Commentario rapisardiano/Appendice/Fausta e Crispo
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FAUSTA E CRISPO
I.
Quando Mario Rapisardi pubblicò Fausta e Crispo, da tempesta d’armi che aveva agitato gli animi dall’un capo all’altro d’Italia pareva sedata: dopo l’annessione delle due Sicilie, il regno si credeva consolidato nella libertà e nell’indipendenza raggiunta: all’unità della patria mancava ancora Venezia e Roma, il cuore d’Italia. Tuttavia alla nobile meta tendevano vigilanti i patrioti che lungi dalle prudenze diplomatiche, mantenevano viva nei cuori della nazione la fiamma dell’entusiasmo per ulteriori battaglie.
Il Rapisardi, che in tenerissima età fino al ’60 aveva partecipato in ispirito alle vicende belliche scrivendo versi furenti contro i tiranni e contro il giallo ed il nero colori esecrabili a un italo cor,[1] ora nel nuovo assetto di cose cerca altra materia per il suo canto: già sente che nel suo cuore di poeta sedicenne nuovi palpiti s’aggiungono a quelli dell’amor di patria; e, mentre la sua mente spazia per più vasto campo, la sua poesia diventa relativamente più riflessiva e più composta. Già l’argomento che imprende a trattare della dolorosa sorte dei due giovani amanti non è di lieve importanza: esso si svolge a Roma, e non a caso fu scelto forse dal Poeta, per ricordare insieme con Roma il nome dell’imperatore Costantino che aveva più volte mosso lo sdegno del gran padre Alighieri.
Il poemetto Fausta e Crispo fu pubblicato nel 1861; e in quei giorni — scrive lo stesso Rapisardi nei suoi Peccati confessati — egli era fuori di scuola, senza maestri nè amici che lo consigliassero e lo correggessero. Eppure quella è l’età delle grandi letture fatte senza regola nè discernimento: egli già conosce, come fa vedere, quasi tutti i poeti antichi e moderni da Omero a Dante, dal Tasso al Foscolo, dal Leopardi al Prati e all’Aleardi. Preferisce i poeti elegiaci, in particolar modo questi ultimi che erano allora di moda; anche perchè elegiaca è la sua anima siciliana quanto quella del suo Bellini.
Come che sia, da un autore sedicenne non c’è da aspettarsi un capolavoro: certo nel Rapisardi è ammirevole l’audacia che giunge al punto da spingerlo fiducioso della potenza del proprio ingegno, dopo i primi brevi componimenti, a levarsi ad arduo volo, a tentare il poemetto. Fausta e Crispo è il primo libro che il Rapisardi diede alle stampe. Parla egli di questa pubblicazione nelle accennate note autobiografiche con sentito rammarico, come di un grosso peccato che gli pesava sulla coscienza. E in età matura l’autore non poteva giudicare altrimenti. Nè staremo noi a contraddirlo. Solo ci sia lecito osservare che in Fausta e Crispo non c’è niente di comune, nè da paragonare con alcun poemetto altrui, tanto meno poi con quello di Museo il grammatico, in cui ci sarebbe da rilevare non foss’altro la velata sensualità che non può stare a fronte alla semplicità verginale della primizia rapisardiana.
In quanto all’azione, forse ci potrebbe far ricordare lontanamente il doloroso passo della figlia di Guido da Polenta 5 e giusto tal fatto toccò nobilmente anche il Rapisardi con squisito sentimento d’arte e plasticità di forma e vigor di concetto, circa dieci anni dopo, nella fantasia drammatica Francesca da Rimini.
Ma noi dobbiamo ora occuparci di Fausta e Crispo.
II.
