Commedia (Buti)/Purgatorio/Canto XXII

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Purgatorio
Canto ventiduesimo

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Purgatorio - Canto XXI Purgatorio - Canto XXIII
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C A N T O   X X I I.




1Già era l’Angel dietro a noi rimaso,
     L’ Angel che n’ avea volti al sesto giro,
     Avendomi dal viso un pecco raso;1
4E quei ch’ ànn a giustizia il lor disiro,
     Detto n’ avean, Beati, e le sue voci,
     Con sitio, senz’ altro, ciò forniro.
7Et io più lieve che per l’ altre foci
     M’ andava sì, che senza alcun labore
     Seguiva in su li spiriti veloci,
10Quando Virgilio cominciò: Amore
     Acceso da virtù sempre altri accese,2
     Pur che la fiamma sua paresse fore.
13Unde dall’ ora che tra noi discese
     Nel limbo dello inferno Giuvenale,3
     Che la tua affezion mi fe palese,
16Mia benvollienza in verso te fu quale
     Più strinse mai di non vista persona.
     Sì ch’ or mi parran corte queste scale.
19Ma dimmi; e come amico mi perdona,
     Se troppa sigurtà m’ allarga il freno,
     E come amico omai meco ragiona:

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22Come poteo trovar dentro al tuo seno4
     Loco avarizia tra cotanto senno,
     Di quanto per tua cura fusti pieno?
25Queste parole Stazio mover fenno5
     Un poco a riso pria; poscia rispuose:
     Ogni tuo dir d’ amor m’ è caro cenno.
28Veramente più volte appaion cose,
     Che danno a dubitar falsa matera,
     Per le vere cagion che son nascose.6
31La tua dimanda tuo creder m’ avvera
     Esser, ch’ io fosse avaro in l’ altra vita,7
     Forse per questa cerchia dov’ io era.8
34Or sappi, ch’ avarizia fu partita
     Troppo da me; e questa dismisura
     Milliaia di lunari ànno ponita.
37E, se non fosse ch’ io drizzai mia cura,
     Quand’ io intesi là dove tu chiame,
     Quasi crucciato all’ umana natura:9
40Per che non reggi tu, o sacra fame
     Dell’oro, l’appetito dei mortali?
     Voltando sentirei le giostre grame.
43Allor m’accorsi, che troppo aprir l’ali
     Potean le mani a spender, e pente’mi,10
     Così di quel, come delli altri mali.

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46Quanti risurgeran coi crini scemi
     Per ignoranza, che di questa pecca
     Tollie il penter vivendo ne li estremi!11
49E sappi che la colpa, che rimbecca
     Per dritta opposizion alcun peccato,
     Com esso insieme qui suo verde secca.
52Però, s’io son tra quella gente stato,
     Che piange l’avarizia, per purgarmi,
     Per lo contrario suo m’ è incontrato.
55Or quando tu cantasti le crude armi
     De la doppia tristizia di Giocasta,
     Disse ’l Cantor dei bucolici carmi,
58Per quel che Clio con teco lì tasta,12
     Non par che ti facesse ancor fedele
     La fede, senza qual ben far non basta.
61Se così è, qual Sole e quai candele
     Ti stenebraron sì, che tu drizzasti
     Poscia di rieto al Pescator le vele?
64Et elli a lui: Tu prima m’inviasti
     Verso Parnaso a ber ne le sue grotte,
     E prima appresso Iddio m’ alluminasti.
67Facesti come quei che va di notte,
     Che porta ’l lume dietro, e a sè non giova;13
     Ma di po’ sè fa le persone dotte,14
70Quando dicesti: Secol si rinova;
     Torna giustizia, e primo tempo umano,
     E progenie descende dal Ciel nova.15
73Per te poeta fui, per te cristiano;
     Ma perchè veggi me’ ciò ch’ io disegno,
     A colorare stenderò la mano.16

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76Già era ’l mondo tutto quanto pregno
     De la vera credenzia seminata,
     Per li messaggi de l’ eterno regno;
79E la parola tua sopra toccata
     Si consonava ai novi predicanti;
     Ond’ io a visitarli presi usata.17
82Vennemi poi parendo tanto santi,18
     Che quando Domizian li perseguette,19
     Senza mio lagrimar non fur lor pianti.
85E mentre che di là per me si stette,
     Io li sovvenni, e i lor dritti costumi
     Fer dispregiarmi tutte l’ altre sette;20
88E pria, ch’ io conducesse i Greci ai fiumi
     Di Tebe poetando, ebbi io battesmo;
     Ma per paura chiuso cristian fu’mi,
91Lungamente mostrando paganesmo:
     E questa tepidezza il quarto cerchio
     Cercar mi fe più che ’l quarto centesmo.21
94Tu dunque, che levato m’ ài ’l coperchio22
     Che m’ ascondea quanto bene io dico,
     Mentre che del salir avem soverchio,23
97Dimmi dov’ è Terenzio, nostro amico,24
     Cecilio, Plauto, e Varro, se lo sai;
     Dimmi se son dannati, et in qual vico.
100Costoro, e Persio, et io, et altri assai,
     Rispuose el Duca mio, siam con quel Greco25
     Che le Muse lattar più che altro mai,

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103Nel primo cerchio del carcere cieco.
     Spesse, fiate ragioniam del monte,
     Ch’ à le nutrice nostre sempre seco.26
106Euripide v’ è nosco et Antifonte,
     Simonide, Agatone et altri piue
     Greci, che già di lauro ornar la fronte.
109Quivi si veggion de le genti tue
     Antigone, Deifìle et Argia,
     Et Ismene sì trista come fue.
112Vedesi quella che mostrò Langia;
     Èvi la fillia di Tiresia, e Teli,
     E co le suore sue Deidamia.
115Tacevansi ambedu’ già li poeti,
     Di novo attenti a riguardar d’ intorno,
     Liberi dal salir e da’ pareti;
118E già le quattro ancille eran del giorno
     Rimase a drieto, e la quinta era al temo,
     Drizzando più in su l’ ardente corno;
121Quando ’l mio Duca: Io credo ch’ a lo stremo
     Le destre spalle volger ci convegna27
     Girando ’l monte, come far solemo.28
124Così l’ usanza fu lì nostra insegna;
     E prendemmo la via con men sospetto,
     Per l’assentir di quell’anima degna.
127Elle givan dinanzi, et io soletto29
     Dirieto, et ascoltava i lor sermoni,
     Ch’ a poetar donavanmi intelletto.30

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130Ma tosto ruppe le dolce ragioni3132
     Un albor che trovammo in mezza strada.33
     Con pomi ad odorar soavi e buoni.
133E come abeto in alto si digrada34
     Di ramo in ramo; così quello in giuso,
     Cred’ io, perchè persona su non vada.
136Dal lato, onde ’l cammin nostro era chiuso,
     Cadea dell’ alta roccia un liquor chiaro,
     Che si spandea per le follie ’n suso.35
139Li due poeti all’ arbor s’ appressaro;
     Et una voce per entro le frondi
     Gridò: Di questo cibo avrete caro.
142Poi disse: Più pensava Maria, onde
     Fosser le nozze orrevili et intere,36
     Ch’ a la sua bocca, che per voi risponde.
145E le Romane antiche per lor bere
     Contente fuoron d’ acqua; e Daniello37
     Dispregiò cibo, et acquistò savere.
148Lo secol primo quanto oro fu bello:
     Fe savorose con fame le ghiande,
     E nettare con sete ogne ruscello.
151Mele e locuste furon le vivande,
     Che nudriro ’l Battista nel diserto;
     Per che elli è glorioso e tanto grande.
154Quanto per l’ Evangelio v’ è aperto.

  1. C. A. un colpo
  2. C. A. di virtù sempre altro
  3. C. M. Del
  4. v. 22. C. M. potè
  5. v. 25. Fenno; terza persona plurale, risultante dalla terza singolare fe con l’ aggiunta del no, che i nostri padri scrissero con una sola n. E.
  6. v. 30. C. A. ragion che sono
  7. v. 32. C. A. fossi avar nell’
  8. v. 33. C. A. quella
  9. v. 39. C. M. C. A. Cruccialo quasi a l’ umana
  10. v. 44. Pente’mi; penteimi, dove l’ apostrofo indica la soppressione dell i, come al v. 90. fu’mi per fuimi. Mal discorre chi dice queste sincopi a cagione di rima. E.
  11. v. 48. C. A. negli stremi!
  12. v.58. C. A. che li creò teco le
  13. v. 68. C. A. retro, e se non — C. M. e sè non
  14. v. 69. C. A. dopo sè
  15. v. 72. C. A. scende da
  16. v. 75. C. A. A colorar distenderò
  17. v. 81. Usata; usanza, uso, come gelata per gelo e simili. E.
  18. v. 82. C. M. Vennemmi — C. A. Vennermi
  19. v. 83. Perseguette; cadenza del perfetto della terza coniugazione, foggiata su quella in ette della seconda. V. Inf. C. xxv, seguette, convenette. E.
  20. v. 87. C. A. dispregiare a me tutte altre
  21. v. 93. Cerchiar mi fe
  22. v. 94. C. A. levato à il
  23. v. 96. C. A. di salire
  24. v. 97. C. A. antico,
  25. v. 101. C. M. C. A. son con
  26. v. 105. C. A. Che sempre à le nutrici nostre seco.
  27. v. 122. C.A. ne convegna
  28. v. 123. Solemo; piegatura naturale dall’ infinito solere. E.
  29. v. 127. C. A. Elli
  30. v. 129. C. A. mi davano
  31. v. 130. C. A. le dolci
  32. v. 130. Ragioni; ragionamenti, discorsi. E.
  33. v. 131. C. M. C. A. Un arbor
  34. v. 133. C. A. disgrada
  35. v. 138. C. A. E si spandeva per le foglie suso.
  36. v. 143. C. M. Fussen
  37. v. 146. C. M. C. A. furon
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C O M M E N T O

Già era l’Angel dietro a noi rimaso ec. In questo xxii canto lo nostro autore finge come del quinto cerchio montò al sesto nel quale si purga lo peccato de la gola. E principalmente si divide in due parti: imperò che prima finge come Virgilio e Stazio, montando al sesto cerchio, vanno ragionando insieme dell’amicizia e de la conversione di Stazio; ne la seconda Stazio dimanda Virgilio d’alquanti poeti dei quali Virgilio risponde, e dichiara l’autore di quil che trovonno nel sesto cerchio, e quello che diceano de la virtù de l’astinenzia, quive incominciando: Tu dunque, ec. La prima, che serà la prima lezione, si divide in cinque parti: imperò che prima finge come già montavano al sesto cerchio; ne la seconda finge che Virgilio incominciasse a ragionare con Stazio de la loro amicizia, quive: Quando Virgilio cominciò ec.; ne la tersa finge come Stazio risponde al ditto di Virgilio, quive: Queste parole ec.; ne la quarta finge come Virgilio dimanda Stazio de la sua conversione quando si fece, quive: Or quando tu cantasti ec.; ne la quinta finge l’autore come Stazio risponda a Virgilio sopra la ditta dimanda, quive: Et elli a lui: ec. Diviso lo canto e la prima lezione, ora è da vedere l’esposizione litterale, allegorica e morale.

