Commentario rapisardiano/I primi maestri del Rapisardi
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I PRIMI MAESTRI DEL RAPISARDI
I.
Bisogna riportarci con la mente nel mezzo del secolo XIX, quando anche in Sicilia l’istruzione della gioventù era tuttavia in mano dei preti. Grande potere vi avevano esercitato come da per tutto i Gesuiti, che dei loro metodi lasciarono una traccia indelebile nell’insegnamento; metodi eviratori tanto cari ai governi per tener gli animi lontano da pericolosi pensieri. Nondimeno la vulcanica terra fremeva allora più che mai; e negli anni trentasette quarantotto e sessanta vi si decidevano le sorti d’Italia.
La istruzione era generalmente privata, sia in istituti che in collegi. Abbondavano però i pedagoghi, che, pur senza chierica, vestivano tutti l’abito talare e impartivano l’insegnamento a suon di nerbate. C’è chi anche oggi ricorda quei miseri avanzi di una minerva volgare che durò fino oltre al ’70: umili “lettori„ dalla zimarra stinta e tabaccosa, i quali con in mano un randello si vedevano per le vie della città accompagnare ciascuno una nidiata di marmocchi messi in fila per due, irrequieti e incoscienti.
Insegnavano democraticamente aprendo bottega in ogni punto della città, come fossero tanti osti o barbieri; e siffatti poveri “semenzai di dottrina„ erano naturalmente sempre affollati: i bambini vi apprendevano l’abbiccì e il catechismo.
Ma al catechismo veramente pensavano più le chiese e i conventi e i monasteri che erano innumerevoli e sempre in aumento. Anzi, i conventi non di rado sorgevano strettamente appaiati coi monasteri di monache dello stesso o di altro ordine. Allora la popolazione in Catania assommava a poco più di 60 mila abitanti; sicchè il numero degli ecclesiastici, al tirar dei conti, non era di molto inferiore a quello dei secolari.
Non c’erano le scuole pubbliche, che a spese della città aveva istituite al tempo dei tempi Caronda in Catania: scuole ufficiali erano il seminario arcivescovile e la Università, Siculorum gymnasium, fondata nel 1444 da Alfonso il Magnanimo. E all’università dalla scuola privata passavano i giovani sottoponendosi prima a speciali esami, secondo gli studi che intendevano intraprendere.
Eppure, a onta di siffatto miserevole e caotico “ordinamento scolastico„ sorsero in quel tempo non pochi ingegni preclari e rinomati nelle lettere e nelle scienze.
Nè poi s’ha a dimenticare che Catania fu detta la Sicula Atene, e al suo stemma sovrasta la dea Pallade, e il Tasso nel c. I della Conquistata la chiamò “Catania dove ha il sapere albergo„.
II.
I primi maestri di Mario Rapisardi, come dice egli stesso, furono due preti e un frate. Un prete gl’insegnò retorica e lingua latina. Noi subito aggiungiamo, specificando: era costui un canonico, e si chiamava Mario Torrisi. Di questo maestro sappiamo poco più di quanto ci fa sapere il Rapisardi nei suoi Peccati confessati. Fu assunto a quel grado chericale nel 1852 in seguito a un caso fortuito. Quando il pittore Giuseppe Rapisardi dipinse in quell’anno per la ricorrenza del VI centenario di S. Agata un grande trasparente in cui ebbe la bizzarria di figurare i componenti il Capitolo della Cattedrale in processione portando il velo della Santa, volle tra quei canonici mettere il secondario Torrisi. Il pubblico ammirò la novità del fatto e compiacendosene, commentò la presenza del Torrisi nel trasparente che la sera del 20 agosto apparve illuminato nella piazza Porta di Aci (oggi Stesicoro). E così l’austero vescovo Règano si decise finalmente a conferirgli dì fatto la dignità canonicale.
Mario Torrisi doveva avere ingegno e cultura non limitata, a giudicare da quel pochissimo che ci ha lasciato scritto. Certo è che frequentavano la sua scuola, oltre il nostro poeta, anche Giovanni Verga e Francesco Rapisardi. Sappiamo già che scriveva dei versi; e sono sue le terzine [1] che egli recitò nel salone del palazzo comunale di Catania il 18 marzo 1832 in occasione dei festeggiamenti che furono fatti a Vincenzo Bellini, ospite per pochi giorni nella sua patria.
