Catechismo del concilio di Trento/Parte IV/Prefazione

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Parte IV, Prefazione all'orazione domenicale

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Parte IV, Prefazione all'orazione domenicale
Parte IV - L'orazione Parte IV - Prima Domanda

PADRE NOSTRO CHE SEI NEI CIELI. La formula della preghiera cristiana, insegnata da Gesù Cristo, è di tale tenore che, prima di recitare le invocazioni di domanda, propone come proemio alcune parole, con le quali, nell'atto di accedere devotamente a Dio, esprimiamo con più calda fiducia le nostre richieste. È dovere del parroco spiegare distintamente e con chiarezza tali parole, affinché il popolo credente si disponga più alacremente alla preghiera sapendo di rivolgersi direttamente a Dio come Padre. Tale proemio, brevissimo per le parole che lo compongono, è importantissimo e pieno di misteri per il suo contenuto.


370 Il nome di "Padre" conviene a Dio per molte ragioni

PADRE. E la prima parola di questa Orazione, per espresso comando e istituzione di Dio. Il nostro Salvatore, in verità, avrebbe potuto premettere un vocabolo più maestoso, per esempio quello di "Creatore" o "Signore". Volle invece eliminare ogni termine capace di incuterci timore e scelse quello che ispira amore e fiducia a quanti si rivolgono a Dio con la preghiera. Quale appellativo più grato che quello di Padre? Esso suona unicamente indulgenza e amore. Per indicare poi le ragioni che giustificano l'applicazione del nome di Padre a Dio, basterà ricordare la creazione, la provvidenza e la redenzione.

Anzitutto, Dio creò l'uomo a sua immagine, cosa che non fece con gli altri animali.

Avendo di così insigne privilegio dotato l'uomo, propriamente egli viene chiamato nelle Sacre Scritture "Padre" di tutti gli uomini e non solo dei credenti, ma anche degli infedeli.

In secondo luogo, per il fatto che Dio provvede e dispone il tutto per il vantaggio degli uomini, egli, con la speciale manifestazione della sua provvidenza e della sua cura, ci rivela l'amore paterno. Affinché dalla spiegazione di questo argomento appaia più limpida la cura paterna che Dio ha degli uomini, sembra opportuno dire qualcosa sulla custodia degli angeli, sotto la cui tutela si trovano gli uomini. Per divino volere è affidato agli angeli il compito di custodire il genere umano e di vegliare al fianco di ogni individuo, affinché non lo colpisca troppo grave danno. Come i genitori scelgono delle guide e dei sorveglianti per i figlioli che affrontano un viaggio per un sentiero pericoloso e insidioso, così il Padre celeste, nella via che mena alla patria dei cieli, assegnò a ciascuno di noi degli angeli, perché noi fiancheggiati dal loro solerte appoggio, evitassimo i tranelli tesi dal nemico, respingessimo i suoi temibili attacchi sotto la loro guida, non smarrissimo la retta strada e nessun inganno tramato dall'avversario insidioso ci spingesse lungi dal cammino che mena al paradiso.

Quanto sia preziosa questa singolare cura e provvidenza di Dio per gli uomini, affidata al ministero degli angeli, la cui natura appare intermedia fra quella di Dio e quella degli uomini, emerge dai copiosi esempi delle divine Scritture. Esse attestano come spesso, per benigno volere di Dio, gli angeli compirono gesta mirabili al cospetto degli uomini. Tali esempi ci fanno persuasi che innumerevoli atti del medesimo genere sono compiuti dagli angeli, tutori della nostra salvezza, utilmente e beneficamente, per quanto fuori della percezione dei nostri occhi.

L'angelo Raffaele, per esempio, per volere divino unitesi quale compagno e guida nel viaggio a Tobia, lo condusse e ricondusse incolume (Tb 5,5). Lo salvò dalla voracità del pesce smisurato, mostrando poi tutte le virtù contenute nel fegato, nel fiele e nel cuore di esso (Tb 6,2). Cacciò il demonio e, vincolatane la forza, fece sì che non nuocesse a Tobia (Tb 8,3). Fu l'angelo Raffaele che ammaestrò Tobia sui doveri del matrimonio (Tb 6,4- 16). Infine ridonò la vista al padre di Tobia (Tb 11,8-15).

