Chi l'ha detto?/Parte terza/81

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Parte terza - § 81. Frasi d'intercalare comune

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Parte terza Parte terza - 82
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PARTE TERZA




§ 81.



Frasi d’intercalare comune





Nei molti paragrafi delle due Parti che precedono e che contengono il maggior numero delle citazioni raccolte nel presente volume, ho tentato di classificare e di aggruppare razionalmente tutte quelle frasi le quali racchiudono un pensiero ben determinato e concreto; ma troppe altre ce ne sono che si sogliono ripetere più o meno a proposito, senza cercare di trarne nessun obiettivo morale, ma soltanto come delle frasi fatte, le quali allo scrittore o al parlatore che se ne vale, risparmiano la fatica di crearne una nuova, ed in chi legge od ascolta risvegliano delle reminiscenze letterarie, procurando loro la gradevole impressione di essere quasi in paese di conoscenza. Queste citazioni incolore, che in fondo sono le preferite, perchè non dànno al discorso un’intonazione sentenziosa e grave come le altre, saranno distribuite nei cinque paragrafi seguenti e traendo occasione da esse daremo qualche notizia degli scrittori che più di frequente ricorrono in queste pagine, e che sono meno conosciuti. In questo paragrafo cominceremo col riunire le frasi d’intercalare comune, che formano la categoria più semplice e più numerosa, distribuendole secondo la lingua e l’età loro, come del resto farò anche per le altre.

Principiamo dalle Sacre Carte, che potrebbero dare un larghissimo contributo di frasi fatte, ma noi non faremo che scegliere le più ripetute.

1909.   Dixitque Deus: Fiat lux. Et facta est lux.1

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1910.   (Suspice cœlum, et) Numera Stellas, si potes.2

(Genesi, cap. XV, v. 5).

1911.   Laudate eum (Dominum) in cymbalis benesonantibus.3

(Salmo CL., v. 5).

1912.   Mane Thecel Phares.

(Daniele, cap. v, v. 25).

Queste sono le parole che apparvero fiammeggianti al convito di Baldassarre, re di Caldea, e racchiudevano la profezia della rovina di lui: esse sono usate per antonomasia a indicare un avvertimento oscuro e minaccioso. L’ etimologia esatta di queste parole (di cui la vera lezione secondo il Sacro Testo è Mene, Tecel, Upharsin) non è ancora stata fissata dagli orientalisti. Vedansi su questo soggetto gli articoli di Clermont-Ganneau nel Journ. Asiatique, to. VIII, 1886, pag. 36; di Th. Nöldeke nella Zeitschrift für Assyriologie, I. Bd., 1886, pag. 414, e di G. Hoffmann nella Zeitschrift medesima. II. Bd., 1887, pag. 45

1913.   Salutem ex inimicis nostris.4

(Vang. di S. Luca, cap. I. v. 71).

altra frase biblica citata e intesa a vanvera, poichè mentre di solito la si adopera a significare che in certi casi il soccorso può venirci dagli stessi nemici, i quali per insipienza o per altre ragioni ci dànno armi per combatterli, ci prestano argomenti per sostenere la nostra causa ecc., nel sacro testo si tratta invece di Zaccaria il padre del Battista che ringrazia Iddio per aver fatto sorgere dalla casa di David «salutem ex inimicis nostris» cioè colui che ci salverà dai nostri nemici, e s’intende Cristo.

1914.   Nunc dimittis servum tuum, Domine.5

(Vang. di S. Luca, cap. II, v. 29).

sono parole dell’ebreo Simeone che sapeva di non dover morire prima di aver veduto il Messia. [p. 703 modifica]

1915.   Ecce homo.6

(Vang. di S. Giovanni, cap. XIX, v. 5).

1916.   Consummatum est.7

(Ivi, cap. XIX, v. 30).

1917.   Noli me tangere.8

(ivi, cap. XX, v. 17).

Di citazioni greche in questo paragrafo non ho più da registrare che la frase proverbiale che in latino suona:

1918.   Relata refero.9

e che secondo il Büchmann (Gfl. Worte, ed. 1907, pag. 362) trae origine da un passo delle Istorie di Erodoto (VII, 152); il

1919.   Quod erat demonstrandum ([testo greco]).10

ch’è la formola con la quale finiscono la maggior parte delle dimostrazioni dei teoremi di Euclide; e finalmente il notissimo

1920.   Eureka ([testo greco]).11

di cui la leggenda narra che Archimede (a. 287-212 av. C.) così gridasse, quando improvvisamente, mentre stava nel bagno, intravide la soluzione del problema propostogli da Gerone II re di Siracusa (che regnò dal 209 al 215 av. C) cioè la vera composizione metallica di una corona d’oro non purissimo; indovinando quella legge fondamentale d’idrostatica che porta appunto il nome di Archimede. Quindi fuori di sè dalla contentezza, balzò fuori del bagno, e si diè a correre ignudo per la città sempre gridando Eureka. Vedi il Vitruvio, nella prefaz. del lib. IX. A proposito di Archimede, posso citare anche il

1921.   Noli turbare circulos meos.12

o, come altri riportano, Noli, obsecro, istum disturbare, che è la risposta data dal matematico siricusano al soldato romano che [p. 704 modifica] nell’espugnazione di Siracusa (a. 212 av. C.) lo sorprese tutto assorto nei suoi calcoli geometrici, e non potendone avere altra risposta, l’uccise. Vedi Valerio Massimo, lib. VIII, cap. 7, De studio et industria externorum, § 7. Dimenticavo un’altra citazione, se non greca, almeno di greca origine, il motto :

