Chi l'ha detto?/Parte prima/49

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Parte prima - § 49. Orgoglio, ambizione, vanità, presunzione

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Parte prima - § 49. Orgoglio, ambizione, vanità, presunzione
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§ 49.

Orgoglio, ambizione, vanità, presunzione



Esempio famoso di ambizione è la superba impresa del Duca Valentino, Cesare Borgia:

1040.   Aut Cæsar aut nihil.1

Di questa frase, proverbiale in Toscana sotto la forma corrotta: O Cesare o Niccolò, dice mons. Paolo Giovio nel Ragionamento sopra i motti e disegni d’arme e d’amore che comunemente chiamano imprese (Milano, 1863, a pag. 5), dopo aver premesso che per l’anima e il corpo di un’impresa intende il motto e la figura di essa: «Cesare Borgia di Valentinois usò un’anima senza corpo, dicendo Aut Cæsar, aut nihil, volendo dire, che si voleva cavar la maschera e far prova della sua fortuna: onde essendo capitato male e ammazzato in Navarra, Fausto Maddalena Romano disse che il motto si verificò per l’ultima parte alternativa con questo distico:

     Borgia Cæsar erat, factis et nomine Cæsar,
          Aut nihil, aut Cæsar, dixit: utrumque fuit.

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E certamente in quella sua grande e prospera fortuna il motto fu argutissimo, e da generoso, ecc.» — Anche Claude Paradin nelle Devises héroiques, di cui si hanno molte edizioni cinquecentiste. sotto la rappresentazione di un Cesare antico che tiene il globo del mondo, scrive il nome di Cesare Borgia, e l’impresa Aut Cœsar, ant nihil: ne ha dato una piccola riproduzione Carlo Yriarte a pag. 114 dell’opera Autour des Borgia (Paris, 1891). Anton Maria Graziani nel Theatrum historicum de virtutibus et vitiis illustrium virorum et fæminarum (Francofurti, 1661), parlando di Cesare Borgia, dice: «Nominis sui omen secutus, superbum vexillis titulum, Aut Cæsar, aut nihil, inscribi jussit; quod Sannazarius versiculis haud tamen satis salsis redarguit,

          Aut nihil aut Cæsar vult dici Borgia: quidni?
               Quum simul et Cæsar possit, et esse nihil.»

È da notarsi che il Cancellieri nella Lettera al Ciampi sopra le sue Feriae Varsavienses e le spade de’ più celebri Sovrani e Generali (nell’Effemeridi letterarie di Roma, marzo 1821) parla della celebre spada, tutta arabescata, del Valentino, la quale porterebbe inciso da ambo le parti il suddetto motto. Ma il Cancellieri fu tratto in errore, poichè la preziosa arme, nota fra gli amatori sotto il nomignolo di Regina delle Spade, e lavoro finissimo, a quanto pensa l’Yriarte, di M. Ercole Fedeli, ebreo convertito di Reggio, non contiene affatto quel motto, benchè porti altre divise cesariane, come le seguenti: Cum nomine Cæsaris omen, Jacta est alea. Questa spada che fu già del famoso abate Galiani, appartiene oggi alla famiglia romana dei principi Caetani di Sermoneta: vedansi un articolo di A. Ademollo, La Spada del Duca Valentino nel Fanfulla della Domenica, n. 23-24. anno 1879, e l’opera citata dell’ Yriarte, di cui la terza parte è appunto dedicata alla spada di Cesare Borgia. Anche di Giulio Cesare si narra (Plutarco, Vita Cæs., cap. XI) che volesse piuttosto essere il primo in un povero villaggio delle Alpi che il secondo a Roma. Ma è umano sentimento questo di voler primeggiare, anche in un campo modesto: per cui svariate sono le ambizioni secondo che variano le condizioni e le attività degli individui, e così soleva Nicola Vedova, veneziano (m. verso il 1840). famosissimo artista comico, soddisfare alla propria vanità, dicendo: [p. 342 modifica]