Similmente l'angelo che liberò il principe degli Apostoli offre bene il destro per istruire il pio gregge circa i mirabili frutti della vigilanza e della custodia angelica. Potranno i parroci evocare la figura dell'angelo che scende a illuminare le tenebre del carcere, che desta Pietro dal sonno toccandolo al fianco, scioglie le catene, spezza i vincoli, impone di seguirlo, dopo avergli fatto prendere i calzari e gli indumenti, e ricordare come, dopo aver fatto uscire libero Pietro dal carcere in mezzo alle sentinelle, aprendo la porta, lo condusse in luogo sicuro (At 12).

Numerosi sono gli esempi di questo genere, come abbiamo detto, che la storia sacra registra. Da essi noi comprendiamo quanto inestimabile sia la copia dei benefici che Dio conferisce agli uomini servendosi degli angeli come di intermediari e messaggeri, inviati non già in una determinata e speciale circostanza, ma preposti alla nostra sorveglianza dal primo nostro anelito e incaricati di favorire la salvezza di ciascuno. La diligenza posta nella delucidazione di tale dottrina sortirà il benefico effetto di sollevare gli spiriti degli ascoltatori, stimolandoli al riconoscimento e alla venerazione della potenza e della provvidenziale cura di Dio per loro.

A questo proposito il parroco esalterà e rileverà le ricchezze della divina misericordia verso il genere umano. Fin dal tempo del progenitore della nostra schiatta e del suo peccato, noi non abbiamo mai cessato di offendere Dio con scelleratezze innumerevoli; ma egli conserva tuttora il suo affetto per noi, ne si stanca di esercitare assidua cura di noi. Chi ritenga Dio capace di dimenticare gli uomini è un folle che lancia contro di lui una volgarissima ingiuria. Dio si sdegnò con Israele che aveva bestemmiato d'essere stato abbandonato dal soccorso celeste. Sta scritto infatti nell'Esodo: "Misero a prova il Signore, domandando: "Abbiamo o no Dio con noi?" " (17,7). E in Ezechiele leggiamo che Dio si adirò con il medesimo popolo, avendo questo mormorato: "Dio non ci guarda più, il Signore lasciò a se stessa la terra" (8,12). Con il ricordo di queste testimonianze i fedeli saranno tenuti lontani dalla riprovevole supposizione che Dio possa dimenticarsi degli uomini.

Bisogna in proposito ricordare il lamento elevato contro Dio dal popolo d'Israele, presso Isaia, e la benevola similitudine con cui Dio ribatte la stolta recriminazione. Vi si legge infatti: "Sion ha detto: "II Signore mi ha abbandonata, il Signore mi ha dimenticata" " (Is 49,14). Ma Dio risponde: "Può una donna dimenticare la sua creatura, non aver pietà del figlio del suo ventre? E se anche quella se ne dimenticasse, io però non mi dimenticherò di te. Ecco, io ti porto scritta nelle mie mani" (ibid. 15.16).

A persuadere profondamente il popolo fedele di questa verità, per quanto dai passi citati essa venga pienamente confermata, che cioè nessun tempo potrà mai sopraggiungere in cui Dio perda il ricordo degli uomini e cessi di impartire loro i benefici della sua paterna carità, i parroci lo comproveranno con il luminoso esempio dei progenitori. Tu sai che essi, per aver trascurato e violato il comando di Dio, furono acerbamente giudicati e condannati con la terribile sentenza: "Maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l'erba campestre" (Gn 3,17s). Tu li vedi espulsi dal paradiso e, perché perdano ogni speranza di ritorno, leggi esservi stato posto un cherubino alla porta, vibrante in mano una spada di fuoco (ibid. 24). Allora comprendi che essi sono stati afflitti da mali interni ed esterni per volontà di Dio, che si vendica dell'ingiuria fatta a lui, e crederesti che sia finita per l'uomo; pensi forse che non solo egli sia privato dell'assistenza divina, ma che anche sia esposto a mali d'ogni genere. Eppure, in cosi grandi manifestazioni dell'ira divina, è apparsa agli uomini, nei segni del castigo, la luce della divina misericordia. Infatti, il Signore Iddio fece delle tuniche di pelli ad Adamo e a sua moglie e li vestì (ibid. 3,21 ); questa fu la grande prova che mai, in nessun tempo, l'aiuto di Dio sarebbe mancato agli uomini.

