora in vita scacciarono le malattie e ridonarono le forze, chi oserà porre in dubbio che Dio possa effettuare i medesimi portenti per mezzo delle ceneri, delle ossa e delle altre reliquie dei santi? Si ricordi quel cadavere che, portato per caso nel sepolcro di Eliseo, immediatamente rivisse a contatto del suo corpo (2 Re 13,21).


304 Norme sulla illiceità delle immagini

Seguono le parole: "Non ti farai opere di scultura a immagine di cose esistenti nell'aria, sulla terra o nelle acque; non le adorerai, non presterai loro culto". Alcuni, ritenendo che fosse qui enunciato un secondo precetto, pensarono che i due ultimi precetti del Decalogo ne formassero invece uno solo. Ma sant'Agostino, considerando quei due ultimi come distinti, afferma che le parole in questione appartengono al primo precetto (2 super Exod., q. 71) e noi adottiamo volentieri simile sentenza, che è comunissima nella Chiesa. Ma c'è di rincalzo l'ottima ragione che, nel testo biblico (Es 20,4s), premio e castigo per il precetto sono enunciati al termine di questa pericope in maniera unitaria come per ciascun precetto.

Né si creda che con tale precetto sia del tutto vietata l'arte di dipingere, di rappresentare, di scolpire. Leggiamo infatti nelle Scritture che, per comando divino, furono fatti simulacri e immagini di cherubini (Es 25,18; 1 Re 6,23s; 2 Cr 3,7) e del serpente di bronzo (Nm 21,8). Dobbiamo perciò interpretare la proibizione nel senso che, prestando ai simulacri un culto come a delle divinità, si viene a togliere qualcosa al vero culto di Dio.

E` chiaro che, nell'ambito di questo comandamento, in due modi possiamo gravemente ledere la divina maestà. In primo luogo, venerando come divinità idoli e simulacri, o ritenendo che dimori in essi qualche virtù divina, per cui si debba prestar loro venerazione, si possa chieder loro qualcosa e riporre in essi quella fiducia che vi riponevano una volta i pagani, rimproverati spesso dalla Scrittura di collocare la loro speranza negli idoli. In secondo luogo tentando di raffigurare con i mezzi dell'arte la forma della divinità, quasi che questa possa scorgersi con gli occhi corporei, o esprimersi con colori e figure. Esclama il Damasceno: "Chi potrà esprimere un Dio che non cade sotto la presa dei sensi, non ha corpo, non può essere circoscritto in alcun termine, né descritto da alcuna rappresentazione?" (Exp. fìdei, 4, 16).

Più ampiamente spiega la cosa il secondo Concilio Niceno (Actio 7). Luminosamente l'Apostolo disse dei pagani che avevano deformato la gloria di Dio incorruttibile, riducendola alle immagini dell'uomo corruttibile, degli uccelli, dei quadrupedi, dei serpenti (Rm 1,23), venerando come divinità simulacri di questa foggia. Anche gli Israeliti, che dinanzi al simulacro del vitello gridavano: "Ecco, o Israele, i tuoi dei che ti trassero fuori dalla terra di Egitto" (Es 32,4) furono chiamati idolatri, avendo ridotto la gloria divina alle proporzioni di una bestia erbivora (Sal 105,20).

Avendo quindi il Signore rigorosamente vietato di prestar culto a divinità straniere per sopprimere ogni infiltrazione idolatrica, proibì pure di trarre dal bronzo o da qualsiasi altra materia rappresentazioni della divinità. Illustrando il divieto, Isaia esclama: "A quale cosa avete voi rassomigliato Dio? Quale immagine farete di lui?" (Is 40,18). Che tale sentenza sia racchiusa in questo precetto risulta, oltre che dagli scritti dei santi Padri che, secondo l'esposizione del settimo Concilio (Actio 7), l'interpretano a questa maniera, anche dalle parole abbastanza esplicite del Deuteronomio, dove Mosè, volendo allontanare il popolo dall'idolatria, dice: "Non vedeste nessuna immagine il giorno in cui il Signore. sull'Oreb, vi parlò di mezzo al fuoco" (Dt 4,15). Così si esprimeva il sapientissimo legislatore, affinché, cadendo in errore, non si foggiassero un simulacro della divinità e finissero con il tributare a una cosa creata l'onore dovuto a Dio.