C. XXII — v. 1-9. In questi tre ternari 1 finge come già montavano del quinto circulo del purgatorio nel sesto; e come quelli spiriti del quinto cerchio cantavano, rallegrandosi del montamento loro; e come elli si sentia molto più leggeri che prima, purgato già del peccato del l’avarizia, dicendo cusì: Già era l’Angel dietro a noi; cioè a Virgilio, Stazio et a me Dante, rimaso; cioè nel quinto girone del quale non si partia, come guardia di quello; e per questo dà ad intendere che già montavano al sesto, e dichiara quale angiulo era, dicendo: L’Angel che n’avea volti; cioè noi, al sesto giro; del purgatorio dove si purga lo peccato de la gola, secondo che mostrato è di sopra: in tutti li balsi del purgatorio àe finto che stia uno angiulo a guardia, per dare ad intendere che coloro che sono in atto di penitenzia, se si conservano ne la grazia di Dio, sono guardati da l’angiulo de le insidie2 del dimonio e confortati al bene fare; e così prega la santa Chiesa, quando dice: Visita, Domine, habitationem istam, et omnes insidias inimici ab ea repelle. Angeli tui sancti habitent in ea, qui nos in pace custodiant; et benedictio tua sit super nos semper. Amen. — , Avendomi dal viso; cioè mio, dice Dante, un pecco; cioè uno P, che significa lo peccato de la [p. 521 modifica]avarizia del quale s’era purgato: questo era uno dei sette P, che li scrisse Io portonaio del purgatorio ne la fronte co la punta de la spada; et altro testo dice: un colpo: imperò che Vanghilo li avea scritto ne la fronte li vii P 3 col puntone de la spada, sicché ben può dire colpo raso; cioè cancellato. E quei; cioè spiriti del v cerchio, ch’ann’ ; cioè li quali ànno, a giustizia il lor disiro; cioè lo loro desiderio che s’adempia la iustizia di Dio, e che finiscano tosto la loro purgazione, Detto n’avean; cioè a noi, Beati; cioè quil salmo che incomincia: Beati quorum remissæ sunt iniquitates, et quorum tecta sunt peccata, lo quale finge che quelli spiriti del quinto girone, dove si purga l’avarizia, cantesseno 4 per allegressa quando viddemo 5 Dante purgato de l’avarizia montare suso al sesto girone, commendando coloro che sono purgati del 6 loro peccato, sicché montano in cielo, e le sue voci; cioè e le loro voci, cioè de le ditte anime che aveano ditto in boce 7 alte: Beati ec. Con sitio, senz’altro, ciò forniro; cioè e non compietteno quello salmo, dicendo all’ultimo: Sitio sensa altra parola; la qual cosa significa che esprimevano lo desiderio che aveano di montare ellino, e però ciascun dicea al fine del salmo: Sitio; cioè io abbo sete e desiderio grande di sallire in vita eterna; e però dice forniro; cioè compietteno, ciò; cioè lo ditto salmo, cioè Beati quorum remissæ ec. con questa parola sitio, senz’altro; cioè adiungendo al salmo sitio; cioè io abbo desiderio de la eterna salute, e non dicendo altra parola. Questa è quella parola che disse Cristo in su la croce; cioè sitio, ne la quale dimostrò lo desiderio ch’elli avea de la salute umana, che significava che avea sete che l’umana specie bevesse quil vino, del quale avea ditto ai suoi discepoli ne la cena: Non bibam amodo de hoc genimine vitis usque in diem illum, cum illud bibam vobiscum novum in regno Patris mei. E però finge lo nostro autore che quelle anime dicesseno sitio, a significare che ogni uno che è in atto di penitenzia àe sete di bere quel vino ch’è in vita eterna; cioè la beatitudine dell’anima 8 e la letizia eterna. Et io; cioè Dante, più lieve che per l’ altre foci; cioè più leggieri diventato, che per l’ altre montate de’gironi: imperò che era purgato del peccato de l’avarizia lo quale li avea dato molto di gravessa, come appare nel primo canto de la prima cantica, quando dice: Et una lupa ec., Mandava; cioè me n’andava su, sì, che senza alcun labore 9; cioè sensa fatica, Seguiva in su; cioè montando su, li spiriti veloci; cioè Virgilio e Stazio che montavano agevilmente eh’erano sensa corpo, e Dante col corpo; [p. 522 modifica]benchè allegoricamente s’intende che Dante salliva co la mente: imperò che Dante finge secondo la lettera esser andato nel purgatorio acciò che s’ intenda lo suo andamento esser stato mentale.

C. XXII — v. 10-24. In questi cinque ternari lo nostro autore finge come Virgilio entra a parlare con Stazio e dimandalo come si lassò ingannare a l’avarizia, considerato ch’elli fusse savio, dicendo prima quanto è l’affezione e benivolenzia ch’elli li porta, dicendo così: Allora montava io di rieto a Virgilio e Stazio, Quando Virgilio; parlando verso Stazio, cominciò; cioè a dire questa sentenzia; cioè Amore Acceso da virtù sempre altri accese; e bene dice acceso da virtù: imperò che carnale non accende sempre: imperò che non accende se non li carnali; ma l’amore virtuoso sempre accende li virtuosi, Pur che la fiamma sua paresse fore; cioè purchè sappia l’amato esser amato, incontenente ama. Et è qui da notare che questa sentenzia dirissa quella e rettifica 10 che fu ditta da l’autore nel canto v de la prima cantica; cioè Amor, che a null’amato amar perdona: imperò che si dè intendere de l’amore mosso da virtù, e non da carnalità: imperò che la sentenzia è vera ne l’amore virtuoso, e di quello intendendo; ma intendendo del carnale non è sempre vera: imperò che, benchè si verifichi in alquanti o ne la maggior parte, non si verifica in tutti: imperò che una onesta donna non amerà colui che disonestamente amerà lei. E se altri impugnasse quive l’autore; cioè che non disse vero, dèsi rispondere che la sentenzia sua è vera: imperò ch’elli parla dell’amore onesto che propriamente si chiama amore, che ’l disonesto non si chiama propiamente amore; ma concupiscenzia. E se dicessi: Del disonesto intese quive l’autore, come appare per la materia, dèsi rispondere ch’elli parla pure de lo onesto: imperò che lo amore onestamente incominciò tra Paulo e Franciesca11: imperò che l’uno amava la bellessa corporale e spirituale dell’altro, et amavansi come cugnati; ma poi si tramutò de onesto in disonesto, e non fu più amore; ma concupiscenzia. E cusì è vera quive, e qui la sentenzia dell’autore: imperò che l’autore dichiara quive come da l’onesto amore si venne al disonesto, quando disse: Noi leggiavamo un giorno, per diletto ec., e poi: Galeotto fu il libro, e chi lo scrisse.— Unde; cioè per la qual cosa; cioè imperò che la virtù de l’amore fa questa operazione; che fa amare chi è amato, dall’ora che tra noi discese Nel limbo dello inferno Giuvenale; questo Giuvenale fu poeta satiro, e fu al tempo di Stazio in Roma; unde disse ne la sua satira: Curritur ad vocem iucundam, et carmen amicœ Thebaidos, e fu d’Aquino e fu infidele, e però dice Virgilio: Del tempo in qua che Giuvenale discese sì, come infidele e come poeta [p. 523 modifica]tra noi poeti nel limbo, come àe finto l’ autore che li poeti e li virtuosi d’arme o di scienzia infideli siano nel limbo, ne la prima cantica nel canto iv, Che la tua affezion; cioè di te Stazio, cioè che tu avei in verso di me, mi fe palese; cioè mi manifestò, ch’io nolla sapea, Mia benvollienza12; cioè lo mio volerti bene et amarti, in verso te; cioè Stazio, fu; tale, s’intende, quale; benvolliensa, Più strinse mai di non vista persona; cioè di persona non veduta da alcuno omo: noi possiamo amare le cose non vedute; ma non le non cognosciute. Questo relativo Quale dà ad intendere tale per la regola de la Grammatica; cioè che lo relativo che incomincia da c, o da q, dà ad intendere lo suo antecedente. ; cioè per sì fatto modo, ch’or; cioè che a vale, mi parran corte queste scale: imperò ch’i’ vorrei che fusseno più lunghe, per venire e stare più tempo teco. Ma dimmi; cioè tu, Stazio, a me Virgilio, e come amico mi perdona; ecco che insegna come l’amico dè sempre cortesemente parlare, co l’amico, Se troppa sigurtà mi allarga; ecco che dimanda perdono; cioè s’i’ pillio troppa sigurtà in dimandarti, il freno; cioè lo ritenimento, che dè avere l’uno omo coll’altro, di non dimandare quello ch’elli vegga che altri non vollia dire. E come amico omai meco ragiona; cioè siguramente, come debeno ragionare insieme li amici. Come poteo trovar dentro al tuo seno; cioè dentro al petto tuo, Loco avarizia tra cotanto senno; quanto tu avei: ecco che ’l comenda di senno, e però dice: Di quanto per tua cura fusti pieno; cioè tu, Stazio? E dice per tua cura; cioè per tua sollicitudine: Iddio ci presta lo senno e lo intendimento, se noi 13 siamo solliciti in acquistarlo e dimandarlo da lui.

