Catone in Utica/Atto terzo

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Atto terzo

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Atto secondo Varianti
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ATTO TERZO

SCENA I

Cortile.

Cesare e Fulvio.

Cesare. Tutto, amico, ho tentato: alcun rimorso
piú non mi resta. Invan finsi finora
ragioni alla dimora,
sperando pur che, della figlia al pianto,
d’Utica a’ prieghi e de’ perigli a fronte,
si piegasse Catone. Or so ch’ei volle,
invece di placarsi,
Marzia svenar, perché gli chiese pace,
perché disse d’amarmi. Andiamo: ormai
giusto è il mio sdegno; ho tollerato assai.
(in atto di partire)
Fulvio. Ferma! Tu corri a morte.
Cesare. Perché?
Fulvio. Giá su le porte
d’Utica v’è chi nell’uscir ti deve
privar di vita.
Cesare. E chi pensò la trama?
Fulvio. Emilia. Ella mel disse; ella confida
nell’amor mio, tu ’l sai.
Cesare. Coll’armi in pugno
ci apriremo la via. Vieni.
Fulvio. Raffrena
questo ardor generoso. Altro riparo
offre la sorte.

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Cesare. E quale?
Fulvio. Un, che fra l’armi
milita di Catone, infino al campo
per incognita strada
ti condurrá.
Cesare. Chi è questi?
Fulvio. Floro si appella: uno è di quei che scelse
Emilia a trucidarti. Ei vien pietoso
a palesar la frode,
e ad aprirti lo scampo.
Cesare. Ov’è?
Fulvio. Ti attende
d’Iside al fonte. Egli mi è noto: a lui
fidati pure. Intanto al campo io riedo;
e, per l’esterno ingresso
di quel cammino istesso a te svelato.
co’ piú scelti de’ tuoi
tornerò poi per tua difesa armato.
Cesare. E fidarci cosí?
Fulvio. Vivi sicuro:
avran di te, che sei
la piú grand’opra lor, cura gli dèi.
               La fronda, che circonda
          a’ vincitori il crine,
          soggetta alle ruine
          del folgore non è.
               Compagna dalla cuna,
          apprese la fortuna
          a militar con te. (parte)

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SCENA II

Cesare e poi Marzia.

Cesare. Quanti aspetti la sorte
cangia in un giorno!.
Marzia. Ah! Cesare, che fai?
Come in Utica ancor?
Cesare. L’insidie altrui
mi son d’inciampo.
Marzia. çPer pietá, se m’ami,
come parte del mio
difendi il viver tuo. Cesare, addio.
(in atto di partire)
Cesare. Fermati! Dove fuggi?
Marzia. Al germano, alle navi. Il padre irato
vuol la mia morte. (Oh Dio, (guardando intorno)
giungesse mai!) Non m’arrestar: la fuga
sol può salvarmi.
Cesare. Abbandonata e sola
arrischiarti cosi? Ne’ tuoi perigli
seguirti io deggio.
Marzia. No: se è ver che m’ami,
me non seguir; pensa a te sol: non dèi
meco venire. Addio... Ma senti: in campo,
com’è tuo stil, se vincitor sarai,
oggi del padre mio
risparmia il sangue. Io te ne priego. Addio.
(in atto di partire)
Cesare. T’arresta anche un momento.
Marzia. È la dimora
perigliosa per noi: potrebbe... Io temo...
(guardando intorno)
Deh! lasciami partir.
Cesare. Cosí t’involi?