1922.   Nec (o Non) plus ultra.13

che sarebbe, secondo la tradizione, la inscrizione posta sulle colonne che Ercole alzò in Calpe e in Abila per indicare che là erano i confini del mondo. Di queste Colonne d’Ercole parlano variamente molti antichi scrittori, e con maggior diffusione Strabone e Diodoro Siculo, ma nessuno di essi accenna all’iscrizione. La più antica menzione delle Colonne d’Ercole si trova in Pindaro, che in più luoghi le nomina, e in alcuni veramente accenna che a niuno era concesso di andare oltre, ma anche qui dell’iscrizione non si fa parola (Olimp., od. III, v. 79-81; Nemea, od. III. v - 35-37; od. IV, v. 112). Probabilmente si tratta di una tradizione posteriore (cfr. Schwartz, Diss. de Columnis Herculis, Altorf., 1749). Carlo V ne trasse felicemente il motto ad una delle sue imprese, due colonne avvinte da una fascia che porta le parole Plus ultra; dappoichè le navi spagnuole, guidate dal glorioso Genovese, avevano valicato i confini del mondo conosciuto dagli antichi ed esteso nell’altro emisfero la dominazione di Spagna.

In numero assai maggiore sono le citazioni da autori latini, e in primo luogo quelle dagli immortali poemi di Virgilio (a. 70 av. C.-19 d. C.) per le quali sarà utile di consultare, fra altro, lo studio del prof. Carlo Pascal, Paremiografia Catulliana e Virgiliana in Athenaeum, a. V, fase. I, Pavia, genn. 1917, pag. 20-26: «Vergilio — dice il ch. autore - è la più larga fonte di espressioni proverbiali o quasi proverbiali, di origine letteraria, vale a dire di quelle espressioni, che si fissarono nella memoria del popolo o degli scrittori di ogni età per effetto appunto dei versi suoi, studiati e imparati a memoria». Le seguenti appartengono all’Eneide:

1923.   Tantæ molis erat Romanam condere gentem.14

(Eneide, lib. I, v. 33).
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Il Pascal (loc. cit.) cita: Quintiliano VIII, § 5 e 11 e Cassiodoro, Orthogr. VII, 146, i quali imitarono questa frase.

1924.   Meminisse juvabit.15

dal verso 203 del lib. I:

....Forsan et hæc olim meminisse juvabit.


imitato da un luogo dell’Odissea di Omero (lib. XII. v. 212). Anche per questo il Pascal cita: Seneca, Epist., 78, 15 e Macrob.. Sat., VII. 29. La eroica Eleonora Fonseca Pimentel, udita con fermo animo la sentenza che la condannava a morte per aver sognata la libertà d’Italia, mentre saliva al patibolo alzato il 20 agosto 1799 nel luogo istesso dove già perì Corradino di Svevia, altro non disse che il mesto verso virgiliano: Forsan, ecc. (Coco. Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli, § 50).

1925.   Per varios casus, per tot discrimina rerum.16

(Eneide, lib. I. v. 204).

1926.   .... Quæque ipse miserrima vidi
Et quorum pars magna fui.17

(lib. II. v. 5-6).

È Enea che cosi parla di sè e delle sventure d’Ilio. Confronta col nostro:

1927.   Quando mi gioverà narrare altrui
Le novità vedute e dire: Io fui!

(Tasso, Gerusalemme liberata, c. XV. ott. 38).

Torniamo all’Eneide:

1928.   Horresco referens.18

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1929.                       ....Jam proxumus ardet
Ucalegon.19

(lib.II v. 311-312).

1930.   Maneat nostros ea cura nepotes.20

(lib. III, v. 505).

1931.   Viresque acquirit eundo.21

(lib. IV, v. 175).

ed è detto dalla Fama. Si suole citare anche sotto forma inesatta: (Fama) crescit eundo.

1932.   Procul o! procul este profani.22

(lib. VI, v. 258).

1933.   Manibus date lilia plenis.23

(lib. VI, v. 884).

Si trova nella commovente evocazione di Marcello ed è pure ripetuto in Dante (Purgatorio, c. XXX, v. 21) che per farne un endecasillabo vi aggiunse un o: Manibus o date lilia plenis. La frase:

1934.   Me, me (adsum qui feci) in me convertite ferrum
O Rutuli.24

(lib. IX, v. 427-428).

sta nel pietoso episodio di Niso ed Eurialo. Dagli altri poemi virgiliani tolgo le seguenti:

1935.   Claudite jam rivos, pueri: sat prata biberunt.25

(Egloga III, v. 111).
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1936.   Paulo majora canamus.26

(Egloga IV. v. 1).

1937.   Arcades ambo.27

emistichio virgiliano dall’Egloga VII, v. 4: il verso intiero suona:

Ambo florentes ætatibus. Arcades ambo.


1938.   .... Numero deus impare gaudet.28

(Egloga VIII, v. 75).

Da Orazio (a. 65-8 av. C.) abbiamo finora spigolato molto, e poche frasi mi restano per questi ultimi paragrafi, per esempio:

1939.   Odi profanum vulgus, et arceo.
Favete linguis.29

(Odi, lib. III. od. I, v. 1-2).