C. XXII. — v. 25-54. In questi dieci ternari lo nostro autore finge come Stazio risponde a la dimanda fatta di sopra da Virgilio, dicendo così: Queste parole; cioè quelle le quali funno ditte di sopra da Virgilio a Stazio, ne le quali Virgilio àe dimandato Stazio, secondo che finge l’autore, come cadde in avarizia essendo così savio: imperò che molto si disdice al savio d’essere avaro, e la cagione è questa che ’l savio cognosce questi beni mondani esser fallaci e mutevili e cognosce lo vero bene; unde pare impossibile che, cognoscendo il vero bene e questi esser 14 fallaci, vada di rieto et intenda a questi e lassi quello. Et a questa ragione si può rispondere che ’l perfettamente savio non cade in questo errore; ma quelli che [p. 524 modifica]non sono perfettamente savi vi possano cadere, perchè s’ ingannano vedendo questi beni mondani esser imagine del vero bene, o vero perchè si credeno dare alli omini alquanti beni, benchè imperfetti, sì come dice Boezio nel terso libro de la Filosofica Consolazione: Hœc igitur vel imagines veri boni, vel imperfecta quœdam dare bona mortalibus videntur 15. Ma l’ autore nostro àe finto questo dubbio ad altro fine, come appare nel testo che seguita. Stazio; cioè lo spirito, col quale finge che parlasse Virgilio, mover fenno Un poco a riso pria: suole l’omo sorridere, quando vede altri errare nel suo pensieri; e così finge l’ autore che facesse Stazio, perchè Virgilio mostrato avea ne la sua dimanda di credere che Stazio fusse stato avaro, perchè era stato a purgarsi nel cerchio dove si purgano li avari. E qui si può muovere uno dubbio; cioè perchè l’omo savio sorride, quando vede altri errare. A che si dè rispondere che ’l ridere è atto, che procede de la passione dell’animo che si chiama allegressa; unde quando l’omo savio vede altri leggermente errare, sorride perchè si rallegra, perchè vede sè in simile errore non essere, e ’l prossimo non errare in cosa dannosa; e così quando vede l’omo cadere 16 e non farsi male, anco ride per simile cagione; ma quando vedesse l’ omo farsi male o gravemente errare sì, che ne seguisse danno, l’omo savio none ridrebbe anco se n’ attristerebbe e dorrebbesene; ma lo stolto ben ride del male altrui, perchè n’è lieto, et allora pecca per invidia, poscia rispuose; cioè dipo ’l sorridere Stazio a Virgilio: Ogni tuo dir d’ amor m’è caro cenno; questo è risposta a quil che ditto fu di sopra: Ma dimmi e come amico ec. quasi dica: Tu mi puo’ dire cioè, che tu vuoi: imperò che ciò, che tu mi dirai, io terrò che sia ditto in segno d’amore. Ora risponde al dubbio Stazio: Veramente più volte appaion cose; ad altrui, Che; cioè le quali, danno a dubitar falsa matera; ciò è cagione non vera, Per le vere cagion che son nascose; cioè la vera cagione è appiattata a l’omo, la falsa entra in luogo de la vera. La tua dimanda; cioè di te Virgilio, dice Stazio, m’avvera; cioè mi fa vero e certo, Esser tuo creder; cioè tua credenzia, ch’io; cioè Stazio, fosse avaro in l’altra vita: cioè nel mondo; et assegna la cagione motiva: Forse per questa cerchia; cioè per questo cerchio del purgatorio, dove si purga l’avarizia, dov’io; cioè nel quale io Stazio, era; cioè a purgarmi. Or sappi; ecco che manifesta la vera cagione, per la qual v’ era, ch’avarizia; questo vizio è tenere le cose che sono da dare, e che non sono da tenere, fu partita Troppo da me; et in quanto dice Troppo, dà ad intendere lo vizio contrario; cioè la prodigalità ch’è dare le cose da dare e da tenere, e questa dismisura; [p. 525 modifica]cioè passamente di misura; cioè dare quello che non si dè, per non tenere quello che non si dè, come dice Orazio: Dum vitant stulti vitia, in contraria currunt; li stolti volendo schifare l’avarizia, non sapendo tenere la via del mezzo, cadeno in prodigalità, Milliaia di lunari; bene dice milliaia di lunari: imperò che ogni anno sono tredeci lunari, e di sopra fu ditto che cinquecento anni e più era stato in quello cerchio, sicchè ben sono milliaia de lunari: lunare si chiama una innovazione di Luna che si fa in 27 di’ et ore 9; cioè che la Luna compie di girare tutto lo zodiaco; bene si può anco intendere in du’ altri modi, come appare nel computo, sicchè in di’ 29 et ore 42 adiunge lo Sole, e questo anco si chiama uno Lunare, ànno ponita: imperò che io sono stato più di 500 anni in purgatorio nel quinto cerchio a purgarmi de la prodigalità. E, se noti fosse ch’io; cioè Stazio, drizzai mia cura; cioè mio pensieri, Quand’io; cioè Stazio, intesi là dove: cioè in quella parte del tuo libro; cioè de l’Eneida, cioè nel terso libro nel quale, tu; cioè Virgilio, chiame; cioè fai esclamazione, ch’è colore retorico, Quasi crucciato all’umana natura; cioè come corrucciato in verso li omini per lo maladetto vizio dell’avarizia, dicendo: Per che non reggi tu, o sacra fame; cioè o santo desiderio, sicchè non passi ne li estremi, che altramente 17 non è santo, anco è maladetto e vizioso, Dell’oro; per questo s’intendeno l’ altre quattro cose in che stanno le ricchesse; cioè in oro, ariento e pecunia, e questa è la prima; in gemme e pietre preziose, e questa è la secunda; in possessioni terrene, e questa è la terza; in vestimenti e massarizie, e questa è la quarta; in familli e servi, e questa è la quinta, l’appetito; cioè la volontà, dei mortali; cioè delli omini? Sono li omini chiamati mortali de la morte, la quale è necessaria a tutti. Sopra questa parte è da notare che Virgilio nel in libro dell’Eneide, inducendo Enea a parlare de la sua vagazione per lo mondo di po’ la destruzione di Troia, dice come pervenne in Tracia et incominciò a fare la città; e volendo fare sacrifìcio alli dii et a la madre Venere, volendo adornare l’altare di mortella, cavando de la mortella s’avvenne al luogo u’ era sepulto Polidoro filliuolo del re Priamo, lo quale lo re avea mandato al re Polinestore suo cugnato con molto tesoro; lo quale Polidoro lo ditto re, per avere lo tesoro, uccise e fece balestrare a posta; unde finge Virgilio che le saette nascesseno fìtte nel corpo et uscisseno, fatti virgulti 18, fuor de la terra; e che cavando Enea di quelli virgulti ne venisseno sanguinosi, e che una voce scisse del tumulo e dicesse come elli era Polidoro; e che Enea narri la storia detta a Dido reina di Cartagine, e narrando [p. 526 modifica]esclami e dica: Quid non mortalia pectora cogis, Auri sacra fames? La quale autorità chiunque espone, la vulgarissa in questa forma: O esecrabile e maladitta fame dell’oro, che non costringi tu li petti umani a pensare e trovare et a fare? Quasi dica: Ogni cosa induce li omini a pensare, trovare e fare. E per tanto si può dubitare come l’autore nostro abbia ora presa la ditta autorità in altro modo di parlare. A che si può rispondere che li autori usano l’altrui autoritadi arrecarle a loro sentenzia, quando commodamente vi si possano arrecare, non ostante che colui che l’à ditta l’abbia posta in altra sentenzia; e così fa ora lo nostro autore, dicendo: o sacra fame Dell’oro; cioè o santo desiderio dell’oro: allora è santo lo desiderio dell’oro, quando sta nel mezzo e non passa ne l’estremi, Per che non reggi; nel mezzo, l’appetito dei mortali; sicchè non s’allarghi a volerne troppo, ch’è avarizia; e non si ristringa a non volerlo punto e gittarlo, che è prodigalità? E cusì pillia Stazio, secondo che finge lo nostro autore, questo verbo cogis in questa significazione, cioè costringi o vero correggi; e questa dizione quid pillia a modo d’avverbio: cioè perchè. E forsi chi avesse dimandato Dante quando vivea, non arebbe sposto l’autorità di Virgilio altramente ch’ella si spogna 19: ma venneli acconcio in questo luogo a recarla a questo intendimento, e però l’ àe cusì sposta 20; e chi la guarda sottilmente vedrà che in sentenzia non si disguallia l’una dall’altra: imperò che la prima esposizione parla all’appetito disordinato de l’avere, riprendendolo per che passa ne li estremi; e Dante parla a l’ appetito moderato, esclamando che cosa sia che elli non regge e tene li cuori umani nel mezzo schifando li estremi, e tutto viene ad una intenzione e così si possano esponere li ditti di Virgilio, secondo l’una esposizione come secondo l’altra, pilliando sacra per santa, e cogis per reggi, e quid, perchè. Simile fece Boezio dell’autorità di Lucano: imperò che, dicendo Lucano nel primo libro: Quis iustius induit arma Scire nefas: magno se iudice quisque tuetur: Victrix causa diis placuit; sed victa Catoni; ecco qui Lucano, volendo muovere dubbio chi avesse più ragione tra Cesare e Pompeio, per non biasimare nè l’uno, nè l’altro; ma parimente l’uno e l’altro commendare, dice che non è lecito di saperlo, considerato che la vincitrice cagione; cioè quella di Cesari 21, che vinse, piacque alli dii; e la vinta, cioè quella di Pompeio che fu vinto, piacque a Catone che seguitò Pompeio; e così pareggia Lucano lo iudicio di Catone a l’iudicio delli dii. E Boezio arreca questo ditto a millior sentenzia nel iv de la Filosofica Consolazione, dove elli parla de la Providenzia Divina dicendo: De hoc quem tu iustissimum et œqui servantissimum putas, omnia [p. 527 modifica]scienti providentiœ diversum videtur. Et victricem quidem causam diis; victam vero Catoni placuisse familiaris noster Lucanus admonuit. Ecco che Boezio reduce l’autorità de Lucano a vera sentenzia; cioè che la providenzia di Dio non si può ingannare che non vegga quil ch’ è iusto, come s’inganna lo iudicio umano parendoli iusto quil che non è; e di ciò arreca in prova l’autorità di Lucano, ne la quale appare che Catone s’ingannasse nel suo iudicio, iudicando Pompeio avere ragione e seguitando lui; et a Dio parve lo contrario, facendo vincere Cesari, che noll’arebbe fatto se non fusse stato iusto; e così à ora fatto Dante dell’autorità di Virgilio. Voltando sentirei; cioè io Stazio, se non fusse ch’io mi mutai de la mia prodigalità, intesa la tua autorità al modo che ditto è di sopra, le giostre grame; cioè le giostre dolenti che fanno quelli de lo inferno, come appare nel canto vii de la prima cantica, dove finge l’autore che li avari vanno dall’uno lato del cerchio, voltando gravissimi pesi col petto da uno punto ad uno altro, sicchè tengano la metà del cerchio; e dall’altro lato, tenendo l’altra metà, vanno li prodigi voltando similmente e sconstransi co li avari e percuotensi insieme, rimproverando lo prodigo all’avaro: Per che tieni? l’avaro al prodigo: Per che gitti? E così tornano a rieto al punto opposito, e similmente si percuoteno e così fanno dolenti giostre insieme; e però finge l’autore che Stazio dica: Io sarei ne lo inferno punito de la mia prodigalità, s’io non mi fussi corretto per l’ autorità tua, com’io mi corressi. Allor m’accorsi; cioè quando considerai lo tuo detto, che troppo aprir l’ali Potean le mani a spender; cioè che le mani poteano troppo aprire le dita a lassare andare via la robba oltra lo debito: l’ali sono le membra de lo uccello, et in esse sono le penne; e però l’ali si pognano alcuna volta per le penne: imperò che 22, come l’uccello apre l’ali e stende le penne per farsi bello, e così molti per farsi grandi apreno le dita a spendere più che non si dè. e pente’mi, Così di quel; cioè de la prodigalità, come delli altri mali; cioè delli altri peccati ch’io avea fatto, e però fui salvo. Quanti risurgeran coi crini scemi; questo dice, per affirmare la fizione fatta di sopra ne la prima cantica nel canto vii, dove dice che li prodigi risusciteranno al di’ de l’iudicio coi capelli tondati, e li avari col pugno chiuso; e quive è sposto secondo l’allegoria: chi lo vuole sapere, ritrovilo quive, Per ignoranza; cioè del peccato de la prodigalità, che non crederanno che sia peccato, et ignoransa non 23 è sensa peccato, che; cioè la quale ignoranzia, Tollie il penter di questa pecca; cioè di questa colpa che si commette, essendo prodigo, vivendo ne li estremi: tra lo [p. 528 modifica]tenere e lo dare è uno mezzo ch’è virtuoso; cioè tenere quil che si dè, e dare quil che si dè, e chi passa questo mezzo che dia quil che non dè, o 24 tegna quil che non dè, vive in peccato: imperò che ogni estremo è vizio, e lo vizio è peccato; e però vivere ne li estremi è vivere in peccato ! E sappi che la colpa, che rimbecca Per dritta opposizion alcun peccato, Com esso 25 insieme qui suo verde secca; dice che ogni vizio, che contraria dirittamente per opposito ad alcuno vizio, si purga in uno medesimo cerchio e con una medesima pena come ditto è de la prodigalità e dell’avarizia. E così si può dire de la superbia che à du’ estremi, cioè eccellenzia di sè, mancamento del prossimo; invidia à du’ estremi, letizia del male, tristizia del bene del prossimo; accidia à du’ estremi, lentessa al bene, solicitudine al male; ira à du’ estremi, currucciarsi e dolersi del bene, e contentarsi del male; gola à du’ estremi, non mangiar niente, o mangiar troppo; lussuria à du’ estremi; cioè non pilliare niuno uso de le cose necessarie a la vita, o pilliarle sansa modo: e seccare lo verde è purgare la colpa co la pena. Però, s’ io; cioè Stazio, son tra quella gente stato, Che piange l’avarizia; de la quale fu ditto di sopra, per purgarmi; cioè per purgare me, Per lo contrario suo; cioè de l’avarizia, ch’è la prodigalità, m’ è incontrato; cioè m’è addivenuto a me Stazio, ch’ io mi sono purgato de la prodigalità ne la quale io peccai, e non de la avarizia ch’io non fui mai avaro.

