Catechismo del concilio di Trento/Parte III/Terzo Comandamento

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Parte III, Terzo Comandamento: Ricordati di santificare le feste

../Secondo Comandamento ../Quarto Comandamento IncludiIntestazione 22 settembre 2009 50% Cristianesimo

Parte III, Terzo Comandamento: Ricordati di santificare le feste
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314 Oggetto del comandamento

"Lavorerai per sei giorni, compiendo tutti i tuoi doveri. Ma il settimo giorno è del Signore Dio tuo; in quello, nulla farete tu, tuo figlio e tua figlia, il tuo servo e la tua serva, il tuo giumento, l'ospite che dimora in casa tua; infatti in sei giorni il Signore fece il cielo, la terra e tutto ciò che è in essi e nel settimo giorno si riposò. Per questo il Signore benedisse il sabato e lo santificò."


Con questo comando della Legge è giustamente e ordinatamente prescritto quel culto esterno che dobbiamo a Dio. Si tratta in fondo di un corollario del precedente comandamento. Non possiamo infatti astenerci dal prestare culto esterno e dall'offrire il nostro ringraziamento a colui che veneriamo nell'anima e in cui riponiamo la nostra fiducia e speranza; poiché le cure umane non permettono agevolmente agli uomini di assolvere simile compito, è stato fissato un tempo in cui possano farlo comodamente. Trattandosi di comandamento che arreca mirabili frutti, preme che il parroco ponga ogni studio nel commentarlo. La prima parola della formula, "Ricordati", infiammerà già di per sé il suo zelo. Se i fedeli devono ricordare il precetto, spetta al pastore inculcarlo senza tregua nei loro cuori. Quanto poi convenga ai fedeli rispettarlo, traspare dal fatto che, ciò facendo, saranno portati a rispettare più facilmente i rimanenti obblighi della Legge. Infatti, tra le altre azioni da compiere nei giorni festivi v'è quella di recarsi in chiesa ad ascoltare la parola di Dio. Una volta istruiti nelle divine prescrizioni, i fedeli custodiranno con tutto il cuore la Legge del Signore.

Per questo il rispetto del sabato e il culto divino sono raccomandati spessissimo nella Scrittura, nell'Esodo per esempio, nel Levitico, nel Deuteronomio, in Isaia, in Geremia, in Ezechiele: dovunque si riscontrano passi che inculcano il rispetto del giorno festivo. Speciali esortazioni vanno rivolte a chi governa e ai magistrati affinché, per quanto riguarda il mantenimento e l'incremento del culto divino, pongano il loro potere a disposizione dei reggitori ecclesiastici e ordinino al popolo di sottostare alle prescrizioni sacerdotali.

Nella spiegazione del comandamento si deve aver cura che i fedeli sappiano in che cosa esso coincide con gli altri e in che cosa ne differisce; così comprenderanno perché noi rispettiamo e riteniamo per giorno sacro non più il sabato ma la domenica.

Una differenza intanto e questa: gli altri comandamenti del Decalogo sono naturali e perpetui, ne possono m nessun modo essere cambiati; sicché, per quanto la Legge di Mosè sia stata abrogata, il popolo cristiano rispetta sempre i comandamenti contenuti nelle due tavole, non in virtù della prescrizione mosaica, ma perché si tratta di precetti rispondenti alla natura, la cui forza stessa ne impone agli uomini il rispetto. Invece questo precetto del culto del sabato, per quanto riguarda il giorno prescelto, non è circoscritto e fisso, ma mutabile: non si riferisce ai costumi, ma ai riti; non è naturale, non avendoci istituito o comandato la natura di prendere un dato giorno, anziché un altro, per dare a Dio culto esterno; solamente dal tempo in cui il popolo d'Israele fu liberato dalla servitù del faraone, esso rispettò il sabato.

Al momento in cui tutti i riti ebraici e le cerimonie dovevano decadere, alla morte cioè di Cristo, anche il sabato doveva essere cambiato. Infatti, essendo tali cerimonie pallide immagini della luce. necessariamente sarebbero state rimosse all'avvento della luce e della verità, che è Cristo Signore. Scriveva in proposito san Paolo ai Galati, rimproverando i cultori del rito mosaico: "Voi osservate i giorni, i mesi, le stagioni, gli anni: temo per voi che io mi sia affaticato invano a vostro riguardo" (4,10). Nel medesimo senso si esprimeva con i Colossesi (2,16). E questo valga per le differenze.