1940.   Hoc erat in votis.30

(Satire, lib. II, sat. 6, v. 1).

1941.   Diruit, ædificat, mutat quadrata rotundis.31

(Epistole, lib. I. ep. I. v. 100).

1942.   Non erat hic locus.32

che è una storpiatura del testo oraziano:

               Sed nunc non erat his locus.
                                   (Arte poetica, v. 19).

1943.   Multa tulit, fecitque puer, sudavit et alsit.33

(Arte poetica, v. 413).
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1944.             .... Pulchre, bene, recte.34

(Arte poetica, v. 428).

1945.   Sine ira et studio.35

(Tacito, Annali, lib. I, cap. 1).

Le parole di Giulio Cesare:

1946.   Veni, vidi, vici.36

con le quali egli annunziò in una lettera all’amico Aminzio la sua sollecita vittoria su Farnace presso Zela nel Ponto (2 agosto 47 av. C.), ci sono conservate da Plutarco nei Detti memorabili di re e capitani (§ XII dei Detti di Cesare) e anche da altri classici scrittori: ma secondo Svetonio nella Vita di Cesare (§37) queste stesse parole invece erano scritte in una tavoletta recata nel trionfo di Cesare dopo le guerre del Ponto. L’epifonema cesariano fu attraverso i secoli e le varie letterature parodiato e parafrasato in cento modi, molti dei quali sono riportati da Paolo Bellezza in un articolo: La parodia di «Veni vidi vici» in Athenæum (di Pavia), ottobre 1917, pag. 200-203.

Venendo agli autori moderni, fermiamoci anzi tutto a Dante Alighieri (1265-1321), il padre della nazionale letteratura. La Divina Commedia ci può dare ancora un notevole contributo, benchè già ne abbiamo spigolato in abbondanza. Infatti Dante è una delle tre cose che, come soleva dire il Guerrazzi, condividono con la gomma la prerogativa dell’elasticità - le altre due, per chi volesse saperlo, sono la Bibbia e la coscienza; e tutti lo citano, a proposito e a sproposito, e lo tirano alle loro opinioni, alle loro passioni, ai loro pregiudizi. Paolo Bellezza scrisse a tal proposito un arguto articolo Del citare Dante, nella Rassegna Nazionale, del 1° marzo 1903, pag. 12-25 ne’ quale raggruppa molte citazioni dantesche argute, felici, spropositate, barocche (alcune a dir vero insipide: vedansi gli appunti di A. D’Ancona nella Rassegna bibliografica della letteratura italiana, anno XI. 1903, pag. 286): ed un secondo articolo dello stesso autore pure intitolato [p. 709 modifica] Del citare Dante, nella Rassegna bibliografica suddetta, anno XII. aprile-giugno 1904, pag. 162 -171. Altre curiose osservazioni sulla facilità con la quale Dante è citato a sproposito specialmente dagli stranieri, erano state pubblicate dallo stesso Bellezza in altro articolo: Delle citazioni dantesche in alcune scritture forestiere, nel Giornale Dantesco, anno IV, 1897, pag. 175-180. Si veda pure, sempre dello stesso autore, una lettera al Direttore della Scuola Secondaria Italiana, nel num. del 13 maggio 1899 della citata rivista, sotto il titolo: Troppo Dante!

1947.   Io era tra color che son sospesi.

È Virgilio che parlando di sè dice di essere nel Limbo.

1948.   Qui si parrà la tua nobilitate.

1949.   Non ragioniam di lor, ma guarda e passa.

1950.   Io fui sesto tra cotanto senno.

(Inferno, c. IV, v. 102).

Lo dice Dante di sè quando fu accolto nella schiera di Omero. Orazio, Ovidio, Lucano e Virgilio.

1951.   .... Il modo ancor m’offende.

(Inferno, c. V, v. 102).

1952.   S’io vegno, non rimango.

Questa frase dantesca richiama alla memoria un aneddoto della vita dell’Alighieri, che potrebbe credersi traesse origine dalla frase citata, se il significato non fosse affitto diverso. Con questa frase infatti l’Alighieri dice che se egli è sceso all’Inferno, non intende però di rimanerci, invece la novelletta che si narra è la seguente. Nella Vita di Dante di Giov. Boccaccio (Ediz. Macrì-Leone, Firenze Sansoni, 1888, pag. 60) leggesi che vedendo i fiorentini

mandarlo ambasciatore a Bonifazio VIII, mentre egli era col suo [p. 710 modifica] partito al reggimento della repubblica, «Dante, alquanto sopr’ a sè stesso, disse: Se io vo, chi rimane? e se io rimango, chi va? Quasi esso solo fosse colui che, tra tutti, tutto valesse, e per cui tutti gli altri valessono». Un codice Magliab. del secolo XV attribuisce questo stesso motto al duca Giovanni (cfr. Papini, La leggenda di Dante, Lanciano 1911. pag. 23).

1953.   Uomini fummo, ed or sem fatti sterpi.

1954.   La via è lunga, e il cammino è malvagio.

1955.   E quindi uscimmo a riveder le stelle.

1956.   Messo t’ho innanzi: omai per te ti ciba!

1957.                                           .... Coloro
Che questo tempo chiameranno antico.

(Paradiso, c. XVII, v. 119-120).