C. XXII — v. 55-63. In questi tre ternari finge lo nostro autore come Virgilio dimandò ancora Stazio come diventò cristiano, dicendo: Or quando tu; cioè Stazio, cantasti; cioè scrivesti come poeta, le crude armi; cioè le crudeli battallie che si fanno coll’arme, e però lo strumento si pone per l’atto in che s’ usa, et è colore retorico che si chiama denominazione, De la doppia tristizia; che funno cagione di du’ tristizie e dolori, di Giocasta; cioè de la reina Iocasta mollie del re Laio, e poi di Edippo suo filliuolo re di Tebe 26, la quale vidde due suoi filliuoli; cioè Eteocle e Polinice, morti insieme per avvicendevili ferite, combattendo insieme per lo reame di Tebe; de la quale materia fece Stazio libro che chiama Tebais, lo quale divise in 12 libri, come Virgilio la sua Eneida: et ebbe la reina questi due filliuoli del suo filliuolo Edippo, al quale ella si maritò per ignoranzia, et anco due filliuole; cioè Antigone et Ismene, sì come fu ditto nel xxvi canto de la prima cantica, Disse ’l Cantor dei bucolici carmi; cioè Virgilio lo quale, tra li altri libri ch’ elli fece, fece uno libro che si chiama Bucolica: imperò che come lo bu’ à due corna; così lo parlare di quello libro àe due intendimenti; [p. 529 modifica]l’uno litterale, e l’altro allegorico: imperò che introduce pastori a parlare insieme, et altro intende che le parole suonino; e però dice: il Cantor; cioè lo scrittore, dei bucolici carmi; cioè versi, che fu Virgilio, Per quel che Clio: Clio è una de le Muse le quali sono state demostrate di sopra, e questa Musa Clio invoca Stazio ne la sua Tebaide, che significa desiderio di dottrina, quando viene ad incominciare la narrazione dicente: Quem prius heroum Clio dabis? — , con teco; cioè Stazio, ; cioè in quello libro, che si chiama Tebaide, tasta; cioè cerca: tastare è cercare; e chi è desideroso di dottrina, cerca la dottrina, Non par che ti facesse; cioè te Stazio, ancor fedele; cioè cristiano, La fede; cioè di Cristo, senza qual; cioè sensa la quale fede, ben far non basta; perchè l’ omo operasse bene, non avendo la fede, non si salvarebbe qui 27: però che omnis infidelium vita peccatum est, dice santo Agustino. Se così è; cioè che sensa la fede non si possa l’omo salvare, e che tu non fussi fedele quando scrivesti la Tebaide, qual Sole; cioè quale illuminatore, e quai candele; cioè quali parole, o vero sentenzie illuminative, Ti stenebraron sì; cioè sì levonno le tenebre de la ignoranzia da te, che tu drizzasti Poscia di rieto al Pescator; cioè a s. Piero apostolo che fu pescatore, le vele; cioè la volontà tua che, come la vela co l’aiuto del vento mena lo navilio; così la volontà diritta co l’aiuto de la Grazia Divina guida l’anima a salute eterna. Et è notabile che chi si vuole salvare conviene che dirissi la volontà sua di rieto a l’obedienzia de la s. Chiesa.

C. XXII — v. 64-93. In questi dieci ternari lo nostro autore finge come Stazio risponde a Virgilio, narrandoli la cagione e ’l modo de la sua conversione a la fede cristiana, dicendo: Et elli; cioè Stazio, a lui; cioè a Virgilio rispose, s’intende: Tu; cioè Virgilio, prima m’ inviasti Verso Parnaso; cioè inviasti me Stazio in verso monte Parnaso: questo monte è in Grecia et àe due altesse pari; e però si chiama Parnaso, perchè à pari li nasi amburo; et in su l’uno, che si chiama Elicon, era una città chiamata Cirra, et istudiavasi quive ne le scienzie spezialmente, e però era quive lo tempio d’Apolline; et in sull’altro, che si chiama Citeron, era una città chiamata Nisa, e studiavansi in essa ne le scienze pratice 28, e però era quive lo tempio di Baco; e nel colle, ch’era in mezzo, era una fonte consecrata a le Muse: imperò che quive si raunavano li studianti 29 a disputare ne le suoe scienzie. E giù ne la valle era una città chiamata Focis u’ erano arti mecanice 30, e quive discendeano li studianti a fornirsi ne le cose necessarie; e perchè quella fonte si [p. 530 modifica]chiamava la fonte de le Muse, de la quale convenia bere ai Poeti se voleano poetare, che significa che chi vuole essere poeta e fingere poema conviene che sia informato de le scienzie pratice e teorice 31 però finge l’autore che Stazio dica a Virgilio ch’elli lo inviò in verso Parnaso; cioè in verso lo studio poetico: imperò che da Virgilio prese l’amore del poetare e ’l modo, a ber ne le sue grotte; cioè a bere de la fonte de le Muse, ch’è ne la grotta del detto monte: cioè a studiare ne le scienzie pratice e teorice, sensa le quali non si può essere poeta. E prima appresso Iddio m’alluminasti; cioè che come prima m’inviasti a la poesi, così primo m’inviasti a la fede: imperò che tu primo m’alluminasti Iddio; cioè mi manifestasti Iddio; e fa una comparazione per la quale tollie lo dubbio che si potrebbe muovere; come Virgilio mostrò Iddio a Stazio, che nollo cognove elli. E però dice: Facesti; cioè tu, Virgilio, come quei che va di notte Che porta ’l lume dietro; per far lume a chi seguita, come fanno li servi che portano li torchi 32 inanti ai suoi signori, di reto da sè; e però dice: e a sè non giova; cioè a sè non fa prode: imperò che non illumina sè, Ma di po’ sè; cioè di rieto da sè, fa le persone dotte; cioè ammaestrate de la via, mostrandola loro col lume che porta inanti 33. Questa similitudine è propria: imperò che chi va per la tenebra della ignoranzia, va di notte e porta lo lume a chi viene di rieto: imperò che chi seguita, vedendo lui incappare, diventa cauto a guardarsi dall’errore e da lo incappo; e Virgilio veramente, andando di notte: imperò che fu ignorante de la nostra fede, disse alquante cose nei suoi poemati, che si può pilliare affirmamento de la nostra fede, dato che ’l dicesse forsi elli sotto altro intendimento. Et ecco che notantemente pone le parole di Virgilio, dicendo: Quando dicesti; cioè tu, Virgilio, ne la Bucolica tua: Secol si rinova: seculo significa lo discorso del tempo di cento anni; unde disse Virgilio che lo tempo si rinnova 34; cioè li costumi e i modi del vivere; la qual cosa si può arrecare allo innovamento de la legge antica a la legge nuova evangelica. Torna giustizia: imperò che la legge evangelica è tutta fondata in iustizia, e primo tempo umano; cioè lo stato de la innocenzia, nel quale stetteno poco li nostri primi parenti; ma Cristo fu perfettamente innocente e la Virgine Maria e li suoi Apostuli e Discepuli. E progenie descende dal Ciel nova; cioè lo Verbo Divino incarnato; le quali parole disse Virgilio ne la quarta egloga de la sua Bucolica (e quinde prese l’ autore) dicendo: Ultima Cumœi venit iam carminis œtas: Magnus ab integro sœclorum nascitur ordo. Iam redit et virgo, redeunt saturnia regna: Iam nova progenies cœlo [p. 531 modifica]demittitur alto. Ne le quali parole Virgilio volse commendare la felicità del tempo d’Ottaviano imperadore, nel quale fu pace per tutto ’l mondo: imperò che l’autore de la pace; Gesù Cristo, venne in terra, dal quale più veramente s’intendeno le parole di Virgilio, benchè nolle dicesse a quello intendimento: fece come Caifas che prefetò non sapendo quello che dicesse; e però ben si verifica la similitudine posta di sopra. Per te; cioè Virgilio, poeta fui; cioè io Stazio, che da te pilliai la poesi, per te; Virgilio ancora, io Stazio fui, cristiano; seguitando Cristo per le parole sopra ditte mosso. Ma perchè veggi me’; cioè mellio, ciò ch’io disegno; acciò che comprendi mellio quello ch’io dico in generale: designare è figurare l’imagine, secondo le lineamenta 35 corporali, le quali non danno sì certa notizia come danno le colorazioni; e però adiunge: A colorare stenderò la mano; cioè stenderòmi a dire particularmente lo modo. Et ora incomincia a narrare: Già era ’l mondo tutto quanto pregno; cioè pieno, De la vera credenzia; cioè de la vera fede, seminata';' cioè sparta, Per li messaggi de l’eterno regno; cioè per li Apostuli e Discepuli di Cristo, li quali si sparseno per tutto ’l mondo a predicare, secondo che comandò loro Cristo: Ite per universum orbem, et prœdicate evangelium omni creaturœ; e però canta la Chiesa: In omnem terram exivit sonus eorum, et in fines orbis terrœ verba eorum.— E la parola, tua sopra toccata; cioè Ultima Cumœi ec., Si consonava; cioè s’accordava, ai novi predicanti; cioè a li predicatori Apostuli e Discipuli, che predicavano l’Evangelio e la fede di Cristo. Ond’io; cioè Stazio, a visitarli; cioè a visitare li cristiani santi ch’erano allora, presi usata; cioè presi usanza e consuetudine. Vennemi poi parendo tanto santi; cioè li ditti cristiani, con li quali io conversavo 36, Che quando Domizian';' cioè lo imperadore Domiziano, al tempo del quale fu Stazio in Roma, li perseguette; cioè li perseguitò: questo Domiziano molti cristiani uccise, come appare nel Martirologio dei santi martiri, Senza mio lagrimar non fur lor pianti: imperò ch’io Stazio ebbi compassione ai loro martìri. E mentre che di là; cioè ne la vita mondana, per me; cioè Stazio, si stette; cioè mentre ch’io vissi, Io li sovvenni; cioè feci loro elimosine, e i lor dritti costumi; cioè dei santi cristiani ch’erano allora, Fer dispregiarmi; cioè feciono me Stazio dispregiare, tutte l’altre sette; cioè di Iudei e di Gentili. E pria ch’io; cioè Stazio, conducesse i Greci ai fiumi Di Tebe; cioè inanti ch’io avesse fatto lo poema mio, infine a la venuta de l’esercito dei sette re di Grecia, che funno nominati; Adrastro re d’Argo, [p. 532 modifica]Polinice re di Tebe, Tideo re di Calidone, Ippocoon re di Trinto Capaneo re d’Acone, Amfiarao re di Micla, e Partonopeo re d’arcadia, ai fiumi de la città Tebe; cioè Ausopo et Ismeno, poetando; cioè fingendo lo mio poema, ebbi io; cioè Stazio, battesmo; ecco che manifesta come si batteggiò, Ma per paura; cioè di Domiziano, chiuso; cioè occulto, cristian fu’mi; cioè non m’appalesai cristiano, Lungamente; cioè lungo tempo, mostrando paganesmo; cioè nelli atti di fuori. E questa tepidezza; cioè questa negligenzia, il quarto cerchio; cioè del purgatorio, nel quale si purga l’accidia, Cercar mi fe; cioè me Stazio, o vero, Cerchiar; cioè girare intorno, più che ’l quarto centesmo 37; cioè più che 400 anni era stato nel quarto cerchio, e più che cinque cento anni era stato nel v cerchio, e qualche tempo era stato nel primo, secondo e terzio; sicchè più di mille anni erano passati che Stazio era morto: imperò che l’autore finge che avesse questa fantasia nel 1300, sì come mostrato è di sopra, e Domiziano l’imperio tenne ultimo de’ 12 principi che pone Svetonio, che fu di lunge da Ottaviano, sotto ’l qual nacque Cristo, più di 120 anni; e così appare che Stazio era morto ben per più di mille cento anni inanti. E qui finisce la prima lezione del xxii canto, et incominciasi la secunda 38.

