Commentario rapisardiano/Gli scandali dell'Epistolario Rapisardiano
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GLI SCANDALI
DELL’EPISTOLARIO RAPISARDIANO
I.
Due sole e gravi colpe rilevarono certuni nell’Epistolario di Mario Rapisardi, appena che esso apparve alla luce; però queste colpe furono da loro fuggevolmente toccate: quasi nessuno osò indugiarsi nella specificazione dei fatti.
Dissero che non è bene dare in pasto al pubblico delle lettere di carattere intimo, e rivangare le vicende della polemica “doloroso episodio della patria letteratura oramai dimenticato„.
O perchè mai ciò? Che forse non è più permesso conoscere i minuti casi della vita di un autore, le circostanze che concorsero a suscitare e a modificare i suoi sentimenti, il suo pensiero; che influirono tanto nella concezione e nella formazione delle sue opere?
Via, confessiamolo subito: la ragione è che nel detto Epistolario, meravigliosa storia di una grande anima, sono rivelate delle verità, tenute lungamente e studiosamente nascoste, massime quelle che ora noi andremo pacatamente e con sobrietà spiegando ai lettori, non fosse altro che per mettere in buona luce persone e cose della meravigliosa storia.
La ingenuità di Tartufo, che grida allo scandalo e alla convenienza offesa, non ci sorprende gran fatto: ci fa anzi pietosamente o meglio socraticamente sorridere.
Cominciamo intanto con l’accennare alle lettere intime, che in tutto sono precisamente tre; e giusto quelle che io ebbi già a segnalare nel Giornale di Sicilia (a. LXII, n. 30), che me ne porse buona occasione, poco dopo la morte di Giovanni Verga. Scrissi allora:
Catania, 4 febbraio 1922.
- Preg.mo Sig. Direttore,
Alla sua imparzialità e alla sua lealtà di giornalista io sottometto, con la preghiera di renderle di pubblica ragione, queste poche righe, come quelle che devono servire a dichiarare un increscioso equivoco, purtroppo durato a lungo.
Nel num. 26 del Giornale di Sicilia, leggo una corrispondenza da Catania in data del 29 gennaio u. s. e intitolata “Dall’Ongaro, Verga, Rapisardi„, la quale contiene delle notizie non molto esatte. In essa sono queste precise informazioni che è sempre bene riferire:
“L’indole espansiva della Foianesi, che, trasteritasi a Catania, serbò intatte le abitudini di grazia e di cortesia della sua Toscana, fece credere che i suoi rapporti col Verga non fossero soltanto amichevoli.
“Così il bieco sospetto (com’ebbe a dire un giorno il compianto avv. Lucio Finocchiaro, dilettissimo amico del Rapisardi) sorse d’un tratto e non tardò ad assumere proporzioni iperboliche, tanto da scavare un abisso fra le due nobili anime (leggi “Verga e Rapisardi„), che parevano destinate a seguire insieme la via dell’arte e della gloria.
“Chi più indicibilmente ne soffrì fu Giovanni Verga che porta nella tomba come un segreto il dolore di quei giorni, il suo dolore di gentiluomo e di galantuomo, che non fece mai dell’amicizia un’insidia o un inganno.
“E affermando ciò, ora che il grande romanziere è morto, mi sembra di rendere alla sua memoria il più degno omaggio„.
Fac-simile dell’autografo del sonetto del Rapisardi, A una quercia
(Ved. 1a correzione definitiva del sonetto in Foglie Sparse) Orbene, sig. Direttore: appunto per rendere omaggio al grande romanziere, è giusto si sappia quello che l’egregio corrispondente non ha cercato di sapere e di far sapere ai lettori. Sarò breve.
Nell’Epistolario di Mario Rapisardi, libro che comparve quest’anno il giorno 9 di gennaio nelle vetrine dei librai di qui, esiste a pag. 207 una lettera, la quale, potremmo dire con termine curialesco, ci dà la prova schiacciante che il così chiamato bieco sospetto era invece una cruda verità.
