Catechismo del concilio di Trento/Parte IV/Terza Domanda

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Parte IV, Terza Domanda - Sia fatta la Tua volontà, come in cielo così in terra

../Seconda Domanda ../Quarta Domanda IncludiIntestazione 22 settembre 2009 50% Cristianesimo

Parte IV, Terza Domanda - Sia fatta la Tua volontà, come in cielo così in terra
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386 Argomento della domanda

Siccome Cristo Signore ha detto: "Non chiunque mi dice: "Signore, signore", entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi entrerà nel regno dei cieli" (Mt 7,21), tutti quelli che vogliono arrivare al celeste regno dovranno domandare a Dio che la sua volontà sia fatta. Perciò questa domanda è posta subito dopo la domanda del regno dei cieli. Per illuminare i fedeli sulla necessità della domanda stessa e sull'abbondanza dei doni salutari che ci fa ottenere, i parroci spiegheranno a quanta miseria e tormenti sia stato soggetto il genere umano per il peccato del nostro progenitore.


387 L'uomo corrotto dal peccato non capisce il suo vero bene

Da principio Dio mise in tutte le creature il desiderio del proprio bene, sicché ciascuna desiderasse e ricercasse per naturale propensione il proprio fine, dal quale esse non deviano se non per un impedimento estrinseco. Cosi, fin dall'inizio, l'uomo ebbe per istinto di ricercare Dio, principio e autore della sua felicità, e questo impulso è tanto più nobile ed eccellente in quanto l'uomo è dotato di ragione e di giudizio. Ma mentre le creature prive di ragione conservavano questo ingenito amore e, create buone fin dall'inizio e per natura, tali rimasero e rimangono tuttora, solo il misero genere umano non si mantenne invece sulla via assegnatagli. Così, non solo perse i beni della giustizia originale, dei quali Dio aveva magnificamente abbellito le sue facoltà naturali, ma, come se ciò non bastasse, oscurò in sé l'originario grande amore della virtù. "Tutti hanno errato, tutti sono diventati inutili; non ce n'è uno che faccia il bene, neanche uno" (Sal 52,4).

Poiché l'animo e la mente dell'uomo sono volti al male fin dalla giovinezza (Gn 8,21), si capisce come nessuno sappia da sé orientarsi alla salvezza, ma tutti siano propensi al male e innumerevoli siano i pravi desideri degli uomini, proclivi come sono alle passioni dell'ira, dell'odio, della superbia, dell'ambizione e a ogni specie di male. Sommersi in tanti mali, neppure ci accorgiamo (ed è questa l'estrema nostra miseria) che molti di essi sono mali, terribile prova questa della rovina degli uomini che, resi ciechi dalle passioni e dalla libidine, non vedono che ciò che essi credono bene il più delle volte è la cosa più velenosa. Anzi, si precipitano verso questi mali come verso un bene desiderabile e degno d'essere ricercato, mentre rifuggono dai veri beni, aborrendoli come cose dannose. Questo modo di pensare, questo corrotto giudizio è stato maledetto da Dio, quando disse: "Guai a voi che il male dite bene e il bene male; date per buio la luce e per luce le tenebre; l'amaro per dolce e il dolce per amaro" (Is 5,20).

Per farci capire la nostra miseria, le Sacre Scritture ci paragonano a quelli che hanno perso il gusto e, rifuggendo perciò dai cibi sani, ricercando quelli dannosi (Is 24,9; Ger 31,29; Ez 18,2). Ci paragonano anche ai malati. Come questi, infatti, non possono adempiere alle funzioni e agli impegni di un uomo sano e robusto, finché non siano guariti dalla malattia, cosi noi non possiamo compiere le azioni grate a Dio, se prima non abbiamo ottenuto il sostegno della grazia divina. Se in tale stato prendiamo a fare il bene, lieve sarà questo bene e di poco o nessun peso per conseguire la beatitudine celeste.