1958.   Incipit Vita Nova.

Queste parole trovansi nel principio della Vita Nuova dell’Alighieri: «In quella parte del libro de la mia memoria, dinanzi a la quale poco si potrebbe leggere, si trova una rubrica, la quale dice: incipit vita nova»; e si usano comunemente in senso traslato a indicare mutamento radicale di cose, di stato, di vita.

Da Francesco Petrarca (1304- 1370) non trarremo ora che il noto verso:

1959.   Intendami chi po’, ch’i’ m’intend’io.

(Canzone invita di M. Laura, num. IX.
secondo il Marsand, com.: Mai non
vo’ più cantar com’ io soleva; canz. XI
secondo il Mestica: v. 17).
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che ben a ragione fa parte di quella oscurissima canzone del Petrarca, la quale è tutta una concatenatura di proverbi, ovvero sia frottola, in gergo tanto avviluppato che non solo non se n’è trovata la chiave, ma è tuttora incerto anche il soggetto della canzone medesima. Il verso medesimo si trova testualmente ripetuto dall’Ariosto (Orlando furioso, c. XLIII, ott. 5).

Quest’ultimo poeta (1474-1533) ha pure lasciato fra i suoi versi famoso il seguente:

1960.   Mettendolo Turpino, anch’io l’ho messo.

(Orlando furioso, c. XXVIII, ott. 2).

L’Ariosto, chiedendo venia alle donne e a quanti hanno le donne in pregio, se include nel suo poema la lubrica istoria narrata dall’oste a Rodomonte in dispregio del gentil sesso, se ne scusa dando la colpa dell’invenzione a Turpino. Un Turpino, o Tylpinus, pare certo che fosse arcivescovo di Reims a’ tempi di Carlomagno, cioè nella seconda metà del secolo VIII, e nella Chanson de Roland compare come un prelato guerriero, valente più nello sterminare che nel convertire Saraceni: ma la cronaca delle gesta di Carlo edi Orlando che a lui dalla tradizione è attribuita, è invece posteriore almeno al secolo XI.

Qualche citazione di più ce la darà un poeta, inferiore certamente all’Ariosto ma più popolare di lui, Torquato Tasso (1544-1595), dal cui poema, la Gerusalemme liberata, traggo i seguenti versi:

1961.   ....Nulla a tanto intercessor si neghi.

(c. II. ott. 52).

È Aladino che fa grazia della vita a Olindo e Sofronia per le preghiere di Clorinda, e soggiunge:

          Siasi questa o giustizia, ovver perdono,
          Innocenti li assolvo, e rei li dono.

1962.   Io vêr Gerusalem, tu verso Egitto.

(c. II, ott. 94).

Così dico Argante ad Alete nel separarsi da lui dopo l’infruttuoso colloquio con Goffredo. Ma è una reminiscenza del Petrarca il quale nel sonetto XVII fra quelli sopra varj argomenti [p. 712 modifica] (che comincia: Quanto più disiose l’ali spando, ed è il son. CVIII nella ediz. Mestica) scrisse:

          I’ da man manca, e’ tenne il camin dritto:
               I’ tratto a forza, ed e’ d’Amore scorto;
               Egli in Jerusalem, ed io in Egitto.

1963.   Sommessi accenti, e tacite parole,
Rotti singulti, e flebili sospiri.

(c. III, v. 6).

1964.   Diversi aspetti in un confusi e misti.

(c. IV, v. 3).

1965.   La vide, e la conobbe; e restò senza
E voce e moto. Ahi vista! ahi conoscenza!

(c. XII. ott. 67).

così è dipinto Tancredi quando preparandosi a dar

Vita con l’acqua a chi col ferro uccise


cioè a dare il battesimo a Clorinda da lui ferita, le scioglie la visiera, e la riconosce per la donna sì lungamente amata.

1966.   E mentre spunta l’un, l’altro matura.

(c. XVI, ott. 40).

detto dei frutti che nascevano nel giardino incantato di Armida, che singolarmente ricorda altro verso di Virgilio:

1967.   Primo avolso, non deficit alter.37

(Eneide, C VI. v. 143).

Narra il Piazza nell’opera La Gerarchia Cardinalizia (Roma. MDCCIII, a pag. 358), che Leone X nel primo luglio 1517 creò 31 Cardinali «nel quale numero avvenne che so ben haveva pensato di crearne soli 30, e parendo di havere tralasciato un soggetto da lui stimato di merito grande, vi aggiunse anche questo: onde ne nacque il volgato dialetto: Chi fa trenta, fa trent’uno» o, come più correntemente si dice oggi: [p. 713 modifica]

1968.   Chi fa trenta, può far trentuno.

che il Giusti registra nella sua Raccolta di proverbi toscani, dandolo come equivalente all’altro: Chi ha fatto il più, può fare il meno.

1969.   Et ego in Arcadia.38

è scritto in un quadro del pittore modenese Bartolomeo Schedoni, o Schidone (1570?-1615). Il quadro, che era prima nella galleria Sciarra Colonna in Roma, rappresenta due giovani pastori che tengono un teschio e lo guardano attentamente: sotto al teschio si legge il motto citato, che fu ripetuto da Nicola Poussin in uno dei suoi meravigliosi paesaggi, scrivendolo sopra una tomba. Questa tela, che è una fra le migliori del Pussino, si ammira oggi al Louvre, e una copia più in piccolo è nella privata galleria del Duca di Devonshire; e riprodotta a bassorilievo da Paolo Lemoyne adorna il sepolcro che al Pussino medesimo fu eretto dal Visconte di Chateaubriand nella chiesa di S. Lorenzo in Lucina di Roma.

