Catechismo del concilio di Trento/Parte IV/Quarta Domanda

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Parte IV, Quarta Domanda - Dacci oggi il nostro pane quotidiano

../Terza Domanda ../Quinta Domanda IncludiIntestazione 22 settembre 2009 50% Cristianesimo

Parte IV, Quarta Domanda - Dacci oggi il nostro pane quotidiano
Parte IV - Terza Domanda Parte IV - Quinta Domanda


393 Con quale spirito si devono chiedere i beni della vita presente

La quarta domanda, come le rimanenti con le quali chiediamo propriamente e nominatamente gli aiuti dell'anima e del corpo, è in relazione con le domande precedenti, perché la Preghiera domenicale segue un tale ordine e una tale disposizione, che la domanda delle cose necessarie al corpo e alla vita presente viene dopo quella dei beni divini. Come, infatti, tutti gli uomini devono tendere a Dio come al loro fine ultimo, così, per la medesima ragione, i beni attinenti alla vita umana sono subordinati a quelli divini. Noi dobbiamo desiderarli e chiederli, sia perché così vuole l'ordine della Provvidenza, sia perché ne abbiamo bisogno per conseguire i beni celesti e arrivare con essi al nostro fine. Esso consiste però nel regno e nella gloria del Padre celeste, nell'osservanza e rispetto di quei precetti, che sappiamo essere la sua volontà. Ecco perché dobbiamo sempre subordinare a Dio e alla sua gloria tutto il contenuto e lo spirito di questa preghiera.

I parroci adempiranno al loro dovere verso i fedeli ascoltatori, spiegando loro come nel chiedere il necessario all'uso e al godimento dei beni terreni, l'animo nostro e il nostro amore devono sempre aver presente la prescrizione di Dio, ne da essa in alcun modo allontanarsi. Infatti, spessissimo si pecca nel domandare cose terrene e caduche, secondo quanto scrive l'Apostolo: "Non sappiamo domandare come si conviene" (Rm 8,26).

Domandiamo dunque come si conviene, perché, chiedendo male qualche cosa, Dio non abbia a risponderei: "Non sapete quel che domandate" (Mt 20,22). Il criterio sicuro per giudicare se la domanda sia cattiva o retta ce lo danno l'intenzione e lo scopo che si prefigge colui che domanda. Così, se uno domanda cose terrene con una disposizione d'animo da crederle beni assoluti e da fermarsi in esse come nel suo ultimo desiderato fine e non si curi di chiedere altro, non chiede senza dubbio come si conviene. "Non dobbiamo chiedere i beni terreni come nostri beni", ha detto sant'Agostino, "ma come nostri bisogni" (De serm. Dom. in monte, 2, 16, 53; Epist., 130, 6). E anche l'Apostolo, nella lettera ai corinzi, ammonisce di subordinare alla gloria di Dio tutti i beni che hanno attinenza con le necessità della vita: "Sia che mangiate o che beviate, o qualunque altra cosa facciate, fate tutto per la gloria di Dio" (1 Cor 10,31).


394 La necessità di questa preghiera

Per far vedere ai fedeli tutta la necessità di questa domanda, i parroci ricordino il bisogno che abbiamo delle cose esterne per nutrirci e conservarci in vita; lo capiranno più facilmente i fedeli, se si fa il confronto delle cose che furono necessarie ai nostri progenitori con quelle che sono necessarie agli altri uomini per mantenersi in vita. Per quanto nello stato di innocenza, dal quale essi decaddero (e, per colpa loro, tutta la posterità) dovessero procacciarsi il cibo per conservare le forze, tuttavia è grande la differenza tra i bisogni loro e nostri. Essi non avevano bisogno di coprirsi con vesti, né di rifugiarsi sotto un tetto, ne di difendersi con armi, ne di pensare a rimedi per malattie, né di tante altre cose che a noi sono indispensabili per sostenere la nostra natura debole e fragile. Bastava loro ampiamente, per conservarsi immortali, il frutto che l'albero felicissimo della vita procurava loro, e avrebbe procurato ai posteri, senza fatica.

Né l'uomo sarebbe rimasto ozioso in tanta delizia, poiché Dio l'aveva collocato nel paradiso perché lavorasse: soltanto non sarebbe stato in alcun modo affannoso il suo lavoro, ne alcuna sua occupazione sarebbe stata meno che gioconda, ottenendo perpetuamente dalla coltivazione degli orti felici, dolcissimi frutti, senza il pericolo di essere mai deluso nella sua speranza o nel suo lavoro. Le generazioni posteriori invece, oltre a essere private del frutto dell'albero della vita, furono condannate con quella terribile sentenza: "Maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per tè e mangerai l'erba campestre. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto; polvere tu sei e in polvere tornerai!" (Gn 3,17-19).