Ma è cosa troppo alta e superiore alle forze di noi uomini amare e adorare Dio come si conviene. Per la nostra infermità noi strisciamo sul suolo, ne possiamo arrivare a lui senza l'appoggio della grazia divina. È pure di grande opportunità, a esprimere la misera condizione del genere umano, il paragone dei fanciulli, i quali, lasciati a se stessi, si precipitano inconsideratamente sulla prima cosa che vedono. Siamo bambini imprudenti e del tutto occupati in discorsi frivoli e in azioni futili, se manchiamo del soccorso di Dio. È cosi che ci rimprovera la Sapienza: "Fino a quando, bambini, amerete le puerilità e, stolti, desidererete ciò che riesce dannoso?" (Prv 1,22). L'Apostolo ci esorta: "Non vi fate bambini nell'intelligenza" (1 Cor 14,20). Ma noi cadiamo in cecità e in errori maggiori di quelli della fanciullezza; mentre a questa non manca che la saggezza umana, alla quale potrà con il tempo pervenire, noi invece, senza la guida e l'appoggio di Dio, non possiamo aspirare alla saggezza divina, necessaria a conseguire la salvezza, e se non è presente la mano di Dio su noi, allora rigettiamo i veri beni e ci precipitiamo in una morte volontaria.


388 Necessità di prescrivere una regola di vita cristiana

Se qualcuno, dissipata con il divino aiuto la caligine dell'animo, riconosce le miserie umane, sente senza stupirsi la forza della concupiscenza, riconosce quanto ripugnano allo spirito le passioni dei sensi e ancora guarda la propensione nostra al male, come potrà non desiderare con ardente desiderio un rimedio a tanto male, dal quale per vizio di natura noi siamo oppressi? Come non ricercherà la legge salutare alla quale volgere e conformare la sua vita di cristiano? Questo, appunto, noi chiediamo, quando imploriamo da Dio: "Sia fatta la tua volontà".

Essendo noi caduti in quelle miserie per aver rigettato il dovere dell'obbedienza e trascurata la volontà divina, un solo rimedio Dio ci offre a tanto male: quello di vivere in quella volontà di Dio, che nel peccato abbiamo disprezzato, e nel conformare tutti i nostri pensieri e atti a quella Legge. Per questo chiediamo supplichevoli a Dio che sia fatta la sua volontà.

Ma questo lo devono chiedere con ardore anche coloro, nell'animo dei quali Dio già regna, e quelli che, illuminati dai raggi della luce divina, per il beneficio di questa grazia, obbediscono già alla sua volontà. Pur avendo la grazia, essi sono ancora combattuti dalle passioni, per la tendenza al male, radicata nei sensi degli uomini. Infatti, anche in tale condizione privilegiata, noi siamo sulla terra di grande pericolo a noi stessi, per la facilità con cui siamo sedotti e trascinati dalla voluttà, sempre attiva nelle nostre membra, e possiamo essere traviati ancora dalla via della salute (Gc 1,14). Da questo pericolo Cristo Signore ci ha messo in guardia: "Vegliate e pregate per non cadere in tentazione; lo spirito veramente è pronto, ma la carne è debole" (Mt 26,41).

Non è in potere dell'uomo, neppure in quello giustificato dalla grazia di Dio, il vincere gli appetiti carnali in maniera tale che non si risveglino più; la grazia di Dio sana lo spirito in coloro che ha reso giusti, ma non la carne, della quale l'Apostolo ha detto: "So che il bene non è in me, cioè nella mia carne" (Rm 7,18). Quando, infatti, il primo uomo ebbe perduta la giustizia originale, freno agli appetiti, pochissimo potè poi la ragione contenerli, in modo che non tendano a ciò che ripugna alla ragione stessa.

Scrive l'Apostolo che nella parte carnale ha sede il peccato, cioè il fomite del peccato, per farci capire come il peccato si trova in noi non temporaneamente, come un ospite, ma è fisso nel nostro corpo per tutto il tempo della vita, come in perpetuo suo domicilio. Combattuti pertanto, senza tregua, da nemici domestici e interni, facilmente intendiamo la necessità di cercare rifugio nell'aiuto di Dio, perché sia fatta in noi la sua volontà.


389 Con l'espressione "volontà divina" intendiamo i precetti divini

Si deve ora far conoscere ai fedeli quale sia la portata di questa richiesta.

