Commentario rapisardiano/Contessa Lara
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CONTESSA LARA
I.
Il 1. dicembre è l’annuale della morte della Contessa Lara. Tragica fine di una esistenza di donna e di artista tragicamente incominciata.
Quando per poco noi ci proviamo a considerare i molteplici pericoli onde siamo cotidianamente circondati, l’anima nostra si spaura come sull’orlo di un abisso immensurato; chè a sormontare gli ostacoli, a sostenere le battaglie, a resistere ai lusinghieri allettamenti ci vogliono davvero tempre di eroi; e perciò cadono vittime ogni dì più numerose le creature fragili all’urto della vita incalzante e turbinosa,
Eva Cattermole Mancini fu appunto una di queste vittime: natura leggiera di libellula, anima ebbra di passione. Giovinetta ventiduenne sposa, per quegli inesplicabili misteri che accompagnano certi matrimoni, — o meglio a parlar chiaro, anche perchè trascurata dal marito dedito al gioco e alle “donne altrui„ — vien meno presto ai doveri coniugali, dimenticandosi nella “colpevole„. ebbrezza dei sensi. Nè le valse la momentanea resipiscenza, per cui cercava invano sottrarsi al destino.
Fuggimi adesso, fuggimi e perdona
Il folle oblio di poche e rapid’ore:
Un’ora nuova per entrambi suona.
Dischiude innanzi a te le rosee porte
L’aurora della vita e dell’amore,
E le sue braccia a me schiude la morte.
La morte che presentiva per sè, colse invece il suo amante Giuseppe Bennati, nel duello col capitano Eugenio Mancini marito di lei, a dì 7 giugno 1875. A lei toccava la vergogna di essere scacciata dal tetto coniugale. Ma non per questo ella scorda il suo Beppi,
Cuore d’eroe, d’amante e di bambino.
E nell’anniversario della morte di lui, torna a Milano a piangere sulla tomba che ella gli aveva fatto innalzare.
Così scriveva allora al Rapisardi, ingenuamente:
“L’altro ieri (8 giugno ’76) era l’anniversario del giorno fatale! Avrei voluto, non solo come amico, ma come artista, che vedeste come era bella la mia adorata tomba! Sopra un letto di verzura alto un metro avevo fatto cadere una pioggia di rose: in mezzo, in lettere di rose bianche e margherite, era scritto il nome del mio diletto nel suo poetico dialetto veneziano: Beppi. I lati erano ingombri di corone. Non vi dirò la volontà che provavo di posar queste mie membra affrante su quel talamo profumato e costì invocare il sonno da cui non ci si desta!... Con dei fiori sotto il capo, con l’amore che ci canta in cuore la sua malinconica inebriante canzone, si deve pur dormire bene...„.
II.
La sua vita fu tutta amore. Le più audaci seduzioni del sesso prorompevano dalla sua esile figurina, divinamente modellata, che pareva staccata “da un quadro di Watteau o di Boucher„. E la sua anima ardente di poetessa cantava i fremiti che l’agitavano, con versi leggiadri e pieni di squisita sensualità.
Io t’amo, t’amo. Oh, ch’altra donna mai
Non susurri al tuo cor questa parola:
Per quante ne incontrasti e ne vedrai
Anco nei sogni, vo’ bastarti io sola.
Io saprei tramutarmi in che vorrai,
Mentre com’or tra i baci il dì s’invola:
Frine, Saffo, Maria chiedi, ed avrai
Quanto fibra, intelletto, alma consola.
Chi non sente da questi versi emanare il profumo inebriante che stordisce i sensi, che sferza il sangue, che induce ai sogni voluttuosi, indefiniti? Come resistere alla potenza di quegli abbracciamenti, di quei baci? E quanti furono i suoi adoratori? Quanti ne trascinò ella dietro il carro trionfale della sua incantevole bellezza? Qualcuno lo si ravvisa:
Cantò che la serena arte d’Omero[1]
Ne le mie forme agli occhi suoi splendea,
Mi chiamò gloria, musa, angelo, idea,
Fantasma incantator che adombra il vero.
Al ciel, cui fido vola il mio pensiero,
Per me il ribelle spirito s’ergea;
Per me la fiamma che nel sen gli ardea
Mutossi in pianto nel grand’occhio nero.
E mi sognò pe’ lidi suoi, là dove
Un balsamo di zàgare e di timi
Arcana voluttà su i sensi piove;
Dove tranquillo al vespero dorato
Fuma l’Etna da i vertici sublimi:
Tanto sognò che non si è più destato.
Ma ella non voleva che la si descrivesse una sirena, una maliarda, che suggeva la vita con pochi baci; nè meno bigotta perchè frequentava la chiesa. Ella voleva apparire
Non demonio, nè maga, nè Madonna;
Ma una figura semplice e pudica
Figura di leggiadra e nobil donna.