Coincide invece con gli altri precetti non già nel rito e nelle cerimonie, ma in quanto implica qualcosa che rientra nella morale e nel diritto naturale. Il culto e l'ossequio religioso a Dio, formulati in questo comandamento, sgorgano infatti dal diritto di natura, essendo proprio la natura che ci spinge a consacrare qualche ora al culto di Dio. Non constatiamo infatti che tutti i popoli consacrano alcuni giorni alla pubblica celebrazione di sacre cerimonie? L'uomo è tratto da natura a dedicare un tempo determinato ad alcune funzioni elementari, quali il riposo del corpo, il sonno e simili. Per la stessa forza naturale è spinto a concedere, oltre che al corpo, un po' di tempo allo spirito, affinché si rinfranchi nel pensiero di Dio. Che in una parte del tempo si venerino le cose divine e si tributi a Dio il dovuto onore rientra quindi nell'insieme dei precetti riguardanti i costumi. Perciò gli Apostoli stabilirono che fra i sette giorni il primo fosse consacrato al culto divino e lo chiamarono giorno del Signore. Anche san Giovanni nell'Apocalisse ricorda il "giorno del Signore" (1,10). L'Apostolo comanda che si facciano collette ogni primo giorno della settimana (1 Cor 16,2), che è la domenica, secondo la spiegazione del Crisostomo. Evidentemente fin da allora il giorno domenicale era sacro.


315 Molteplici parti del comandamento

Affinché i fedeli sappiano come debbono comportarsi in quel giorno e da quali azioni si debbano astenere, non sarà male che il parroco spieghi minutamente il precetto, che può dividersi praticamente in quattro parti. Anzitutto indicherà genericamente quel che prescrivono le parole: "Ricordati di santificare il sabato". Opportunamente al primo posto è stata collocata l'espressione "Ricordati", poiché il culto di questo giorno appartiene alla legge cerimoniale. Sembrò saggio ammonire formalmente in proposito il popolo, dal momento che la legge naturale, pur insegnando che in un dato tempo qualsiasi si doveva venerare Dio con culto religioso, non prescriveva in quale giorno di preferenza si dovesse fare.

In secondo luogo il parroco mostri ai fedeli come la formula suggerisca il modo ragionevole con cui dobbiamo lavorare durante la settimana, in maniera cioè da non perdere mai di vista il giorno festivo. In questo, dobbiamo quasi render conto a Dio delle nostre azioni e delle nostre opere; è necessario quindi che compiamo sempre azioni tali da non meritare la condanna di Dio e da non lasciare nei nostri spiriti, secondo il motto biblico, tracce di singhiozzi e di rimpianti (1 Sam 25,31). Infine la formula ci insegna, e dobbiamo ben rifletterci, che non mancheranno le occasioni per dimenticare il precetto, trascinati dall'esempio di coloro che lo trascurano, assorbiti dagli spettacoli e dai giochi che allontanano troppo spesso dal pio e religioso rispetto del santo giorno.

Ma veniamo ormai a parlare del significato del sabato. Sabato, vocabolo ebraico, vuol dire "cessazione"; quindi "sabatizzare" vale "cessare" e "riposarsi". Il settimo giorno ricevette il nome di sabato, appunto perché, compiuto l'universo cosmico, Dio ristette dall'opera già compiuta (Gn 2,3). Così il Signore chiama questo giorno nell'Esodo (20,8.11). Più tardi tale nome fu conferito non più soltanto al settimo giorno, ma, a causa della sua dignità, a tutta la settimana. Per questo il fariseo dice nel Vangelo di san Luca: "Digiuno due volte nel sabato" (18,12). Questo per quanto riguarda il significato del sabato.