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Marzia. Crudel! da me che brami? È dunque poco
quanto ho sofferto? Ancor tu vuoi ch’io senta
tutto il dolor d’una partenza amara?
Lo sento sí, non dubitarne: il pregio
d’esser forte m’hai tolto. Invan sperai
lasciarti a ciglio asciutto. Ancora il vanto
del mio pianto volesti: ecco il mio pianto.
Cesare. Aimè! l’alma vacilla.
Marzia. Chi sa se piú ci rivedremo, e quando:
chi sa se il fato rio
non divida per sempre i nostri affetti.
Cesare. E nell’ultimo addio tanto ti affretti?
               Marzia. Confusa, smarrita,
          spiegarti vorrei
          che fosti..., che sei...
          Intendimi, oh Dio!
          Parlar non poss’io:
          mi sento morir.
               Fra l’armi se mai
          di me ti rammenti,
          io voglio... Tu sai...
          Che pena! Gli accenti
          confonde il martir. (parte)

SCENA III

Cesare, poi Arbace.

Cesare. Quali insoliti moti
al partir di costei prova il mio core!
Dunque al desio d’onore
qualche parte usurpar de’ miei pensieri
potrá l’amor?
Arbace. (nell’uscire si ferma) (M’inganno,
o pur Cesare è questi?)
Cesare. Ah! l’esser grato,

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aver pietá d’una infelice alfine
debolezza non è. (in atto di partirei
Arbace. Férmati: e dimmi
quale ardir, qual disegno
t’arresta ancor fra noi?
Cesare. (Questi chi fia?)
Arbace. Parla.
Cesare. Del mio soggiorno
qual cura hai tu?
Arbace. Piú che non pensi.
Cesare. Ammiro
l’audacia tua, ma non so poi se a’ detti
corrisponda il valor.
Arbace. Se l’assalirti
dove ho tante difese, e tu sei solo,
non paresse viltade, or ne faresti
prova a tuo danno.
Cesare. E come mai con questi
generosi riguardi Utica unisce
insidie e tradimenti?
Arbace. Ignote a noi
furon sempre questuarmi.
Cesare. E pur si tenta,
nell’uscir ch’io farò da queste mura,
di vilmente assalirmi.
Arbace. E qual saria
sí malvagio fra noi?
Cesare. Nol so: ti basti
saper che v’è.
Arbace. Se temi
della fé di Catone o della mia,
t’inganni: io ti assicuro
che alle tue tende or ora
illeso tornerai: ma in quelle poi
men sicuro sarai forse da noi.
Cesare. Ma chi sei tu, che meco
tanta virtú dimostri e tanto sdegno?

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Arbace. Né mi conosci?
Cesare. No.
Arbace. Son tuo rivale
nell’armi e nell’amor.
Cesare. Dunque tu sei
il principe numida,
di Marzia amante e al genitor sí caro?
Arbace. Sí, quello io sono.
Cesare. Ah! se pur l’ami, Arbace,
la siegui, la raggiungi; ella s’invola
del padre all’ira, intimorita e sola.
Arbace. Dove corre?
Cesare. Al germano.
Arbace. Per qual cammin?
Cesare. Chi sa? Quindi pur dianzi
passò fuggendo.
Arbace. A rintracciarla io vado.
Ma no; prima al tuo campo
deggio aprirti la strada: andiam.
Cesare. Per ora
il periglio di lei
è piú grave del mio: vanne.
Arbace. Ma teco
manco al dover, se qui ti lascio.
Cesare. Eh! pensa
Marzia a salvare, io nulla temo. È vana
un’insidia palese.
Arbace. Ammiro il tuo gran cor: tu del mio bene
al soccorso m’affretti, il tuo non curi;
e colei che t’adora,
con generoso eccesso,
rival confidi al tuo rivale istesso.
          Combattuta da tante vicende,
     si confonde quest’alma nel sen.
          Il mio bene mi sprezza e m’accende,
     tu m’involi e mi rendi il mio ben. (parte)

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SCENA IV

Cesare.

Del rivale all’aita
or che Marzia abbandono ed or che il fato
mi divide da lei, non so qual pena
incognita finor m’agita il petto.
Taci, importuno affetto:
no, fra le cure mie luogo non hai,
se a piú nobil desio servir non sai.
               Quell’amor che poco accende,
          alimenta un cor gentile,
          come l’erbe il nuovo aprile,
          come i fiori il primo albor.
               Se tiranno poi si rende,
          la ragion ne sente oltraggio,
          come l’erba al caldo raggio,
          come al gelo esposto il fior, (parte)

SCENA V

Acquedotti antichi, ridotti ad uso di strada sotterranea, che conducono dalla cittá alla marina, con porta chiusa da un lato del prospetto.