E però, con civetteria raffinata, spesso soleva mostrarsi agli amici ora in posa di verginella ingenua e pudibonda, ora in abbigliamenti strani di principessa vaporosa.
Era, in verità, adorabilmente capricciosa; e se si trovava sola, e non poteva uscire perchè fuori pioveva nella notte invernale, ecco ella scriveva in un foglio, laconicamente:
Son sola. Piove; mi fa freddo. Vieni.
Eppure, maestra in operare inganni amorosi, sempre accesa dell’invincibile febbre dei sensi, ella era tale che mentre si trovava in braccio di un amante, meditava il convegno con un altro: e i loro scatti di gelosia sapeva dominare con le sue arti irresistibili di maga. Ecco:
Il litigio era grave. Egli l’avea
Con aspri accenti e con sospetti offesa;
E fissava lo sguardo in su la rea,
Quasi ne avesse la discolpa attesa.
La testina gentil di greca dea
Scrollava ella, sdegnando esser compresa;
E col picciolo piè lieve battea
Una levriera sul tappeto stesa.
Ei si mosse a lasciarla; ed ella assorta
Tutta in un suo pensier, seguialo altera,
Fredda, senza un addio, come una morta.
Ma dubitosi, in atto di preghiera,
Si guardaron negli occhi in su la porta,
E disser sottovoce: A questa sera. [2]
Il quadro è addirittura stupendo per l’intonazione dei colori, per il sapiente contrasto passionale delle luci. In quella calma muta non traluce la vibrazione sottile delle carni, non s’indovina la provocata festa di baci novelli?
Ciò non toglie che il suo cuore di donna non fosse capace di sentimenti eletti e delicati; ond’ella sentiva spesso il bisogno di una vita più tranquilla; tentava elevarsi dal fango che calpestava ogni giorno, purificarsi alla fiamma di un amore ideale. E sognava, sognava una oasi al suo squallido cammino, un placido nido, allietato dal sorriso di un angioletto roseo... Forse non è questo il sogno innocente di tutte le giovinette?
In mezzo al verde una casetta bianca
Coi monti a tergo e in lontananza il mare,
Con variopinte aiuole a destra e a manca
Che infioran della soglia il limitare.
Fuori, un’aria che sveglia e che rinfranca;
Dentro, una libreria d’opere rare.
Che al gramo ingegno ed a la fibra stanca
Possan novella vigoria prestare.
Poi, nel mistero d’una chiusa alcova,
Ne la sua culla un roseo cherubino,
Cui per restar con me sparvero l’ale.
È questo il nido che sognar mi giova,
È l’oasi del mio squallido cammino:
Tempio a l’arte, a l’amore, a l’ideale.
III.
Ma l’arte doveva assorbirla interamente. Ella affidava al canto le sue memorie e le sue speranze: credeva riabilitarsi nell’onda armoniosa della poesia, e, amorosa cinciallegra, cantava in tutte le stagioni sempre la sua nota semplice e bella, a dispetto dei pettegolezzi del mondo ipocrita.
Dicean ghignando che a la donna sola,
A la rejetta, a l’esule, a la mesta,
Non più l’arte, che inalza e che consola,
Darebbe fiori per la bionda testa.
La Musa, invece, intorno ad essa vola
Sempre fida qual pria, nobile, onesta
E fa negl’inni udir la sua parola
Che memorie e speranze in lei ridesta.
Insieme van così lungo il sentiero
Triste del mondo, che soltanto ha fine
Ne l’alta erba là giù del cimitero.
Ingombro è il suol di rettili e di spine,
Di minacciose nubi il cielo è nero,
E pur cantano ancor le pellegrine.
E i suoi versi spontanei, melodiosi, quasi sempre originali, finemente cesellati, malinconicamente suggestivi, scritti col vivo sangue del suo cuore fremente, avvinsero gli animi, e furono con avidità letti e cercati e gustati. In essi è una nota spiccatamente personale. Ella non petrarcheggia come le note tre gentildonne del secolo XVI, la Colonna, la Stampa, la Gambara; non ha la soavità calma e sana dell’Alinda Brunamonti: ricorda piuttosto le vibrazioni dell’anima sensuale della lesbica Saffo. La sua coltura era varia se non molto estesa: conosceva diverse lingue e la relativa letteratura, specie l’inglese (era figlia di padre inglese e di madre russa): e se non attinse i fastigi della poesia, ebbe invidiabile però l’aristocratica italianità delle espressioni e il profondo sentimento dell’arte.