La santificazione del sabato, secondo le indicazioni bibliche, consiste nell'astensione da tutti i lavori e affari materiali, come indicano apertamente le parole seguenti del precetto: "Non lavorerai". Ma non è qui tutto; perché in tale ipotesi sarebbe stato sufficiente dire nel Deuteronomio: "Osserva il sabato" (5,12), mentre invece vi si aggiunge: "Per santificarlo". Dunque il giorno del sabato è un giorno religioso, che va consacrato ad azioni divine o a occupazioni sacre. Sicché lo rispetteremo integralmente se adempiremo gli atti di religione verso Dio. E questo è propriamente il sabato, che Isaia chiama "delizioso" (58,13), poiché i giorni festivi sono come le delizie del Signore e degli uomini pii. Che se al rispetto religioso così intero e santo del sabato aggiungeremo le opere di misericordia, allora, secondo la promessa del medesimo profeta (58,8), ci meriteremo premi inestimabili.

Dunque il pieno valore del comandamento esige che l'uomo ponga tutte le sue energie perché nei giorni fissati, lontano dagli affari e dal lavoro materiale, possa attendere al pio culto del Signore.


316 Misteri del giorno consacrato al Signore

Nella seconda parte del comandamento è detto che, per ordine divino, il settimo giorno è consacrato al culto di Dio. Sta scritto infatti: "Lavorerai per sei giorni e farai tutto quello che devi, ma il settimo giorno è il sabato del Signore Dio tuo". Tali parole vogliono significare che il sabato deve essere consacrato al Signore con opere di religione e che questo settimo giorno simboleggia il riposo del Signore. Fu consacrato a Dio perché non sarebbe stato bene rilasciare all'arbitrio del popolo rozzo scegliersi la giornata, con il pericolo di seguire le consuetudini sacre degli Egiziani.

Fra i sette giorni, fu prescelto l'ultimo per il culto del Signore e la cosa è piena di mistero; perciò Dio nell'Esodo (31,13) e in Ezechiele (20,12) chiama il sabato un "segno": "Badate a rispettare il mio sabato, perché è un segno pattuito fra me e voi per tutte le vostre generazioni, affinché sappiate che io sono il Signore che vi santifica". Vale a dire: esso fu il segno che indicava agli uomini la necessità di dedicarsi a Dio, di mostrarsi santi ai suoi occhi, osservando come a lui era consacrata anche una giornata speciale. Infatti è santo il giorno in cui gli uomini devono in maniera particolare coltivare la santità e la religione. Inoltre il sabato è come un segno e un ricordo commemorativo dell'avvenuta formazione di questo mirabile universo. Di più, fu un segno tramandato alla memoria degli Israeliti perché fossero indotti a ricordare costantemente che l'aiuto di Dio li aveva affrancati dal durissimo giogo del dominio egiziano. Dice infatti il Signore: "Ricordati di essere stato schiavo in Egitto e che ti liberò di là il Signore Dio tuo con la forza della sua mano e l'intervento del suo braccio. Per questo ti impose di rispettare il sabato" (Dt 5,15).

Infine è il simbolo del sabato spirituale e di quello celeste. Il sabato spirituale consiste in un santo e mistico riposo e si celebra quando, sepolto in Cristo l'uomo vecchio (Rm 6,4), si rinasce a vita nuova e si compiono fervidamente azioni confacenti alla pietà cristiana. Allora coloro che erano una volta tenebre e ora invece sono luce nel Signore, procederanno sui sentieri della bontà, della giustizia, della verità, come figli della luce, astenendosi dal partecipare alle insane opere delle tenebre (Ef 5,8).

Il sabato celeste poi, secondo il commento di san Cirillo al passo apostolico "E lasciato un altro sabato al popolo di Dio" (Eb 4,9), consiste in quella vita, nella quale, vivendo con Cristo, godremo di tutti i beni, essendo estirpata ormai ogni radice di peccato, secondo il detto: "Non vi saranno leoni, non vi passeranno belve; ma ivi si aprirà una strada pura e santa" (Is 35, 8s). In realtà lo spirito dei santi consegue nella visione di Dio tutti i beni. Si esortino dunque i fedeli e si stimolino con le parole: "Affrettiamoci a entrare in quel supremo riposo" (Eb 4,11). Il popolo giudaico rispettava, oltre il settimo giorno, anche altri giorni festivi stabiliti dalla Legge, affinché fosse sempre viva la memoria degli insigni benefici ricevuti.