E ciò non basta; che nell’Appendice in fondo al volume, riportata tra le “Note, notizie e documenti„ si legge a pag. 483 una lunga lettera del Verga diretta alla moglie del Rapisardi, Giselda Foianesi, lettera che è la confessione della sua, diciam così, “amicizia intima„ col Poeta; e a pag. 485 un’altra lettera dalla Giselda scritta sei giorni dopo il suo allontanamento da casa Rapisardi, cioè il 25 dicembre 1883, in cui essa da Firenze scrive fra l’altro queste parole a una sua amica in Catania: “Non credere già che io sia pentita di quello che ho fatto, nè sgomenta: cosa fatta, capo ha„.
Ella, stimatissimo sig. Direttore, si abbia intanto i ringraziamenti e gli ossequi cordiali del suo obbl.mo...„.
Tralasciando di avvertire che la lettera del Verga e quella della Giselda furono consegnate apposta dal Rapisardi stesso all’Amelia, è giusto convenirne che esse insieme con l’altra suaccennata bisognava fossero pubblicate, perchè sono indubbiamente tre documenti di capitale importanza, non tanto biografica, quanto sociale e morale. La lettera del Verga, poi, oltre che una fedele e viva esposizione dello stato miserevole della letteratura in Italia, può chiamarsi, in certe modo, la chiave della indecente gazzarra conosciuta col nome di Polemica Rapisardi - Carducci.
O chi seppe mai nulla di siffatte macchinazioni perpetrate in quei fornici letterari di Bologna e di Roma? Quella lettera per se stessa è abbastanza eloquente da risparmiarci la pena di una sottile disamina.
Essa basta, in ogni modo, a convincere di più i lettori alla evidente prova, e fa pensare con quanta nobile passione nelle consorterie cosidette letterarie si fucinano in ogni tempo le rinomanze: sicchè non possono meravigliare i gloriosi “pervertimenti„ di “quella sommarughiana gioventù„ che dovevano apportare tanta luce di sapere alla patria nostra.
Ben ci viene piuttosto di ripetere i noti versi:
Miser chi mal oprando si confida
Che ognor star debba il maleficio occulto...
Nè questo è tutto.
II.
Ricordiamo i quattro famosi giornali congiurati contro al Rapisardi e ispirati dalla Ninfa Egeria maremmana, dopo l’81. E dire che prima il Fanfulla della domenica e il Capitan Fracassa erano stati benevoli al Rapisardi, tanto che non fu possibile una volta al Carducci trovare ospitalità a un suo scritto! “Il Carducci — scrive il Rapisardi al Reina il 13 maggio 1881, in seguito alla spontanea protesta fatta dagli studenti siciliani — ha risposto a tutte queste dimostrazioni d’affetto dei miei amici con un libello, che dopo di essere stato rifiutato dal Fanfulla e dal Fracassa, che aveva stampato una corrispondenza in mio favore, è stato stampato in un giornale fondato a Bologna a unico scopo di demolirmi„. E al Cesareo, il 14 maggio: “Il Carducci s’è dovuto accorgere in questa occasione che egli non è quell’onnipotente signore che gli fan credere d’essere i suoi manovali. Mandò il suo libello al Fanfulla, suo turiferario, e questi per ragioni convenientissime [1] non lo accolse; lo mandò al Fracassa, e il Fracassa gli chiuse gentilmente la porta sul grifo„.
Per poco, in vero. Fondato espressamente il 1 maggio di quell’anno il Don Chisciotte “organo ufficiale della cricca bolognese„ diretto da Lodi e Illica, apparve poco appresso, il 15 giugno, a Roma la Cronaca Bizantina, con un articolo del Carducci e l’annunzio della prossima pubblicazione del poema-aborto, la Canzone di Legnano. [2]
Editore di tutti questi giornali era infine divenuto il Sommaruga, il quale non passò molto che, come si sa, per sfuggire alla condanna del Tribunale riparò in America. [3]
S’aggiunga il Capuana che aveva stampato nel ’78, e ristampò nell’83, a Bologna i suoi Paralipomeni, in cui accenna alla corona
dall’industre e pia
Man dell’amore al capo suo contesta;
lo Stecchetti che pubblicava versi di simil conio nella Nova Polemica, e qualche altro che seguitava allegramente su questa solfa con somma delizia degli sfaccendati.