Tutta la forza di questa verità, che cioè l'amore di Dio non si esaurisce per qualsiasi offesa degli uomini, David la espresse con le parole: "Ha forse Dio trattenuto gli atti della sua misericordia nell'ira?" (Sal 76,10). E Abacuc espose lo stesso concetto, allorché disse a Dio: "Quando tu sarai irato, ricordati di essere misericordioso" (3,2). La stessa verità manifestò Michea dicendo: "Quale Dio è simile a tè, che perdoni all'iniquità e passi sopra ai peccati dei resti della tua eredità? Egli non conserva a lungo la sua ira, poiché vuole essere misericordioso" (7,18). Generalmente avviene che quanto più noi ci stimiamo perduti e privi del soccorso di Dio, tanto più Dio ha compassione di noi, per la sua bontà infinita, e ci assiste; trattiene nell'ira la spada della giustizia e non cessa di spargere i tesori inesauribili della sua misericordia.

Molto efficacemente, dunque, la creazione e il governo del mondo provano la volontà di Dio di amare e di proteggere il genere umano. Tuttavia, tra le due opere sopraddette emerge talmente l'opera della redenzione degli uomini che, soprattutto con questo beneficio, Dio, sommo benefattore e Padre nostro, manifesta la sua benignità verso di noi. Il parroco, davanti ai suoi figli spirituali, insegni e richiami continuamente alla memoria questa primissima prova della carità di Dio verso noi, sicché capiscano come essi, essendo redenti, sono in modo ammirabile diventati figli di Dio. Così, infatti, scrive san Giovanni: "Diede loro la potestà di diventare figli di Dio e da Dio sono nati" (1,12). Perciò il Battesimo, primo pegno e segno della nostra redenzione, si chiama il sacramento della rigenerazione; per esso, noi nasciamo figli di Dio, come il Signore medesimo ha detto: "Quel che è nato dallo spirito è spirito" (Gv 3,6); e ancora: "È necessario che voi nasciate di nuovo" (ibid. 7). Cosi pure l'Apostolo Pietro: "Siete rinati non da seme corruttibile, ma incorruttibile, per la parola del Dio vivente" (1 Pt 1,23).

In virtù di questa redenzione, noi abbiamo ricevuto lo Spirito Santo e ci siamo arricchiti della grazia di Dio. Per questo dono Dio ci ha adottati come suoi figli, secondo le parole dell'Apostolo Paolo ai Romani: "Voi non avete di nuovo ricevuto lo spirito di schiavitù, per vivere nel timore, ma lo spirito di adozione a figli, per il quale noi gridiamo: Abbà, Padre" (Rm 8,15). Questa potente efficacia dell'adozione san Giovanni la espone chiaramente in questo modo: "Vedete quale prova d'amore diede a noi il Padre, tanto che noi ci chiamiamo e siamo figli di Dio" (3,1).


371 A Dio Padre, creatore, governatore, redentore, sono dovuti amore, devozione, riverenza

371 Esposte queste verità, si deve mostrare al popolo fedele che cosa in cambio egli debba a Dio, Padre amorosissimo, per far capire quale devoto amore e quanta reverente obbedienza bisogna nutrire verso il nostro creatore, governatore e redentore e con quanta fiduciosa speranza si debba invocare.

Sarà necessario togliere l'ignoranza e correggere la perversità di giudizio di coloro che pensano che soltanto la fortuna favorevole e il prospero corso della vita sono la prova che Dio ci conserva il suo amore, mentre l'avversa fortuna e le calamità con le quali siamo da Dio provati sarebbero segno di animo ostile e addirittura di allontanamento da noi dell'attenzione divina.

