Commemorazione del commendatore Domenico Promis/IV

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La materia, che mi crebbe a dismisura tra le mani, ed il tempo, che stringe, non acconsentono di manifestare tutti i pregi, onde sono le opere di lui risplendenti. Concedetemi di grazia di notar solamente, che in esse la storia apre la via alle dimostrazioni numismatiche, e che queste alla lor volta vengono a raffermare la storia. In esse depose gli elementi più fecondi del suo sapere e della sua critica. In esse riunì numerose rivelazioni, deduzioni interessanti. Come a tutti i monetografi, così anche a lui avviene talvolta d’attenersi alle congetture, che non riescono certo a dimostrazioni di fisica esperimentale, nè di matematica; ma perchè non daremo loro il nostro assenso, se nè per la convenienza de’ luoghi, de’ tempi, delle usanze, nè per parte degli scrittori gli si oppongono difficoltà ragionevoli?

Esaminando, si vede, che le deduzioni di lui non sono lascivia erudita, [p. 9 modifica]per valermi di una frase di un dotto1, ma illazioni probabilissime di ricerche diligenti sui libri, d’osservazioni praticate su monumenti fidati e veridici.

Nulla dunque dirò della scrupolosa esattezza sua nel discernere le vere monete dalle false e contraffatte, che come merce pestilente infestano i gabinetti numismatici. Per magnificare i primordi delle famiglie potenti, i genealogisti le derivarono, o dagli eroi di Omero, o dai paladini di Carlo Magno, e quindi sfacciatamente inventarono diplomi, crearono nomi e generazioni, coniarono monete, foggiarono sigilli stendendo un denso velo sulla verità adulterata e manomessa.

Versando le sue nummografie sopra argomenti per la natura de’ luoghi e dei tempi disparatissimi, non armoneggiano ad un tutto, e può ciascuna stare da sè. Ciò nondimeno raccolte insieme tale un complesso forniscono di dottrina, che valse all’Autore una testimonianza di stima ricordabile.

Un erudito francese, il signor de Hauteroche, propose un premio pel miglior lavoro numismatico, che venisse presentato all’istituto di Francia, al cui giudizio rimetteva rassegnamento del premio. Sapete a chi venne aggiudicato e largito? Al nostro Promis, del quale tutte le opere numismatiche furono raccolte e presentate da alcuni suoi ammiratori a quell’illustre Consesso. Questa attestazione mi chiama alla mente quell’altra, di non minore benevolenza, che la Francia diede all’ingegno italiano, elevando un monumento unico nel suo genere ad un figlio d’Italia. Con nobilissimo pensiero Napoleone III ordinò, che si raccogliessero e pubblicassero tutte le opere di Bartolomeo Borghesi. Volle di più, che senza eccezione di nazionalità, di origine, di opinioni, gli archeologi più accreditati della Francia, della Germania, dell’Italia s’unissero nel convalidare e sancire coll’autorevole loro parere quella pubblicazione, e per servigio alla scienza, e per onore dello scienziato, fatto così conoscere al mondo, vera sua patria. Al Promis d’ordine dell’imperatore il maresciallo Vaillant mandò in dono con graziosa lettera i volumi, inviati a pochissimi, di quella veramente regale edizione.

Nè questa fu la sola prova dell’estimazione in cui era tenuto dai dotti contemporanei. Un’altra abbiamo nel consenso de’ molti sodalizi accademici, ai quali venne aggregato2. Un’altra nel commercio epistolare, che ebbe coi più rinomati numismatici viventi. Egli era in relazione col Cavedoni, conservatore della biblioteca palatina a Modena, degno discepolo e amico del Borghesi, e per la sua biblica numismatica, a tacere delle altre sue opere, riputatissimo; col dottore Guglielmo Henzen, segretario dell’Istituto archeologico di Roma. Era in relazone con Waddington, inglese; con Lènormant, francese; con Soret, svizzero; con Dekoehne, conservatore del museo a Pietroburgo; con Friedlaender, direttore del museo a Berlino; infine con Teodoro Mommsen, filologo, giureconsulto numismatico, epigrafista, autore della grammatica Osca e professore nell’università di Berlino. Un’altra prova finalmente ci venne dal rincrescimento, col quale fu accolta la notizia della sua morte. Da Brusselle scrivono: Les immenses services qu’il a rendus à la science ne seront jamais oubliès; da Parigi: Sa mort est un malheur pour la science, qu’il a servie avec tant de dévoûment. Dalla Società numismatica della Francia: Ceux des membres qui avaient l’honneur d’avoir eu des rélations avec lui, ne se tarissaient pas sur les qualités de coeur et d’esprit, qui chez lui se trouvaient réunies à l’instruction la plus vaste, à l’érudition de meilleur aloi, à la sagacité la plus rare, au jugement le plus solide, et ce qui en est la conséquence, à une grande netteté d’exposition et de discussion.

A fronte di tante e così universali testimonianze, non dovremmo adontarci noi, che oltre Alpi si notificasse l’indifferenza colla quale in Italia, e in Torino, sua terra natale, venne sentita la sua morte? Di ciò non è a meravigliare.

Siamo nel secolo delle speculazioni [p. 10 modifica]mercantili, delle imprese materiali, e l’ingordigia febbrile dei subiti guadagni e delle sterminate ricchezze, travaglia così estesamente gli animi, che non si può presagire dove e quando cesserà questo parossismo sociale, velato da una coltura parvente, e dal pudore di non comparire zotici in tanto splendore di civiltà. Quanti non gareggiano d’ostentare collezioni di monumenti archeologici! Ma quanti sanno apprezzare l’ingegno, che li illustra e nobilita?

A ragione scriveva il S. Quintino: Molti sono i mercanti di monete, ma pochissimi sono quelli che le studiano3. Quanto le studiasse il Promis vedemmo; ma tutti non sanno il molto, che spendeva nel farne acquisto, nelle incisioni degli esemplari e nella pubblicazione; non sanno, che per non privare Torino della sua numismatica collezione, non volle cederla ad un potente personaggio, che a nome del Governo Russo gli offrì il doppio di ciò, che ottenne, ed una decorazione ambita da molti.


Note

  1. Giovanni Labus in una lettera a Vincenzo Monti.
  2. De’ quali nominiamo solo l’Istituto di corrispondenza archeologica di Roma, l’accademia Pontiniana di Napoli, la Società numismatica di Brusselle e l’accademia di Strasburgo.
  3. Lettera a Carlo Morbio. Vedi Monografia storica delle zecche italiane. Asti, 1868.