Venne poi il Giobbe balossardiano, e con tutto che il Rapisardi ebbe a stampare in vari giornali, all’annunzio di quella pubblicazione, la lettera in data 18 gennaio 1882 nella quale dice: “Io lavoro nel mio Giobbe da tre anni e ci lavorerò ancora dell’altro, con quell’amore e con quella tranquillità che non può intendere chi dell’arte e dell’ingegno fa traffico„. E all’Ottino, dopo pochi giorni: “Il Giobbe va a gonfie vele; ma non potrò finirlo prima di quest’altro anno. Le detrazioni vigliacche dei miei nemici non fanno che farmelo amare e carezzare di più. Spero che gl’Italiani avranno in esso la vera misura delle mie forze; se gl’Italiani hanno l’animo a codeste misure, e non si piacciono piuttosto delle oscene malignità della porca bordaglia bolognese. In tal caso, peggio per loro„.
Eppure Mario Rapisardi, fra tanto tumultuar di vita, fu tenuto per morto. Morto, perchè aveva osato mettersi di fronte al Grandissimo, egli povero arcade e cattivo soggetto per giunta.
Così la leggenda, che è durata un pezzo. Ma, ecco che la scena cambia inaspettatamente; e dopo la pubblicazione dell’Epistolario gli apprezzamenti dovranno essere per necessità diversi.
Proviamoci a ricostruire la così detta Polemica.
III.
Sappiamo tutti le terzine dell’XI canto del Lucifero:
E chi in aspetto di plebeo tribuno
Giambi saetta avvelenati e cupi,
E fuor di sè non trova onesto alcuno:
Idrofobo cantor, vate da lupi,
Che di fiele briaco e di lieo
Tien che al mio lato il miglior posto occúpi;
e sappiamo che il Rapisardi mandò in omaggio una copia del poema, appena pubblicato, al Carducci. Il quale, credendosi raffigurato in quei versi, domandò spiegazione al Rapisardi, scrivendogli da Bologna il 4 febbraio 1877: “anche a me parve di riconoscere in due o tre terzine non me, ma i soliti colori retorici coi quali gente che non mi conosce e che io non conosco crede potere figurarmi„. E il Rapisardi gli rispose che non alludeva affatto a lui, e anzi lo consigliava a non dar retta ai “suggestori invidiosi„.
Qui, almeno pare, non c’è nulla da ridire; non c’è alcuna offesa. E in certo modo, il caso del Foscolo che in una parte della sua prolusione aveva detto male dei panegeristi, ed ebbe a mandare, per togliere ogni equivoco, una copia del libro al Giordani, autore del Panegirico a Napoleone, [4] dichiarandogli che non aveva avuto intenzione di offenderlo. Chi ha, per questo fatto, accusato il Foscolo di mal animo o di viltà?
Del resto “allusioni satiriche ad personam nell’XI canto del Lucifero — confessa il Rapisardi nella lettera 93 — ce ne sono due: quella del “Gangetico Assalonne„ che è il De Gubernatis e quella dell’“Olimpio„ che è l’Aleardi. Parliamoci chiaro... in “Olimpio„, io volli mettere in canzonella la svenevolezza della scuola aleardiana, senza però dir nulla che potesse offendere la persona del poeta veronese, al quale io fui obbligato di riconoscenza e di affetto, e il quale mi fu costantemente affezionato„. E, meglio, molti anni dopo (lettera 246): “Creda, mio signore, io non odio che i nemici del pubblico bene: i nemici miei privati li ho sempre saputo sprezzare e li sprezzo. Che se qualcuno che ha molto nociuto all’Ideale, per cui combatto, si è anche provato di farmi del male, peggio per lui: la vendetta pubblica in tal caso s’è combinata, senza proposito mio determinato, alla privata vendetta, e dopo gli esempi di Dante, di Alfieri, di V. Hugo, io non credo doverne far penitenza„.