Il Delille così tradusse questo motto nel suo poemetto Les Jardins:

Et moi aussi je fus pasteur dans l’Arcadie.


Anche molti letterati tedeschi, come Wieland, Weisse, Herder, Schiller, Merkel, Goethe, Hoffmann, se lo appropriarono, introducendolo nelle loro poesie o facendone l’epigrafe delle loro opere: per maggiori ragguagli rimando al libro del Büchmann (ed. 1007, Pag- 444).

Da due autori tragici moderni togliamo queste due citazioni:

1970.   Dammi, dammi quel ferro.

che sono le parole che grida Elettra alla madre nella tragedia Agamennone di Vittorio Alfieri (a. V, ic. 6); e

1971.   Lisandro, siedi, e libero m’esponi
Di Sparta amica od inimica i sensi.

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che sono di Vincenzo Monti, nella tragedia Aristodemo (a. II, sc. 7). E a proposito della antica popolarità dell’Aristodemo, già ripetutamente citato in queste pagine, così argutamente scriveva il dott. Cesare Musatti in un brioso articolo Dal palcoscenico alla bocca, del popolo, pubblicato nel Mente e cuore di Trieste, del 1° aprile 1896: « Dove lascio il Ben ti riveggo con piacer Lisandro (a. I, sc. 1) che gli esce (al popolano di Venezia) in tuono di scherzo abbattendosi in un amico che da vario tempo non vede; e il Sì Palamede (a. I, sc. 1) quando risponde su chicchessia in modo affermativo; tolti entrambi dall’Aristodemo, così popolare che butarla in Ristodemo denota anche oggi prendere una faccenda sul serio, anzi in tragico addirittura.»

Ecco un verso abbastanza conosciuto di Giacomo Leopardi

1972.   Non so se il riso o la pietà prevale.

(La ginestra o il fior del deserto, v. 201).
ed eccone un altro del Manzoni:

1973.   Ahi sventura! sventura! sventura!

(Il Conte di Carmagnola, coro nell’atto II).

a proposito del quale si narra un faceto caso. Quando il 18 febbraio 1853 l’ungherese Libenyi ferì di coltello in Vienna l’imperatore Francesco Giuseppe senza ucciderlo, perchè l’arma si spuntò sulla fibbia del collarino, la sera stessa che ne giunse la notizia a Milano, Tomaso Grossi, intimo del Manzoni, veniva in casa di lui, e lo avvertiva con viso composto a gravità, che per Milano girava una satira allusiva all’attentato, e di cui era ritenuto autore il Manzoni medesimo, sapendosi scritta da lui certamente la prima metà di essa. Il Manzoni, che evitò sempre brighe politiche, si turbò e non poco, e protestando di non saperne nulla, domandava maggiori particolari all’amico, il quale, dopo essersi fatto molto pregare, acconsentì a recitare la satira.... che era di soli due versi:

Ahi sventura! sventura! sventura!
          Perchè c’era una fibbia sì dura?

L’aneddoto è narrato con qualche varietà di racconto (anche il secondo verso direbbe: Lo colpì nella parte più dura) dal [p. 715 modifica] compianto Domenico Giuriati nel volume Il Plagio, pag. 366. Notissimo è anche quello:

1974.   La voce del cantor non è più quella.

che è neila lirica di G. Berchet, Il Trovatore, strofe 2a:

          La faccia sua sì bella
          La disfiorò il dolor:
          La voce del cantor
               Non è più quella

e ancora nell’ultima strofe:

          La guancia sua sì bella
          Più non somiglia un fior;
          La voce del cantor
               Non è più quella.

1975.   In tutt’altre faccende affaccendato.

(Giusti, Sant’Ambrogio, ott. 2a).

1976.   Non posso, non devo, non voglio.

sono parole di Pio IX, il quale la sera dell’11 febbraio 1848, mentre una dimostrazione popolare sulla piazza del Quirinale chiedeva la costituzione, affacciatosi alla loggia che guarda sulla piazza disse ad alta voce: «Prima che la benedizione di Dio discenda su di voi, su tutto lo stato, e lo ripeto ancora, su tutta l’Italia, io vi raccomando che i cuori siano concordi, e le domande non siano contrarie alla santità di questo stato della Chiesa: e perciò certe grida e certe domande, io non posso, non devo, non voglio ammetterleGiuseppe Spada, che era presente al fatto, dice che queste ultime parole «furon pronunciate con tale veemenza e tale concitamento di sdegno, da lasciarne tutti attoniti e sbalorditi» (Storia della rivoluzione di Roma, vol. II, pag. 47). In altra occasione il Pontefice medesimo doveva pronunciare parole analoghe, che divennero anche più famose, cioè il

1977.   Non possumus.39

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che si trova già nella risposta data l’8 febbraio 1860 da Pio IX a Napoleone III che gli aveva scritto eccitandolo a cedere le Ro- magne al re Vittorio Emanuele; ed è ripetuto nell’Enciclica del 19 successivo. Ma pare che fosse risposta consueta della Chiesa ogni volta che le si chiedeva cosa contraria alle sue tradizioni, poichè è fama che così rispondesse anche Clemente VII ad Enrico VIII d’Inghilterra: cfr. pure con gli Atti degli Apostoli, cap. IV, v. 19.