Il poemetto è diviso in 3 parti, e l’argomento è semplicissimo. Fausta, mentre nel giardino mollemente adagiata è intenta ad accordare al “patetico tintinno„ dell’arpa “l’ispirata canzone„ che l’anima sua ignara di amor terreno inalzava alle stelle, vede attraverso gli aranci ond’eran folti i viali un’ombra “qual d’uom che fugga„. Ella interrompe allora il canto; ma la fuggevole visione le resta impressa nella mente, e le sveglia un sentimento vago nel cuore che le confonde i sogni e le turba la pace. Non passano molti mesi che l’imperatore Costantino, invaghitosi di lei, riesce a sposarla in seconde nozze. Vissero insieme tranquillamente nella felicità coniugale che pareva avesse a durare eterna. Ma Costantino ha già un figlio, Crispo, giovine ventenne, valoroso, di belle fattezze, il quale sta sempre malinconico e, sospirando la madre morta, rifugge dalla corte e dal consorzio umano. Pure, egli trova modo di avvicinar Fausta, la quale si commove al racconto delle sofferenze di lui, e inconsideratamente mostra di offrirgli il suo affetto in compenso dell’affetto materno perduto. Sebbene i loro colloqui sono tutti di spirituali confidenze, pure lasciano a poco a poco insinuare nella intimità una secreta corrente di simpatia che accende le loro fibre e sconvolge i loro sensi. Già l’anima di Fausta pencola tra il cielo e la terra; e un giorno che Crispo le confida il suo ardente amore per una bellissima fanciulla, che egli crede ormai estinta e che intravide una volta di sfuggita in un delizioso giardino, ella non resiste all’onda delle care memorie di un roseo passato che quell’accenno le suscita nell’animo: la commozione svela a un punto il segreto, ed ella cede in languido abbandono ai forsennati baci di Crispo. Intanto ecco che “come spettro da sotterra uscito„ li sorprende Costantino: li fulmina con lo sguardo, e tosto sogghignando dispare. All’inevitabile castigo Crispo pensa sottrarsi tògliendosi da sè la vita col veleno; e, mentre che Costantino in tormentosa veglia decide della loro sorte, egli ha la forza di andare a trovar Fausta per darle l’ultimo bacio, l’ultimo addio. In quella suprema ora di morte, i dubbi, le speranze, gli scoramenti si alternano nelle loro anime con feroce insistenza: sentonfo essi vieppiù forte il legame che li avvince e l’immane grandezza della loro sciagura, ma nulla possono contro le inesorabili leggi del fato che trascina Crispo a cadere spirante ai piedi di Costantino implorando perdono per Fausta. La quale è condannata a vivere di rimorsi; e sola abbandonata va a pregare ogni notte sulla tomba dell’amante.
Questa è in breve la tela del poemetto.
III.
La fantasia dell’adolescente Rapisardi, giovandosi della sterminata libertà concessa nel loro campo agli artisti, ha trasformato ai fini dell’arte la crudezza storica del miserando caso che insanguinò la reggia di Costantino il Grande: così le nuove situazioni hanno dato agio al poeta di sfoggiare la geniale copia d’immagini smaglianti e le arditezze liriche della sua anima appassionata.
Si potrebbe per avventura trovare un non so che di imperizia nell’ordito del poemetto, che nuoce non poco alla chiarezza della concezione, qualche perdonabile manchevolezza nella forma; un cotal abuso di retorici colori; ma per contrario si rivelano in tutto il lavoro non trascurabili bellezze. Notevole v’è sopra tutto la facilità e duttilità del verso sempre schietto e di vulcanica tempra: vi abbondano sennate e vibranti apostrofi come quelle a Roma, al cielo d’Italia, ai filosofi “dal cor di ghiaccio„, a Maria, al sole, alla terra. E che freschezza e varietà di similitudini, e che drammaticità passionale di scene! Se i caratteri di tutti i personaggi del poemetto non sono egualmente ben definiti, e Costantino è appena abbozzato, i due protagonisti però vivono di vita propria e sono eloquenti nella loro passione.