A noi dunque accaddero le cose contrariamente a quello che sarebbe accaduto ad Adamo e ai suoi posteri, se avesse ottemperato alle parole di Dio; così tutto è rovesciato e volto a maggior rovina nostra. Ancor più grave è il fatto quando si pensi che tanto spesso ingenti spese, fatiche grandissime e sudori non ci danno alcun frutto; quando i semi sono dati a una terra pessima, o sono soffocati dalla forza delle erbe selvatiche che vi crescono in mezzo, quando non periscono rovinati dalla pioggia, dal vento, dalla grandine, dalla siccità o dalla ruggine, sì che il lavoro di tutto un anno è in pochissimo tempo annientato per una calamità venuta dal cielo o dalla terra.

Tutto questo accade per l'immensità dei nostri peccati, per i quali Dio disgustato non benedice più le nostre opere. Così sempre rimane in vigore la sentenza terribile che da principio pronunciò: "Con il sudore del tuo volto mangerai il pane".

Ai pastori dunque incombe di far vedere al popolo fedele come per colpa loro gli uomini sono caduti in tanta angustia, in così miserabile stato e come ora dobbiamo sudare e affannarci a preparare le cose necessario alla vita e di fargli capire che ogni nostra speranza, ogni nostro tentativo riuscirà vano, se Iddio non avrà benedetto le nostre fatiche. Infatti "Né chi semina, né chi annaffia sono qualcosa, ma è Dio solo che da l'accrescimento" (1 Cor 3,7). "Se Dio non avrà edificata la casa, invano lavorano quelli che la costruiscono" (Sal 126,1).

I parroci insegnino che sono innumerevoli le cose per la cui mancanza, o perdiamo la vita, o la passiamo penosamente. Conoscendo questa necessità e la debolezza della natura, il popolo cristiano sarà costretto a rivolgersi al Padre celeste e a supplicarlo di concedergli i beni terreni e celesti. Imiterà il figliol prodigo che, sentendosi in bisogno in una lontana regione e affamato, non trovando chi gli desse neppure delle ghiande, ritornando in sé, comprese che non poteva aspettarsi il rimedio ai mali che lo affliggevano se non dal padre. Il popolo fedele con maggior fiducia si accingerà a pregare, se, pensando alla benignità divina, ricorderà che le orecchie paterne sono sempre aperte alle voci dei figli. Poiché Dio, mentre ci esorta a domandare il pane, promette pure di elargire in abbondanza quei beni a chi prega rettamente. Insegnandoci come dobbiamo pregare, ci esorta, esortandoci ci sprona, spronandoci promette, e, promettendo, fa nascere in noi la speranza di una sicura impetrazione.


395 Oggetto della domanda

Dopo avere incitato e infiammato l'animo del popolo fedele, segue la necessità e l'opportunità di spiegare ciò che si deve chiedere con questa preghiera e anzitutto che cosa sia questo pane che chiediamo. Si sappia dunque che col termine pane, nelle Sacre Scritture, vengono indicate parecchie cose, ma due principalmente: in primo luogo, tutto ciò che, come vitto o altrimenti, serve alla conservazione della vita fisica; in secondo luogo, tutto ciò che Dio ci dona per la nostra vita spirituale e per la salute dell'anima.

"Il pane". Noi, con la concorde autorità dei santi Padri, chiediamo i sussidi per questa vita che trascorriamo sulla terra. Perciò non si dia retta a coloro che dicono non dovere i cristiani domandare a Dio i beni terreni di questa vita; al loro errore contraddice, oltre che l'unanime opinione dei Padri, la moltitudine di esempi offerti dal Vecchio e dal Nuovo Testamento. Così, facendo voto, pregava Giacobbe: "Se il Signore sarà meco e mi difenderà nella via per la quale vado, se mi darà il pane per nutrirmi e gli abiti per vestirmi e se io tornerò sano alla casa di mio padre, ecco, avrò Dio per mio Signore e questa pietra che ho eretto a ricordo, sarà chiamata "casa di Dio": di tutto ciò che mi darai, offrirò a te le decime" (Gn 28,20-22).