305 Utilità del culto delle immagini

Non si creda tuttavia che sia un mancare alla religione e un trasgredire la Legge di Dio l'esprimere con figure sensibili, adoperate nel Vecchio e nel Nuovo Testamento, qualche Persona della santissima Trinità. Non v'è infatti individuo così grossolano che possa ritenere espressa da quella figura la divinità. A ogni modo il parroco spieghi come, mediante quelle figure, siano significate proprietà o azioni attribuite a Dio. Così quando, sulle indicazioni di Daniele (Dn 7,9), si rappresenta il Vegliardo dei giorni seduto sul trono, con i libri aperti dinanzi, si vuole significare l'eternità e l'infinita sapienza di Dio, in virtù delle quali egli scorge tutti i pensieri e le azioni degli uomini per giudicarli. Gli angeli, poi, vengono raffigurati in forme umane e con le ali perché i fedeli comprendano quanto essi siano ben disposti verso il genere umano e come siano pronti a eseguire le incombenze volute dal Signore. Sono infatti spiriti al servizio di coloro che bramano l'eredità della salvezza (Eb 1,14). Il simbolo della colomba e le lingue di fuoco menzionati nel Vangelo [Mt 3,16; Mc 1,10; Lc 3,22; Gv 1,32) e negli Atti degli apostoli (2,3) quali proprietà esprimano dello Spirito Santo è troppo noto perché occorra darne ampia spiegazione.

Siccome, poi, nostro Signore Gesù Cristo, la sua santa e purissima Genitrice e tutti i santi dotati di natura umana ebbero naturalmente figura umana, non solo non è vietato dal presente precetto dipingerne e onorarne le immagini, ma è stato sempre considerato come atto che manifesta, in modo sicuro, animo grato e devoto. Lo confermano i monumenti dell'età apostolica, i concili ecumenici, innumerevoli scritti di Padri dottissimi e religiosissimi, tutti concordi fra loro.

Il parroco insegnerà che non solo è lecito tenere immagini nelle chiese, onorarle e prestar loro culto, purché la venerazione prestata s'intenda diretta ai loro prototipi, ma mostrerà anche come ciò sia stato fatto sempre, fino a oggi, con grandissimo vantaggio dei fedeli, come si vede fra l'altro dal libro del Damasceno sulle immagini e dal settimo Concilio che è il secondo Niceno.

Ma l'avversario del genere umano si sforza sempre con le sue frodi e sofismi di pervertire le istituzioni più sante. Per questo il parroco, nel caso che il popolo sgarri, cercherà di fare quanto è in lui per correggere gli abusi, secondo il decreto del Concilio Tridentino, e senz'altro, all'occasione, ne commenterà il testo stesso. Mostri agli incolti e a coloro che ignorano l'uso stesso delle immagini, che queste mirano a far conoscere la storia dei due Testamenti e ad alimentarne la memoria, cosicché, stimolati dal ricordo delle divine gesta, siamo sempre più tratti a venerare e amare Dio. Insegnerà pure che le immagini dei santi sono poste nei templi affinché essi siano onorati e noi, sulle loro orme, ne riproduciamo la vita e i santi costumi.


306 Pene contro i trasgressori del primo comandamento

"Io sono il Signore Dio tuo, forte, geloso, che faccio ricadere l'iniquità dei padri nei figli, fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano e, nel medesimo tempo, misericordioso abbondantemente verso coloro che mi amano e osservano i miei comandamenti " (Es 20,5s).