Marzia.

Pur veggo alfine un raggio
d’incerta luce infra l’orror di queste
dubbiose vie: ma non ritrovo il varco
(guardando attorno
che al mar conduce. Orma non v’è che possa
additarne il sentier. Mi trema in petto
per téma il cor. L’ombre, il silenzio, il grave
fra questi umidi sassi aere ristretto

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peggior de’ rischi miei rendon l’aspetto.
Ah, se d’uscir la via
rinvenir non sapessi!...
(guardando s’avvede della porta)
Eccola. Alquanto
l’alma respira. Al lido
si affretti il piè. Ma, s’io non erro, il passo
chiuso mi sembra. Oh Dio!
Pur troppo è ver. Chi l’impedí? Si tenti.
(torna alla porta)
Cedesse almeno. Ah, che m’affanno invano!
Misera! che farò? Per Torme istesse
tornar conviene. Alla mia fuga il cielo
altra strada aprirá. Numi, qual sento
di varie voci e di frequenti passi
suono indistinto! Ove n’andrò? Si avanza
il mormorio. Potessi
quel riparo atterrar! Né pur si scuote.
(s’appressa di nuovo, e scuote la porta)
Dove fuggir? Forza è celarsi. E quando
i timori e gli affanni
avran fine una volta, astri tiranni? (si nasconde)

SCENA VI

Emilia con ispada nuda e gente armata, e detta in disparte.

Emilia. È questo, amici, il luogo ove dovremo
la vittima svenar. Fra pochi istanti
Cesare giungerá. Chiusa è l’uscita
per mio comando; onde non v’è per lui
via di fuggir. Voi fra que’ sassi occulti
attendete il mio cenno, (la gente d’Emilia si ritira)
Marzia. (Aimè, che sento!)
Emilia. Quanto tarda il momento
sospirato da me! Vorrei... Ma parmi

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ch’altri s’appressi. È questo
certamente il tiranno. Aita, o dèi:
se vendicata or sono,
ogni oltraggio sofferto io vi perdono, (si nasconde)
Marzia. (Oh ciel, dove mi trovo! Almen potessi
impedir ch’ei non giunga!)

SCENA VII

Cesare e dette in disparte.

Cesare. (guardando ia scena) Il calle angusto
qui si dilata: ai noti segni il varco
non lungi esser dovrá. Floro, m’ascolti?...
(voltandosi indietro)
Floro!... Noi veggio piú. Fin qui condurmi:
poi dileguarsi! Io fui
troppo incauto in fidarmi. Eh! non è questo
il primo ardir felice: io di mia sorte
feci in rischio maggior piú certa prova.
Emilia. Ma questa volta il suo favor non giova, (esce)
Marzia. (Oh stelle!)
Cesare. Emilia armata!
Emilia. È giunto il tempo
delle vendette mie.
Cesare. Fulvio ha potuto
ingannarmi cosí?
Emilia. No. Dell’inganno
tutta la gloria è mia. Della sua fede,
giurata a te, contro di te mi valsi.
Perché impedisse il tuo ritorno al campo,
a Fulvio io figurai
d’Utica su le porte i tuoi perigli.
Per condurti ove sei, Floro io mandai