Angelo Sommaruga le pubblicò, nel 1883, un volume di versi in nitidissima edizione che ebbe un successo clamoroso. E fu allora che “l’editore faccendiere„ il quale non lasciava nessun mezzo intentato, seppe cogliere il momento propizio per diffondere un nuovo libro di un verseggiatore calabrese, e, mettendovi in fronte il pseudonimo di Conte di Lara, riuscì a suscitare uno di quegli scandali[3] onde è vaga la società degli infrolliti eroi del così detto “gran mondo„, Non altrimenti si fabbricarono certe rinomanze letterarie.
Erano i tempi della famosa “Cronaca Bizantina„, della “Domenica Letteraria„, della “Domenica del Fracassa„, del “Don Chisciotte„; e lo stecchettismo era di moda. Non ne andò esente qualche volta nemmeno lei, che scriveva: Sartine.
Tornano in quattro o cinque dal lavoro,
A braccio tutte in fila, allegre e pronte,
Co’ ricci neri e la frangetta d’oro
Che la sizza sparpaglia in su la fronte.
Han le scarpe forate ed un tesoro
Di fantasia che irradia l’orizzonte;
Non ceneranno forse: e pur tra loro
La più modesta sogna certo un conte.
Triste ironia di quella vita! Il giorno
Maneggiar piume, fior, damasco e trine,
Per dormir poi con la miseria intorno.
Io nel guardarle mi domando: E quale
Tra un anno avrà pariglia? E, poverine,
Quante ne saran morte a l’ospedale?
E lanciava i versi, sfidando orgogliosamente il giudizio del pubblico con un sonetto che pare calcato sul noto motivo:
Peggio che al vento se ne andran dispersi
Là giù tra il fango de l’oscura via,
Risa, baci, sospir fatti armonia,
Fatti profumo in questi fogli tersi.
Qualche somaro che il sentier traversi
Li calcherà ragliando un’omelia;
E Tizio ghignerà: La poesia
Sta nei fogli di banca e non nei versi.
La casta dama che fin dietro i letti
Bianchi dei bimbi i frolli amanti cela,
Scandalizzar faranno i miei sonetti.
Io sempre, ricca d’alti sensi il core,
Avrò nel canto che il pensier rivela
Culto la verità, nume l’amore.
Sì, l’amore, l’amore che ella sentiva per il mondo, per tutte le cose belle, per i fiori, per gli animali. Per questi aveva una predilezione speciale. Già la sua casa pareva tin piccolo serraglio: era una microscopica arca di Noè: uccelli d’ogni specie, cani di varie razze, conigli, topolini bianchi... Forse, chissà, la sfiducia degli uomini, le aveva fatto cercar conforto fra le bestie, giudicandole, come sono in generale senza dubbio, di loro molto più ragionevoli e sincere.
Superbo, cupo, ne la ferrea gabbia
Un leone si posa, e l’infinito
Sogna forse tuttor fra cielo e sabbia.
La stolta folla gli motteggia accanto:
Io lo guardo, aspettando un suo ruggito:
Perchè mi par che mi somigli tanto.
Oh, e non par che ella abbia ritratto sè stessa nell’eroina del suo romanzo L’Innamorata? Quella creatura eccentrica, dalla bellezza provocante di castigliana, che ama con la violenza della passione, che ha abbandoni sentimentali ed ingenuità infantili, che resiste con selvatica fierezza e si vendica con impassibilità metallica, non ha molti punti di contatto con il carattere di lei? Anch’ella, natura enigmatica, volubile domatrice di cuori, che sfugge alla penna che osasse ritrarla intiera, conobbe gli eccitamenti malsani della società equivoca, gli onesti tradimenti, le galanti viltà; e quanti disinganni, quanti scoramenti ebbe a soffrire la sua anima anelante di piacere e di amore! Quante volte nelle ore di pensoso raccoglimento si sentì toccare il cuore dal ricordo dei suoi giorni passati; e qual doloroso presentimento non l’assaliva quando, togliendo dal vecchio scrigno a uno a uno i suoi gioielli che ella destinava a una invano sognata “bimba, una dolce bionda„ che la rinnovellasse, scriveva amaramente:
Sogno, ma invece al Monte ed all’Incanto
Saran vendute, povere memorie,
Per comprarmi due zolle in camposanto.
IV.
Vuotò fino all’ultimo tutta la coppa del piacere, ma nel fondiglio doveva trovarvi l’amarezza crudele. Era vissuta in compagnia della vecchia nonna che le ricordava la madre morta.
Unico avanzo di perduti beni,
Vincolo estremo che mi lega al mondo,
Astro che spande i suoi raggi sereni
Sopra il mio tenebror vasto e profondo
È questa santa vecchia....
