Come riorganizzo la cinematografia tedesca/Commento di E. Cauda
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L’articolo che il Ministro della Propaganda del Reich ha scritto per Quadrante è una sintesi dell’atteggiamento assunto dal Governo nazionalsocialista nei confronti della cinematografia tedesca. Questo atteggiamento, che parte dal presupposto dell’esatta valutazione dell’importanza che il cinematografo, nei suoi multiformi aspetti, ha nella vita politica e sociale moderna, si è concretato in un programma logico e completo, già in piena attuazione a poche settimane di distanza dall’avvento del nuovo regime. Bisogna anzitutto notare che l’azione del Governo del Reich è tanto più coraggiosa in quanto con essa non si è esitato a entrare nel vivo del problema con provvedimenti organici, definitivi e totalitari, senza preoccuparsi del fatto se questi provvedimenti tocchino, e sotto certi punti di vista possano ledere, poderosi interessi costituiti, non certo indifferenti ai fini dell’economia nazionale.
Il dott. Goebbels nel suo articolo determina i tre punti programmatici essenziali: l’orientamento della produzione e la conseguente limitazione della libertà creativa artistica; l’organizzazione degli spettatori; l’appoggio finanziario, necessario per fronteggiare la crisi inevitabile prodotta, oltre che da cause esterne, anche dal voluto nuovo orientamento. I tre punti sono tra loro intimamente connessi.
La necessità della limitazione della libertà creativa rientra perfettamente nei principi fondamentali della teoria fascista, anche se da noi tale limitazione è stata sinora applicata in modo assai blando: per non dire nullo. Non bisogna infatti confondere i limiti della libertà creativa artistica con quelli imposti dalla censura. Queste due limitazioni determinano tre zone distinte nelle quali può svolgersi — almeno in teoria — l’attività produttiva: una vietata dalla censura, una ammessa dalla censura, ma fuori della zona di tendenza, una terza, appartenente a questa zona, e che sola ha il diritto di essere chiamata produzione fascista. Secondo noi è compito e dovere di coloro ai quali sono affidati lo sviluppo e l’orientamento della nostra cinematografia di provvedere a che, se non la totalità, per lo meno l’enorme maggioranza della produzione appartenga a questa terza categoria.
Troviamo l’occasione per dire spregiudicatamente che poco è stato invece fatto sinora da noi in questo senso. La nostra sola legge d’incoraggiamento, quella sul contributo statale all’industria cinematografica, non è certamente formulata in modo da raggiungere tale scopo. Essa, infatti, si limita a riconoscere il contributo ai film di produzione italiana che posseggano «un minimo di dignità artistica» e la ripartizione vien fatta esclusivamente sulla base d’una determinata percentuale da computarsi sugli incassi lordi ottenuti da ciascuna pellicola. Come può da una simile legge, giustificabile forse in via transitoria, sortire un effetto di orientamento e d’incoraggiamento alla «tendenza»?
L’organizzazione degli spettatori, secondo le idee del dott. Goebbels corrisponde in altre parole a quella educazione del gusto del pubblico che noi da molto tempo abbiamo invano invocato in Italia. L’attuazione germanica potrà forse assumere aspetti più drastici, ma il fine è identico: fare in modo che lo spettatore desideri spontaneamente di vedere sullo schermo quel genere di produzione che il Regime reputa più sano e più consono colle proprie tendenze e coi propri scopi.
