Cinesi, scuola e matematica/Il nemico, l’altro o uno di noi?

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Il nemico, l’altro o uno di noi? Globalizzazione, immigrazione, Cina: ecco tre parole che da qualche anno ricorrono sulle prime pagine dei giornali italiani, suscitando interesse, perplessità o paura. Esse si riferiscono a fenomeni e idee che hanno grande influenza sulla situazione di ciascuno di noi attraverso meccanismi economici, sociali e culturali che, però, solitamente sfuggono alla nostra percezione diretta. Ecco perché si tratta di temi sovraccarichi, sui quali pesano diversi equivoci, alimentati sia dalle paure generate della fase di crisi economica, sociale e culturale del nostro Paese, sia dalla scarsità di informazioni e di analisi. Quest’ultima se da un lato viene via via mitigata dall’apparire di studi attendibili e dall’immensa disponibilità di dati offerta dai nuovi canali informativi e tecnologici, dall’altro è continuamente rinvigorita dall’azione propagandistica di gruppi interessati all’esclusione dei nuovi elementi sociali ed economici concorrenti quali l’immigrato lavoratore, l’imprenditore di origine straniera, la potenza economica nemica, ma anche la persona che viene inclusa nell’assistenza da parte dei servizi pubblici, il bambino di genitori stranieri cui assegnare un posto all’asilo, lo studente che parla poco italiano e che necessita di attenzioni specifiche da parte degli insegnanti… Stereotipi di chiara matrice xenofoba vengono diffusi nell’opinione pubblica italiana incontrando purtroppo un successo proporzionale alla gravità della crisi economica, con l’obiettivo di mascherarne i reali meccanismi. I tanti problemi della popolazione vengono interpretati con schemi che li riconducono a conflitti tra gruppi socio-culturali diversi. Così ad esempio il genitore il cui figlio non viene accettato all’asilo nido perché non ci sono abbastanza posti, anziché protestare contro la pubblica amministrazione che non fornisce servizi e strutture adeguate, viene indotto ad odiare la famiglia di origine straniera i cui bambini sono stati inclusi perché rispondono maggiormente ai requisiti economici. Per quel che riguarda la scuola, istituzione democratica fondamentale di inclusione sociale, sempre più falcidiata da riforme che ne minano la stessa sopravvivenza, la situazione di crisi, di origine prettamente istituzionale, viene talora mascherata con l’insorgenza di necessità nuove, in parte reali ma senza dubbio sovrastimate, legate all’integrazione di allievi di cultura e lingua diverse da quelle italiane. Come potrà mio figlio imparare qualcosa se gli insegnanti debbono dedicare tutto il loro tempo e le loro energie agli allievi stranieri che non parlano una parola di italiano? Non un pensiero, in questo schema, viene dedicato alla possibilità che una tale situazione possa essere risolta positivamente con mezzi adeguati (insegnanti in numero sufficiente e con una preparazione specifica, laboratori,…) che in effetti non sempre vengono forniti da chi di dovere. Nessun sospetto che il fatto stesso di venire a contatto con una qualche diversità possa fare bene al citato figliolo, aprendogli orizzonti insospettati ed arricchendolo di elementi nuovi. Negli stereotipi e nei detti popolari diffusi in Italia il cinese è il simbolo stesso della lingua incomprensibile, della cultura indecifrabile, della comunità impenetrabile. Mentre l’economia mondiale è scossa dall’epocale risveglio della potenza cinese e dalle sue enormi contraddizioni, di fronte al disgregarsi delle istituzioni culturali e sociali dell’Occidente l’immigrato cinese costituisce il simbolo perfetto per la costruzione di un nemico collettivo. Ma di contro c’è una forza tanto irrefrenabile quanto quella che porta alla disgregazione della composita società italiana verso gruppi sempre più differenziati: quella del dialogo e delle relazioni tra uomini e tra gruppi umani. Quando i bisogni ci uniscono, quando i nostri bambini giocano insieme negli asili e nei parchi, quando ci frequentiamo ed interpretiamo a turno ruoli di utente ed erogatore di un servizio o cliente e venditore (io sono il tuo fruttivendolo e tu il mio cliente, tu sei il mio professore di matematica ed io il tuo allievo, prima io faccio una cosa per te poi tu ne fai una per me), quando facciamo la stessa fila nello stesso poliambulatorio o prendiamo la stessa multa dallo stesso vigile, ecco che allora scopriamo che l’arricchimento culturale reciproco non è solo un sottoprodotto della globalizzazione. Condividendo situazioni concrete scopriamo che nei nostri scambi condividiamo anche linguaggi comuni e che per capirci ne abbiamo creati di nuovi.