Nelle note terzine, dunque, il Rapisardi non volle figurare il Carducci. Aveva diritto questi, dopo l’assicurazione fattagli dal Rapisardi, d’ingiuriarlo “arcade cattivo soggetto„ (ingiuria riportata contemporaneamente in un suo libercolo da L. Lodi) nel Fanfulla della Domenica del 6 febbraio ’81? E quando il Rapisardi si rivolse a lui chiedendogli conto della immeritata ingiuria, era ragionevole rispondergli confermando l’insulto? Anzi, il Carducci fece peggio: diede a leggere la lettera al Lodi, il quale, spavaldamente mandò al Rapisardi il biglietto di sfida che si legge a pag. 477 dell’Epistolario, in cui egli accennava di aver incaricato i suoi amici Luigi Illica e G. Barbanti Brodano [5] di attendere i padrini del Rapisardi a Foggia. E nello stesso tempo i suoi amici si rivolgevano al Poeta notificandogli il loro mandato. Ma il Rapisardi rispondeva loro il 21 aprile 1881 che la questione era fra lui e il Carducci e che a costui fra non guari avrebbe dato l’avanzo.
Come si vede, alle ingiurie si aggiunsero le provocazioni. Ed ecco fin dove arriva il malandrinaggio. Scrive il Rapisardi al Reina, il 13 maggio 1881: “La Stella d’Italia, che con grande scandalo dei lustrascarpe bolognesi, ha pubblicato un articolo stampato in un giornale di Messina [6] nel quale si dicono delle cose molto giuste e molto severe sul conto del Carducci e moltissimo lusinghiere sul conto mio, la Stella d’Italia ha dovuto fare una ritrattazione di questo articolo, perchè il solito signor Lodi e un altro [illica] sono andati all’ufficio del giornale a minacciare il direttore. Questi ha fatto male a ritrattare; ma ciò serve a provarti come quei signori vogliono imporre con la forza la loro letteratura!„
“Non ebbi allora di mira la sua persona — seguitava affermando nella citata lettera 93. — Vero è che ora, dopo che quasi tutti i giornali amici e nemici hanno creduto riconoscerlo e dopo che egli stesso vuole a tutti i costi vedersi rappresentato in quella mia satira, io mi accorgo che feci senza volere il suo ritratto, e che quei miei versi si adattano proprio come il basto all’asino; ma allora come allora, il suo riverito nome non mi passava per la cassa del cervello. Per questo io non dubitai di mandargli devotamente il mio libro appena stampato„.
E le insolenze piovevano fitte sul capo del Catanese.
Or fu in vista al plateale prorompere dell’ira avversaria che egli il 24 maggio si credette in dovere finalmente di pubblicare nel Fra Diavolo di Firenze il famoso sonetto dedicato a Giosuè Carducci.
Vittorio Imbriani di già aveva stampato nelle sue Fame usurpate che “un uomo onesto non pronunzierebbe senza arrossire il nome del prof. Carducci„. Mario Rapisardi — pare — dice assai meno.
Tuttavia quel sonetto, ristampato più volte nella Rapisardiana del Carducci, non fu ripubblicato mai dal Rapisardi, che anzi protestò in una lettera a un giornale, quando il Giannotta nel 1890 fece una nuova edizione della Polemica [7]: “Devo però, per la dignità mia, dichiarare che in siffatta pubblicazione io non ci ho parte alcuna; e che essa è tutta assolutamente dovuta agl’intenti, quali che siano, del signor Giannotta. — Si compiaccia altri e si glorii delle sue Rapisardiane calunniose e vigliacche, le lardelli e frigga quante volte vuole, e ne faccia copia alla plebe, che se ne giova e ingrassa. Altro, ho io nell’animo, ed ad altro, oh a ben altro io miro con l’arte mia.„
Già egli, per natura rifuggente dalle chiassate, aveva saputo allora mantenersi calmo tra l’imperversare di tanti odi, che per altro giovavano ad accrescergli lena nel lavoro; e ne dà prova la finissima odicina Rose d’inverno, e quel sonetto All’Etna, stupendo per fresca serenità di ispirazione nonchè per classica venustà di forma.
Or che il florido maggio i campi tiene,
E desta ovunque il sol fragranze e canti,
Poggi nitido il capo alle serene
Di luce e di salute aure festanti.
Trescano a’ piedi tuoi silfi e sirene,
Fremon dentro di te sofi e giganti,
E tu tranquillo di vermiglie arene
E di colti e di boschi ampio t’ammanti.