Del Vate tracio alle canore note,
Mentre la mano discorrea la cetra,
Restar le Erinni fise il guardo e immote:
E il canto tuo marmorei petti spetra
E strappa agli occhi involontario il pianto
E se l’ode lo sdegno il passo arretra...
Non sono un capolavoro; ma tra tante vuotaggini più o meno rimate che si snocciolarono in quella memorabile ricorrenza, i versi del secondario Torrisi paiono i migliori.
Or giusto fu il can. Mario Torrisi il maestro che al piccolo Rapisardi insegnò a poetare, e gli corresse la famosa ode a S. Agata, la prima poesia di lui degna di cedro. E a proposito della parola “libertà„ in quella ode incriminata, c’è piuttosto da incolpare la dabbenaggine del revisore, il quale ignorava che quella parola sta scritta nella tabella che si trova sopra il sarcofago di S. Agata, e ci dice appunto che S. Agata s’immolò per “la libertà della patria„.
E poichè abbiamo accennato a questi due componimenti del maestro e dello scolaro, crediamo far cosa grata ai pedanti notando in essi la identica mossa nella entrata lirica. Il Torrisi comincia: “Qual suono! è il mare che dal fondo algoso„ e il Rapisardi: “Bellezza? a fiore è simile, che sorge ed appassisce“. Però non dobbiamo dimenticare che il Rapisardi, accennando a questi versi, fa rilevare con un certo compiacimento “lo ardire novissimo„ del paragone.
Il can. Torrisi scrisse versi abbastanza e quasi tutti di amore, giacchè, come ci avverte il Rapisardi, egli amava il vino e le donne, e, quale buon discepolo di Lutero, potentemente la musica.
Animo insomma spregiudicato e temerario, corse anche qualche avventura amorosa. E furono queste le ragioni per cui egli dovette aspettare sino al 1852 per essere nominato canonico.
III.
Canonico fu l’altro maestro che insegnò letteratura al Rapisardi. Ben lo ricordano ancora non pochi il vecchio prof. Salvatore Bruno, che ebbe ad ammaestrare nelle lettere più d’una generazione.
Insegnò al ginnasio, al liceo e all’università. Era ammirevole il suo metodo semplice, esplicativo, convincente. E queste eccellenti qualità di precettore egli dovette ai lunghi anni di insegnamento, cominciato da giovinetto diciottenne al seminario. La fama di studioso e di umanista gli fece, nel 1840, ottenere da Mons. Regano il canonicato, beneficio ecclesiastico che egli potè godere fino all’ultimo giorno della sua vita. Dopo quell’anno aprì un Istituto d’istruzione secondaria laica, che fu rinomato centro di cultura in tutta la Sicilia orientale; e dalla sua scuola uscirono i migliori giovani che onorarono da poi l’isola bella.
Neil’ateneo catanese potè entrare dopo di aver superato felicemente gli esami all’Università di Napoli. Ma la cattedra stabile non riuscì ad ottenerla nemmeno quando si presentò a Roma al concorso, in cui tra i commissari d’esami era il suo antico scolaro Mario Rapisardi. V’insegnò, a ogni modo, in qualità d’incaricato, letteratura greca.
Come il can. Torrisi, fu il Bruno d’animo spregiudicato, e possiamo dire libero pensatore; e, poichè i tempi erano mutati, liberamente giunse a spogliarsi degli abiti ecclesiastici e un giorno comparì da secolare.
Spuntasti ccu lu tummunu [2]
E la caella a moda
E di la metamorfosi
Non c’è cu’ non ti loda...
scrisse di sè nel Corvo Bianco, settimanale satirico che, da lui fondato nel 1889, egli mantenne in vita tre anni.
Lo scandalo fu enorme. Ma i suoi vecchi nemici ne profittarono per raggiungere il loro bieco intento. Venne tosto l’ordine dei poteri centrali che lo trasferiva al ginnasio di Girgenti. Il Bruno, naturalmente, rifiutò. E gli rimase l’incarico all’università, che tenne fino al 1899.