Tale organizzazione spirituale degli spettatori non può essere opera di un giorno, ma non è impossibile, se fortemente e coscientemente voluta. Dichiarare una simile impossibilità equivale a dichiarare un’impotenza inammissibile per un Regime forte e totalitario. A chi, da noi, dopo undici anni di Regime fascista, afferma essere il film di tendenza la rovina del cinema (e sono in molti a sostenere questo concetto) consigliamo rileggere le forti parole di fede del Ministro germanico, scritte dopo cinque soli mesi di potere. Non si accorgono i negatori che la loro negazione equivale ad asserire che il nostro popolo non ha ancora assimilato i principi etici e sociali del Regime, ai quali debbono ispirarsi tutte le manifestazioni dell’arte fascista e in modo speciale quelle del teatro e del cinema? Il ministro tedesco, a cinque mesi di distanza dalla vittoria hitleriana, afferma che le idee che il regime rappresenta sono oggi idee così profondamente penetrate nell’anima del popolo che questo non saprebbe neppur più concepire una vita pubblica o privata che non fosse tutta intimamente impregnata di quelle idee. E’ lecito consentire che in Italia si pensi oggi diversamente?
Noi siamo convinti — e ne abbiamo le prove — che il pubblico Italiano si sta già orientando anche verso il film di tendenza, inteso nel senso chiaramente indicato dal dott. Goebbels; ma se ciò non fosse la colpa ricadrebbe tutta sull’azione deficiente di coloro cui incombe l’obbligo dell’orientamento della produzione e dell’educazione del nostro pubblico.
Nella grande opera di ricostruzione e di rinnovamento intrapresa dal Governo hitleriano sono inclusi, oltre all'orientamento della produzione e all’organizzazione della produzione tecnica e dell’industria del noleggio e dell’esercizio, anche l’orientamento e il controllo della stampa cinematografica detta critica. In merito a quest’ultimo punto vorremmo limitarci a chiedere quale sia stata l’azione svolta in Italia in tale delicata e importante materia. Azione assolutamente indifferente, sì che l’Italia oggi manca completamente di una stampa cinematografica tecnica e di classe che possa sostenere degnamente il confronto, non diciamo con quella tedesca, americana o francese, ma persino con quella spagnola, portoghese, giapponese e financo, indiana. Anzi, questo atteggiamento agnostico è stato così deleterio, che si è andata persino diffondendo l’opinione, autorevolmente rappresentata, che stampa e critica cinematografica siano elementi perfettamente inutili e privi di ogni influenza nell’orientamento della produzione e del pubblico.
Quanto l’azione dei Governo nazional-socialista nei riguardi della cinematografia tedesca sia stata organicamente concepita e realizzata è infine provato dal provvedimento che istituisce la banca per il credito cinematografico e dalle disposizioni inerenti al funzionamento e agli scopi di questo istituto. Qualsiasi possa essere lo scopo che il Governo hitleriano si prefigge di raggiungere traverso l’assoluto controllo e dominio della cinematografia tedesca, e se anche i risultati finali ai quali nazionalsocialismo vuol giungere dovessero per qualche aspetto differire da quelli che avevano indotto anche il Regime fascista a considerare il cinema come uno dei più potenti mezzi di educazione e di espansione spirituale, una cosa è innegabile: che l’azione così rapida, decisa e organica del nuovo Regime germanico conferma all’evidenza l’enorme importanza che il Governo tedesco attribuisce all’organizzazione industriale e allo sviluppo di una cinematografia strettamente nazionale e severamente orientata.
Per quanto un confronto con la situazione attuale della cinematografia italiana possa riuscire penoso, non ci è possibile esimerci dal farlo.
Parlar male della cinematografia è oggi in Italia una moda; così come è l’ostentare per questa arte-industria un insuperabile pessimismo, non privo di un certo disprezzo. Anche senza ricorrere all’autorevole appoggio di altissimi riconoscimenti, bisogna convenire che tutto questo è profondamente ingiusto e avvilente, come lo è sempre la constatazione di un male individuato e di proposito non debellato. Perchè ci rifiutiamo energicamente di credere che la crisi della cinematografia italiana debba essere considerata come endemica o cronica.
