Catechismo del concilio di Trento/Parte IV/Conclusione

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Parte IV, Conclusione dell'orazione domenicale - Amen

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Parte IV, Conclusione dell'orazione domenicale - Amen
Parte IV - Settima Domanda


422 Grande importanza di una devota chiusura della Preghiera

La parola Amen giustamente è detta da san Girolamo nei suoi Commentari il sigillo della Preghiera domenicale (Comm. in Evang. Matthei, 1, 6, 13), perciò, avendo prima insegnato ai fedeli la preparazione che si deve fare prima di incominciare la preghiera, così pensiamo di dover illustrare la ragione e il significato di questa conclusione finale dell'Orazione stessa; essendo non meno necessario terminare bene la preghiera a Dio di quello che sia il cominciarla con diligenza.

Sappia dunque il popolo fedele che molti e sostanziosi sono i frutti che possiamo ricavare dalla fine della Preghiera domenicale, ma il frutto più ricco e più piacevole è pur sempre l'ottenere quello che abbiamo chiesto e di cui abbastanza si è detto qui sopra.

Con questa ultima parte dell'Orazione non solo otteniamo l'esaudimento delle nostre preghiere, ma altri beni grandi e belli che appena è possibile spiegare a parole. Quando nella preghiera gli uomini parlano con Dio, dice san Cipriano (De dom. Orat; 31), avviene in un modo quasi inesplicabile che la maestà divina sia molto più vicina a chi prega che agli altri e l'adorna di doni singolari, in modo che quelli che pregano Dio con devozione si possono paragonare a quelli che si avvicinano al fuoco; se hanno freddo, si riscaldano, se sono caldi, ardono. Così quelli che si avvicinano a Dio ne vengono più infervorati secondo la loro fede e devozione, il loro animo è infiammato alla gloria di Dio, lo spirito s'illumina mirabilmente e sono ricolmati di doni divini.

Questo ci è stato svelato dalla Sacra Scrittura: "L'hai prevenuto con le benedizioni della grazia" (Sai 20,4). Di esempio a tutti è il grande Mosè che, partitesi da Dio dopo aver avuto un colloquio con lui, brillava così di luce divina che gli Israeliti non potevano guardare i suoi occhi e la sua faccia (Es 34,35). Senza dubbio coloro che pregano con veemente ardore godono mirabilmente della misericordia e della maestà divina: "Fin dalla mattina mi fermerò a guardarti, poiché tu non sei un Dio che vuole l'iniquità" (Sal 5,5), ha detto il Profeta. Quanto più gli uomini conoscono queste cose, con tanto maggior ardore e più profonda devozione lo venerano; con gran piacere sentono quanto Iddio sia soave e come veramente siano beati quelli che sperano in lui (Sal 33,9); circonfusi da quella splendente luce, vedono bene la loro piccolezza e tutta la maestà di Dio. Ecco infatti l'assioma di sant'Agostino: "Che io conosca te e conosca me" (Solil., 2, 1). Avviene quindi che, non fidando più nelle proprie forze, tutti si affidino alla bontà divina, non dubitando affatto che egli, abbracciandoli tutti nella sua paterna carità, provvederà abbondantemente quanto è necessario alla loro vita e salute. Così renderanno a Dio le più pure grazie del loro animo e quante ne possano esprimere le labbra, come leggiamo aver fatto David che, avendo incominciato la preghiera con le parole: "Salvami da tutti quelli che mi perseguitano", termina esclamando: "Glorificherò il Signore secondo la sua giustizia e canterò le lodi del suo nome sublime" (Sal 7,2.18).