Degno di nota il fatto che quando nell’ateneo catanese, al pari che in tutti gli altri atenei del regno, ebbe a commemorarsi solennemente Giordano Bruno, commemorazione che preludeva l’erezione del monumento al Nolano in Roma, anche il Nostro volle parteciparvi, dettando due epigrafi. Ricordiamo ancora quella luminosa mattina del 18 marzo 1888: il palazzo universitario festosamente addobbato con arazzi, bandiere, tappeti e piante, come nelle grandi congiunture, e la iscrizione del Rapisardi [3] stampata a grossi caratteri su di un’ampia tela che simigliante a un lenzuolo pendeva dalla balaustrata centrale del prospetto, e le due iscrizioni del Bruno affìsse alle pareti lungo lo scalone. Esse particolarmente rivelavano l’incomposto entusiasmo del giorno. Ne riferiamo una: “Mugghia — per disperata rabbia il Vaticano — Dalla fiamma di un rogo — si spande alimentata dal libero pensiero — la luce della scienza — Onta per onta — vendetta per vendetta — barattate — fra il risorto Lucifero e lo spento Jeova„.
Morì quando non ebbe più coscienza di sè, lentamente, assistendo allo sfacelo del suo organismo e del suo intelletto, a 87 anni, il 30 novembre 1903.
Noi infine crediamo doveroso rilevare che Salvatore Bruno “sebbene uomo di lettere e maestro, di Grammatica, non fu mai nè grammatico nè pedante„. [4]
IV.
Terzo maestro del Rapisardi fu il francescano Antonino Maugeri che gl’insegnò filosofia o, come dice il poeta, “un intruglio psicontologico che egli gabellava per filosofia„. Era il Maugeri un frate dell’Ordine dei minori osservanti e dava privatamente lezioni, al tempo della fanciullezza del Rapisardi, cioè dal ’53 al ’60, nel suo povero convento di S. Agata la Vetere. Tempra d’uomo non comune, di soda cultura e di spiriti liberali. Già nel 1841 aveva dato bella prova del suo ingegno con la pubblicazione del saggio: “Un dubbio sull’esistenza delle verità scientifiche„. In questo lavoro si sente il grido scoraggiato e scoraggiante dello scetticismo filosofico. Lo spirito del giovine monaco ventottenne veniva combattuto dal dubbio intorno al valore reale del sapere.
Non è superfluo intanto accennare che erano anche essi preti e siciliani il Miceli e lo Spedalieri, i quali negli ultimi del secolo XVIII avevano con le loro ardite speculazioni metafisiche precorso il grande sistema di Schopenhauer e di Hartmann, ed era anch’esso prete il maggiore dei filosofi suoi contemporanei, il Rosmini, le cui dottrine erano in conclusione non tanto ortodosse.
Il Maugeri fu censurato; ed egli, come meglio potè, si difese. Ma l’abito lo inferrava. A ogni modo, fu nel ’46 chiamato a insegnare filosofia all’università. E nel ’49, sospetto di liberalismo, chiuso in carcere e poscia esiliato a Siracusa. Con tutto che la Gran Corte penale non riuscì a trovar nulla in lui d’incriminabile, il povero filosofo fu costretto a scegliere tra il carcere e l’esilio fuori degli stati borbonici; e andò a Roma. Nè quivi ebbe pace. Il governo di Napoli incitava la corte pontificia contro di lui; e Pio IX avvertiva il Generale dell’ordine a cui apparteneva il Maugeri, perchè lo ritenesse “il più terribile liberale di Sicilia„.
Eppure nel ’53 ottenne di ritornare a Catania sotto la vigilanza assidua della polizia, capeggiata dal terribile Maniscalco; e finalmente gli permisero l’insegnamento privato, sperando così cattivarselo e indurlo a rivelare uomini e fatti che erano certo a sua conoscenza. Ma quando venne Garibaldi in Sicilia, il Maugeri potè tornare all’università, ove per decreto del Dittatore fu nominato ordinario di filosofia razionale.