Ecco con quali graziose e carezzevoli espressioni il poeta presenta la sua eroina: non sa a che cosa più bella del creato paragonarla:
Fresca qual rosa che in aprii dischiuda
Il sen fragrante e pudibondo; bella
Qual vergin giglio che sollevi il capo
Carco di brine al primo albor del giorno;
Pura come il pregar dell’innocenza,
Come l’incenso che s’inalza a Dio
Dai turiboli sacri innanzi a l’ara;
O meglio come del Signor l’idea,
Quando a plasmar movea la donna: vaga,
Neglettamente vaga ai detti, agli atti.
Come la madre dei viventi, allora
Che dal serpe infernal venne sedotta:
Tal’era Fausta.
Il giovine Rapisardi si mostra innamorato della propria creatura, ne scruta i reconditi sensi, segue tutti i moti del suo cuore, si appassiona ai suoi casi infelici, si sdegna contro coloro che dicon male della donna “il solo fior che il deserto dei viventi abbellì„. Oh quanta adorazione ha egli per la donna che ama!
Fanciulla innamorata, angiol terreno;
Arpa mortai, ma di concenti eterni;
Insolubile anel, che unisce a l’Ente
La genia degli umani; unica immago
Che ci parli del Ciel; astro, cui danza
Tutto attorno il creato, e a cui dà vita!
Il poemetto spira tutto una ingenua fragranza d’idillio. L’amore vi spiega con vivacità nuova le iridate forme del suo magico potere; e or tuba serenamente nella sicurezza fastosa della imperiale grandezza o trepida all’alitar di vaghi desideri o delira nell’ebbrezza obliosa del furtivo amplesso; or è angoscia di spasimo estremo o schianto feroce di gelosia e di vendetta. Eppure è sempre il trionfo dell’amore che dura oltre la tomba.
Non c’è dubbio che in Fausta e Crispo vibra potentemente la prima giovinezza del Rapisardi; anzi crediamo di sentirvi l’eco fedele della sua anima canora, pudicamente raccolta e cinta da un velo di accorata tristezza.
Forse non c’inganneremmo se dicessimo che divari spunti di questo poemetto ebbe a ricordarsi l’autore nelle sue opere posteriori. Nell’episodio di Fausta che canta nel giardino ci par di ravvisare la Ebe del Lucifero, che nella classica valle di Tempe canta alle stelle la famosa canzone. L’amore e il dolore fu in ogni modo il tema costantemente prediletto dal Rapisardi; e qui come funebre rintocco risuona la voce di Crispo:
Nascemmo
Piangendo; e quando del perenne pianto
Nostro natura è stanca, a sè ci appella
E gli occhi nostri lagrimanti estingue!
Tutto pianto è quaggiù! Piangono i flutti
Nel lor metro perenne, arcan, profondo;
Piangono i firmamenti, e le rugiade
Son le lagrime lor: tutto il creato
Non s’alimenta che di pianto; e tutto
È destinato a vivere!...
Conclusione sconsolante.
Vien di pensare che troppo presto al Rapisardi l’orizzonte della vita appariva fosco di nubi incalzanti come strane fantasime foriere di tetri presagi.
IV.
Ne è prova palese l’invocazione a Maria nell’ultima parte di questo poemetto. Il giovanissimo Rapisardi non può contenere la piena della sua passione, che trabocca in versi che paion sospiri e singhiozzi disperati. Sanguina in verità il suo tenero cuore, di recente strappato all’affetto di colei che gli aveva divinamente schiuso le misteriose sorgenti delle eterne armonie.
Altri con più diligenza e con più riposato animo scriverà degli amori di Mario Rapisardi, desumendone i dati sicuri dalle varie opere di lui. Noi ci limitiamo ora a prender semplicemente nota dell’accenno che qui egli fa del suo primo amore.
Nella pienezza dell’esaltazione che tutto gli accende di turbinose immagini lo spirito creativo, il Poeta ecco invoca la sua indimenticabile Maria:
Vieni, o più bella del primier sorriso
Che Iddio largiva ai firmamenti appena
Disegnato ne avea le curve immense;
O più fresca, o più pura, o più divina
Del primo albor che al vago Edenne arrise;
O del raggio primier del prisma eterno
Che avvivò gli universi, e il moto arcano
Impresse a tutto che si roti attorno
Al principio primier, finchè non cada
D’eternità nel mare il tempo estinto;
Vieni a la mente mia da tutte avvolta
Le grazie seduttrici, onde t’abbelli
Prole d’Eva, o Maria....