Alla cui morte ereditò un palazzo in Firenze. L’aveva cantato teneramente ella la casa dell’ava, dai saloni dorati, adorni di mobili e di quadri e di specchi centenari. Là
In un angolo oscuro
Una spinetta dorme;
E quando tutto tace ivi s’ascolta
Come un sospiro: è il vento
Che tra le corde freme,
O l’eco de le note che una volta
Con le melodi semplici
Di Pergolesi, l’ava
Da lo snello strumento
Fanciulla ancor, cantava?
Il prezzo della vendita di quel palazzo le giovò negli ultimi anni di vita dissipata coi suoi vari amanti. Già ella non aveva preferito sempre lo splendore della gioventù e dell’amore alla ricchezza del denaro? Così negli anni maturi le toccò di sentir la triste solitudine dell’abbandono, lo strazio ineffabile dell’umiliazione. E ascese il suo calvario, senza vani rimpianti, senza isteriche imprecazioni: silenziosamente, come rassegnata.
E lavorò per vivere: scrisse pei giornali letterari e pei giornali di mode. La prosa elegante, spigliata, corretta dei suoi articoli di causeries mondane, di critica di libri di letteratura nostrana o straniera, di rassegna di nuovi abbigliamenti, aveva l’impronta del suo fine gusto artistico, rivelava in lei una mirabile scrittrice.
Ma che? La rodeva intimamente un dubbio atroce.
Voi, carte, ingiallirete: io morrò sola!
E sola, purtroppo, morì a quarantasette anni, il 1. dicembre 1896, in una modesta casa di via Sistina a Roma: morì con il ventre squarciato da un colpo di quella rivoltella che lei teneva sul suo comodino come gingillo. Vedi caso! Un altro gingillo che lei teneva da anni era un pugnale che aveva inciso sulla lama il motto: pax, caro ricordo del Rapisardi, il quale glielo aveva regalato formulando tutt’altro augurio![4]
La poverina l’aveva scritto che un giorno, al dileguar dei sogni nel vuoto, ella avrebbe volto al mondo l’ultimo saluto:
E secura in pensar che Dio perdona
Molto a chi molto lacrimò d’amore,
Del tuo pugnale io premerò la buona
Lama che scenda a darmi pace al core.
Ma quel colpo mortale, ahi, doveva esserle vibralo da mano assassina!
V.
Evelina Cattermole fu sepolta al Verano, a Roma; però, trascorso il tempo “regolamentare„, i resti della misera martire furono gettati nell’Ossario.
Il capitano Mancini, venuto apposta per inginocchiarsi davanti al cadavere della sposa, non aveva saputo trovar modo di comprarle “due zolle in camposanto„, e porvi una pietra che ne ricordasse il nome. E sì, che egli tenne in possesso la dote di lei, dote che non volle mai restituire!
Nè valsero i denari trovati in casa della morta, nè quelli raccolti dagli amici, per erigerle un qualsiasi monumento. Così, a pieno sodisfatta, la ipocrisia sociale raffinata e acconcia trionfò della donna perduta.
È vero; ma è bene anche si sappia come a quei tempi in Firenze corresse voce — e i vecchi ne ricordano l’eco lontana — che il primo a sviar la Lina era stato appunto colui che più d’ogni altro imperando in famiglia aveva verso lei il sacro obbligo del rispetto e della tutela.
Per altro si sa che nella lotta per la vita sempre vincono i forti e gli scaltri, e nulla poteva salvare la povera Contessa Lara dalla inesorabile rovina.
Che importa? Dopo tutto, è innegabile che si è salvata l’artista. Ed è sempre qualcosa.
Note
- ↑ Cfr. Carezza in “Ricordanze„ di M. Rapisardi.
- ↑ Questo sonetto è intitolato: Sulla porta.
- ↑ Di questi piccoli scandali si giovavano allora i famosi giornali sommarughiani per dare pubblicità ai nuovi libri che loro interessavano. A siffatti mezzucci erano già ricorsi per il Giobbe balossardiano, giungendo a scavitolar la gran trovata che Balossardi era lo stesso Rapisardi. E, a proposito dei versi della Lara, avevano di fresco battuto la stessa solfa, fingendo mettere in dubbio l’autenticità del sesso dell’autrice. È bene riportare le parole con cui il Guerrini, al quale spiritosamente attribuivano la paternità del libro della Contessa, termina il suo spiritoso articolo nella “Domenica letteraria„ dell’11 febbraio 1883: “E che si conchiude? Prima di tutto che la Contessa Lara per ora non sono io, come non è quella del “Pungolo„. Io sono troppo vecchio e questa è troppo giovine. I versi sono dei megllo usciti in questi anni, il che per verità non è dir molto. L’autore è... lo dico o non lo dico?... è Luigi Alberti„.
- ↑ Vedi: A Lina nel regalarle un pugnale, in “Ricordanze„.