Tu dunque, che levato ec. Questa è la seconda lezione del xxii canto, ne la quale lo nostro autore finge come, montando suso al sesto cerchio, Stazio dimanda Virgilio dei poeti; e Virgilio li risponde nominandoli e dicendo dove sono; e come montati nel sesto cerchio, trovano la pena che sostegnano li gulosi per purgarsi del peccato de la gola, e le lode de l’astinenzia e continenzia che faceano quelli spiriti che si purgavano. E dividesi la lezione in 4 parti, perchè prima finge come Stazio dimanda Virgilio d’alquanti poeti in qual luogo siano, e Virgilio risponde di loro e di molti altri; ne la seconda finge come, montati nel vi cerchio, pilliando lo cammino in verso mano ritta, secondo l’ordine servato, e come li poeti andavano inanti et elli seguitava, et incomincia quive: Tacevansi ambedu’ ec.; ne la tersa finge lo tormento, che sostegnano li spiriti che si purgavano del peccato de la gola, descrivendo uno arbore con uno rivo, et incomincia quive: Ma tosto ruppe ec.; ne la quarta parte finge come alcuno angiulo, stante tralle fronde del ditto arbore, dicea le lode de l’astinenzia, et incomincia quive: Poi disse: Più pensava ec. Divisa ora la lezione, è da vedere l’esposizione litterale, allegorica, o vero morale.

C. XXII — v. 94-114. In questi sette ternari lo nostro autore finge che Stazio parlamentasse con Virgilio, dimandandolo dei poeti; [p. 533 modifica]e che Virgilio li rispondesse, e però dice: Tu; cioè Virgilio, dunque; questa dizione è dizione collettiva che raccollie dei ditti di sopra; cioè: Poi che tu se’ Virgilio, che m’ inviasti ad essere poeta e che mi facesti chiaro Iddio, fàmi chiaro di questo ch’io ti dimandrò; e però dice: che levato m’ ài ’l coperchio; cioè lo quale m’ài aperto la verità, e levato su lo coperchio che la tenea serrata et appiattata; e però dice: Che m’ascondea 39; cioè lo qual coperchio m’ appiattava, quanto bene io dico; cioè Iddio e la sua legge evangelica, Mentre che del salir avem soverchio; cioè mentre che ci resta anco a sallire, Dimmi dov’è; cioè dì a me Stazio in qual luogo è, Terenzio, nostro amico; questo Terenzio fu di Cartagine d’Africa 40, e fu menato a Roma pilliato da Scipione perch’ era poeta, e fece le comedie: sono fizioni fatte di cose che non funno però vere; ma possibile era essere state vere, e narransi verisimilmente e sono di persone mezzane, e chiamanosi comedie da comos ch’è villa, et oda ch’ è canto, quasi canto villano 41: imperò che in villa da li villani fu trovato da prima; e dice nostro amico: imperò che fu poeta, e Stazio e Virgilio anco funno poeti, e per la poesi s’amavano insieme. Cecilio; questi anco fu poeta latino, comico antico, Plauto; questi anco fu poeta, comico antico, e Varro; questi fu romano, e fece molti libri, e niuno se ne trova ora, e fu chiamato Marco Varrone, se lo sai; cioè tu, Virgilio, Dimmi; cioè dì a me Stazio, se son dannati; cioè se sono privati de la grazia di Dio, sicchè siano a lo inferno, et in qual vico; cioè et in qual parte dell’inferno sono; unde finge l’autore che Virgilio risponda in questa forma: Costoro; cioè quelli, de’ quali tu ài dimandato, e Persio; questo Persio fu poeta satiro e fu toscano, cioè da Volterra: satira è materia in infimo stilo, e riprensione de’ vizi, e dicesi a satira che era una toffania, o vero scudella, che si offeriva alli dii piena d’ogni cosa, come è la satira che riprende ogni vizio e meschia li grandi e i mezzani e picculi insieme; o vero si chiama satira dai Satiri, ch’ erano iddii de le selve, cornuti coi piedi caprini nudi; le quali condizioni si convegnono a la satira, ch’è con parole nude, a niuno perdona, et entra in ogni vile materia. Et abbiamo noi latini tre satiri; cioè Orazio che riprende ridendo, Iuvenale che riprende latrando, cioè abbaiando come abbaia il cane, e Persio che ruggisce come fa lo porco, et io; cioè Virgilio che sono tragedo, s’ intende: tragedia è canto in sublimo stilo, e tratta dei principi et [p. 534 modifica]àe felice principio et infelice fine, contrario a la comedia, e propriamente è de le cose vere, narrate fittamente verisimilmente e dicesi da tragos ch’ è lo becco, et oda ch’è canto, quasi canto di becco perchè li Tragedi tra li altri doni che aveano dal populo per la recitazione de la tragedia aveano uno becco, o perchè la tragedia a l’aspetto del becco, che de la parte d’inansi pare principe e di rieto è sosso, e così la tragedia, et altri assai; cioè poeti tragici li quali non vuole nominare qui, che li à nominati ne la prima cantica cioè poeti latini, cioè Lucano, Ovidio, Ennio, Rispuose el Duca mio; cioè Virgilio, siam con quel Greco; cioè con Omero smirneo, del quale fu ditto ne la prima cantica, Che le Muse lattar più; cioè infuseno più in lui de la sua dottrina le scienzie poetice, che altro mai; cioè che non fenno mai in nessuno altro, Nel primo cerchio; cioè nel limbo, del carcere cieco; cioè de lo inferno, dov’ è sempre cechità et ignoranzia. Spesse fiate; cioè spesse volte, ragioniam del monte; cioè noi poeti ragioniamo del monte Parnaso, Ch’à; cioè lo quale àe, le nutrice nostre; cioè le Muse, sempre seco: imperò che quive sempre è la dottrina de la poesi: imperò che nel mondo sempre la poesi abita in alto; ma li poeti pagani, quanto apo Iddio, stanno nel carcere cieco: imperò che non ànno avuto notizia di lui, ch’ è luce e chiarità. Euripide; questo fu poèta greco, v’è nosco 42; anco fu poeta greco, et Antifonte; anco fu poeta greco, Simonide; anco fu poeta greco, Agatone; anco fu poeta greco, et altri piue Greci; li quali non nomina, che già di lauro ornar la fronte; cioè li quali nel tempo passato si coronarono d’allorio, come fu ditto di sopra: sono anco con quil Greco che detto è, si dè intendere: imperò che non c’ è altro verbo dove si rendano questi nominativi. Quivi; cioè nel cieco carcere, e non si dè intendere del primo cerchio: imperò che contradirebbe a quello che àe finto ne la prima cantica, e massimamente quando dice di Manto filliuola di Tiresia, che l’à posta ne la bolgia de l’indivini, si veggion de le genti tue; cioè de le quali tu, Stazio, ài fatto menzione ne la tua Tebaide, Antigone; che fu filliuola del re Edippo e di Iocasta, Deifile et Argia; che funno filliuole del re Adrasto d’Argo, e Deifile fu mollie di Tideo, et Argia di Polinice, Et Ismene sì trista come fue; questa fu anco filliuola del re Edippo e di Iocasta; e secondo che finge Stazio, che poi che Eteocle e Polinice filliuoli del re Edippo ebbeno combattuto insieme, et ebbenosi ucciso per lo regno di Tebe con avvicendevili ferite, Ismene uscitte di Tebe di notte per ritrovare li corpi d’amburo, e piangendo e dolorandosi de la morte dei fratelli andava per lo campo, e così si trovò [p. 535 modifica]con Argia filliuola del re Adrasto venuta da Argo per ritrovare lo corpo di Polinice suo marito; e trovatesi, pianseno et attristansi, e trovati li corpi ardennoli e fenno l’esequie con grandi pianti e lamenti, come finge Stazio; e però dice l’autore: cusì trista come fue: imperò che finge che le passioni avute ne la vita rimagnano di po’ la morte dei dannati, Vedesi; anco nel carcere cieco, quella che; cioè la quale, mostrò Langia cioè quella fonte, o vero fiume che si chiamava Langia, ch’ era in Nemea nel regno del re Ligurgo. Questa fu Isifile filliuola del re Toante, re di Lenno, la quale quando le femine di Lenno ucciseno tutti li maschi, ella furò lo padre di notte e campòlo; e poi fuggendo dell’isula per paura dell’altre femine che seppeno che avea campato lo padre, fu presa dai corsali e venduta al re Ligurgo, re de li Ateniesi, e tennela per balia del suo filliuolo Archemore. E secondo che finge Stazio, quando l’esercito dei sette re che andavano ad assediare Tebe passò per la contrada, era ella in uno prato presso ad uno bosco e teneva lo fanciullo a trastullo, colliendo fiori per lo prato; e lassato lo fanciullo nel prato, andò a mostrare la fonte a l’esercito; et in quello spazio uscitte uno grande serpente del bosco, e percosse Archemore con la coda et ucciselo; unde la reina volse poi fare morire, se non che l’esercito 43 fece liberare, e ricognove li filliuoli ch’ella avea avuto di Iasone che erano nell’esercito del re Ligurgo, come ditto fu ne la prima cantica, nel canto xviii. Évi la fillia di Tiresia; cioè Manto, che edificò la città di Mantova, anco è nel carcer cieco, de la quale anco fu ditto ne la cantica prima, canto xx, e Teti; filliuola di Doris e di Nereo filliuolo di Nettuno, e fu mollie di Peleo filliuolo del re Eaco, re d’Egina: questa fu madre d’Achille e fu detta dia 44 de l’oceano, e di questa fu ditto ne la prima cantica, canto v, E co le suore sue Deidamia; questa fu filliuola del re di Schiro che si chiamò Licomede, appo lo quale stette appiattato Achille in abito femineo, per non andare a la destruzione di Troia coi Greci; e stando co le filliuole, come femina, s’innamorò di Deidamia et ingravidolla e nacque Pirro; unde dice Virgilio che nel cieco carcere anco è Deidamia co le suoe suori, le quali tenneno celato l’amore di Deidamia e d’Achille.

