Catullo e Lesbia/Varianti/1. Al passere di Lesbia - II Ad passerem Lesbiae

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Gaio Valerio Catullo, Mario Rapisardi - Catullo e Lesbia (Antichità)
Traduzione dal latino di Mario Rapisardi (1875)
Varianti - 1. Al passere di Lesbia - II Ad passerem Lesbiae
Varianti Varianti - 2. In morte del passero - III Finis passeris
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II.


Pag. 156.          Passer, deliciæ mece puellæ.

Cosi in parecchi manoscritti. Alcuni hanno delicium e non deliciæ. Ma che il poeta abbia scritto deliciæ pare indicato da Marziale in quei versi:

Accidit infandum nostræ scelus, Aule, puellæ,
     Amisit lusus deliciasque suas;
Non quales teneri ploravit amica Catulli
     Lesbia, nequitiis passeris orba sui.

E così per vezzo anche Catullo preferisce sovente il plurale, come nel carme ad Ipsitilla:

Amabo mea dulcis Ipsitilla,
Meæ deliciæ, mei lepores.


Ibidem.          Quoi primum digitum dare adpetenti.

Quoi in cambio di cui, secondo l’antica ortografia, consacrata nelle più antiche edizioni; così spesso in [p. 234 modifica]Plauto e in Lucrezio. In un vecchio MS. citato dallo Stazio leggesi qui, ch’è manifesto sbaglio del copista. Da ciò che Quintiliano dice, 1,7, a med., si scorge che la q era volgarmente usata per c, e quindi per distinguere qui dat. da qui nom. s'usò scrivere quoi. Leggo adpetenti col sussidio dei migliori alla barba di Vossio, che con la sua famosa mania di mutare e corregger tutto a suo modo legge ac petentes, citando quei versi di Lucrezio:

Aut ubi eos lactant pedibus, morsuque patente
Suspensis teneros imitantur dentibus haustus,

non senza convenire che questo luogo di Lucrezio è molto controverso.


Pag. 156.          Credo, ut tam gravis acquiescat ardor.

Gli antichi MS: Credo ut quom grama acquiescet error. Un vecchio codice citato da Giuseppe Scaligero credont, come non di rado nelle lapidi vivont. Acquiescet in cambio di acquiescit, essendo comune scambiar l’e con l’i, come in Catullo medesimo: ipse que luce invece di ipsi qui luci. Ingegnosa è la congettura del Dousa, che vuole s’abbia a legger cedo e non credo o credunt, assumendo il verbo cedo nel significato di dare, accordare. Ma così leggendo il gravis ardor si riferirebbe al poeta, quando al contrario io credo che s’abbia a riferire alla Lesbia, la quale trova alcun refrigerio all’ardore intenso dell’anima sua, trastullandosi col suo passerino. Rispettando fino a un certo segno la lezione dei vecchi MS. e del codice citato dallo Scaligero, io ho cavato da essi medesimi la mia lezione. Credo è più [p. 235 modifica]opportuno di credunt: esprime una supposizione, una credenza del poeta, colla quale il pubblico non ha nulla che fare. Tam non solo è più proprio di quum, ma ha più evidenza di quam: accresce l’intensità della fiamma. La lezione di Teodoro Marcilio (In C. V. Catull., aster. 11):

Ut solatiolum fiet doloris
Credo. Ut cui gravis acquiescat ardor,
Tecum ludere,

mi par fatta apposta per guastare ogni cosa.

Pag. 156.          Tecum ludere sicut ipsa possem.

Alcuni: Secum ludere sicut ipse; e sembra a tutta prima con più ragione: a Catullo doveva certamente riuscir più caro il trastullarsi con Lesbia; ma la fine del carme ci avverte, che il poeta seguita a parlare col passere, e desidera poter giocare con lui, sperando che ciò gli possa servir di mezzo ad ottener la sua donna, come il pomo era stato il mezzo, per cui Ippomene avea sciolta ad Atalanta la zona verginale. È chiaro d’altronde che il poeta non poteva dire: vorrei trastullarmi con esso lei come fai tu; quando poco prima avea detto ch’era la Lesbia che si baloccava col passere, e non questo con lei: Quoi cum ludere, etc.


Pag. Ibidem.          Quod zonam soluit diu ligatam.

Soluit legge Avanzio sulla fede d’un codice antico. Handio approva, riferendosi a Prisciano, lib. I, pag. 546, l. 23: Catullus veronensis, zonam soluit diu ligatam, inter hendecasyllabos phalecios posuit. Ergo nisi soluit trisyllabum accipias, versus stare non potest.