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con simulato zelo a palesarti
questa incognita strada. Or dal mio sdegno.
se puoi, t’invola.
Cesare. Un femminil pensiero
quanto giunge a tentar!
Emilia. Forse volevi
che insensati gli dèi sempre i tuoi falli
soffrissero cosi? Che sempre il mondo
pianger dovesse in servitú dell’empio
suo barbaro oppressor? Che l’ombra grande
del tradito Pompeo
eternamente invendicata errasse?
Folle! Contro i malvagi,
quando piú gli assicura,
allor le sue vendette il del matura.
Cesare. Alfin che chiedi?
Emilia. Il sangue tuo.
Cesare. Sí lieve
non è l’impresa.
Emilia. Or lo vedremo.
Marzia. (Oh Dio!)
Emilia. Olá! costui svenate, (esce la gente d’Emilia)
Cesare. Prima voi caderete. (cava la spada)
Marzia. Empi, fermate!
Cesare. (Marzia!)
Emilia. (Che veggio!)
Marzia. E di tradir non sente
vergogna Emilia?
Emilia. E di fuggir con lui
non ha Marzia rossore?
Cesare. (Oh strani eventi!)
Marzia. Io con Cesare! Menti.
L’ira del padre ad evitar m’insegna
giusto timor.

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SCENA VIII

Catone con ispada nuda, e detti

Catone. (verso Marzia) Pur ti ritrovo, indegna.
Marzia. Misera!
Cesare. Non temer, (va a porsi davanti a Marzia)
Catone. (vedendo Cesare) Che miro!
Emilia. (vedendo Catone) Oh stelle!
Catone. Tu in Utica, o superbo? (a Cesare)
Tu seco, o scellerata? (a Marzia)
Voi qui senza mio cenno? (alla gente armata)
Emilia armata?
Che si vuol? Che si tenta?
Cesare. La morte mia, ma con viltá.
Emilia. (a Catone) Tu vedi
ch’oggi è dovuto all’onor tuo quel sangue,
non men che all’odio mio.
Marzia. Ah, questo è troppo! È Cesare innocente:
innocente son io.
Catone. Taci. Comprendo
i vostri rei disegni. Olá! dal fianco
di lui l’empia si svelga, (alla gente armata)
Cesare. (si pone in difesa) A me la vita
prima toglier conviene.
Catone. Temerario!
Emilia. Eh! s’uccida, (a Catone)
Marzia. Padre, pietá!
Catone. (a Cesare) Deponi il brando.
Cesare. Il brando
io non cedo cosí, (s’ode di dentro romore)
Emilia. Qual improvviso
strepito ascolto?
Catone. E di quai grida intorno
risonan queste mura?

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Marzia. Che fía!
Cesare. Non paventar.
Emilia. Troppo il tumulto,
signor, si avanza.
(a Catone, sentendo crescere il rumore)
Marzia. Ai replicati colpi
crollano i sassi.
Catone. Insidia è questa. Ah! prima
ch’altro ne avvenga, all’onor mio si miri.
L’empia non uccidete;
disarmate il tiranno; io vi precedo, (alla gente)

SCENA IX

Fulvio, con gente armata, che, gettati a terra i ripari, entra, e detti.

Fulvio. Venite, amici.
Marzia ed Emilia.  Oh ciel!
Catone. Numi, che vedo!
Fulvio. Cesare, all’armi nostre
Utica apri le porte: or puoi sicuro
goder della vittoria.
Catone. Ah, siam traditi!
Cesare. Corri, amico, e raffrena (a Fulvio)
la militar licenza: io vincer voglio,
non trionfare.
Emilia. Inutil ferro! (getta la spada)
Marzia. Oh dèi!
Fulvio. Parte di voi rimanga (a’ suoi soldati)
di Cesare in difesa. Emilia, addio.
Emilia. Va’, indegno!
Fulvio. A Roma io servo e al dover mio.
(parte. Restano alcune guardie con Cesare)
Cesare. Catone, io vincitor...
Catone. Taci. Se chiedi