Sono innumerevoli le preghiere di questo genere fatte dai santi, che, cominciando con espressioni di grande timore, terminano poi piene di buona speranza e di letizia. Hanno un meraviglioso splendore in questo senso quelle dello stesso David il quale, avendo così cominciato a pregare con l'animo pieno di paura: "Molti si levano contro di me; molti dicono all'anima mia: "Non v'è salute per lui nel suo Dio"", rassicurato poi e compenetrato di gaudio, aggiunge: "Non temerò le migliaia di uomini che mi circondano" (Sal 3,2.3.7). In un altro salmo piange la sua miseria, ma, gettando subito tutta la sua fiducia in Dio, s'allieta in modo incredibile nella speranza di eterna felicità: "Io dormirò in pace e in pace mi riposerò" (Sal 4,9). E quando esclamava: "Signore, non mi castigare nella tua collera, non mi castigare nella tua ira", con quanto terrore e pallore di volto lo doveva dire! Invece, con grande fiducia e letizia d'animo prorompe nelle parole che seguono: "State lontani da me, voi tutti che operate l'iniquità; poiché Dio ha esaudito la voce del mio pianto" (Sal 6,2.9). Temendo l'ira e il furore di Saul, con quanta dimessa umiltà implorava l'aiuto di Dio! "Dio, nel tuo nome salvami; giudicami nella tua virtù"; tuttavia, lieto e fidente, soggiunge nello stesso salmo: "Ecco, Dio mi aiuta, il Signore è l'appoggio dell'anima mia" (Sal 53,3.6). Perciò chi va alla preghiera munito di fede e di speranza, si presenti a Dio come al padre, non dubitando di ottenere ciò che gli è necessario.


423 Con la parola "Amen" si esprime il desiderio che la preghiera venga esaudita

Nella parola "Amen", ultima della preghiera, si trovano molte cose, quasi seme dei pensieri e delle riflessioni da noi esposti. Così spesso ricorreva sulle labbra del Salvatore questa parola ebraica, che piacque allo Spirito Santo di conservarla nella Chiesa di Dio. A essa si da in sostanza questo significato: "Sappi che le tue preghiere sono esaudite". Ha infatti valore e significato, come di una risposta di Dio, che licenzia con buona grazia colui che, con la preghiera, ha impetrato ciò che voleva. Tale significato è stato riconosciuto sempre dalla consuetudine della Chiesa di Dio, la quale, nel sacrificio della Messa, quando si recita la Preghiera domenicale, non attribuì l'incarico di dire "Amen" ai ministri inferiori ai quali tocca di dire: "Liberaci dal male", ma lo riservò allo stesso sacerdote, il quale, come interprete tra Dio e gli uomini, risponde al popolo che Dio è placato.

Però questo rito non è generale per tutte le preghiere, poiché nelle altre sono i ministri che rispondono "Amen", ma è caratteristico della Preghiera domenicale. Infatti nelle altre si esprime un consenso o un desiderio; in questa, invece, la risposta che Dio ha acconsentito al desiderio del fedele che lo ha pregato.


424 Significato della parola

Da molti è interpretata variamente la parola "Amen". I Settanta la tradussero: "così sia"; altri: "veramente"; Aquila lo traduce: "fedelmente". Ma poco importa che si traduca in questo o in quel modo, purché intendiamo con essa ciò che dicemmo. E il sacerdote che ci assicura esserci concesso l'oggetto della domanda e questo significato è accettato dall'Apostolo nella sua lettera ai Corinzi: "In realtà tutte le promesse di Dio in lui sono divenute sì. Per questo, sempre attraverso lui, sale a Dio il nostro "Amen" per la sua gloria" (2 Cor 1,20). Si appropria al nostro caso questa parola che racchiude la conferma delle nostre richieste; essa fa stare attenti quelli che pregano, poiché spesso avviene che gli uomini, distratti durante la preghiera da vari pensieri, passino ad altro. Con questa parola anzi chiediamo con grande sollecitudine che avvengano, cioè che siano concesse, le cose domandate, o meglio, pensando di aver già ottenuto tutto e sentendo in noi presente la forza dell'aiuto divino, cantiamo con il Profeta: "Ecco Dio mi aiuta; Dio è l'appoggio dell'anima mia" (Sai 53,6). Non è infatti da dubitare che Dio non si lasci commuovere dal nome del Figlio suo e da quella parola di cui egli si serviva così spesso; poiché sempre, come dice l'Apostolo, "Lo ha esaudito per la sua riverenza".

"Suo è il regno, suo è il potere e l'impero nei secoli dei secoli" (1 Pt 4,11).