La Chiesa di Dio trasportò la ricorrenza festiva del sabato alla domenica, perché in questo giorno, per la prima volta, brillò la luce sul mondo e in esso, in virtù della risurrezione del Redentore che aprì l'adito alla vita eterna, la nostra vita, affrancata dalle tenebre, fu ricondotta nelle regioni della luce. Perciò gli Apostoli lo chiamarono "giorno del Signore". Già nella Bibbia tale giorno appare solenne, come quello in cui ebbe principio la creazione del mondo e in cui lo Spirito Santo fu infuso negli Apostoli.

Agli inizi della Chiesa e nei tempi susseguenti, gli Apostoli e i nostri santi Padri istituirono altri giorni festivi, affinché alimentassimo sempre la memoria santa dei divini benefici. Fra gli altri son ritenuti più solenni i giorni che commemorano i misteri della nostra Redenzione, poi quelli consacrati alla santissima Vergine e Madre; infine quelli dedicati agli Apostoli, ai martiri, ai santi che regnano con Cristo. Nella vittoria di questi santi rifulge ed è esaltata la potente benevolenza di Dio; a essi viene tributato onore, anche perché il popolo sia stimolato a imitarne le virtù.

Al rispetto del comandamento induce pure efficacemente la parte della formula che dice: "Lavorerai per sei giorni; il settimo giorno è il sabato del Signore". Il parroco perciò deve copiosamente spiegarla. Da quelle parole è lecito desumere che i fedeli devono essere esortati a non trascorrere la loro esistenza nell'ozio, ma al contrario, memori della raccomandazione apostolica, ciascuno compia il suo lavoro con le proprie mani (1 Ts 4,11; Ef 4,2S). Con tale precetto, inoltre, il Signore comanda di non rimandare alla domenica nulla di ciò che dobbiamo compiere negli altri giorni, perché lo spirito non sia allontanato nel giorno festivo dalle occupazioni sante.


Quale lavoro è vietato nei giorni festivi

317 Il parroco illustrerà poi la terza parte del comandamento, che spiega in quale modo si debba rispettare il sabato e da quali opere ci dobbiamo astenere. Dice il Signore: "In quel giorno non farete nulla: ne tu, ne tuo figlio, ne tua figlia, il tuo servo o la tua serva, il tuo giumento e il tuo ospite che è in casa tua". Con queste parole siamo avvertiti di evitare assolutamente quanto può ostacolare l'esercizio del culto divino. Si intuisce infatti che è vietato ogni genere di lavoro servile, non davvero perché questo sia di natura sua disonorevole e malvagio, ma solo perché ci allontana da quel culto divino che rappresenta lo scopo del precetto. A quanta maggior ragione i fedeli dovranno evitare in quel giorno i peccati, che non solamente distraggono lo spirito dall'esercizio delle cose divine, ma ci separano radicalmente dall'amore di Dio!

Non sono però vietate le azioni che appartengono al culto divino, anche se siano servili, quali apparecchiare l'altare, adornare il tempio per il di festivo e simili. Perciò il Signore ha detto che i sacerdoti possono nel tempio violare il sabato ed essere senza colpa (Mt 12,5). Neppure si devono ritenere vietate dalla Legge quelle azioni la cui sospensione nel giorno festivo può determinare gravi danni. Anche i sacri Canoni lo permettono. Il Signore nel Vangelo dichiarò che molte altre azioni possono compiersi nei giorni di festa e il parroco ne troverà agevolmente l'indicazione in san Matteo e in san Giovanni.

A ogni modo, perché nulla fosse omesso di tutto ciò che può impedire il rispetto del sabato, fu menzionato persino il giumento. Anche da questi animali sono impediti gli uomini dall'attendere alla celebrazione del sabato, poiché se in questo giorno si fa lavorare la bestia da soma, lavorerà anche l'uomo che deve guidarla. Essa non può da sola compiere un lavoro; soltanto aiuta l'uomo nel suo intento. E poiché di festa nessun lavoro è consentito, neppure alla bestia è lecito lavorare, essendo essa cooperatrice docile dell'uomo. Di modo che la Legge finisce con l'avere pure un'altra portata; poiché se Dio vuole che l'uomo risparmi gli animali nel lavoro, tanto più vuole che si astenga dall'essere disumano con coloro che hanno posto la loro capacità al suo servizio.