Muto io ti guardo dal campestre nido
Propizio all’arte e alle memorie care,
E azzurreggia lontano il mare immenso.
E se alle vostre picciolette gare
E agli odi vostri, alme rissose, io penso,
Più che di sdegno, di pietà, sorrido.
Animo nobilmente fiero e generosamente buono, il Rapisardi era perciò imparziale nei suoi giudizi anche quando si trattava del Carducci. E così appare nella lettera a Filippo Zamboni, scritta il 27 maggio 1886, quando ancora non aveva pubblicato le Poesie religiose: “Egli [il Carducci] è tanto giusto che in una rassegna dei poeti dopo la rivoluzione (dal ’60 al ’70) non mi nomina neppure, egli, che ha parole di lode per il Betteloni, per il Milelli, etc. Oh, quanto l’animo mio è superiore al suo! Se a me venisse l’occasione di parlare dei nostri scrittori, direi che egli è il maggiore dei prosatori nostri, il primo dei nostri lirici, superiore a tutti nello stile, inferiore a qualcuno nella coltura scientifica, nella grandiosità dei concetti e nell’altezza dell’animo. Così ho sempre parlato di lui, dopo la nostra polemica, rispondendo aspramente (e ultimamente in Napoli fra un crocchio di giovani che si dicevano miei devoti ammiratori) a chi osasse in mia presenza parlar con poco rispetto del mio avversario. Ed egli intanto, quando qualcuno scrive di me favorevolmente, a costui si rivolge per lettera privata, dicendogli che io non valgo nulla come scrittore e che sono un “cattivo soggetto„. Così ha fatto, or è qualche mese, con Pipitone Federico....„ [8]
Ci vengano poi a dire che il Carducci non sentiva invidia per il Rapisardi, quando anche i più intimi del Maremmano chiaramente lo confermano. Papiliunculus (Cesario Testa) amicissimo del Carducci, ebbe a scrivere: “Mario Rapisardi, il solo poeta italiano contemporaneo che strappasse al Carducci un gesto mal represso, ancorchè fugace, d’invidia„ [9]. E che altro, se non un senso mal celato d’invidia esprimono le parole del Carducci: “Faccia dei Giobbi il sig. Rapisardi, faccia dei Giobbi„! Egli sapeva benissimo se il Rapisardi era capace di scrivere il Giobbe. E infine il Carducci non giunse a dire che “i siciliani sono ritenuti come sopravvivenze di razze inferiori, sopratutto quando sono rapisardiani„? (Lettere, I, 181). Qui, dopo tutto, c’è qualcos’altro di peggio: la volgarità sguaiata.
Or Mario Rapisardi era tale che sempre visse fiducioso nel purissimo culto dell’arte, durò saldamente dritto in sua solitaria fierezza, non scese a transazioni mai con la propria coscienza intemerata. E quindi è facile comprendere come a nulla poterono approdare i tre tentativi di conciliazione fatti: il primo, nell’82 da Zamboni, Cavallotti e Bovio; il secondo, nel 1902 dal Pullè; il terzo, nel ’906 dal notaio Mastri.
III.
Già tutto questo, riferito con minuziosa esattezza, si apprende dalla lettura dell’Epistolario. Ma v’ha di più, che è sempre utile conoscere.
Riporto dalla Cronaca d’arte di Milano, 5 dicembre 1891:
“Giosuè Carducci in seguito ad una poesia del Radicale di Ravenna sulla sua ode La Guerra, poesia che generò fra lui e l’autore di essa uno scambio di lettere, manda a stampare al Don Chisciotte di Roma, che aveva riprodotto l’epistolario sotto il titolo “Polemica„ la seguente lettera:
- Ill.mo sig. Direttore,
“Polemica? Ma che polemica!