Salomone, pure, non faceva che chiedere il necessario alla vita terrena, quando pregava: "Non mi dare povertà o ricchezza: concedimi solo quanto basta alla mia vita" (Prv 30,8). Persino il Salvatore del genere umano ci ordina di chiedere cose che nessuno oserà negare essere attinenti alla vita materiale: "Pregate perché non abbiate a fuggire d'inverno o di sabato" ha detto (Mt 24,20). San Giacomo scrive: "È triste qualcuno di voi? Preghi. E allegro? Intoni salmi" (5,13). E che diremo dell'Apostolo? Egli così parla ai Romani: "Per il Signore nostro Gesù Cristo, o fratelli, e per la carità dello Spirito Santo, vi scongiuro di aiutarmi nelle preghiere che fate per me a Dio, affinché mi liberi dagli infedeli che sono nella Giudea" (Rm 15,30). Avendo dunque Dio concesso ai fedeli di chiedere il necessario alla vita corporea e d'altra parte avendo Cristo data questa formula completa di preghiera, nessun dubbio rimane che questa sia una delle sette domande. Noi dunque chiediamo il pane quotidiano, cioè le cose necessarie alla vita. Infatti col nome di pane s'intende ciò che ci necessita, ossia le vesti per coprirci e il cibo per nutrirci, sia che si tratti di pane, di carne, di pesce o di altro. Così vediamo adoperato questo vocabolo da Eliseo quando ammonisce il re di dare il pane ai suoi militi assiri, ai quali perciò fu distribuita gran quantità di cibi (2 Re, 6,22). Sappiamo che anche di Cristo nostro Signore è scritto: "Entrò di sabato in casa di un capo dei Farisei per mangiare il pane" (Lc 14,1 ); è evidente che la parola indica tutto ciò che si riferisce al mangiare e a bere.

A chiarire, però, completamente il significato di questo vocabolo, si avverta che non si deve intendere con esso gran copia o squisitezza di cibi o di vesti, ma soltanto una quantità sufficiente e semplice, come scrive l'Apostolo: "Siamo contenti quando abbiamo di che nutrirci e ricoprirci" (1 Tm 6,8). Così pure parlò Salomone: "Concedimi quel tanto che basti alla mia vita" (Prv 30,8).



396 Perché si aggiunge la parola "nostro"

"Nostro." Questa parola che segue immediatamente, accenna ancora alla frugalità e alla parsimonia, poiché dicendo pane nostro, chiediamo quello veramente necessario, non il superfluo. Si badi che non lo chiamiamo nostro perché ce lo possiamo procacciare con il nostro lavoro, senza il soccorso di Dio; poiché leggiamo in David: "Tutte le creature aspettano da te che tu dia loro il cibo a suo tempo. Quando tu lo dai loro, esse lo raccolgono; tu apri la mano ed esse sono saziare di beni" (Sal 103,27). "Gli occhi di tutti sperano in te. Signore, e tu dai loro il cibo, a suo tempo" (Sal 144,15). Esso ci è necessario e ci è dato da Dio, padre di tutti, che nutre le sue creature viventi con la sua Provvidenza.

Il pane è chiamato nostro anche perché lo dobbiamo acquistare in modo giusto, non con ingiustizia, frode, o furto. Tutto ciò che ci prendiamo con male arti non è cosa nostra, ma altrui; molto spesso riesce dannoso il suo acquisto o possesso e, senza dubbio, la perdita che ne subiamo. Invece, nei guadagni onesti e faticati dei buoni è riposta, secondo il Profeta, la tranquillità e una grande felicità: "Perché ti nutrirai del lavoro delle tue mani, sarai felice e te ne verrà bene" (Sal 127,2).

A quelli che, con l'onesto lavoro, cercheranno il loro vitto, Iddio promette il frutto della sua benignità: "II Signore spargerà la sua benedizione sulle tue cantine e su tutte le opere delle tue mani; egli ti benedirà" (Dt 28,8). Non chiediamo soltanto a Dio che ci sia dato di servirci di ciò che abbiamo guadagnato con il nostro sudore e con la nostra virtù, aiutati dalla sua benevola protezione, e che chiamiamo veramente cosa nostra, ma domandiamo anche un sano giudizio, per usarne con rettitudine e saggezza.


397 Il termine "quotidiano"

"Quotidiano." Anche a questa parola è annessa l'idea della frugalità e della misura di cui ora abbiamo parlato; poiché non chiediamo un cibo eccessivo o ricercato ma quello che soddisfa al bisogno della natura. Si vergognino perciò coloro che, infastiditi di un cibo e di una bevanda comuni, ricercano sempre varietà squisite di pietanze e di vini. Né meno aspramente vengono condannati, con questa parola, coloro ai quali Isaia rivolge queste terribili minacce: "Guai a voi che aggiungete casa a casa, campo a campo, finché non c'è più terreno. Abiterete voi soli nel mezzo della terra?" (5,8). Insaziabile è l'avidità di tali uomini, dei quali scrisse Salomone: "Mai sarà sazio d'oro l'avaro" (Qo 5,9). A essi anche mira il detto dell'Apostolo: "Coloro che vogliono diventare ricchi cadono nella tentazione e nella rete del diavolo" (1 Tm 6,9).