Prima di lasciare il campo della letteratura italiana, faremo la solita incursione nel dominio del melodramma. La prima opera seria composta da Gioacchino Rossini fu il Tancredi, su libretto di Gaetano Rossi, data alla Fenice di Venezia nel carnevale 1813. Lo Stendhal (Henri Beyle) che si trovava allora a Venezia, così descrive l’entusiasmo destato nei veneziani da questa opera: «On peut juger du succès qu’eut cette œuvre céleste à Venise, le pays d’Italie où l’on juge le mieux de la beauté des chants. L’empereur et roi Napoléon eût honoré Venise de sa présence, que son arrivée n’y eût pas distrait de Rossini. C’était une folie, une vraie fureur, comme dit cette belle langue italienne créée pour les arts. Depuis le gondolier jusqu’au plus grand seigneur, tout le monde répétait:

1978.   Ti rivedrò, mi rivedrai.

(a. I, sc. 5).

«Au tribunal où l’on plaide, les juges furent obligès d’imposer silence à l’auditoire, qui chantait

Ti rivedrò!


ceci est un fait dont j’ai trouvé des centaines de tèmoins dans les salons de madame Benzoni» (Vie de Rossini, ch. 1).

Quest’aria è la medesima che comincia :

Tu che accendi


e secondo Stendhal è «l’air au monde qui peut-être a jamais ètè le plus chantè et en plus de lieux diffèrents.» Si vuole che la prima idea di questa cantilena deliziosa fosse presa da una litania greca che Rossini aveva sentito cantare a vespro nella chiesa di una delle isole della Laguna- La chiamavano pure l’aria dei risi per un piccolo aneddoto gastronomico che allora correva sulle bocche di tutti. A Rossini piaceva il riso pochissimo cotto: cosicchè [p. 717 modifica] lo mettevano al fuoco quando egli sedeva a tavola, e dopo dieci minuti lo servivano. Un giorno Rossini entra in casa sopra pensiero e si pone a scriver musica, mentre il cuoco mette sul fuoco il riso. Era pronta la minestra e il grande maestro scriveva le ultime note. Di essa è pure noto (poco fra noi, molto all’estero poiché lo cita anche il Büchmann) il verso:

1979.             Di tanti palpiti.

che è il primo della prima strofa della cabaletta finale. Lo stesso Gioacchino Rossini, in una lettera scherzevole a Tito Ricordi del 12 gennaio 1863 (riprodotta in facsimile nella rivista Ars et Labor, suppl. straord. del novembre 1908, pag. 46) chiamava sè stesso «l’autore della troppo celebre cavatina Di tanti palpiti». Da altre due opere del cigno di Pesaro traggo i seguenti:

1980.   Numero quindici, a mano manca,
Quattro gradini, facciata bianca.

così indica Figaro al Conte di Almaviva la sua bottega nel Barbiere di Siviglia, il capolavoro Rossiniano (a. I, sc. 3), soggiungendo che

Là senza fallo mi troverà.

Racconta Edmondo De Amicis di averla ritrovata nel suo viaggio in Spagna nella strada Francos, che è una delle principali di Siviglia, e dove allora era una piccola bottega di mercante di panni (Spagna, ediz. 1873, pag. 356).

Il libretto del Barbiere di Siviglia è, come ho avuto occasione di notare altre volte, di Cesare Sterbini romano, autore di un altro libretto per Rossini, intitolato Torvaldo e Dorliska, e padre di quel Pietro che si distinse come patriota nei moti politici del ’48 e ’49 come letterato. Il Barbiere fu rappresentato per la prima volta a Roma nel teatro di Torre Argentina per il carnevale dell’anno 1816, ma il titolo fu mutato in quello di Almaviva, ossia l’inutile precauzione, per riguardo a Paisiello che aveva musicato un altro Barbiere, tolto esso pure dalla commedia di Beaumarchais.

1981.   Quella è l’original, questo è il ritratto.

(Cenerentola, parole di Iacopo Ferretti, a. II, sc. 6).
[p. 718 modifica]

1982.   Io son ricco, e tu sei bella.

à la canzone della Nina gondoliera nell’opera comica L’Elixir d’Amore, parole di Felice Romani, musica di Donizetti (a. II, s1. 1); dove, alla sc. 3 dell’atto medesimo, si trova pure la frase:

1983.   Anche questa è da contar.

ma era già nel dramma giocoso di Angelo Anelli, L’Italiana in Algeri, musica del Rossini (a. II, sc. 10). I versi:

1984.   Il suon dell’arpe angeliche
Intorno a me già sento!

sono del Poliuto, tragedia lirica di Salv. Cammarano, musica di Donizetti (a. III, sc. 4 e 5).

E qui cade in acconcio dire qualche parola di quest’altro notissimo librettista, il cui nome tante volte è tornato su queste pagine. Salvatore Cammarano nacque in Napoli nel 1801 e vi morì nel 1852. Cominciò nel 1834 a battere le orme del Romani scrivendo melodrammi per Donizetti, per Mercadante, per Verdi; e se il Romani fu poeta senza temere confronti, il Cammarano fu librettista per eccellenza. Egli visse dei suoi versi, che componeva passeggiando sotto il colonnato di S. Francesco di Paola di frónte al Palazzo Reale, dove, quando lo vincea la stanchezza, soleva appoggiarsi ad una di quelle colonne, così che una volta vi fu trovato addormentato. Scrisse quarantotto libretti, l’ultimo dei quali fu il Trovatore, che non aveva ancora compiuto quando una penosa malattia, che lo tormentava da molti mesi, e che poco tempo appresso lo condusse alla tomba, l’obbligò a tralasciare il lavoro, cui fece dare l’ultima mano dal suo amico Leone Emanuele Bardare. Appunto dal Trovatore tolgo due citazioni:

1985.   Un accento proferisti
Che a morir lo condannò.

(a. I, sc. 5).