Omettendo le molte questioni sulla volontà di Dio, che solo i dottori scolastici sogliono utilmente e diffusamente discutere, diremo che qui la volontà è quella che si suole chiamare "volontà significata": quello cioè che Dio ci ha ordinato o suggerito di fare o d'evitare. Sotto il nome di volontà divina si comprendono qui tutti i precetti necessari a conseguire la beatitudine celeste, sia che riguardino più particolarmente la fede, sia che riguardino i costumi e nello stesso tempo tutto ciò che da sé, o mediante la sua Chiesa, Cristo Signore ha ordinato o proibito di fare. "Non siate imprudenti, ma cercate di sapere quale sia la volontà di Dio" (Ef 5,17), scrive l'Apostolo, parlando di questa volontà.

Quando dunque preghiamo: "Sia fatta la tua volontà", chiediamo al Padre celeste che ci conceda la forza di obbedire ai suoi divini comandamenti e di servirlo con santità e giustizia, per tutti i nostri giorni (Lc 1,74). Cosi possiamo agire secondo i suoi desideri e la sua volontà, compiere i doveri che ci vengono raccomandati nelle Sacre Scritture e, sotto la sua guida e il suo impulso, operare quanto si conviene a coloro i quali, non da volere di carne, ma da Dio sono nati (Gv 1,13), seguendo l'esempio di Cristo nostro Signore, che fu obbediente fino alla morte e alla morte di croce (Fil 2,8). Quindi siamo disposti a patire qualunque tormento, piuttosto che allontanarci minimamente dalla via segnalaci dalla sua volontà.

Nessuno avrà zelo e amore più ardente di colui al quale sarà stato concesso di capire la sublime dignità di chi obbedisce a Dio. Costui sente quanto sia vero che servire Dio e obbedire a lui vuoi dire regnare. "Chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli mi è fratello, sorella e madre" (Mt 12,50), ha detto il Signore, cioè: a lui sono unito con i vincoli più stretti dell'amore e della benevolenza.

Non vi è forse uno tra i santi che non abbia chiesto a Dio, con infinito ardore, il ricco dono espresso in questa preghiera e tutti lo hanno fatto con parole bellissime e spesso varie. David specialmente chiede quel dono, in più modi e con parole sublimi e soavissime, quando dice: "Mi diriga Dio a osservare le sue leggi!" (Sal 118,5); "Conducimi per il sentiero dei tuoi comandamenti!" (ibid. 35) e spesso: "Guida i miei passi con la tua parola e non abbia presa sul mio animo nessuna ingiustizia" (ibid. 133), tutte parole che si risolvono in queste: "Dammi intelligenza, perché impari i tuoi comandamenti; insegnami i tuoi giudizi; dammi intelletto per capire i tuoi comandamenti" (ibid. 73). In molti altri luoghi tratta questo stesso tema, luoghi che si devono indicare e diligentemente spiegare ai fedeli, cosicché tutti capiscano la grande efficacia e la grande abbondanza di beni salutari, contenuti in questa prima parte della preghiera.

In secondo luogo, quando preghiamo: "Sia fatta la tua volontà" noi detestiamo le opere della carne, delle quali l'Apostolo scrive: "Sono note le opere della carne, come la fornicazione, la sordidezza, l'inverecondia, la lussuria, ecc." (Gal 5,19); "Se vivrete secondo la carne, voi morrete" (Rm 8,13). Preghiamo quindi Dio che non ci lasci compiere ciò che i sensi, la cupidigia, o la nostra debolezza in genere ci indurrebbero a fare, ma che invece egli guidi la nostra volontà secondo la sua.

Sono lontani da questa sua volontà i gaudenti, tutti occupati nel pensiero e nella ricerca dei godimenti terreni. Questa gente è portata dalla libidine a precipitarsi su ciò che desidera e tanta è la felicità da essa riposta nell'oggetto della sua prava bramosia, da giudicare beato chi ottenga sempre quel che desidera. Noi invece domanderemo a Dio di non curare la carne nelle sue concupiscenze (Rm 13,14), ma di fare la sua volontà.

Però non arriviamo facilmente a pregare Iddio di non soddisfare le nostre passioni; questa risoluzione incontra infatti grande difficoltà, perché, quando lo chiediamo, sembriamo in un certo modo odiare noi stessi; senza dir poi che questo stesso ci viene attribuito a stoltezza da coloro che non vivono che per il loro corpo.