Bisogna essere una buona volta sinceri, e anche logici. Noi vorremmo chiedere a coloro sui quali incombe l’obbligo di vegliare allo sviluppo della nostra cinematografia — spettacolare, propagandistica, culturale e scientifica — se essi siano o no intimamente convinti dell’utilità, anzi della necessità, che l’Italia fascista abbia un suo cinematografo nazionale, fiorente e degno.
In caso negativo ce lo dicano chiaramente, senza ambagi, e mettano un punto alle continue dichiarazioni in senso contrario, così poco sincere, se giudicate alla stregua dei fatti. Sapremo allora almeno a che cosa attenerci e che cosa attenderci da loro. Se, invece, di tale necessità fossero davvero convinti, essi avrebbero anche il dovere di agire in modo fattivo, energico, fascista. I capi non possono assistere inerti allo sfacelo e all’impantanamento sempre più grave di un’attività che a noi sembra così bella ed importante; ed è da loro che tutti quelli che in Italia sentono ed amano il cinematografo (e non sono pochi) hanno il diritto di attendere, non dei milioni, ma un intervento fattivo e una legislazione che tenga conto dei fatti, delle possibilità e dei bisogni della cinematografia italiana nell’anno XI.
Da anni, e ovunque, si sente dire e si legge che la sola, l’unica questione da risolvere per salvare il nostro cinema è quella degli uomini. Sappiamo che tale questione è la più facile in teoria ma la più scabrosa in pratica. E ciò perchè essa si identifica con la necessità di trovare, oggi, fra quarantadue milioni di cittadini italiani, cinquanta uomini che sentano ed agiscano, in materia di cinematografia in modo diverso dagli uomini in auge ai tempi della U. C. I. e di Francesca Bertini. E anche perchè si tratta di trovare chi non vi dica che «ci vuole della gente pratica», come se la pratica che induce alla rovina le aziende fosse la sola da portarsi come esempio. Perchè infine tale questione si identifica con la necessità che i capi non credano più a queste interessanti fandonie. Non possiamo chiudere questa breve esposizione senza richiamare l’attenzione del mondo cinematografico italiano anche su qualche pericolo esterno che, se non tempestivamente combattuto, potrebbe minacciare il nostro cinematografo.
L’avvento del Governo hitleriano e il suo pronto intervento nel campo cinematografico hanno arrecato, come si è visto, qualche forte scossa alla compagine industriale ed economica detta cinematografia tedesca. La reciproca simpatia esistente fra il popolo tedesco e quello italiano, rafforzata oggi da un’indubbia comunità di interessi politici e da una certa analogia fra i regimi dei due paesi, ha messo l’Italia in primo piano nelle possibilità di diventare uno degli sbocchi più importanti dell’industria cinematografica tedesca, tanto per la produzione artistica quanto per quella tecnica. Questa speciale posizione del nostro Paese è anche divenuta più spiccata per effetto della rottura o della diminuita cordialità dei rapporti collaborativi fra la Germania e altri Paesi europei. Infine questa particolare situazione viene a coincidere proprio con uno dei momenti di massima depressione della cinematografia italiana. Ci troviamo dunque di fronte a un complesso di elementi che tendono a orientare con particolare insistenza verso il nostro Paese le correnti espansionistiche della cinematografia tedesca. La saldezza della nostra lira, la tranquilla laboriosità dell’Italia fascista aggiungono nuove attrattive a questo naturale e logico movimento di espansione.
Nessuno più di noi, che siamo sinceri amici e ammiratori del popolo Germanico, può desiderare che tale favorevole stato di cose conduca a una collaborazione cordiale e fattiva tra la cinematografia tedesca e quella italiana, nel reciproco interesse. Noi abbiamo sempre portato a esempio lo spirito d’organizzazione e la grande capacità tecnica e artistica della cinematografia germanica e non abbiamo mai fatto mistero di questa nostra simpatia e del desiderio che il nostro cinema seguisse le orme di quello tedesco, specialmente nei suoi aspetti tecnico-industriali. Nessun dubbio dunque sulla nostra sincerità quando noi dichiariamo di essere convinti fautori di un’attiva collaborazione fra le attività cinematografiche dei due paesi.