Chiamiamo ancora quotidiano il nostro pane perché di esso ci nutriamo per rinvigorire l'umore vitale che quotidianamente si consuma con il calore naturale. Un'altra ragione v'è, infine, dell'uso di questa parola: noi dobbiamo domandare il pane tutti i giorni per non allontanarci mai dal pio uso di amare e pregare Dio, sicché ci persuadiamo bene che la nostra vita e la nostra salute dipendono in tutto da Dio.


398 L'espressione "dacci" o "dona a noi"

"Dacci oggi." Quanta materia offrano queste parole per indurre i fedeli al culto pio e santo e alla venerazione dell'infinita potenza di Dio, nelle cui mani sta tutto, e nello stesso tempo per aborrire il nefando orgoglio di Satana quando dice: "Tutto è stato ceduto a me e do ogni cosa a chi voglio" (Lc 4,6), ognuno lo vede da sé: perché tutto è distribuito, si conserva e s'accresce secondo il volere del solo Dio.

Ma che necessità è questa, dirà qualcuno, di imporre anche ai ricchi che di tutto abbondano, di chiedere il loro pane quotidiano? La necessità per loro è di pregare, non perché veramente vengano loro date le cose di cui già per la bontà di Dio abbondano, ma perché non perdano ciò che hanno. Perciò, come scrive l'Apostolo, i ricchi devono imparare a non sentirsi superiori, ne a riporre le loro speranze nell'incerto delle loro ricchezze, ma nel Dio vivente che ci concede copiosamente l'uso di tutte le cose (1 Tm 6,17). Il Crisostomo adduce un'altra ragione della necessità di questa preghiera ed è che non solo ci venga dato il cibo, ma che ci venga dalla mano di Dio che, infondendo nel pane quotidiano un potere salutare, fa servire il cibo al corpo e il corpo all'anima (Opus imp. in Matth., 14, 11).

Ma perché diciamo "Dona a noi" al plurale e non "A me"? Perché la cristiana carità vuole che ciascuno non sia sollecito solo di sé, ma si preoccupi anche del prossimo e nel pensare al proprio interesse, si ricordi anche di quello degli altri. A ciò s'aggiunge il fatto che Dio concede i suoi doni non perché uno li possegga o viva con essi nella mollezza, ma perché dia agli altri ciò che sopravanza ai suoi bisogni. Così infatti scrivono i santi Basilio e Ambrogio: "Pane di affamati è quello che tu detieni; vesti di uomini nudi sono quelle che tu tieni chiuse a chiave; riscatto e liberazione di poveri è il denaro che tu nascondi sotterra" (Basilio, Hom. Destruam, 7; Ambrogio, Sermo, 81).

399 L'espressione "oggi"

"Oggi." Il vocabolo ci ricorda la nostra comune infermità; poiché chi è colui che, senza illudersi di poter con il suo lavoro provvedere per lungo tempo ai bisogni della vita, non creda di potersi procacciare da sé il vitto almeno per un giorno? Ma neppure questa fiducia in noi Dio ci permette, avendoci ordinato di chiedere a lui il cibo di ogni singolo giorno. Questo per l'inoppugnabile motivo che noi dobbiamo ogni giorno rivolgere a Dio la Preghiera domenicale, come tutti i giorni abbiamo bisogno del pane.


400 Con il termine "pane" s'intendono anche i beni spirituali

Fin qui si è detto del pane che alimenta il corpo e lo sostenta, pane distribuito ai fedeli e agli infedeli, agli uomini pii e agli empi, per sublime misericordia di quel Dio che fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni e manda la pioggia sugli ingiusti e sui giusti (Mt 5,45). Ma c'è anche un pane spirituale e noi lo chiediamo con questa stessa preghiera: un pane con il quale viene designato tutto ciò che è necessario in questa vita alla salute e all'integrità dell'anima e dello spirito. Poiché come è vario il cibo che nutre e sostenta il corpo, egualmente vario è l'alimento della vita spirituale e dell'anima.