Con piacere, però, noi incorreremo nella fama di stolti, per la causa di Cristo, il quale ha detto: "Chi vuoi venire dietro a me, rinneghi se stesso" (Mt 16,24; Lc 9,23); tanto più che noi sappiamo essere preferibile desiderare ciò che è giusto e onesto, che possedere ciò che è contrario alla ragione, alla virtù e alle leggi di Dio. D'altra parte è certo che chi non potè conseguire ciò che desiderò con retta intenzione, si trovi in posizione migliore di colui che raggiunse la cosa desiderata sconsideratamente, spinto dai sensi. Inoltre noi non solo chiediamo a Dio che ci impedisca di conseguire ciò che abbiamo desiderato, se il desiderio viene da depravazione, ma anche gli diciamo che non ci conceda quello che, quantunque sia da noi creduto buono, pure ci viene ispirato dal demonio sotto le spoglie d'angelo di luce.

Rettissimo e pieno di pietà dovette sembrare lo zelo dell'Apostolo quando tentò di trattenere il Signore dall'affrontare la morte; eppure il Signore lo rimproverò acerbamente, poiché egli ragionava secondo il sentimento umano, non secondo lo spirito divino (Mt 16,22). E chi può sembrare spinto da maggiore amore verso Dio dei santi Giacomo e Giovanni quando, incolleriti con quei samaritani che non avevano voluto dare ospitalità al maestro, chiesero a lui di far discendere dal cielo il fuoco, per consumare quegli scortesi inumani? Eppure furono sgridati da Cristo Signore: "Non sapete di quale spirito siete; il Figlio dell'uomo non è venuto a perdere le anime, ma a salvarle" (Lc 9,54).

Né soltanto quando il nostro desiderio è pravo, o sembra tale, dobbiamo pregare Dio che la sua volontà sia fatta, ma anche quando esso effettivamente non è cattivo; come per esempio quando la volontà segue il primo impulso della natura e desidera ciò che è atto a conservarci in vita, rigettando ciò che pare contrario alla vita medesima. Quando siamo ridotti a dover domandare qualche cosa di simile, diciamo con tutta l'anima: "Sia fatta la tua volontà", imitando così colui dal quale abbiamo ricevuto la salvezza e la norma della salvezza. Egli, oppresso naturalmente per i tormenti e per la morte che l'aspettavano, conformò alla volontà del Padre la sua volontà, nell'orrore dell'estremo martirio, dicendo: "Si faccia non la mia volontà, ma la tua" (Lc 22,42).

Sbalordisce la depravazione del genere umano: anche chi ha fatto violenza alle passioni e ha sottomesso la sua alla divina volontà, non può evitare il peccato, se Dio non lo aiuta proteggendolo dal male e indirizzandolo al bene. Per tutto ciò, dobbiamo ricorrere a questa preghiera, con la quale chiediamo a Dio che completi in noi l'opera da lui iniziata, sì da comprimere i ribelli moti del senso e sottomettere definitivamente alla ragione i nostri desideri, conformandoci interamente alla sua volontà. E così preghiamo ancora che tutto il mondo accetti la volontà di Dio e che il mistero divino, celato ai secoli e alle generazioni, sia reso noto e divulgato fra tutte le genti (Col 1,26).


390 Con la formula "come in cielo" noi domandiamo un'obbedienza resa perfetta dalla carità

Noi domandiamo, inoltre, la norma e il modo di questa obbedienza, che cioè essa sia conforme a quella norma che, nel cielo, osservano gli angeli e il coro delle anime beate: come essi spontaneamente e con grandissimo diletto obbediscono alla Divinità, così pure noi ci uniformiamo alla sua volontà molto volentieri e nel modo che a lui piace. Ora Dio vuole, nelle azioni e nei desideri con i quali a lui tendiamo, un amore sommo e ardentissimo; cosicché, anche se ci applichiamo al suo servizio nella speranza di ottenere premi celesti, pure ricordiamo sempre che abbiamo tale speranza proprio perché alla divina maestà è piaciuto di infondercela. Sia dunque tutta la nostra speranza basata sull'amore di Dio che al nostro amore fissò, come ricompensa, la felicità eterna. C'è qualcuno infatti che serve anche amorevolmente, ma soltanto per mercede, dalla quale dipende il suo amore. Ma ce ne sono altri che, mossi unicamente da pietà e da carità, non mirano, in ciò che fanno, che alla bontà e alla virtù di Dio, tanto da stimarsi felici di poterlo servire, con questo solo pensiero e con questa ammirazione.