Dovremo allora dimostrare che quando la mano del Signore ci percuote (Gb 19,21), non lo fa per inimicizia; percuotendoci ci sana (Dt 32,39) ed è salutare la piaga che ci viene da Dio. Egli, infatti, castiga quelli che peccano, perché l'esperienza li faccia diventare migliori e, con il castigo presente, li redime dalla morte eterna. Con la verga visita le nostre iniquità e i nostri peccati con le percosse, ma non ci toglie la sua misericordia (Sal 88,33). Si devono quindi ammonire i fedeli a riconoscere nel castigo il paterno amore di Dio e ad avere sempre vivo, nel cuore e sulle labbra, il ricordo di quel detto del pazientissimo Giobbe: "Egli ferisce e risana e, se percuote, le sue mani saneranno" (Gb 5,18). Si devono incitare i fedeli a considerare come detto per essi ciò che scrisse Geremia del popolo israelita: "Tu mi hai castigato e io sono stato ammaestrato, quasi giovenco indomito; convertimi e io sarò convertito; poiché tu sei il Signore mio Dio" (Ger 31,18).

Tengano sempre presente alla coscienza l'esempio di Tobia, il quale, nella piaga della cecità riconoscendo la paterna mano di Dio, esclamò: "Benedico te. Signore Dio d'Israele, poiché tu mi hai castigato e tu mi hai salvato" (Tb 11,17). In modo speciale si guardino i fedeli, da qualsiasi contrarietà siano angustiati e da qualsivoglia calamità siano afflitti, dal credere che Dio non lo sappia. Egli stesso dice: "Non un capello del vostro capo perirà" (Lc 21,18). Anzi, attingano conforto dall'oracolo divino, espresso nell'Apocalisse: "Coloro che amo, io li rimprovero e li castigo" (3,19). Trovino pace nell'esortazione dell'Apostolo agli Ebrei: "Figlio, non trascurare l'insegnamento del Signore; non ti abbattere se sarai ripreso da lui, poiché Dio castiga colui che ama; flagella tutti i figli che accoglie. Che se voi vi terrete fuori della sua Legge, sarete bastardi, non figli. Avemmo padri educatori della nostra carne e li abbiamo rispettati; quanto più non ubbidiremo al Padre degli spiriti e vivremo?" (Eb 12,5).



372 Con la parola "nostro" si ricorda ai fedeli che essi sono tutti fratelli

NOSTRO. Quando ognuno di noi anche privatamente invoca il Padre, chiamandolo "nostro", viene avvertito che dal dono dell'adozione divina deriva per tutti i fedeli, necessariamente, la condizione di fratelli e il dovere di amarsi fraternamente: "Voi siete tutti fratelli: uno solo è il vostro Padre, che è nei cieli" (Mt 23,8). Perciò anche gli Apostoli, nelle loro lettere, chiamano fratelli tutti i fedeli. Da ciò l'altra necessaria conseguenza che, per l'adozione di Dio, non solo i fedeli sono stretti dal vincolo della fratellanza, ma anche, essendo uomo il Figlio unico di Dio, essi si chiamino e siano in realtà fratelli di Cristo. L'Apostolo ha scritto nell'epistola agli Ebrei, parlando del Figlio di Dio: "Non si vergognò di chiamarli fratelli, quando disse: "Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli" " (2,11); parole che David, tanto tempo prima, aveva attribuito a Cristo Signore (Sal 21,23).