1986.   di quella pira - l’orrendo fuoco
     Tutte le fibre - m’arse, avvampò!

(a. III, sc. 6).
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Passiamo agli autori francesi:

1987.   Incidis in Scyllam, cupiens vitare Charybdim.40

(Gualtier De Lille, Alexandreis, lib. V, v. 301).

Questo verso di un poeta neolatino del secolo XIV non è in sostanza che un antico adagio greco che già si ritrova in Apostolio, XVI, 49 [Paræmiogr. Græci, ed. Leutsch, II, pag. 672). Non starò a ripetere qui la leggenda mitologica di Scilla e di Cariddi, conservata da Omero nell’Odissea (lib. XII. v. 85-110). Cariddi è un vortice famoso nello stretto di Messina, che forse nei tempi antichi era veramente pericoloso per i naviganti, ma ora, modificatesi lentamente le condizioni del fondo del mare, non è più che un gorgo innocente: Scilla è una rupe di fronte a Cariddi sulla costa d’Italia.

1988.   Faciamus experimentum in anima (o corpore) vili.41

È tradizione che il famoso umanista Marc’Antonio Mureto (1526-1585), fuggendo sotto povere vesti in Italia, cadesse ammalato in un villaggio del Piemonte, e si trovasse alle mani di strani medici, i quali tra loro dicevano, ritenendo che egli non li com- prendesse: Faciamus experimentum in anima (o corpore) vili. Cui il Mureto avrebbe replicato con isdegno: Vilemne animam appellas pro qua Christus non dedignatus est mori? Questa storiella si trova negli scrittori del tempo narrata in forma un poco diversa. Infatti gli Eloges des hommes savons tirez de l’Histoire de M. de Thou avec des additions par Antoine Teissier, nella 2a parte, cosi raccontano nelle Additions alla vita del Mureto: «Muret étant sorti de France, prit le chemin d’Italie, et tomba malade dans une hôtellerie. Et comme il étoit mal vêtu, et qu’il avoit mauvaise mine, les médecins qui le traitoient le prenant pour tout autre que pour ce qu’il étoit, dirent entre eux parlant latin, qu’il falloit qu’ils fissent l’essai sur ce corps vil d’un reméde qu’ils n’avoient pas encore [p. 720 modifica] éprouvé. Faciamus experimentum in corpore vili. Muret connaissant le danger où il étoit, dès que les médecins furent sortis de sa chambre, se leva du lit, et ayant continué son chemin, se trouva guéri de son mal par la seule crainte du remède qui lui étoit préparé.» Il Teissier cita come fonte la Prosopographie ou description des personnes illustres di Antoine Du Verdier (1a ediz., Lyon, 1589-1604), dove infatti nel to. III, pag. 2542-43, è contenuto il medesimo racconto. La tradizione aggiunge, ma non resulta provato, che il Mureto in quella circostanza fuggiva per una sentenza del Capitolo di Tolosa del 1554 che lo condannava al rogo per delitti innominabili; e che mentre egli traversava le Alpi e si metteva al sicuro, a Tolosa lo bruciavano in effige, onde egli avrebbe detto di non aver mai sofferto tanto freddo quanto nel tempo che lo bruciavano (ma altri attribuiscono queste parole al tipografo umanista Henri Estienne).

1989.   Revenons à nos moutons.42

è detto da un giudice in un’antica farsa francese, della fine del secolo XV, intitolata Maistre Pierre Pathelin.

1990.   Le plus âne des trois n’est pas celui qu’on pense.43

(La Fontaine, Fables, lib. III, fabl. 1:
Le meunier, son fils et l’âne, v. 17).

1991.   C’est la faute de Voltaire.44

è il ritornello di una canzonetta francese assai in voga sotto la Restaurazione. Si trattava della rovina finanziaria del colonnello Touquet, la cui popolarità ebbe fine in un fallimento, e il fallimento in una canzone:

          S’il tombe dans le ruisseau
               C’est la faute de Rousseau:
               et si le voilà par terre,
               C’est la faute de Voltaire.

[p. 721 modifica]

1992.   C’est le commencement de la fin.45

è attribuito al ministro Talleyrand, il quale l’avrebbe pronunziato quando Napoleone ebbe a subire i primi disastri in Spagna, o, secondo altri, durante i Cento Giorni. Ma non bisogna dimenticare che già William Shakespeare nella Midsummer Night (act V, sc. 1), scrisse, benchè in senso affatto diverso: That is the true beginning of our end. All’illustre tragico inglese or ora nominato dobbiamo anche le due notissime frasi seguenti:

1993.   Something is rotten in the state of Denmark!46

dell’Hamlet (a. I. sc. 4); e

1994.   Last, not least.47

che è detto da Antonio nell’Julius Caesar (a. III. sc. l), e più precisamente così:

Tho’ last, not least in love.


e anche nel King Lear (atto I, sc. I): «Although the last, not least».