Ebbene, le parole: "Come in cielo così in terra", sono aggiunte per questo, per farci intendere che dobbiamo essere sempre obbedienti a Dio, come lo sono i beati, le lodi dei quali, per la loro perfetta sottomissione, David ha così celebrato nei Salmi: "Benedite il Signore voi tutti suoi eserciti, voi suoi ministri, che fate la sua volontà" (Sal 102,21).

Se qualcuno però, seguendo san Cipriano, intenda con le parole in cielo i buoni e i pii e con l'espressione in terra i cattivi e gli empi, noi approveremo il suo pensiero, indicando nel cielo lo spirito e nella terra la carne; in modo da chiedere nella preghiera che tutti e tutte le cose obbediscano alla volontà di Dio in tutto.



391 Ringraziamento contenuto in questa preghiera

Questa richiesta contiene anche un ringraziamento. Noi veneriamo infatti la santissima volontà di Dio e pervasi da immensa gioia esaltiamo con alte lodi e ringraziamenti tutte le sue opere, perché siamo perfettamente convinti che ha fatto bene ogni cosa. Ma poiché sappiamo che Dio è onnipotente, necessariamente ne viene che tutto sia stato creato per volontà sua e poiché ancora affermiamo, ed è la pura verità, che egli è il sommo Bene, confessiamo per ciò stesso che nulla nelle sue opere è meno che buono, avendo egli comunicato la sua bontà a tutte le cose. Se non riusciremo in tutte a capire il disegno di Dio, per tutte però, senza il minimo dubbio o esitazione, dobbiamo ripetere con l'Apostolo che le sue vie sono impenetrabili (Rm 11,33). Pure, essendosi Dio degnato di farci conoscere la sua celeste luce, ci inchiniamo profondamente alla sua volontà, avendoci egli strappati al potere delle tenebre e trasferiti nel regno del suo Figlio diletto (Col 1,13).


392 Cose da meditarsi in questa preghiera

Per spiegare quanto riguarda la pratica di questa preghiera, ritorniamo a quello che ne dicemmo da principio, che cioè il popolo fedele nel recitarla dev'essere profondamente umile, riconoscendo la naturale inclinazione delle passioni a opporsi alla volontà divina, pensando sempre come in questo suo dovere verso Dio egli viene sorpassato da tutte le cose create, poiché di esse sta scritto: "Tutte le cose ti obbediscono" (Sal 118,91). Pensi, inoltre, che noi siamo estremamente deboli, mentre non solo non possiamo condurre a termine un'opera grata a Dio, ma neanche incominciarla, se non siamo aiutati da Dio medesimo (7 Cor 15,10).

Ma poiché nulla è più magnifico e più insigne che servire Iddio e comportarsi nella vita secondo la sua Legge e i suoi precetti, che cosa di più può desiderare il cristiano che percorrere le vie del Signore, senza progettare, né intraprendere azione alcuna che sia contraria alla volontà divina? Per prendere questa abitudine e conservarla con fermezza, si cerchino nei Libri Sacri gli esempi di coloro ai quali tutto andò sempre in malora per non aver conformato i propri disegni alla volontà di Dio. Si ammoniscano, da ultimo, i fedeli ad abbandonarsi nella semplice e assoluta volontà di Dio. Sopporti con animo sereno la propria condizione chi si vede in posizione meno alta del suo merito; non abbandoni il suo posto, anzi persista dove egli è stato chiamato e sottometta il giudizio alla volontà di Dio, il quale sa provvederci meglio di quanto noi possiamo desiderare. Se strettezze di mezzi, infermità fisica, persecuzioni, o altri dispiaceri e affanni ci fanno soffrire, certamente nulla avviene senza volere di Dio, il quale ha in sé l'ultima ragione delle cose. Non dobbiamo perciò lasciarci abbattere dalle sventure, ma sopportandole con animo invitto, dire sempre: "Sia fatta la volontà del Signore" e ripetere le parole di Giobbe: "Come a Dio piacque è avvenuto: sia benedetto il nome del Signore" (Gb 1,21).