Chi l'ha detto?/Parte prima/3

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Capitolo 3

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§ 3.



Allegria, darsi bel tempo, noia





In nessun tempo mancarono gli spensierati che riposero ogni loro maggiore studio nel godersi la vita, specialmente nei facili piaceri del senso, senza preoccupazioni intellettuali o morali. Questa comoda filosofia è abbastanza bene esposta nella romanza cantata da Orsini nel melodramma Lucrezia Borgia di Felice Romani, musica di Donizetti (a. II, sc. 5) e di cui particolarmente popolare è il primo verso:

46.   Il segreto per esser felici
So per prova, e l’insegno agli amici.
Sia sereno, sia nubilo il cielo,
Ogni tempo, sia caldo, sia gelo,
Scherzo e bevo, e derido gl’insani
Che si dàn del futuro pensier.

e il coro risponde:

47.       Non curiamo l’incerto domani,
Se quest’oggi n’è dato goder.

La forma più scapigliata di questa dottrina epicurea è quella espressa nel celebre epitaffio di Sardanapalo, che alcuni citano in questi termini:

48.   Edamus, bibamus, gaudeamus: post mortem nulla voluptas.1

Cicerone invece (Tuscul. disput., lib. V, 35, § 101) così riferisce in latino i versi che Sardanapalo ordinò si scrivessero nel suo sepolcro:
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49.   Haec habeo, quæ edi, quæque exsaturata libido
Hausit; at illa iacent multa et præclara relicta.2

e ricorda che a proposito di questa iscrizione, Aristotele notò: «Che altro scriveresti sul sepolcro non di un re, ma di un bove?» E Strabone (XIV, 9), avvertendo che erano notissimi i versi suddetti, cita anche le parole che in lettere assire erano scolpite ad Anchiale, città di Cilicia, sulla tomba del re, sotto la statua di lui, figurato in atto di scoppiettare con le dita della mano destra. Ivi lo sconcissimo re parlava così: «Mangia, bevi, vivi allegramente, perchè tutto il resto non vale questo scoppiettar delle dita.» Vedi anche Clearco, in Ateneo, XII, 39.

Lo stesso consiglio di Sardanapalo si trova, parrebbe perfino impossibile se non si avvertisse che è riferito per dispregio, nel Nuovo Testamento, dove è detto:

50.   Manducemus et bibamus, cras enim moriemur.3

L’altro motto, non meno famoso,

51.       Wer nicht liebt Wein, Weib und Gesang
Der bleibt ein Narr sein Lebelang.4

è attribuito nientemeno che a Lutero e come cosa di lui fu scritto circa 50 anni fa nella taverna del castello di Wartburg, celebre nella storia di Lutero. Secondo che dice Redlich in Die poetischen Beiträge zum Wandsbecker Bothen (Hamburg, 1871), pag. 57, questi versi sono assai probabilmente di Joh. Heinr. Voss (1751-1826), il quale li pubblicò per la prima volta nei Wandsbecker Bothen del 1775, n. 75, entro una «Devise an einen Poeten»; quindi, da soli, nel Musenalmanach del 1775 (Hamburg) a pag. 107, ponendovi sotto la firma D. Martin Luther, ciò che [p. 17 modifica]gli valse l’annullamento della nomina a professore all’Johanneum di Amburgo, sotto l’accusa di sacrilegio alla memoria del Riformatore. Voss non disse mai a quali fonti avesse attinto per questa straordinaria attribuzione: del resto, a parte la donna, la sentenza è anche nella Bibbia: Vinum et musica laetificant cor (Ecclesiasticus, cap. 40, v. 20).

Esso mi fa tornare alla memoria, a cagione del canto che è ricordato in fine del primo verso, un altro detto, che può sembrare a prima vista assai difforme da quelli finora ricordati, ma che per chi sottilmente guarda, ha con essi molta più analogia che non si direbbe. È un detto, che si riferisce ai francesi:

52.   Ils chantent, ils payeront.5

ed è attribuito al cardinale Mazarino; ed infatti nelle Nouvelles Lettres de la Duchesse d’Orléans (1853, pag. 249) si legge: «Le Cardinal Mazarin disoit: La nation françoise est la plus folle du monde: ils crient et chantent contre moi, et me laissent faire; moi, je les laisse crier et chanter, et je fais ce que je veux.»

La frase, comunque sia stata detta, piacque ed a ragione; piacque pure a Sébastien Chamfort, il quale lasciò scritto: Un homme d’esprit me disait un jour que

53.   Le gouvernement de France était une monarchie absolue, tempérée par des chansons.6

(Chamfort, Maximes et pensées sur la politique, n. XIV).

Anche Beaumarchais, verso lo stesso tempo, faceva cantare a Brid’oison, nel Mariage de Figaro, a proposito del popolo francese:

Qu’on l’opprime, il peste, il crie,
Il s’agite en cent fa-açons,
Tout fini-t-il par de chansons.

Ma non a tutti i popoli bastava il canto;

54.                Panem et circenses.7

(Giovenale, Sat. X, v. 81).
[p. 18 modifica]erano i desideri della plebe romana cresciuta all’ozio e ai vizi sul finire della Repubblica e nei tristi secoli dell’Impero. Pane e feste tengono il popol quieto, fu detto dal Magnifico Lorenzo de’ Medici, che molto bene se ne intendeva (Giusti, Prov. toscani, pag. 153). In tempi a noi più vicini si disse di altre popolazioni che avevano bisogno solo di tre F, feste, farina e forca. L’ultima F aggiunta era indice della maggior perfezione dei tempi.

