Chi l'ha detto?/Parte prima/72

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Parte prima - § 72. Speranza, disperazione

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§ 72.



Speranza, disperazione





1688.   Tu non mi fai risolvere,
Speranza lusinghiera;
Fosti la prima a nascere,
Sei l’ultima a morir.
No, dell'altrui tormento
No, che non sei ristoro;
Ma servi d’alimento
Al credulo desir.

(Metastasio, Demetrio, a. I, sc. 15).
Cosi il Metastasio si lagna delle delusioni della ingannevole dea.

Citazioni adatte per coloro che serbano qualche fiducia nell’avvenire, sarebbero il versetto evangelico dei fedeli che non disperano dell’efficacia della preghiera:

1689.   Petite, et dabitur vobis; quærite, et invenietis: pulsate, et aperietur vobis.1

(Evang. di S. Matteo, cap. VII, v. 7 — S. Luca, cap. XI. v. 9).
e lo storico:

1690.   Je atans mon anstre.2

Il motto è antico, come lo mostra la ortografia, che modernamente sarebbe J'attends mon astre; ma fu verso il 1843 che Carlo Alberto fece coniare una medaglia (incisa da G. Galeazzi), la quale insieme con quel motto riproduceva un antico [p. 566 modifica]sigillo del 1373 dei Sabaudi e precisamente di Amedeo VI, il Conte Verde, al quale pare che il motto medesimo appartenesse. Il sigillo è stato illustrato e riprodotto in Promis, Sigilli de’ Principi di Savoia, Torino, 1834, pag. 154 e tav. XIV, n. 76. Nel diritto di essa medaglia sta l’effigie del re: nel rovescio un leone sedente, armato di galea calata, con scudo sull’omero e avente tra le zampe un’aquila. Intorno, i busti di Dante, di Galileo, di Raffaello, di Colombo, coi loro nomi intramezzati da palme, e la leggenda Ie atans mo: anstre. Questa medaglia non ebbe molta diffusione, sebbene più tardi il Litta ne pubblicasse il disegno nella storia di Casa Savoia (Famiglie celebri italiane, vol. VI, nella tav. del monum. a Vittorio Eman. I), senza che allora la censura austriaca se ne accorgesse o ne comprendesse il significato. Il principe di Metternich ne parlava però in un dispaccio al conte Buol a Torino, in data di Vienna, 29 maggio 1846. Vedansi, oltre i Mémoires de Metternich, to. VII, pag. 229-230, l’opera del Gualterio, Gli ultimi rivolgimenti italiani, to. I, pag. 659 e la Storia di Carlo Alberto e del suo regno, di Lic. Cappelletti, pag. 267-268. L’antico sigillo in luogo dell’aquila aveva un serpe e la sostituzione non fu senza significato di minaccia per l'Austria, come l’aggiunta dei quattro ritratti di glorie italiane e non piemontesi, palesavano l’unità italiana non solo brama di un partito, ma anche speranza di un principe. Il marchese Costa De Beauregard nel suo libro La jeunesse du roi Charles-Albert, pag. 304, assicura tuttavia che Carlo Alberto, già da semplice principe di Carignano, nell’esilio del 1821, sigillava le sue lettere con un sigillo portante quel motto medesimo.

Invece chi ha appreso a diffidare dei lenocini della speranza, può a sua posta valersi o del petrarchesco:

1691.   Poi che mia speme è lunga a venir troppo.

(Petrarca, Sonetto in morte di M. Laura,
n. LIX sec. il Marsand, num. LXVII
sec. il Mestica, v. 1).

vale a dire, poichè ciò che io spero tarda troppo a venire: verso al quale procacciarono una celebrità burlesca i Cicalamenti del Grappa intorno al Sonetto Poi che mia speme ecc., dove si ciarla a lungo delle lodi delle donne et del mal francioso, faceta scrittura del [p. 567 modifica]sec. xvi, di cui la edizione principe è di Mantova del 1545; — ovvero del terribile:

1692.   Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate!

(Dante,. Inferno, ce. III, v. 9).

che è l’ultimo verso della iscrizione sulla porta dell’Inferno. Ma se il cullarsi troppo ciecamente nelle illusioni è male, non è bene nemmeno il disperare di tutto; le nostre buone donne dicono che finchè c'è vita, c’è speranza, ovvero che ’’soltanto alla morte non c’è rimedio’’; e veramente questo della morte è proprio il momento in cui la speranza è di troppo:

1693.                       ....Anche la speme,
Ultima dea, fugge i sepolcri; e involve
Tutte cose l’obblìo nella sua notte.

(U. Foscolo, I Sepolcri, v. 16-18).

La speranza ultima dea fu dagli antichi divinizzata come tale. Lo stesso Foscolo nel Commento alla Chioma di Berenice, verso la fine del Discorso III (Prose, a cura di V. Cian, voi. II, Bari, 1913, pag. 260) riporta questa passionata sentenza di Teognide: «Tutti i numi, salendo all’Olimpo, gl’infelici mortali abbandonano; la Speranza sola rimane buona dea»; e la sentenza di Teognide è nella ediz. dei Poetae elegiaci et iambographi del Bergk ai v. 1135-1136. Ovidio nelle Epist. ex Ponto (lib. I, ep. 6, v. 29-30) ricantò il mito:

Haec dea, quum fugerent sceleratas numina terras,
In dis invisa sola remansit humo.

A chi abbia animo così sereno da saper vivere lontano tanto dalla soverchia speranza quanto dall’abbattimento, benissimo si addice la concettosa impresa della più perfetta gentildonna del Rinascimento:

1694.   Nec spe nec metu.3

che fu l’impresa d’Isabella d'Este Gonzaga, da lei stessa inventata prima del 1504, che di tale anno è una lettera di lei a [p. 568 modifica]un ambasciatore Cesareo al quale fa dono di quella impresa, concedendogli di usarla, scriverla, portarla ecc. «in quel modo et forma che noi potemo et facemo che siamo state la inventrice, et habiamola facta nostra impresa peculiare.» Mario Equicola aveva su di essa scritto un libro «de circa quaranta carte», libro che fu stampato ma che non è giunto sino a noi: e di cui argutamente la stessa Isabella scriveva alla Cantelma che quel motto «da noi cum tanti misterii non fu facto cum quanti lui gli attribuisse » Solito destino dei commentatori! (A. Luzio e R. Renier nel Giorn. stor. della letter. ital., vol. XXXIII, 1899, pag. 50-51, in n.).

Note

  1. 1689.   Chiedete, e vi sarà dato; cercate, e troverete; picchiate, e vi sarà aperto.
  2. 1690.   Attendo la mia stella.
  3. 1694.   Nè con speranza nè con paura.