C. XXII v. 115-129. In questi cinque ternari lo nostro autore finge come, montati suso nel sesto girone, Stazio e Virgilio tacetteno e riguardavano quil che fusse nel sesto girone; e però dice: Tacevansi ambedu’ già li poeti; cioè Stazio e Virgilio, li quali montando erano iti parlando: imperò ch’erano venuti a nuova materia, e però convenia pensare sopr’essa; e però dice: Di novo attenti; cioè per [p. 536 modifica]nova materia attesi, a riguardar d’intorno; cioè a vedere le circustanzie de la materia, Liberi dal salir e da’ pareti; cioè che non sallivano più e non aveano occupazione dall’uno lato, nè dall’altro, come a chi va su per la scala ch’abbia parete da lato. E benchè questa fizione sia verisimile secondo la lettera, altro intese l’autore cioè che Stazio apparito ora loro di novo, come è stato ditto, significa lo intelletto passibile che è accompagniato co 45 la ragione, lo quale è necessario ingiummai a considerare le materie de le quali s’è a parlare: imperò che ingiummai s’è a parlare de le cose divine, che non l’apprenderebbe la ragione, nè nolle potrebbe dimostrare: imperò che eccedeno la ragione; et anco più su si inalserà l’autore a sì fatta materia, che non basterà la ragione, nè lo intelletto se la grazia di Dio non sopra viene, e però inducerà Beatrice. E per mostrare questo, àe finto che Stazio abbia inteso più altamente li ditti di Virgilio, che Virgilio non disse: imperò che lo intelletto passibile apprende le cose divine, le quali per la loro altezza non apprende la ragione; sicchè per ragione l’apprenda o possale dimostrare. E perchè a le cose che à a dire non può adiungere la ragione sua significata per Virgilio, però fìngerà nel processo che Virgilio se ne vada, e Stazio rimagna, come appare 46 nel processo; e però àe finto che in fino a qui abbiano parlato insieme, e che ora attendano insieme a la materia che s’apparecchia. Et ora descrive lo tempo, dicendo: E già le quattro ancille; cioè le quattro ore, del giorno; cioè del di’, eran Rimase a drieto; cioè erano passato quattro ore, levato dall’oriente e passato oltra lo Sole, montando inverso lo mezzo di’, al quale iunge in 6 ore, e la quinta; cioè ora, era al temo; cioè era al timone del carro del Sole: imperò che era la quinta ora incominciata, Drizzando più in su; cioè inverso mezzo di’, l’ardente corno; cioè lo corno del timone del carro, cioè la punta ch’è dal giugo, inanti lo quale è risplendente; cioè ardente: imperò che, come entra la quinta ora, lo carro del Sole incomincia a alsare sè al mezzo di’ et è più ardente che non è in prima, e lo timone va inansi al carro, e lo corno al timone; unde come alsalIo carro del Sole, così alsa lo timone e ’l corno, e come ascende 47 cosi discende; e però vuole dire ch’orano passato 48 quattro ore del di’, et incominciava la quinta. E volendo intendere questo, debbiamo fingere che la via del Sole sia divisa in 24 parti, e ciascuna parte tegna una ora, e quella guidi lo carro del Sole per lo suo spazio; e poi l’accomandi all’altra, e cusì successivamente tanto che ritorna al nascimento. Quando ’l mio Duca; cioè Virgilio disse, s’intende: Io; cioè Virgilio, credo ch’a lo stremo; cioè di verso lo balso del monte, [p. 537 modifica]le destre spalle; cioè le spalle dal lato ritto, volger ci convegna; cioè a noi tre, Girando ’l monte, come far solemo; cioè per li altri gironi, andando inverso man destra. Cosi l’usanza; cioè la consuetudine che avavamo tenuta per li altri gironi, fu lì; cioè in quil luogo, nostra insegna; cioè nostra dimostrazione de la via: come la insegna dimostra a l’esercito la via che dè seguitare; cusì l’usansa insegnò a noi in quil sesto girone, E prendemmo la via; cioè Virgilio et io Dante, con men sospetto; cioè con meno dubbio che non aremmo fatto, Per l’assentir; cioè per lo consentire, di quell’anima degna; cioè di Stazio. Et è qui da notare che infine a qui àe l’autore dimostrato come l’omo si purga co la penitenzia dai peccati spirituali che sono cinque; cioè superbia, invidia, accidia, ira et avarizia; et a questo è bastata la ragione, la quale consillia come si denno purgare questi vizi nell’anima. Ora perchè àe a dimostrare come si purgano li peccati corporali; cioè gola e lussuria, però ci à adiunto Stazio, che significa lo intelletto passibile che opera sopra quello che li è ministrato et apparecchiato dai sentimenti di fuora: imperò che la ragione consillia come si dè purgare la volontà respettiva, chiamata di sopra talento, e lo intelletto li sentimenti; e però finge che ora lo guidi Virgilio e Stazio; Virgilio che è la ragione, e Stazio che è lo intelletto, sicchè si purghi la ditta volontà e la sensualità. Elle; cioè Virgilio e Stazio, givan dinanzi; cioè a me Dante: imperò che lo intelletto ne le cose spirituali dè andare co la ragione che liele mostra, e la sensualità dè seguitare; ma ne le cose sensibili la cognizione sensitiva va inanti, la qual’è ministra de lo intelletto e muovelo ad opera; e però fingerà l’autore che ingiummai Stazio vegna di pari a lui o di rieto, et io soletto; cioè io Dante andava solo, perchè non era materia che s’appartenesse al sentimento; cioè discernere la via da purgarsi da la gola; anco s’appertenea a la ragione et a lo intelletto, Dirieto; perchè seguitava loro, et ascoltava; cioè io Dante, i lor sermoni; cioè li loro iudìci, che quanto al vero non parlava la ragione, nè lo intelletto; ma quanto a la lettere dè fingere che parlasseno, Ch’a poetar; cioè che a fingere, come richiedea l’arte da la poesi, donavanmi; cioè a me Dante, cioè a la mia sensualità, intelletto; cioè intendimento, per lo quale procedesse più oltra a scrivere.