La presenza di lei è a maggior ragione necessaria ora che egli si accinge al compimento dell’opera, perchè è appunto lei la viva e concreta forma dell’idea che domina interamente questo lavoro.
Il Rapisardi ricorda “l’amor costante„ ond’era prima legato alla fanciulla che gli stava tanto vicino, la sua piccola padrona di casa, la bella Maria Mirone, che gli aveva fatto sperar tanto. Ma la stella dei suoi pensieri era andata presto a tramontare fra le braccia del valente avvocato Orazio Mangano. E al poeta non resta che il triste rimpianto.
Fur brevi,
Brevi pur troppo! i giorni miei vissuti
Ne la dolce illusion. Stolto! credevo
Che interminata esser dovea la vita
Di queir affetto nel tuo cor: fu larva
Che con l’alba sparì!
Eppur egli vorrebbe saperla almeno contenta. Si sconvolgano pure le leggi del creato — egli esclama — ma che in mezzo alla universale rovina “sorrider la vedessi!„ Pur che la sapesse felice, non essendogli dato sperar di più, egli segnerebbe col proprio sangue “ogni ora breve del suo lungo gioire„.
Ed io deserto
Spirto d’affanno, imperversato a tergo
Da l’istancabil Dio de la sventura,
Liete danzar più non vedrommi innanti
L’ore future.... Il ciel, l’onda, la terra
Più non parrammi un’armonia d’amore,
Più non avrà che una funerea voce
L’universo per me, nè l’arpa mia
Solo una corda che dolor non suoni!
Ah, invano il Poeta cerca confortarsi pensando che il destino, anzi “il cozzar degli eventi„ potenza arcana molto diversa dal buon Dio, è la causa così della labilità degli affetti come della caducità di tutte le cose, per cui, se “tutto sconvolge il tempo, tutto cangia, e tutto ha una meta, una fine„ anche la terra “il più infelice di tutti i pianeti„ anche il sole “fonte di vita„ dovranno soggiacere a questa ineluttabile legge universale. L’angelica figura della sua prima amante gli sta sempre dinnanzi agli occhi, il dolce nome di Maria gli torna sempre sulle labbra, come per rendergli più lungo il martirio della vita. E al principio del terzo canto della Palingenesi e nella prima parte delle Ricordanze, in versi soavissimi simiglianti a patetici gorgheggi di usignolo, a flebili lamenti d’ignote anime in pena, il Rapisardi rievoca ancora i “neri occhi pensosi„ della fatale Maria.
Nè doveva esser la sola. Altri occhi neri e altra passione da tanto svanita ebbe egli a rievocare nella sua tarda età. Singolare ravvicinamento: nel primo e nell’ultimo poemetto, in Fausta e Crispo e in Don Josè, sono punti comuni di contatto, vi è la stessa nota dominante. L’autore è sempre eguale a se stesso. Non par vero: il nuovo doloroso ricordo, nella sosta delle cotidiane battaglie del pensiero, riesce a scuotere momentaneamente la salda coscienza del Rapisardi, facendogli ancora una volta sentire tutta quanta l’amarezza di “una cocente stilla„[2].
- Testi in cui è citato il testo Opere (Rapisardi) I/Peccati confessati
- Testi in cui è citato Museo grammatico
- Testi in cui è citato il testo Le Ricordanze (Rapisardi 1872)/Intermezzo - Francesca da Rimini
- Testi in cui è citato il testo Lucifero
- Testi in cui è citato Giovanni Berchet
- Testi in cui è citato il testo Matilde
- Testi in cui è citato il testo Poemetti (Rapisardi)/Don Josè
- Testi SAL 75%