1041.   Mi so el più gran tirano dopo Dio.

«Secondo la leggenda del palcoscenico, il Vedova fu il più ignorante uomo del mondo: e si vuole che un giorno (già da tempo era impensierito per la scelta della beneficiata) si recasse alla prova con un libro sotto al braccio, sclamando: L’ho trovada, l’ho trovada, un po’ lungheta, ma tagiaremo. Piena sicura! Era la Divina Commedia» (Rasi, I comici italiani, vol. II, pag. 625). Ugualmente si narra che Alessandro Lanari, notissimo impresario teatrale fiorentino, esclamasse un giorno: «Io sono, dopo Dio, il primo impresario»; e subito si correggesse preso dalla più legittima ammirazione, o indulgenza verso di sè: soggiungendo: «Posso, anzi, veramente dirmi il vero Dio degl’impresarii»; e non altrimenti, a quanto narra Giuseppe Caprin in Tempi andati (Trieste, 1891, pag. 226) il pittore triestino F. Malacrea, vissuto nella prima metà del secolo scorso, e valentissimo nei quadri di natura morta, mentre un giorno stava abbozzando delle frutta, avendogli un tale fatta osservazione intorno al colore di un grappolo di ribes, si volse e con la sua abituale freddezza rispose: «Sappia, e lo tenga bene a mente, che per fare i fiori viene prima Dio poi Malacrea, per le frutta prima Malacrea poi Dio».

Come sono lontane queste innocenti ambizioni da quella del potente re di Spagna, Carlo V, il quale, secondo che narra la leggenda, si vantava che

1042.   Nei miei regni non tramonta mai il Sole.

Non si conoscono le origini di questa frase. Il Büchmann cita per una certa analogia un passo di Erodoto (Hist., lib. VII. cap. 8) che fa dire a Serse qualcosa di simile. Per la storia della frase, ricorderò che il Guarini nel prologo del Pastor fido, volgendosi a Caterina d’Austria, la chiama:

                         ....Altera figlia
          Di quel Monarca, a cui
          Nè anco quando annotta, il Sol tramonta;

e Schiller nel Don Carlos (atto I. sc. 6), così fa parlare Filippo II:

Die Sonne geht in meinem Staat nicht unter.

[p. 343 modifica] Parenti molto prossimi dell’ambizione sono l’orgoglio e la vanità. In quanto a vanità, credo che non potrebbe essere da alcuno superata quella di Cicerone, se sue veramente fossero le parole attribuitegli da Giovenale:

1043.   O fortunatam natam me consule Romam.2

(Satira X. v. 122).

Era l’orgoglio che ispirava Argante quando al troppo audace Ottone rivolse le superbe parole:

1044.   Renditi vinto; e per tua gloria basti
Che dir potrai che contro me pugnasti.

(Tasso, Gerusalemme liberata, c. IV, ott. 32).

ed hanno ugualmente sapore di orgoglio misto ad arroganza queste altre:

1045.   Rispondo che non rispondo.

dette nel Parlamento Subalpino da Giov. Filippo Galvagno, ministro dell’Agricoltura, poi dell’Interno, e quindi di Grazia e Giustizia nel gabinetto Delaunay-D’Azeglio (1849-52); e queste pure:

1046.   Piace a me e basta.

dette dall’onor. Agostino Depretis in Parlamento rispondendo il 30 gennaio 1884 (2a tornata) all’onor. Bosdari per difendere i propri criteri di sicurezza pubblica: «Io credo di poter affermare alla Camera e all’onor. Bosdari che qui non entra stringimenti di freni, parole queste che mi furono attribuite con molta inesattezza. Dico quanto alle parole: sarò quel che volete quanto al metodo di governo; poichè capisco benissimo che a molti non può piacere; ma piace a me e basta» (Discussioni, vol. VII. pag. 5527). Dei pericoli dell’ambizione e dell’orgoglio avverte il poeta latino che

1047.                  .... Feriuntque summos
               Fulmina mones.3

(Orazio, Odi, lib. II; od. v. 11.12).
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e la morte di un superbo, colpito dalla mano del fato, è ben dipinta dall’Ariosto:

1048.   Bestemmiando fuggì l’alma sdegnosa
Che fu sì altiera al mondo e sì orgogliosa.

(Orlando furioso, c. XLVI. ott. 140).