Infatti, in primo luogo, è cibo dell'anima la parola di Dio, come ha detto la Sapienza: "Venite, mangiate del mio pane e bevete il vino che mesco a voi" (Prv 9,5). Quando Dio toglie agli uomini la sua parola, cosa che avviene quando la gravità dei nostri peccati più l'offende, si dice che il genere umano è oppresso dalla fame. Così troviamo in Amos: "Manderò la fame sulla terra; non fame di pane, ne sete d'acqua, ma della parola del Signore" (Am 8,11). Come infatti il non poter prendere cibo o non ritenerlo è segno di morte non lontana, così c'è grande motivo di disperare della salute di quelli che non ricercano la parola di Dio o, se la conoscono, non la tollerano e rivolgono a Dio le empie parole: "Scostati da noi, non vogliamo conoscere le tue vie" (Gb 21,14), pazzia questa e cecità mentale, nella quale cadono coloro che, toltisi alla dipendenza legittima dei loro capi cattolici, vescovi e sacerdoti, e separatisi dalla santa Chiesa romana, si sono abbandonati agli insegnamenti degli eretici, corruttori della parola di Dio.

Pane, inoltre, è Cristo Signore, cibo dell'anima; egli stesso lo ha detto: "Io sono il pane vivo, disceso dal cielo" (Gv 6,51). Non è possibile immaginare quanto piacere, quanta gioia infonda nell'anima dei buoni questo pane, nello sconforto delle lotte terrene o delle disgrazie della vita. Ce ne offre l'esempio il santo collegio degli Apostoli, dei quali è detto: "Se ne andavano dal cospetto del Sinedrio, lieti perché erano stati fatti degni di subire oltraggi per il nome di Gesù" (At 5,41). Esempi simili ci forniscono le vite dei santi, delle cui intime gioie così parla Iddio: "Al vincitore darò una manna nascosta" (Ap 2,17).

Specialmente, poi, è pane nostro Cristo Signore, sostanzialmente contenuto nel sacramento dell'Eucaristia, pegno indicibile di amore, che egli ci donò sul punto di tornare al Padre. Così egli ne parla: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui" (Gv 6,57); "Prendete e mangiate: questo è il mio corpo" (Mt 26,26; 1 Cor 11,24). I parroci cercheranno insegnamenti utili al popolo fedele nei trattati sulla virtù e natura di questo sacramento.

Lo diciamo qui pane nostro perché appartiene soltanto ai fedeli: a coloro, cioè, che congiungendo l'amore alla fede, lavano la sozzura dei peccati con il sacramento della Penitenza e, non dimenticando di essere figli di Dio, prendono il divino sacramento e lo onorano con la massima santità e venerazione. È poi chiamato quotidiano per due ragioni: la prima, perché nei sacri misteri della santa Chiesa, ogni giorno si offre a Dio e si da a quelli che, con pietà e santità, lo chiedono; l'altra, perché dovremmo prenderlo ogni giorno o, almeno, vivere in modo da poterlo ricevere degnamente ogni giorno, per quanto è possibile. Quelli che pensano diversamente, che cioè non sia necessario nutrirsi del cibo spirituale che a lunghi intervalli, ascoltino ciò che dice sant'Ambrogio: "Se il pane è quotidiano, perché lo mangi una sola volta l'anno? " (De Sacram., 5, 4).


401 L'esito della domanda si deve lasciare a Dio

In modo speciale, per questa preghiera, si devono esortare i fedeli, quando abbiano rettamente indirizzato il pensiero e l'opera a procacciarsi le cose necessarie alla vita, a lasciarne l'esito a Dio e ad affidare il loro desiderio alla volontà di lui che non lascerà in eterno nell'incertezza il giusto (Sal 54,23), perché o Dio concederà loro quel che desiderano e così il loro desiderio sarà soddisfatto, oppure non lo concederà e questo rifiuto sarà segno certissimo che non era ne salutare ne utile la cosa negata ai buoni, della cui salute egli ha maggior cura che non loro medesimi. I parroci potranno illustrare questa verità spiegando gli argomenti raccolti da sant'Agostino in modo mirabile nella sua lettera a Proba (Epist. ad Probam, 130, 14, 26).

Si porrà termine all'illustrazione di questa preghiera, ricordando ai ricchi di attribuire le loro ricchezze a Dio e di pensare che in essi si sono accumulati tanti beni perché li distribuiscano ai bisognosi. A questo tendono le parole dell'Apostolo nella lettera a Timoteo (1 Tm 6,17), nella quale i parroci potranno attingere grande efficacia di precetti divini per illustrare utilmente e salutarmente questa verità.