“Un capo di ca... duceo scambia La Guerra per poesia dinastica: e in grazia di ciò, tra altre goffaggini, mi dà, rubando l’abbietta sudiceria a quell’altro arcade cattivo soggetto di Catania (Rapisardi) del lecchino. E, scribacchiato a mano il nome suo vero sotto il falso nome stampato, mi manda il tutto con lusinghiera intitolazione, aspettandosi certo, l’accomodante arcade, che io lo ringraziassi e lodassi: perchè aveva distribuite sciocchezze e villanie in linee alternate tra corte e lunghe. Io gli scrissi e gli replicai ammonendolo non esser quello il modo di fare e dire tra galantuomini e che io non era un farabutto; e altre cose gli dissi che potevano e possono essergli utili. Ciò, privatamente, paternamente, per il suo bene. Che fa l’arcade? Monta su la granata; e fuori le mie lettere a stampa, con pistolotti suoi e dei suoi contro di me.
“E ciò Ella crede polemica?„
E da capo con l’arcade cattivo soggetto. Pare che il Carducci ci abbia preso gusto a insolentire continuamente e in ogni occasione contro il Rapisardi. Si noti poi quanto gli stia a cuore quella parola arcade [10], che regala generalmente a tutti coloro che non la pensano come lui, pur non accorgendosi dell’Arcadia sua e dei suoi confratelli.
E si fosse limitato agl’insulti! Ma, che più monta, egli voleva, nella sua grande bontà, che al Rapisardi fosse tolta addirittura la cattedra. E ciò quando, a proposito della progettata riduzione degli atenei del regno, questione agitata sin dal maggio 1890 alla Camera, nel gennaio 1893 dalle colonne del numero 16 della Lombardia, plaudendo all’on. Martini, bociava fra l’altro, con manifesta bile: “Se giù Messina, perchè non anche Catania?„ All’università di Catania appunto insegnava letteratura italiana Mario Rapisardi.
Ancora. Nel Giornale d’Italia del 27 gennaio 1911 apparve l’annunzio della ristampa di un libro in cui E. Scarfoglio sentì allora il bisogno di rievocare i tempi eroici della campagna Donchisciottesca, e pubblicò alcune lettere del Carducci dirette al Sommaruga. Una di esse, del 1. dell’82, finisce così. “Il Rapisardi ormai lo porterò io: lo conceremo il vil catanese [11] con un’altra salsa„.
Nè vogliamo tener conto delle insolenze gesuiticamente pedantesche che un critico di grosso calibro aveva lanciato dalla sua Rivista nel 1905 contro il Poeta, che per fortuna ebbe in proposito difensori validissimi [12].
Perfino il comm. Ricci non mancò di prendersi la briga di ristampare nel 1919 il suo ineffabile “Balossardi„.
Or, dopo tanto stomachevole bailamme, certuni si scandalizzarono perchè io osai pubblicare quelle tali lettere nell’Epistolario di Mario Rapisardi.
“Ma sarebbe bene che il pubblico intelligente sapesse una buona volta come stanno le cose„ scriveva fiduciosa l’Amelia al Lo Forte Randi (Epist., p. 449).
E che? Inesorabile giustizia del tempo.
Postilla
Tralascio di riferire per non rimestar cose oramai risapute, un mio scritto, che, in risposta a un lungo articolo sulla Polemica Rapisardi — Carducci apparso nella Fiera Letteraria di Milano, io dovetti pubblicare nel Corriere di Sicilia del 17 marzo 1927; nonchè l’altro mio scritto che pubblicai nel numero di luglio 1928 della Rivista di Catania per un altro articolo sullo stesso argomento, stampato nel Raduno di Roma. Di questo mio scritto giova almeno trascrivere le righe seguenti:
Or ci piace piuttosto riportare a edificazione dei nostri lettori il piccante aneddoto narrato dallo stesso Patrizi, a proposito della pubblicazione di una sua Strenna, in cui fra l’altro comparvero scritti del Rapisardi e del Carducci.
“Quando Giosuè Carducci si trovò fra le mani il Natale de la Lira e vide a poche pagine di distanza dai suoi versi un brano di prosa del Rapisardi, fu colto da un tale impeto d’ira da fargli scaraventare il libriciattolo contro il muro. — Ragazzacci! Screanzati! — ripetè più volte...„.