C. XXII — v. 130-141. In questi quattro ternari lo nostro autore finge come, andando su per lo sesto girone, pervennono ad uno arboro 49 lo quale era in mezzo del girone, lo quale per una voce fu [p. 538 modifica]vietato loro, e però dice: Noi andavamo, come ditto è di sopra Ma tosto ruppe le dolce ragioni; cioè d’amburo li poeti, cioè di Virgilio e di Stazio che ragionavano de la poesi, come ditto è di sopra, e’ de la fizione de la materia deliberavano; la quale deliberazione era dolce e dilettevile, Un albor; cioè uno arbore ruppe li loro dilettevili ragionamenti e diede loro a pensare sopra esso, che; cioè lo quale, trovammo; cioè noi tre, in mezza strada; cioè in mezzo de la via del sesto girone, per lo quale andavamo, Con pomi ad odorar soavi e buoni. Finge l’autore che nel sesto cerchio, nel quale si purga la colpa della gola, siano du’ arbori; l’uno presso a l’entrata del girone, e l’altro presso alla sallita dell’altro girone, che abbiano le radici in verso ’l cielo e la cima in verso la terra con pomi odorifiri e buoni; e che de la ripa escano du’ rivi, l’ uno in sull’ uno arbore e l’ altro in sull’ altro, descendenti del paradiso terrestre per lo monte in su la grotta del sesto girone, e di su la grotta in su l’uno arbore, l’uno e l’altro in su l’altro; e l’uno è Eunoe che accende la memoria del bene, e l’altro è Lete che spegna 50 la memoria del male; e ciascuno va in su per lo ditto arbore, rinfrescando le suoe follie e ritornasi unde esce; e che di verso la costa del monte sia chiuso, sicchè non vi si può passare, e dall’arbore in fuora inverso la ripa che non à riparo si vada; e quando s’accostarono al ditto arbore, prima una voce uscitte tra le frondi, gridando: Voi non toccherete di questo cibo; et adiunse altre parole le quali si contegnano ne la seguente parte a loda dell’astinenzia. E come finge che questo arbore sia presso a la entrata del sesto girone; cosi fingerà che sia l’altro presso alla uscita, simile al predetto, del quale escirà voce che vieterà l’accostamento, e dirà esempli abominativi del peccato de la gola; e però lo primo rivo è Eunoe, e lo secondo Lete; e descendeno in su l’arbore de la notizia del bene e del male, perchè l’uno accende la memoria del bene; cioè Eunoe, e l’altro spegne la memoria del male; cioè Lete, e vegnano del paradiso delitiarum: imperò che quive fingerà che sia la loro fonte, e che l’uno; cioè Lete, corra in verso mano sinistra; e questo finge che caggia in su lo secondo arbore che è a la uscita, e l’altro; cioè Eunoe, torna 51 inverso il primo arbore che è a l’entrata, che loda l’astinenzia e l’altro biasima la gola. E però è qui da notare l’ esposizione allegorica e la intenzione dell’autore sopra questa fizione. Lo nostro autore àe finto in tutti li gironi che siano o voci o atti, che inducano l’anima a dispregio del peccato et incitinola a la virtù contraria; e però che qui tratta del vizio de la gola, però finge che in questo cerchio siano in due luoghi due [p. 539 modifica]arbori tratti da quello, che gustonno li nostri primi parenti; cioè a la entrata et a la uscita del girone, posti sopra allato alla grotta, da la quale scende liquore che l’imbagna 52, e va in su per le frondi rinfriscandole 53. Per questo intende l’autore che chi si purga del peccato de la gola e fanne penitenzia, imagina unde questo peccato ebbe origine; cioè da la disobedienzia dei primi parenti; cioè Adamo et Eva, li quali contra lo comandamento di Dio mangionno lo pomo del legno de la notizia del bene e del male, unde uscitte lo 54 fomite di tutti peccati. E perchè, gustando quil pomo, incurseno nel peccato de la gola lo quale è, come appare ne la prima cantica, quando si passa lo modo del mangiare e del bere, sì che si mangi o bea per diletto, e non per fame e per sete, però finge che questi due arbori de la schiatta di quello siano in due parti del girone volti sotto sopra: imperò che la radice de la scienzia e del sapere, del bene e del male viene da Dio, e verso noi china le frondi; cioè la sua apparenzia e la sua pompa; ma la sua vivacità sia in verso lo cielo: Quia omnis sapientia a Domino Deo est. E finge che li pomi suoi siano odoriferi e buoni, e non si posseno 55 avere: imperò che li frutti, che esceno del sapere del bene e del male, sono li diletti de la vera beatitudine li quali pasceno l’anime in vita eterna, li quali questi arbori dimostrano et insegnano ad acquistare, con lodare l’astinenzia a la entrata de la penitenzia e con biasmare lo peccato de la gola a la uscita, perseverando poi ne l’opere virtuose. Li quali diletti sono odorosi e buoni, et accendono 56 di sè fame e sete; ma non si possano avere se non in vita eterna; e che lo liquore chiaro esca dell’ alta ripa et infundasi in su per le frondi, significa la grazia di Dio la quale discende prima ne la grotta; cioè ne li omini robusti et antichi, e poi da loro si stende in su le frondi, che significano li giovani vigorosi e versicanti, o vero li atti e l’opere virtuose che da loro esceno verdi e vigorosi; e di quinde va in su per le frondi rinfriscandole, perchè com’ella viene da Dio, così si rende dai savi omini a Dio ricognoscendola da lui e ciò confessando, e rinfresca le follie dalli albori 57: imperò che tale sapere sempre è rinfrescato e rinvigorato dalli omini terreni che sono in alto stato e sono famosi, dimostrando quel che sanno alli altri che sanno meno, tra i quali e la scienzia non è mezzo accessibile, nè che passare si possa, se non dall’altro lato dove non è riparo; del quale lato non descende l’acqua; e questo significa che la scienzia e la grazia è dono che per altri tolliere non si può. Ma puossi anco dire che in questa [p. 540 modifica]parte l’autore usa tale fizione, secondo la lettera, per accordarsi le fizioni dei Poeti, che diceno che sopra Tantalo re di Tebe che fu avaro e goloso, lo quale fingeno essere ne lo inferno e punito del peccato de la gola e dell’avarizia in questa forma; cioè che pendeno infine a la bocca li rami caricati di pomi, e l’acque vegnano infine al mento; e quando vuole bere, l’acque fuggeno; e quando vuole mangiare, li rami si ritirano in su. E cusì per convenienzia finge l’autore che stiano questi arbori caricati di pomi et irrigui 58 d’acqua sopra l’anime del purgatorio nel sesto cerchio; e dall’odore dei pomi siano incitate a mangiare 59, e dal liquore dell’acqua e ’l chiarore siano incitati a bere; e quando ne volliano pilliare per mangiare o inchinare per bere, si ritiri in su lo pomo e liquore; la quale cosa significa che s’arricordano dei diletti avuti nel mangiare e nel bere, dei quali si penteno e dollionsene quanto più possono, e così si rimuoveno e fuggeno da loro: imperò che vorrebbeno mai non averli usati, e d’averli usati si penteno. E per questo fingeno che diventino magri, acciò che, come per lo soperchio cibo e poco nel mondo sono ingrassati; così di là per la contrizione dimagrino e sodisfaccino al peccato de la gola; e di quelli del mondo significa che, quando sono in stato di penitenzia, s’astegnano dal mangiare e del bere per emenda del peccato de la gola; e questo tirare in su è lo sospendere che fanno elli medesimi, e l’astinenzia che prendeno. E così secondo ’l mondo allegoricamente finge che si faccia penitenzia del peccato de la gola per astinenzia, e nel purgatorio per contrizione e dolore; e però dice lo testo: E come abeto in alto si digrada; fa qui l’autore una similitudine che, come l’abeto ch’è arbore altissimo cresce in su, sempre assottilliando e diradando; così facea quella in giù, Di ramo in ramo; cioè facendo l’uno ramo minore che l’altro, e dirissando in suso, cosi quello; cioè quello arbore ch’era ne la strada del cerchio sesto, del quale è ditto, in giuso; cioè si digrada in verso la terra di ramo in ramo; et assegna la cagione, quando dice: Cred’io; cioè Dante, perchè persona su non vada; cioè credo che sia fatto a quil modo, perchè persona non monti in su. Secondo la lettera finge questo, perchè nessuno possa montare suso per pilliare dei pomi; ma, secondo l’allegoria, di quelli 60 del mondo s’intende che sono in stato di penitenzia, ch’eliino considerano che la scienzia del bene e del male terreno e temporale, al quale intendeno li golosi, non mena in su a Dio; ma fa cadere in verso la terra: et anco perchè in su l’arboro de la scienzia del bene e del male non si dè montare, nè volere sapere più che sia permesso, [p. 541 modifica]dicente l’Apostolo: Nolite sapere plus, quam oporteat sapere, nè volere pilliare li suoi frutti, in fine che non si viene in vita eterna. Dal lato; cioè da la parte del monte, onde ’l cammin nostro; cioè di Virgilio, Stazio e di me Dante, era chiuso; cioè che non vedevamo ancora scala o aperta, unde potessimo montare: imperò che quella era la ripa del monte, e dell’altro lato era l’aperto del monte che non à riparo, Cadea dell’alta roccia; cioè dell’alta rocca de la ripa, un liquor chiaro; cioè un’acqua chiara, Che si spandea per le follie ’n suso; cioè cadea in su le follie ultime, et andava poi in su di follia in follia, e cosi irrigava la pianta. E questo finge, prima per convenienzia de la fizione con la lettera: imperò che, se questo s’induce per memoria de la disubedienzia dei primi parenti nel mangiare, unde è seguitato lo peccato de la gola che sta in mangiare e bere, necessario era che fingesse che vi fusse anco l’acqua; et anco per seguitare la fizione dei Poeti, che fingeno che l’acque siano al mento e li pomi a la bocca; e che l’acqua vada in suso finge perchè, ritirandosi li rami dei pomi, mostri che si tirino anco li rivi; ma, come è ditto di sopra, da la ripa dò fingere che discenda l’acqua in su li rami: imperò che da la parte di sotto non sarebbe verisimile. E per mostrare l’ allegoria che ditto è; cioè che l’acqua significa la Grazia Divina che discende ne la grotta, cioè ne li omini savi, e da loro 61 in su le follie rinverdendo, per comunicazione alli altri, la scienzia, e ritorna in su perchè da Dio l’ànno et a Dio la rendeno ricognoscendola da lui; e per mostrare che sia verisimile che l’acqua monti in su, però finge che discenda de la grotta: imperò che l’acqua tanto monta, quanto scende. Li due poeti; cioè Stazio e Virgilio, all’arbor s’appressaro; secondo la lettera finge che s’approssimasseno all’alboro, per vederlo; ma secondo l’allegoria vuole dare ad intendere che amburi questi fusseno saputi del bene e del male temporale e mondano. Et una voce per entro le frondi Gridò; questa voce finge che sia la boce 62 dell’angiulo posto a guardia del ditto arbaro, lo quale finge che stia tra le frondi; e questa è la verità che sta ne la viridità di sì fatti beni, e grida contra chi ne vollia pilliare, e vieta che non ne pillino: imperò che li frutti suoi non sono abili a poterli avere in questo mondo, nè in purgatorio: imperò che li frutti suoi sono beatitudine la quale s’àe in vita eterna: per altro non desideronno li primi parenti di mangiare di quil pomo, se non per esser simile a Dio; cioè avere e participare de la beatitudine di Dio; ma che fenno contra lo comandamento e disubeditteno, però la perdetteno. Di questo cibo avrete caro; cioè [p. 542 modifica]che non potrete toccare: imperò che questo è dato per pena a quelli spiriti che sono in questo cerchio, che desiderino lo pomo di questo arbore; ma nollo possino avere, e però diventano magri: però che tutti desiderano beatitudine. E perchè ànno pensato che beatitudine sia in questa vita nei beni terreni e temporali et anno inteso 63 a l’abbondanzia di quelli et alle delicatesse per le quali sono corporalmente ingrassati, però finge ora che, ricognoscendo quelli non essere stati veri beni; ma fallaci, siano affamati sì del vero bene et assetati che, desiderando la rifezione di quello non potendola ancora avere, dimagrino per la contrizione che ànno d’avere troppo amato li fallaci beni: e questo si verifica anco per quelli del mondo.