Due cose vanno spiegare a proposito di quest'ultima parte del precetto. Anzitutto che, sebbene a causa della maggiore gravità della trasgressione del primo precetto e dell'inclinazione degli uomini a commetterla, la pena sia opportunamente qui menzionata, in realtà si trarrà di un'appendice comune a tutti i precetti. Ogni legge infatti spinge gli uomini al rispetto delle prescrizioni con il premio e con la pena. Per questo frequenti promesse divine sono disseminate nella Sacra Scrittura. Tralasciando quelle pressoché innumerevoli contenute nel Vecchio Testamento, ricordiamo le parole del Vangelo: "Se vuoi entrare nella vita, rispetta i comandamenti" (Mt 19,17) e altrove: "Solo chi adempie il volere del Padre mio che è nei cieli entrerà nel regno celeste" (Mt 7,21). In un altro luogo: "Ogni albero che non fa buon frutto, sarà tagliato e gettato nel fuoco" (Mt 3,10). Altrove: "Chiunque si adira contro suo fratello, sarà condannato in giudizio" (Mt 5,22). Infine: "Se non perdonate agli uomini, nemmeno il Padre vostro perdonerà a voi le vostre mancanze" (Mt 6,15).

In secondo luogo si ricordi che questa appendice deve essere spiegata in maniera molto diversa agli individui perfetti e a quelli carnali. Ai primi infatti, che operano sotto la guida di Dio (Rm 8,14) e a lui obbediscono con animo alacre e docile, esso parla quale annuncio di letizia e quale prova luminosa del volere divino, ben disposto verso di loro. Essi riconoscono così la premura di Dio, amantissimo di loro, il quale, ora con i premi, ora con le pene, quasi costringe gli uomini al proprio culto e alla religione. Ne scorgono così l'infinita bontà e vedono che cosa comandi loro e come voglia far convergere la loro opera verso la gloria del nome divino. Né solo riconoscono tutto ciò, ma nutrono speranza che Dio, come comanda ciò che vuole, così darà le forze necessario per obbedire alla sua Legge.

Per gli individui carnali, invece, non ancora affrancati dallo spirito del servaggio e che si tengono lontani dal peccato più per timore delle pene che per amore della virtù, quell'appendice ha sapore di forte agrume. Perciò dovranno essere incoraggiati con esortazioni pie e quasi condotti per mano là dove vuole la Legge. Ogni volta che venga l'occasione di spiegare uno qualsiasi dei comandamenti, il parroco tenga presenti queste considerazioni.



307 Due stimoli

Mirando agli uomini carnali come agli spirituali, egli adotterà i due pungoli o stimoli contenuti nell'appendice del precetto, capaci di eccitare efficacemente gli uomini al rispetto della Legge.

In primo luogo si spieghi l'inciso, in cui è detto che Dio è forte, con tanto maggiore diligenza, in quanto spesso la carne, meno colpirà dai terrori delle divine minacce, va mendicando tutti i pretesti per sfuggire all'ira di Dio e alla pena stabilita. Chi però tiene per fermo che Dio è forte, ricorda piuttosto il motto del grande David: "Dove mi rifugerò lungi dal tuo spirito? Dove, lungi dal tuo volto?" (Sal 138,7). La stessa carne, diffidente talora delle divine promesse, si raffigura così forti i nemici da reputarsi incapace di resistenza. Invece la fede salda e sicura, nulla temendo, poggiata com'è sulla forza e la virtù divina, conforta e rafforza gli uomini, esclamando: "II Signore è la mia luce e la mia salvezza; di chi avrò paura? " (Sal 26,1).

L'altro stimolo è rappresentato dalla stessa gelosia divina. Infatti gli uomini pensano talora che Dio non curi le cose umane e non si preoccupi neppure del nostro ossequio o della nostra disobbedienza alla Legge. Ne segue un grande disordine nella vita. Ma se noi ricordiamo che Dio si preoccupa di tutto, saremo più attenti al nostro compito.

Naturalmente quella specie di gelosia, che attribuiamo a Dio, non implica un turbamento dell'animo, ma solo quel divino amore e quell'alta carità, per cui Dio non tollera che un'anima si allontani impunemente da lui (Sal 72,27) e irrimediabilmente punisce quanti se ne allontanano. La gelosia è dunque in Dio quella sua serenissima e sincera giustizia, per la quale l'anima, corrotta dalle false opinioni e dalle perverse cupidigie, è ripudiata e, quasi adultera, allontanata dal connubio divino.