1995.   Instauratio facienda ab imis fundamentis.48

deriva dalla grande opera, rimasta incompiuta, di Francis Bacon, barone di Verulam (1561-1626), intitolata appunto Instauratio magna, con la quale l’autore intendeva ricostruire novamente l’edificio di tutto lo scibile, demolendo i pregiudizi scolastici ed aristotelici. Di quest’opera fanno parte i trattati De dignitate et augmentis scientiarum e il Novum Organon; ma è nella introduzione generale all’opera che l’autore dice: «Fiat scientiarum et artium, atque omnis humanæ doctrinæ, in universum instauratio, a debitis excitata fundamentis.» Il motto, nella forma citata più sopra, fu noto specialmente come epigrafe del giornale La [p. 722 modifica] Riforma, fondato dall’on. Crispi a Firenze nel 1867: esso richiama alla memoria l’altro

1996.   Instaurare omnia in Christo.49

che fu il programma del pontificato di Pio X (Giuseppe Sarto) come egli stesso disse nella epistola enciclica E supremi apostolatus cathedra, del 4 ottobre 1903, la prima ch’egli diresse all’episcopato mondiale dopo la sua assunzione al Pontificato. Quivi egli dice: «in gerendo pontificatu hoc unum declaramus propositum esse Nobis instaurare omnia in Christo, ut videlicet sit omnia et in omnibus Christus»; e poco più sotto: «Unde si qui sym bolum a Nobis expetant, quod voluntatem animi patefaciat, hoc unum dabimus semper: Instaurare omnia in Christo!» (Acta Sanctæ Sedis, vol. XXXVI, 1903-4, pag. 131). Le parole, come l’enciclica stessa avverte in nota, sono tolte dal Nuovo Testamento (Epist. B. Pauli ad Ephesios, I, 10). Persone addentro nelle cose Vaticane assicurano che la formula fu suggerita al defunto Pontefice dal card. Giuseppe Calasanzio Vives y Tuto (m. esso pure il 7 settembre 1913), per il quale Pio X ebbe sempre viva predilezione e deferenza.

E chiuderò il capitolo con una citazione che cade veramente a proposito.

1997.   J’en passe et des meilleurs.50

(Victor Hugo, Ernani, a. III, sc. 6).




  1. 1909.   E disse Iddio: Sia fatta la luce. E la luce fu.
  2. 1910.   Guarda il cielo e conta le stelle, se puoi.
  3. 1911.   Lodate il Signore con i cembali bene sonanti.
  4. 1913.   Salvezza dai nemici nostri.
  5. 1914.   Ed ora congeda il tuo servo, o Signore.
  6. 1915.   Ecco l’uomo.
  7. 1916.   Tutto è finito.
  8. 1917.   Non mi toccare.
  9. 1918.   Ripeto cose a me narrate.
  10. 1919.   Quel che era da dimostrarsi.
  11. 1920.   Ho trovato.
  12. 1921.   Non guastare i miei circoli.
  13. 1922.   Non più oltre.
  14. 1923.   Di tanto momento era il fondare il popolo di Roma.
  15. 1924.   Sarà bene ricordarsene.
  16. 1925.   Attraverso varie avventure, e tante vicende di cose.
  17. 1926.   Le quali miserrime cose io stesso e in cui ebbi gran parte.
  18. 1928.   Inorridisco nel raccontare.
  19. 1929.   Già ardono le vicine case di Ucalegonte.
  20. 1930.   Resti tale cura ai nostri nipoti.
  21. 1931.   E acquista vigore nell’andare.
  22. 1932.   Lungi, lungi, o profani!
  23. 1933.   Date gigli a piene mani.
  24. 1934.   Su me, su me, su me solo che il feci, volgete il ferro, o Rutuli.
  25. 1935.   Chiudete, fanciulli, i rigagnoli: già bevvero abbastanza i prati.
  26. 1936.   Passiamo a cantare cose un poco più nobili.
  27. 1937.   Arcadi entrambi.
  28. 1938.   La divinità si compiace del numero dispari.
  29. 1939.   Disprezzo il volgo dei profani, e lo scaccio. Tacete.
  30. 1940.   Questo era uno dei nostri voti.
  31. 1941.   Demolisce, edifica, muta quel che è quadro in rotondo.
  32. 1942.   Non era questo il luogo.
  33. 1943.   Molto sofferse e fece da fanciullo, sudò e s’intirizzì.
  34. 1944.   Da bravo, bene, benissimo.
  35. 1945.   Senza ira nè malizia.
  36. 1946.   Venni, vidi, vinsi.
  37. 1967.   Appena strappato il primo, non tarda a comparirne un altro.
  38. 1969.   Anch’io vissi in Arcadia.
  39. 1977.   Non possiamo.
  40. 1987.   Cadi in Scilla, cercando di evitare Cariddi.
  41. 1988.   Facciamo l’esperienza sopra un’anima (o corpo) vile.
  42. 1989.   Torniamo ai nostri montoni.
  43. 1990.   Il più asino fra i tre non è quello che si pensa.
  44. 1991.   È la colpa di Voltaire.
  45. 1992.   È il principio della fine.
  46. 1993.   C’è del putrido in Danimarca!
  47. 1994.   Ultimo, ma non infimo.
  48. 1995.   La rinnovazione va fatta dai primi fondamenti.
  49. 1996.   Restaurare ogni cosa in Cristo
  50. 1997.   Ne lascio e dei migliori.