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ch’io ceda il ferro, eccolo; (getta la spada)
un tuo comando
udir non voglio.
Cesare. Ah! no, torni al tuo fianco,
torni l’illustre acciar.
Catone. Sarebbe un peso
vergognoso per me, quando è tuo dono.
Marzia. Caro padre...
Catone. T’accheta.
Il mio rossor tu sei.
Marzia. Si plachi almeno
Emilia. Il chiedi invano.
il cor d’Emilia.
Cesare. (a Catone) Amico,
pace, pace una volta.
Catone. Invan la speri.
Marzia. Ma tu che vuoi? (ad Emilia)
Emilia. Viver fra gli odii e l’ire.
Cesare. Ma tu che brami? (a Catone)
Catone. In libertá morire.
Marzia. Deh! in vita ti serba, (a Catone)
Cesare. Deh! sgombra l’affanno, (ad Emilia)
Catone. Ingrata, superba! (a Marzia)
Emilia. Indegno, tiranno! (a’Cesare)
Cesare. Ma t’offro la pace, (a Catone)
Catone. Il dono mi spiace.
Marzia. Ma l’odio raffrena. (ad_ Emilia)
Emilia. Vendetta sol voglio.
Cesare. Che duolo!
Marzia. Che pena!
Emilia. Che fasto!
Catone. Che orgoglio!
Tutti. Piú strane vicende
la sorte non ha.
Marzia. M’oltraggia, m’offende (da sé)
il padre sdegnato.

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Cesare. Non cangia pensiero (verso Catone)
quel core ostinato.
Emilia. Vendetta non spero, (da sé)
Catone. La figlia è ribelle, (da sé)
Tutti. Che voglian le stelle,
quest’alma non sa. (partono)

SCENA X

Luogo magnifico nel soggiorno di Catone.

Arbace con ispada nuda, ed alcuni seguaci; poi Fulvio dal fondo, parimente con ispada, e séguito di cesariani.

Arbace. Dove mai l’idol mio,
dove mai si celò? M’affretto invano;
né pur qui lo ritrovo. Oh dèi! Giá tutta
di nemiche falangi Etica è piena.
Compagni, amici, ah! per pietá, si cerchi,
si difenda il mio ben. Ma giá s’avanza
Fulvio con Farmi. Ardir, míei fidi; andiamo
contro lo stuolo audace
a vendicarci almen.
Fulvio. Fermati, Arbace.
Il dittator non vuole
che si pugni con voi. Di sua vittoria
altro frutto non chiede
che la vostra amistá, la vostra fede.
Arbace. Che fede? che amistá? Tutto è perduto:
altra speme non resta
che terminar la vita,
ma con l’acciaro in man.

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SCENA XI

Emilia e detti.

Emilia. (ad Arbace) Principe, aita!
Arbace. Che fu?
Emilia. Muore Catone.
Fulvio. E chi l’uccide?
Emilia. Si ferì di sua mano.
Arbace. E niuno accorse
il colpo a trattener?
Emilia. La figlia ed io
tardi giungemmo. Il brieve acciar di pugno
lasciò rapirsi, allor però che immerso
l’ebbe due volte in seno.
Arbace. Ah! pria che muora.
si procuri arrestar l’alma onorata, (in atto di partire)
Fulvio. Lo sappia il dittator. (parte Fulvio)

SCENA XII

Catone ferito, Marzia e detti.

Catone. (a Marzia) Lasciami, ingrata!
Marzia. Arbace’ Emilia!
Arbace. Oh Dio!
Che facesti, o signore?
Catone. Al mondo, a voi
ad evitar la servitude insegno.
Emilia. Alla pietosa cura
cedi de’ tuoi.
Arbace. Pensa ove lasci e come
una misera figlia.
Catone. Ah! l’empio nome