Ma nella bottega dello Zanichelli di lì a qualche giorno il Patrizi si presentò umile e contrito al Carducci, il quale lo consolò “con un’occhiata dolce, benevola, indulgente„ e tosto, fattosi dare dall’editore il volume Confessioni e battaglie, “alla sua volta — conchiude l’articolista — egli lo tese a me, dopo aver cercato una pagina bianca, indicandomi col dito una parola impressavi nel mezzo: Rapisardiana. — Lei è giovine, molto giovine, e forse non conosceva queste pagine. Le legga...„.
Così ci è dato apprendere come il Carducci s’ingraziava i giovani, incitandoli a studiare la sua Rapisardiana per la maggior gloria d’Italia.
Note
- ↑ Così — dice lo stesso Carducci (IV, 368) — gli rispose il Martini, che dirigeva allora il Fanfulla della domenica.
- ↑ A quel tempo il Rapisardi celiando scriveva in proposito lo epigramma:
Ser Carducci ha ognor gridato
Che il poema è sotterrato,
E a provar che non ha torto
Fa un poema bell’e morto. - ↑ Il Tribunale correzionale di Roma III sezione nella sentenza del 18 sett. 1885, “Ammette nel Sommaruga una grande influenza, nel mondo letterario e nella stampa, e quindi esercitando una importanza incontestabile cercò di sfruttarla per far denaro a ogni costo. Coi suoi giornali penetrò nel santuario della famiglia e vantò influenze che in realtà non aveva. Coi suoi giornali mirava ad estorcere l’altrui denaro con articoli diffamatori e con ogni artifizio e con raggiri fraudolenti„. Veniva condannato a 6 anni di carcere e a lire 506 di multa.
- ↑ Non è fuor di luogo qui notare che il Giordani nel Panegirico — come egli stesso confessa al p. Cesari — sperava “che il suo scrivere di quell’uomo che allora empiva il mondo, avesse ad aprirgli una porta o una finestra o un buco alla fortuna„ Giordani, Scritti, vol. VI, 361.
- ↑ Compagno di bicchiere al Carducci nella nota bouvette del Cillario.
- ↑ Nel Diavolo Rosso, del 1. maggio. L’articolo era: “Mario Rapisardi e i Libellisti„ di G. A. Cesareo (Un signore che guarda). Vedi Polemica Rapisardi-Carducci, Catania, Giannotta, 1881.
- ↑ La prima edizione fatta nel 1881 aveva una prefazione di F. De Roberto, il quale fu il primo compilatore del libretto.
- ↑ A G. Pipitone Federico nell’84 il Carducci raccomandava di non rimescolargli “per carità, la bile anti rapisardiana„, parlandogli del Poeta catanese.
- ↑ Vedi Profili e Scorci, in “La Commedia Umana„ a. 1, n. 2. Milano, 22 gennaio 1908.
- ↑ Il Carducci ce la spiega chiaramente (XII, 34): “Per me un poeta che a questi anni conservi pure e incontaminate in tutti i suoi canti la fede, la speranza e la carità è un grande ipocrita e un grande egoista o semplicemente un arcade„.
- ↑ E la dedica del volume unico delle sue poesie, che il Rapisardi aveva preparato per A. Lo Forte Randi, è così laconicamente concepita: “Al Ladenarda — il vil catanese„.
- ↑ Vedi S. Sottile Tomaselli, Il moderno Bettinelli, Palermo, I. Andò, 1905 — e Fr. Enotrio Ladenarda; M. Rapisardi, lettera aperta a B. Croce, Palermo, Pedone Lauriel, 1915.
- Testi in cui è citato Mario Rapisardi
- Testi in cui è citato Giovanni Verga
- Testi in cui è citato Francesco Dall'Ongaro
- Testi in cui è citato il testo Lucifero
- Testi in cui è citato Ugo Foscolo
- Testi in cui è citato Pietro Giordani
- Testi in cui è citato Angelo De Gubernatis
- Testi in cui è citato Aleardo Aleardi
- Testi in cui è citato Luigi Illica
- Testi in cui è citato Edoardo Scarfoglio
- Testi in cui è citato Andrea Lo Forte Randi
- Testi in cui è citato il testo Rapisardi e Carducci - Polemica
- Testi in cui è citato Federico De Roberto
- Testi SAL 75%