Cristo medesimo, secondo l'Evangelista, dice alle donne: "Andate, annunziate ai miei fratelli che vadano in Galilea; là mi vedranno" (Mt 28,10). Ora, ciò egli disse quando, già risorto dai morti, aveva conseguito l'immortalità; cosicché nessuno potrà pensare disciolta questa parentela, in seguito alla sua risurrezione e ascensione al cielo. Anzi, lungi dal toglierci per questa risurrezione la sua parentela e l'amore, sappiamo che quando egli dalla sede della sua maestà e della sua gloria, giudicherà tutti gli uomini di tutti i tempi, chiamerà con il nome di fratelli anche gli infimi tra i fedeli (Mt 25,31). E come potrebbe avvenire che noi non siamo fratelli di Cristo, se con lui siamo coeredi? (Rm 8,17), poiché egli è il Primogenito, costituito erede universale (Eb 1,2); ma noi, nati dopo di lui, siamo coeredi con lui, per l'abbondanza dei doni celesti e nella misura della carità con la quale ci offriremo ministri e coadiutori dello Spirito Santo (1 Cor 3,9).

Dallo Spirito Santo siamo incitati alla virtù e alle opere buone; siamo spronati dalla sua grazia alla lotta coraggiosa per la nostra salvezza, in modo che, terminata la lotta con sapienza e costanza, al termine di questa vita riceviamo dal divin Padre il giusto premio della corona (Ap 2,10), assegnato a coloro che avranno seguito la medesima via. Dio, come dice l'Apostolo, non è ingiusto, ne dimentica l'opera nostra e il nostro amore per lui (Eb 6,10). Ma noi dobbiamo proferire con il cuore la parola nostro, come spiega san Giovanni Crisostomo, il quale dice che Dio ascolta volentieri il cristiano non solo quando questi prega per sé, ma anche quando prega per il prossimo. "Pregare per sé è naturale, ma è proprietà della grazia pregare per gli altri; la necessità costringe a pregare per sé; a pregare per il prossimo ci spinge la carità fraterna." Aggiunge che a Dio riesce più gradita quella preghiera che la carità fraterna gli innalza fiduciosa, che quella del fedele spinto dalla necessità.

Trattando dell'importantissimo argomento della preghiera salutifera, il parroco ammonisca ed esorti tutti, di qualunque età, sesso e condizione, a ricordare la comune fraterna parentela, ad agire sempre da buoni compagni, da fratelli, senza comportarsi con superbia verso gli altri. Nella Chiesa di Dio vi sono funzioni di grado diverso, ma la varietà dei gradi e degli uffici non toglie affatto l'unione e il dono della fraterna parentela, al modo stesso che nel corpo umano il vario uso e la diversa funzione delle membra non impediscono che questa o quella parte del corpo perda la sua qualità e il nome di membro.

Pensiamo a uno rivestito della dignità regale; se è fedele, non sarà forse fratello di tutti coloro che sono uniti nella comunione della fede cristiana? Certamente, e perché? Perché i ricchi e i re non furono creati da un Dio e i poveri e quelli che dipendono dai re, da un altro: Dio è uno, Padre e Signore di tutti. È unica dunque la nobiltà dell'origine spirituale per tutti, unica la dignità, unico lo splendore della stirpe, poiché tutti per lo stesso spirito, per il medesimo sacramento della fede, siamo nati figli di Dio, coeredi della medesima eredità. E come non hanno un Cristo i potenti e i ricchi e un altro i più deboli e gli infimi, così tutti vengono iniziati non a sacramenti diversi, ne possono sperare per loro diversa eredità nel regno dei cieli.

"Siamo tutti fratelli e membra", come dice l'Apostolo agli Efesini, "del corpo di Cristo, fatti della sua carne e delle sue ossa" (5,30). Così pure dice nell'epistola ai Galati: "Tutti siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù; tutti voi, infatti, che siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non esiste giudeo o greco; non esiste servo o libero; maschio o femmina; poiché tutti siete un solo corpo in Cristo Gesù" (3,26).

Questa verità i pastori delle anime dovranno spiegare con cura e dovranno appositamente indugiare su questo soggetto; poiché il passo citato è adatto a incoraggiare e sollevare i poveri e i miseri, non meno che a rintuzzare e reprimere l'arroganza dei ricchi e dei potenti. A questo scopo, appunto, l'Apostolo insisteva sulla fraterna carità e la inculcava negli orecchi dei fedeli.