Mentre si preparava la Rivoluzione Francese, Voltaire nel 1770 scriveva alla Signora Necker: «Il ne fallait aux Romains que panem et circenses, nous avons retranché panem, il nous suffit des circenses, c’est-à-dire de l'Opéra-Comique.» Ma s’egli avesse vissuto sino a vedere quasi vent’anni dopo (nell’ottobre 1789) le donne del popolo di Parigi recarsi a Versaglia a chiedere pane, avrebbe corretto il suo giudizio.

È certo che la buona e sana allegria è il dono migliore che gli Dei possano fare alla travagliata umanità. I toscani sogliono dire che chi ride, leva i chiodi alla bara, ovvero che il buon riso fa buon sangue; Chamfort (Maximes et pensées sur la philosophie et la morale, n. XLVIII) ammonisce che: La plus perdue de toutes les journées est celle où l’on n’a pas ri; e nel Viaggio sentimentale di Yorick di Laur. Sterne, trad. del Foscolo, nella prefazione si legge: «Era opinione del reverendo Lorenzo Sterne parroco in Inghilterra

55.   Che un sorriso possa aggiungere un filo alla trama brevissima della vita.»

e in nota cita: Tristram Shandy, epist. dedicat. Ed infatti la frase si trova nella dedicatoria al Pitt, la quale però comparve soltanto nell’edizione originale di York 1759, da me non veduta, e che non fu riprodotta, per quel ch’io sappia, in nessuna delle successive. La versione di Hédouin, fatta su questa edizione originale, così traduce questo passo: «....fermement persuadé que je suis que chaque fois qu’un homme sourit et plus encore lorsqu’il rit, ajoute quelque chose à ce fragment d’existence.» E neppure va dimenticata l’altra frase tolta dal medesimo autore:

56.   Un homme qui rit ne sera jamais dangereux.8

[p. 19 modifica]che è la risposta del duca di Choiseul a Yorick trovato senza passaporto in Francia (Sterne, A sentimental journey, cap. XLVIII).

Ridiamo dunque, ma non troppo, chè di nulla, neppure delle ottime cose, conviene abusare; e poi l’eccesso del ridere è così antipatico! Dice Catullo che:

57.      ....Risu inepto res ineptior nulla est.9

(Ode XXXIX, v. 16).
forse più savio era Giordano Bruno il quale diceva di sè medesimo:

58.   In tristitia hilaris, in hilaritate tristis.10

ed è l’epigrafe ch’egli appose sul frontespizio del Candelaio nella edizione originale di Parigi 1582: Candelaio | Comedia del Bruno Nolano | Academico di nulla academia, detto il Fastidito | In tristitia hilaris, in hilaritate tristis.

Parlando dell’allegria, conviene pur dire qualcosa del suo contrario, la noja. Un nostro poeta drammatico contemporaneo la disse:

59.                                   ....La noia
Tetra visitatrice e non chiamata.

È Nerone, che nella tragedia omonima di Pietro Cossa (a. I, sc. 4), esclama:
In queste
Aule ahi sovente penetra la noja
Tetra visitatrice e non chiamata.

G. Leopardi fra i suoi Pensieri (in Opere, v. II, p. 157), ha il seguente:

60.   La noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani.

ed infatti essa è un sentimento affatto sconosciuto alle persone intellettualmente inferiori, come è ignoto agli animali; i cani e i gatti sbadigliano soltanto quando hanno fame. Pure lo stesso Leopardi [p. 20 modifica]Leopardi, in una canzone scritta nel 1820, mentre correvano tempi ben tristi per l’Italia, si lagnava della noja, imprecando a

61.       Questo secol morto, al quale incombe
Tanta nebbia di tedio.

Ma quali le origini di questo incomodo malanno?

62.       L’ennui naquit un jour de l’uniformité.11

(Lamotte-Houdard, Fables, lib. 4, fabl. 15).

Non si dimentichi però la spiritosa correzione fatta a quest’ultimo motto dalla signora di Chateaubriand, che seccata dell’eccessivo prolungarsi di una discussione filosofica fra due professori, Fontanes e Joubert, ad una sua serata, esclamò:

L’ennui naquit un jour de l’université!

Note

  1. 48.   Mangiamo, beviamo, godiamo: dopo la morte non vi è più diletto alcuno.
  2. 49.   I soli miei beni sono quelli che la gola e la più raffinata libidine mi procacciarono; non mi curai delle molte altre cose, anche più nobili.
  3. 50.   Mangiamo e beviamo, chè domani verrà la morte.
  4. 51.   Chi non ama il vino, la donna e il canto, sarà un pazzo per tutta la vita.
  5. 52.   Se cantano, pagheranno.
  6. 53.   La Francia è un governo assoluto, temperato dalle canzoni.
  7. 54.   Pane e giuochi del circo.
  8. 56.   Un uomo che ride non sarà mai pericoloso.
  9. 57.   Non c'è cosa più sciocca del ridere scioccamente.
  10. 58.   Ilare nella tristezza, triste nella ilarità.
  11. 62.   La noia nacque un giorno dalla uniformità.