Tuttavia ci sembra doveroso fare qualche riserva e qualche messa a punto. Ad assumere questo atteggiamento ci spingono alcuni elementi di fatto e talune considerazioni che desideriamo esporre con serena franchezza.
In questi ultimi tempi abbiamo assistito alla calata in Italia di numerose personalità rappresentative dell’alta industria cinematografica tedesca e di uno stuolo di tecnici: dai direttori generali di grandi case produttrici a quelli di potenti aziende tecniche, dai rappresentanti di gruppi bancari a quelli delle grandi organizzazioni industriali. Non avremmo avuto motivo che di rallegrarci se tali visite non fossero state accompagnate da qualche fenomeno che ci preoccupa: l’eccessivo zelo di qualche corrispondente di fogli tedeschi notoriamente legati a quelle industrie, l’atteggiamento un po’ troppo osannante di qualche esponente della stampa cinematografica italiana, atteggiamento che ha sorpassato in qualche caso i limiti del buon gusto, anche se si vuol tener conto delle esigenze della più cordiale e ospitale accoglienza; e, last but not least, l’atteggiamento forse un po’ troppo.... sicuro di sè, di qualcuno dei nostri ospiti e specialmente di qualche esponente delle grandi organizzazioni industriali. Ma, più di tutto, ci ha sorpresi e un po’ allarmati ciò che in certi ambienti si è andato ripetendo con insistenza, e cioè che mai si sia presentata occasione più propizia dell’attuale per risollevare le sorti della cinematografia italiana, per poco che si volesse o sapesse approfittare delle numerose offerte di collaborazione germanica.
L’occasione, secondo noi, può essere ottima, ma è anche molto pericolosa. I nostri amici Tedeschi son venuti qui con piani meravigliosi e con proposte davvero allettanti. Ma noi Italiani siamo per natura diffidenti e sappiamo anche, per dolorosa esperienza, che certi contratti e certi accordi, fatti fra forti e deboli (parliamo di cinematografo) si risolvono spesso a tutto vantaggio dei primi e a molto svantaggio dei secondi. Le passate esperienze, anche non troppo remote, stanno a dimostrare come i negoziatori dell’Italia cinematografica non siano sempre stati felici negli accordi stipulati coll’estero.
D’altra parte non bisogna dimenticare che altro sono gli accordi politici ed altro quelli industriali. I primi possono godere, impunemente o quasi, di una certa elasticità, che sarebbe invece fatale, nei secondi, agli interessi di almeno uno dei contraenti. Attenzione, dunque, agli entusiasmi eccessivi o troppo ingenui, o alle affrettate decisioni.
Si possono trovare numerose vie per giungere a forme collaborative che conciliino gli interessi di ciascuno dei contraenti con quelli dell’altro; nel caso specifico: accordi temporanei di produzione, di sfruttamento, di acquisto di materiale, di scambio di pellicole o di personale artistico o tecnico. Tutto questo va bene, ma ciascuno deve rimanere assolutamente padrone in casa sua, tanto più quando si tratta di materia così delicata conte quella cinematografica in regimi totalitari come quelli fascista e nazionalsocialista.
E soprattutto a noi sembra anche questione di dignità nazionale; l’Italia fascista ha saputo fare ben altro da sè, e saprà certamente trovare in sè stessa mezzi e le forze per crearsi la sua nuova cinematografia e per svilupparla in tutti i suoi rami, senza bisogno di soccorsi o di puntellamenti d’oltre frontiera. I nostri amici tedeschi ci stimeranno certamente ancora di più se daremo loro l’impressione ben netta di esser sempre pronti ad una collaborazione sincera, ma anche ben decisi a declinare ogni forma di non desiderato e pericoloso condominio.
ernesto cauda