Tale gelosia divina la sperimentiamo invece come un sentimento soavissimo e dolcissimo, quando l'alta e ineffabile volontà di Dio verso di noi si manifesta da questo stesso zelo per noi. Non v'è fra gli uomini amore più appassionato, unione più intima di quella che vien data dal vincolo coniugale. Orbene, Dio mostra di quale amore ci prediliga, quando, paragonandosi spesso allo sposo e al marito, si dichiara geloso. Il parroco si fermi perciò a dimostrare come gli uomini debbano essere tanto preoccupati del culto e dell'onore divino, da essere detti anch'essi a buon diritto piuttosto gelosi che amanti, sull'esempio di colui il quale ha detto di sé: "Mi sono mostrato geloso dell'onore del Signore Dio degli eserciti" (1 Re 19,14). Imitino Cristo stesso che disse: "Lo zelo per la tua casa mi divora" (Sal 68,10; Gv 2,17).

Deve essere poi spiegata la sentenza di minaccia. Dio non tollera che i peccatori rimangano impuniti, ma li castigherà, come un padre fa con i figli, o li punirà duramente come un giudice severo. Volendo significare ciò, Mosè ha detto: "Constaterai che il Signore Iddio tuo è Dio forte e fedele: egli rispetta il patto e usa misericordia a chi lo ama; rispetta i suoi precetti fino alla millesima generazione, ma anche ripaga senza indugio chi lo odia" (Dt 7,9). E Giosuè: "Non potrete servire il Signore, poiché Dio è santo e forte nel suo zelo; non perdonerà ai vostri scellerati peccati. Se abbandonerete il Signore e servirete divinità straniere, egli si rivolgerà contro di voi, tormentandovi e determinando la vostra rovina" (Gs 24,19).

Il parroco ricordi al popolo che la maledizione divina si propaga fino alla terza e alla quarta generazione degli empi. Non già nel senso che i posteri debbano sempre necessariamente portare la pena delle colpe degli avi, ma nel senso che, se questi e i loro figli non hanno espiato, non tutta la loro posterità riuscirà a evitare l'ira e la pena divina.

Va ricordato in proposito l'esempio del re Giosia. Dio gli perdonò per la sua singolare pietà e gli concesse di scendere in pace nel sepolcro dei padri per non assistere alle sciagure dei tempi imminenti, determinate su Giuda e su Gerusalemme dall'empietà di Manasse suo avo. Ma, dopo la sua morte, la vendetta di Dio raggiunse i suoi posteri, non risparmiando neppure i figli di Giosia (2 Re 22,19s; 23,26ss).

In che modo poi queste parole della Legge si possano conciliare con la sentenza del Profeta: "L'anima che avrà peccato, perirà" (Ez 18,4) lo mostra chiaramente l'autorità di san Gregorio, che, concorde in questo con tutti gli antichi Padri, dice: "Chiunque imita l'iniquità di un malvagio genitore, è vincolato pure dalla colpa di lui; ma chi non ne imita la malvagità non porta il suo carico morale; per questo il figlio cattivo di un cattivo padre non sconta solamente le colpe proprie, ma anche quelle di suo padre, non avendo temuto di accoppiare alla perversione paterna, contro cui sa irato il Signore, anche la propria malvagità. È giusto del resto che colui il quale, sotto lo sguardo di un giudice severo, non ha ritegno di battere le vie di un genitore malvagio, sia tenuto nella vita presente a scontare pure le colpe dell'iniquo suo padre" (Moralia, 15, 51). Ricorderà però il parroco che la bontà e la misericordia di Dio superano la sua giustizia: rivela la sua ira infatti tino alla terza e alla quarta generazione, ma riversa la sua misericordia fino alla millesima.

L'inciso poi "per coloro che mi odiano" vuole rilevare la gravità del peccato. Che cosa c'è di più orribile e di più nefasto che odiare la Bontà per essenza e la Verità somma? Ciò vale per tutti i peccatori, perché, come chi rispetta i precetti di Dio, ama Dio (Gv 14,21), così chi disprezza la Legge di Dio e non rispetta i suoi comandamenti, giustamente può dirsi che lo odia.

Infine la frase ultima, "coloro che mi amano", insegna il modo e il motivo del rispetto della Legge. E infatti necessario che coloro i quali osservano la Legge di Dio siano indotti a obbedirgli dal medesimo amore che li spinge verso di lui: cosa che vedremo anche nella trattazione dei singoli comandamenti.