373 Disposizione d'animo nel recitare il "Pater noster"

Quando farai questa preghiera, ricordati, o cristiano, che ti presenti a Dio come un figlio al padre; quando stai per cominciarla e dici "Padre nostro", pensa a quale onore la somma bontà divina ti ha innalzato, si che tu non abbia a presentarti davanti al Signore, forzatamente e pauroso, come uno schiavo. Invece, cerca rifugio in lui liberamente, senza apprensioni, come un figlio nel proprio padre. In questo ricordo e in questo pensiero, considera con quale sentimento e quale pietà tu debba pregare; adoperati a essere meritevole della qualifica di figlio di Dio, in modo che la tua preghiera e le tue orazioni non siano indegne della stirpe divina alla quale Dio, nella sua infinita bontà, si degna di farti appartenere. A questo dovere esorta l'Apostolo quando dice: "Siate dunque imitatori di Dio, come figli amantissimi" (Ef 5,1) e si possa veramente dire di noi, ciò che l'Apostolo scrisse ai Tessalonicesi: "Voi tutti siete figli della luce e figli del giorno" (1 Ts 5,5).


Perché Dio, presente ovunque, è invocato "nei cieli"

CHE SEI NEI CIELI. Per tutti quelli che hanno di Dio una giusta idea, è certo che Dio si trova dovunque e tra tutte le genti; ne ciò si deve intendere come se egli sia distribuito in parti, delle quali una sia presente e protegga un determinato luogo, l'altra un altro; Dio è spirito e non comporta divisione. Chi oserà circoscrivere la presenza di Dio entro confini delimitati, ponendolo in un luogo determinato, quando egli stesso dice di sé: "Non occupo forse io cielo e terra?" (Ger 23,24). Queste parole si devono a loro volta interpretare nel senso che cielo, terra e tutto quello che essi racchiudono Dio abbraccia nella sua potenza e nella sua virtù, senza essere egli contenuto in nessun luogo. Dio è presente in tutte le cose, sia che le crei, sia che le conservi, mentre non è circoscritto in nessuna regione o limitato da spazio o da confini, quasi non vi fosse presente o non potesse affermare ovunque la sua natura e la sua potenza, come disse il santo re David: "Se io salirò in cielo, tu sei là" (Sal 138,8).

Eppure, sebbene Dio sia presente in tutti i luoghi e in tutte le cose, non circoscritto da nessun confine, la Sacra Scrittura dice spesso che il suo soggiorno è in cielo. Ciò si spiega con il fatto che, essendo i cieli al disopra di noi la parte del mondo nobilissima fra tutte, e rimanendo essi incorrotti, superiori anche come sono agli altri corpi in potenza, grandezza e bellezza e dotati di movimenti regolari e costanti, per eccitare gli animi dei mortali alla contemplazione dell'infinita sua potenza e maestà, meravigliosamente risplendente nell'opera dei cieli, nelle divine Scritture Dio ci dice che egli abita nei cieli. Spesso però dichiara anche che non c'è parte del mondo che egli non abbracci con la sua potenza, ovunque presente.

Con questo pensiero i fedeli abbiano avanti l'immagine non solo di Dio Padre comune, ma anche di rè dei cieli e si ricordino, quando pregano, di innalzare la mente e l'animo al cielo. Quanta speranza e fiducia ispira loro il nome di Padre, altrettanta umiltà e pietà deve infondere in loro la natura sublime e la divina maestà del Padre nostro che è nei cieli. Codeste parole determinano anche quello che i fedeli devono chiedere a Dio. Ogni nostra richiesta, infatti, che riguardi le quotidiane necessità di questa vita, è vana e indegna di un cristiano se non è in relazione con i beni del cielo e ordinata a quel fine.

Perciò i parroci insegnino ai pii ascoltatori questo modo di pregare, appoggiando il loro insegnamento all'autorità dell'Apostolo, il quale dice: "Se siete risorti con Cristo, chiedete quei beni che sono lassù, dove Cristo siede alla destra di Dio: gustate i beni celesti, non quelli che sono sulla terra" (Col 3,1).