CXXII — v. 142-154. In questi quattro ternari et uno versetto lo nostro autore finge come la voce che parlava tra le fronde continuò, poi che ebbe ditto le parole di sopra, lo suo parlare lodando la frugalità e l’astinenzia ch’è contraria a la golosità, inducendo de le istorie de la Santa Scrittura e delle fizioni poetiche, dicendo così: Poi disse; cioè quella voce che era tra le frondi dell’alboro: Più pensava Maria; questo si può intendere secondo l’allegoria, e secondo la lettera; e però, esponendo prima secondo l’allegoria, si dè dire: Più pensava Maria, onde; cioè la Virgine Maria, avvocata dell’umana specie, quando disse alle nozze di s. Gioanni al filliuolo: Vinum non habent, pensava più, onde; cioè acciò che, Fosser le nozze orrevili; cioè onorevili, et intere; cioè et intere, cioè perfette all’umana specie, Ch’a la sua bocca; cioè che per dar diletto a la sua bocca, che; cioè la quale bocca ora in cielo inanti a Dio, per voi; cioè omini, risponde; cioè difendendovi risponde all’accuse fatte contra di voi, o vero risponde, cioè dimanda, che usansa è de’ Poeti ponere l’uno contrario per l’altro, come pone Virgilio sperare per timere; e così avale qui risponde; cioè dimanda, prega et intercede per voi a Dio padre et al Filliuolo et a lo Spirito Santo. Siccome allora quando disse: Vinum non habent, per voi lo dimandò e non per sè, e così ora prega per voi che vollia darvi lo vino di vita eterna; e dice: Più ch’ a la sua bocca: imperò ch’ella ebbe sempre la plenitudine de la grazia, ch’ella fu ripiena de lo Spirito Santo; e secondo la lettera 64, et in queste breve parole tocca [p. 543 modifica]insieme la istoria evangelica, e l’allegorico intelletto dell’evangelio di s. Gioanni. Appare come s. Gioanni, avendo preso mollie, celebrò le nozze ne le quali fu Cristo e la Vergine Maria e li Discepuli per du’ rispetti; l’uno per mostrare ch’elli approvasse lo matrimonio come sacramento da la Chiesa, appresso per dimostrare sotto questa figura la coniunzione de la santa Chiesa con Dio padre che si dè compiere di po ’l iudicio. Et incominciò infine ne la ascensione di Cristo al padre, et incomincionnosi le nozze allora quando offerse l’agnello immaculato in sul legno de la Croce per la colpa umana; sicchè poi è intrato in vita eterna ogni fedele cristiano et èssi pasciuto de la sua carne e rifetto del suo sangue in perpetua letizia, e pascerà sempre; ma al di’ 65 iudicio si compierà fare lo matrimonio: imperò che allora la sposa intrerà ne la camera di Dio padre; cioè la santa Chiesa con tutti suoi fedeli a stare sempre coniunta con lui e godere sempre le suoe delizie. E questo figuravano le nozze di san Gioanni, le quali Cristo co la sua penitenzia 66, e de la madre e de li Apostuli celebrò et onorò: imperò ch’elli incominciava già a fare lo parentado tra Dio padre e la s. Chiesa, come quando si fa la promissione e la iura; ma, perchè non era anco tempo de la coniunzione, chiamò de le nozze 67 s. Gioanni e fecelo seguire sè, perchè fusse figura che non era anco lo tempo de la coniunzione; ma sì di incominciare lo parentado. E questo vedendo inanti la Virgine Maria, piena de lo Spirito Santo disse a Cristo: Vinum non habent, avendo respetto al futuro convito, perchè parlasse del presente; e però Cristo rispuose al futuro, dicendo: Nondum venit ora mea; quasi dicesse: Non è anco lo tempo di dare piena refezione e letizia, quando fi’ tempo io lo darò; e però dice l’autore che la Vergine Maria non disse: Vinum non habent, nel convito per sè; ma per noi che non avevamo ancora le refezione e letizia celeste: imperò ch’ella era et è sempre nostra avvocata. E però rispuose Cristo che anco non era venuto l’ora sua, che quando ella fusse venuta farebbe quello che fusse necessario; e niente di meno allora fe quello che era necessario, mutando l’acqua in vino e dando letizia a tutto quello convito. E questo esemplo de la Virgine Maria è contra li golosi che desiderano la refezione corporale e non spirituale, come desiderò ella non pur per sè; ma più per tutti li fideli cristiani. E le Romane antiche; cioè le donne antiche di Roma, Contente fuoron d’acqua per lor bere; anco fu vietato l’uso del vino a le donne romane, come recita Valerio, libro ii. cap. 1; e questo è l’ altro [p. 544 modifica]esemplo contra l’ebrietà 68. e Daniello; cioè profeta, Dispregiò cibo; cioè che non curò di mangiare, nè bere, et acquistò savere; cioè sapienzia. È scritto ne la Bibbia, nel libro di Daniel che, quando lo populo di Iuda fu preso da Nabucodonosor, elli comandò al principe delli 69 eunuchi che tenesse in corte de’ filliuoli de’ Iudei quelli che fusseno di millior aspetto, e facesseli ammaestrare in ogni scienzia e dottrina, acciò che stesseno poi dinanti da lui e desse loro lo nutrimento de le cose del palasso, e colui così volse fare; ma Daniel lo pregò che nolli contaminasse; anco lassasse loro vivere di legumi e d’acqua secondo la loro legge, e quelli nol volea fare, dicendo: Se lo re vi vedesse magri, elli si coruccerrebbe inverso di me; e Daniel disse: Prova 10 di’ e, se non siamo grassi e freschi come li altri lassaci vivere a nostro modo; e cusì fece. Et in capo di 10 di’ apparveno Daniel, Sidrac e Misac et Abdenago, che stavano insieme in astinenzia, più grassi che li altri e più freschi, che stavano alle vivande reali et a bere lo vino; e venneno in grandissimo sapere et intelligenzia, e massimamente Daniel, sicchè poi di tutte le cose sappeano rispondere al re, de le quali addimandava. E però adduce questo in esemplo l’autore contra li gulosi, che volliano le delicate vivande e li buoni vini; e finge che ’l dica la voce che era in su l’alboro tra le follie, commendando l’astinenzia. Lo secol primo; cioè l’ età prima, secondo li Poeti, quanto oro fu bello; cioè fu ditta d’oro, secondo Ovidio, Metam, che nel primo libro dice: Aurea prima sata est œetas; et subdit: Contentique cibis nullo cogente creatis, Arbuteos fœtus, montanaque fraga legebant, Et quœ deciderant patula Iovis arbore glandes 70. Puòsi anco dire così: Più pensava Maria, onde Fosser le nozze orrevili et intere; all’invitati, Ch’a la sua bocca; cioè che per la sua bocca che era modestissima, ch’or; cioè la quale bocca ora in questo parlare del santo Evangelio, risponde; cioè dimanda, per noi; e non per sè: imperò che sempre ella avea seco lo vino di vita eterna, sicchè nolli era bisogno di dimandare per sè; e questo si pone impropriamente per lo suo opposito; cioè dimanda, e questo credo che fusse lo intelletto de l’autore. E lo nostro autore, sponendo secondo lo intelletto allegorico, dice che fu bella quanto l’oro; cioè preziosa per le virtù quanto l’oro, e pura per innocenzia come oro, Fe savorose con fame le ghiande; cioè, non mangiando se non per fame, fece sì che le ghiande li pareano savorose. Questo fingeno li Poeti, per mostrare che mangiando per fame, ogni cosa parrebbe buono; et al vero nel principio non s’ [p. 545 modifica]usavano l’irritamenti de la gola, come avale si fa, E nettare con sete ogne ruscello; cioè la prima età, che non intendea a gulosità, fece parere ogni rivo d’acqua stelladia, non bevendo se non per sete: quando l’omo be 71 che abbia sete, ogni bere li pare buono: nettare è beveraggio lavorato di vino e di speziarie; e questo prese da Ovidio che disse nel luogo predetto: Flumina iam lactis, jam flumina nectaris ibant: Flavaque de viridi stillabant ilice mella; e questo finge che dicesse la voce, che usciva tra le fronde, in persuasione de l’astinenzia. Et anco adiunge: Mele e locuste; queste funno radice 72 d’erbe, de le quali visse s. Gioanni Batista, quando stette nel diserto iovanetto 73 a fare penitenzia, furon le vivande, Che nudriro ’l Battista nel diserto: imperò che di favi mele e di locuste dice la Santa Scrittura che visse nel diserto s. Gioanni Batista, vestito di peli di camelo 74; Per che; cioè per la qual cosa, elli è glorioso e tanto grande; cioè in vita eterna per la sua astinenzia, Quanto per l’Evangelio v’è aperto; cioè come manifesta l’Evangelio, che dice per la bocca di Cristo: Inter natos mulierum non surrexit maior Iohanne Baptista: ecco che àe addutto l’autore assai esempli a conforto de l’astinenzia. E qui finisce lo canto xxii, et incomincia lo canto xxiii.

Note

  1. C. M. ternari lo nostro autore finge
  2. C. M. dall’ insidie
  3. C. M. li vii peccati col puntone
  4. C. M. cantasseno
  5. C. M. viddeno
  6. C. M. dei loro peccati: imperocché
  7. C. M. in voce alta:
  8. C. M. dell’anima e la beatitudine eterna.
  9. Labore o lavare, voce primitiva dall’ablativo latino labore. E.
  10. C. M. ratifica che fu data da l’ autore
  11. C. M. Francesca:
  12. Bernardo Segni nel lib. viii dell’ Etica d’ Aristotile dichiara come a quella del greco filosofo si accorda la dottrina del Poeta italiano: imperocchè lo Stagirita non vuol torre l’ amore inverso di quelli che non si riamano che non sanno l’amore l’ uno dell’ altro, sebbene tra questi tali e’ vuol torre l’amicizia; anzi determina infra cotali dirsi benevolenza e non amicizia. E.
  13. C. M. se non siamo
  14. C. M. essere falsi, vada
  15. creduntur.
  16. C. M. l’omo vede altri cadere
  17. Da - non è santo . . . . vizioso - dal Magl. E.
  18. C. M. vergiulli,
  19. C. M. sponga:
  20. C. M. sposta. Simile fece
  21. C. M. Cesare,
  22. C. M. come la parte si puone per lo tutto; così lo tutto si puone per la parte. E similitudinariamente parla l’autore che, come
  23. C. M. non scusa peccato,
  24. C. M. dè, e tegna quello che non dè, viene in peccato;
  25. C. M. peccato Commesso insieme
  26. C. M. Tebe, lo quale
  27. C. M. si salverebbe: imperò che
  28. C. M. pratiche,
  29. Studianti; participio regolare dall’infinito studiare. E.
  30. C. M. mecaniche,
  31. C. M. pratiche e teoriche,
  32. C. M. li torchi accesi d’ inanti
  33. C. M. inanti ai suoi signori di rieto da sè. Questa
  34. C. M. si rinovava ;
  35. Lineamenta; plurale di la lineamenta, come la tempia e le tempia. E.
  36. Conversavo; cadenza della prima persona singolare dell’ imperfetto, regolare ed usitata come l’ altra in a, e che nacque dalla parità di finimento con la prima persona del presente indicativo. E.
  37. C. M. centesmo: centesmo s’ intende tempo di cento anni sì, che, più che ’l quarto centesmo; cioè
  38. C. M. e seguita la seconda.
  39. Più chiaramente che le comuni il Cod. Est. legge: Che nascondeva. E.
  40. Che Terenzio non sia stato allevato in Affrica, sì come ne scrisse Donato, ne à ben con aperte ragioni persuaso il prof. Salvatore Betti. E.
  41. L’ etimologia della parola comedia fu quella appunto che ci ebbe consigliati a scriverla con una sola M, come trovammo eziandio nel nostro Codice. Ved. T. I. pag. 8. E.
  42. Nosco pare qui interpretato per un nome proprio, e forse potrebb’essere Mosco. Secondo la comune lezione, i giovani intenderanno nosco; con noi. E.
  43. C. M. l’ esercito la fece
  44. C. M. ditta dea
  45. C. M. accompagnato con la
  46. C. M. apparrà
  47. C. M. descende
  48. C. M. passate
  49. Arboro. Dal latino arbor i nostri antichi ricavarono arbore, e per uniformità di cadenza arbaro, arboro, come da marmor, marmore e marmoro e cotali. E. — C. M. pervenneno ad un arboro
  50. Spegna; da spegnare, verbo dalla seconda trasferito alla prima coniugazione. E.
  51. C. M. Eunoe corra inverso mano ritta, e questo finge che cada in sul primo
  52. C. M. li bagna,
  53. C. M. rinfrescandole.
  54. C. M. lo fonte
  55. Posseno; voce oggi dismessa; ma che deriva dall’ infinito possere, e così terminata per legge di uniformità, come più avanti esceno, pascono e parecchie altre. E.
  56. C. M. accendeno
  57. C. M. delli arbori:
  58. C. M. et i rigi d’ acque
  59. C. M. a mangiare o inchinare per bere,
  60. C. M. di quelli del purgatorio e del mondo
  61. C. M. da loro va in su le foglie
  62. Boce; voce pel facile scambio delle due lettere mute. E.
  63. C. M. a l’ obedienzia di quelli
  64. C. M. Puòsi anche dire così: Più pensava Maria, onde Fussen le nozze orrevili et intere; alli invitati, ch’ alla sua bocca; cioè che per la sua bocca che era modestissima, ch’ or; cioè la quale ora in questo parlare del santo Evangelio, risponde; cioè dimanda, per noi; e non per sè: imperò che sempre ella avea seco lo vino di vita eterna, sì che non li era bisogno di domandare per sè. E questo risponde si puone impropriamente per lo suo opposito: cioè dimanda; e questo credo che fusse lo intelletto del autore. Et in queste
  65. Al di’ iudicio; al di’ di iudicio, dove la maniera ellittica della particella di accennante cagione formale aggiugne vaghezza al costrutto. E.
  66. C. M. sua pesenzia,
  67. C. M. delle nozze di santo Gioanni
  68. Ebrieta. Gli antichi adoperavano senza accento parecchi nomi terminati in as presso i Latini, come podesta, trinita, tempesta ec. E.
  69. C. M. delli sanuchi
  70. C. M. glandes. E lo nostro autore
  71. Be; terza persona dall’ infinito bere. E. — C. M. beve
  72. C. M. radici
  73. C. M. giovanetto
  74. C. M. camello
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