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tacete a me: sol questa indegna oscura
la gloria mia.
Marzia. Che crudeltá! Deh! ascolta
i prieghi miei, (a Catone)
Catone. Taci.
Marzia. (s’inginocchia) Perdona, o padre;
caro padre, pietá. Questa, che bagna
di lagrime il tuo piede, è pur tua figlia.
Ah! volgi a me le ciglia,
vedi almen la mia pena;
guardami una sol volta, e poi mi svena.
Arbace. Plácati alfine, (a Catone)
Catone. (a Marzia) Or senti:
se vuoi che l’ombra mia vada placata
al suo fatal soggiorno, eterna fede
giura ad Arbace; e giura
all’oppressore indegno
della patria e del mondo eterno sdegno.
Marzia. (Morir mi sento.)
Catone. E pensi ancor? Conosco
l’animo avverso. Ah! da costei lontano
lasciatemi morir.
Marzia. No, padre, ascolta: (s’alza)
tutto farò. Vuoi che ad Arbace io serbi
eterna fé? La serberò. Nemica
di Cesare mi vuoi? Dell’odio mio
contro lui ti assicuro.
Catone. Giuralo.
Marzia. (Oh Dio!) Su questa man lo giuro.
(prende la mano di Catone, e la bacia)
Arbace. Mi fa pietá.
Emilia. (Che cangiamento!)
Catone. (abbraccia Marzia) Or vieni
fra queste braccia, e prendi
gli ultimi amplessi miei, figlia infelice.
Son padre alfine; e nel momento estremo

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cede a’ moti del sangue
la mia fortezza. Ah, non credea lasciarti
in Africa cosí!
Marzia. Mi scoppia il core!
Arbace. Oh dèi!
Catone. (siede) Marzia, il vigore
sento mancar... Vacilla il piè... Qual gelo
mi scorre per le vene! (sviene)
Marzia. Soccorso, Arbace! Il genitor giá sviene.
(si vedono venir Cesare e Fulvio dal fondo)
Arbace. Non ti avvilir. La tenerezza opprime
gli spirti suoi.
Marzia. Consiglio, Emilia.
Emilia. Arriva
Cesare a noi.
Marzia. Misera me!
Arbace. Che giorno
è questo mai!

SCENA ULTIMA

Cesare, poi Fulvio con numeroso séguito, e detti.

Cesare. Vive Catone?
Arbace. Ancora
lo serba il ciel.
Cesare. Per mantenerlo in vita
tutto si adopri, anche il mio sangue istesso.
Marzia. Parti. Cesare, parti:
non accrescermi affanni.
Catone. Ah figlia!
Arbace. Al labbro
tornan gli accenti.
Cesare. (si appressa a Catone e lo sostiene) Amico, vivi, e serba
alla patria un eroe.
Catone. (prende per la mano Cesare, credendolo Marzia) Figlia, ritorna
a questo sen. Stelle! ove son? Chi sei?

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Cesare. Stai di Cesare in braccio.
Catone. Ah, indegno! e quando
andrai lungi da me? (tenta di alzarsi e ricade)
Cesare. Plácati.
Catone. Io voglio...
Manca il vigor: ma l’ira mia richiami
gli spirti al cor. (s’alza da sedere)
Marzia. Reggiti, o padre.
Cesare. E vuoi
morir cosí nemico?
Catone. Anima rea,
io moro si, ma della morte mia
poco godrai: la libertade oppressa
il suo vindice avrá. Palpita ancora
la grand’alma di Bruto in qualche petto.
Chi sa...
Arbace. Tu manchi.
Emilia. Oh Dio!
Catone. Chi sa? Lontano
forse il colpo non è. Per pace altrui
raffretti il cielo; e quella man, che meno
credi infedel, quella ti squarci il seno.
Fulvio. (L’insulta anche morendo!)
Catone. Ecco... al mio ciglio..
giá langue... il dí.
Cesare. Roma, chi perdi!
Catone. Altrove...
portatemi... a morir.
Marzia. Vieni.
Emilia e Arbace.  Che affanno!
Catone. No, non vedrai..., tiranno...,
nella. .. morte... vicina...
spirar... con me... la libertá... latina.
(Catone, sostenuto da Marzia e da Arbace, entra morendo)
Cesare. Ah! se costar mi deve
i giorni di Catone il serto, il trono,
ripigliatevi, o numi, il vostro dono. (getta il lauro)