Il parroco infine non dimentichi di insegnare con cura in quali opere debbano invece trascorrere i cristiani i giorni festivi. Andranno in chiesa per assistere con devota attenzione al sacrificio della santa Messa, partecipare di frequente ai divini sacramenti della Chiesa, istituiti per la nostra salute e per la cura delle nostre ferite spirituali. Nulla può fare di meglio il cristiano che confessare spesso i suoi peccati ai sacerdoti. A tal fine il parroco esorterà di frequente il popolo, traendo copia di argomenti da quanto è stato detto e stabilito a proposito del sacramento della Penitenza. Ne si limiterà a stimolare il popolo ad accostarsi a questo sacramento, ma assiduamente lo spingerà ad avvicinarsi spesso al santo sacramento dell'Eucaristia.

I fedeli inoltre devono ascoltare con religiosa attenzione la predica. Che cosa di più intollerabile e di più indegno che il disprezzo, o l'indifferenza verso la parola di Gesù Cristo? Infine i fedeli devono esercitarsi nelle preci e nelle lodi divine, ponendo tutte le loro cure nell'apprendere le regole della vita cristiana. Metteranno in pratica premurosamente quei doveri che rientrano nella sfera della pietà, quali l'elemosina ai poveri e ai bisognosi, la visita agli infermi, la consolazione e il conforto agli addolorati. Come dice san Giacomo: "La religione pura e immacolata agli occhi di Dio Padre sta qui: visitare gli orfani e confortare le vedove nei loro affanni" (1,27). Da quanto abbiamo detto sarà facile desumere quali siano le trasgressioni che si commettono contro questo comandamento.


318 Ragioni del comandamento

Il parroco abbia sempre presenti passi autorevoli, da cui attingere argomenti capaci di indurre il popolo a obbedire scrupolosamente al precetto.

Il mezzo più efficace però è che il gregge dei fedeli comprenda bene la giustizia e la ragionevolezza dell'obbligo di dedicare alcuni giorni all'esclusivo culto di Dio, al riconoscimento e alla religiosa venerazione di nostro Signore, da cui ricevemmo incommensurabili e innumerevoli benefici. Se pure ci avesse comandato di compiere ogni giorno atti di culto religioso verso di lui, non dovremmo alacremente obbedire al suo cenno, in virtù dei suoi infiniti benefici? Invece ha voluto pochi giorni per sé. Potremo dunque essere negligenti nell'assolvere sì modesto compito, al quale non possiamo sottrarci senza gravissima colpa?

Mostri poi il parroco l'intimo valore del comandamento: chi l'osserva coscienziosamente non sembra costituito al cospetto di Dio, in colloquio con lui? In realtà rivolgendo preghiere a Dio ne contempliamo la maestà, parliamo con lui; ascoltando i predicatori, udiamo la voce di Dio, che arriva per loro mezzo alle nostre orecchie, quando trattano piamente delle cose divine; nel sacrificio dell'altare, poi, adoriamo presente nostro Signore Gesù Cristo.

Di tutti questi beni godono coloro che ubbidiscono al comandamento. Mentre chi lo trascura è ribelle a Dio e alla Chiesa, sordo al divino comando, realmente nemico di Dio e delle sue sante leggi. Basta riflettere al fatto che tale divino comandamento può essere rispettato senza alcun sacrificio. Dio non ha imposto ardue fatiche da affrontarsi in suo onore: ha voluto semplicemente che trascorressimo i suoi giorni festivi liberi da cure terrene. Non è dunque indizio di sfrontata temerità il rifiuto di obbedienza?

Ricordiamo i terrificanti supplizi a cui Dio sottopose i violatori del comando, quali sono narrati nel libro dei Numeri (15,32). Per non incappare in questa grave offesa di Dio, sarà bene ripetere mentalmente e molto spesso il monito "ricordati" e tenere costantemente dinanzi agli occhi gli insigni vantaggi, che abbiamo mostrato scaturire dal rispetto dei giorni festivi e tutte quelle argomentazioni, che il pastore zelante saprà a ogni occasione prospettare e illustrare.