Così, con la morte di Rodomonte ucciso da Ruggero, finisce il poema del gran ferrarese. Si confronti con la fine dell’Eneide (c. XII, v. 952) e la morte di Turno:

Vitaque cum gemitu fugit indignata sub umbris.


E a proposito di Rodomonte, non sarà inutile di ricordare, che il suo nome, cui l’Ariosto dette tanta fama, è passato in proverbio a indicare un millantatore, uno spaccone, un

1049.   Miles gloriosus.4

che è poi il titolo di una commedia di Plauto la quale narra le gesta dell’ineffabile Pirgopolinice, nome passato pur esso in proverbio. La gara delle mondane vanità è con frase moderna espressa nel titolo scultorio dato da Guglielmo Thackeray a uno dei suoi migliori romanzi, pubblicato nel 1847:

1050.   Vanity Fair.5

che per altro il Thackeray tolse a un racconto di Bunyan della serie The Pilgrims Progress (1678-1684). A conforto dei vanitosi si può osservare che

1051.   La vertu n’irait pas loin, si la vanité ne lui tenait compagnie.6

(La Rochefoucauld, Maximes, § CC).

Anche Seneca dice: «Tolle ambitionem et fastuosos spiritus, millos habebis nec Platones, nec Catones, nec Scævolas, nec Scipiones, nec Fabricios.» [p. 345 modifica]

Dalle Massime già citate del La Rochefoucauld traggo queste altre due di argomento affine:

1052.   Si nous n’avions point d’orgueil, nous ne nous plaindrions pas de celui des autres.7

(§ XXXIV).

1053.   Quelque bien qu’on nous dise de nous, on ne nous apprend rien de nouveau.8

(§ CCCIII).

All’orgoglioso che non vuole riconoscere i propri difetti, le proprie colpe ed ha occhi soltanto per quelle degli altri, si può ripetere il motto biblico:

1054.   Medice, cura te ipsum.9

(Evang. di S. Luca, cap. IV. v. 23).

o l’altro che sarà registrato più avanti: Quid autem vides festucam in oculo fratris tui et trabem in oculo tuo non vides}} Un orgoglioso era pure quel

1055.   .... Fiorentino spirito bizzarro.

cioè Filippo Argenti, cosi beffato da Dante nella Divina Commedia, e di cui piacevolmente novella anche il Boccaccio nel Decamerone (giorn. IX, nov. 8).

La superbia del resto scava dinanzi a sè la fossa, e accieca l’uomo al punto da non fargli vedere la imminente rovina e da impedirgli di procacciarsi riparo:

1056.   Contritionem præcedit superbia.10

(Proverbi di Salomone, cap. XVI, v. 18).
  1. 1040.   O Cesare (ossia imperatore) o nulla.
  2. 1043.   O fortunata Roma, nata sotto il mio consolato!
  3. 1047.   Le folgori colpiscono i monti più alti.
  4. 1049.   Soldato millantatore.
  5. 1050.   La fiera della vanità.
  6. 1051.   La virtù non andrebbe molto lontano se la vanità non le tenesse compagnia.
  7. 1052.   Se non avessimo dell’orgoglio, non ci lagneremmo di quello degli altri.
  8. 1053.   Per quanto bene ci dicano di noi stessi, non ci diranno mai nulla che già non sappiamo.
  9. 1054.   Medico, cura te medesimo.
  10. 1056.   la superbia è seguita dal pentimento.