Non era in verità il suo sistema filosofico per niente consentaneo ai tempi, giacchè la scienza aveva di molto progredito e gli spiriti colti spaziavano più liberamente. Però il frate Maugeri, pur restando fedele ai suoi principi, e più all’abito che indossava, non sentì mai venir meno il sentimento purissimo d’italianità che infervorò la sua giovinezza; e sino all’ultimo dei suoi 79 anni mostrò, non foss’altro, la fermezza del suo carattere e il suo nobile cuor d’italiano.
V.
Tre preti, dunque, diedero i primi ammaestramenti a Mario Rapisardi; ed egli dovette appunto a loro, e meglio al loro esempio abbastanza commendevole, più che alla coda del diavolo, se non divenne un pilastro di santa madre chiesa: anzi per loro causa ebbe a mettersi addirittura fuori della grazia di Dio.
Indubitamente tutti e tre quei maestri non avevano di preti che la zimarra. Spiriti liberi, di più che mediocre cultura, essi sentivano le fervide correnti dei tempi nuovi, e come potevano, ribellandosi ai vièti pregiudizi, sfidavano coraggiosamente la pubblica opinione e la galera. Non sapevano affatto straniarsi dal mondo: amavano la vita e quanto in essa è di bello e di umano.
Ed è da credere che fossero del can. Torrisi i versi priapeì latini che il giovinetto Rapisardi si indusse prima a tradurre e poscia a distruggere testo e traduzione, lasciando solo l’avvertimento quale prova di uno dei tanti suoi peccata juventutis.
Così il Poeta celiando chiamò in seguito i suoi primi esperimenti poetici. Esercitazioni di fanciullo e non altro essi erano infatti, tanto nel genere sacro quanto nel patriottico; ma giovevoli assai, certamente, ad addestrargli di buon’ora l’ingegno alla “prestidigitazione prosodica„.
Abbiamo già detto che il can. Torrisi gli corresse l’ode a S. Agata; e intanto è di quel tempo, proprio del 16 aprile 1859, l’Inno di guerra, agl’Italiani:
Per la patria pugniam, pei suoi figli,
Per noi stessi: affrontiamo i perigli:
Per l’Italia è ben dolce il morir.
Ricordiamo dei padri le imprese;
Ci si accenda il vetusto valore:
Sangue italico siam: non apprese
Cor d’Italia che amar Libertà....
Il piccolo alunno dei preti parlava allora un linguaggio che non si udì mai risonar nelle chiese d’Italia.
Retorica patriottica, dirà qualcuno: sì, ma era retorica patriottica anche la poesia di Mameli, di Berchet, di Prati, i quali insegnavano agl’Italiani che essi avevano una patria da liberare dagli oppressori stranieri.
E il Rapisardi in quello stesso anno, dopo Magenta e Solferino, scriveva:
Dall’Alpi all’Adriatico
Senti il fragor di guerra?
Odi di tutti il fremito:
“L’austro vessillo a terra!„?
Stolto! già Italia è libera:
Tua speme, o vil, finì!
Sono, è vero, lontane risonanze delle letture “proibite„, sciorinamento infantile di cognizioni scolastiche. E se noi riconosciamo l’imperizia del principiante, non si può senza far ingiustizia disconoscere la retta intenzione e la buona tempra dell’artefice. Con questi versi ingenuamente enfatici il Rapisardi dava allora cominciamento al poemetto Dione:
Pur grande sei, Trinacria mia! Sublime
Suona per l’orbe il nome tuo vetusto
Non men che quel di Sparta e quel di Roma:
Che come Sparta e Roma eroiche gesta
Messenia vanta e Siracusio e Gela.
Ecco. Ci sarebbe da notare subito l’innato orgoglio del Siciliano, amante della sua terra, in ogni tempo gloriosa e pur tanto calunniata. Ed è davvero qualche cosa di straordinario per un ragazzo quindicenne, che in quel primo poemetto mostrava il generoso intendimento di rievocare le gesta dell’Eroe che anticamente aveva liberato la patria dal tiranno Dionigi.
Ma noi vogliamo in special modo dar qui rilievo al fatto che il Rapisardi, educato nella scuola dei preti riuscì mirabilmente un aperto ribelle, anzi il nobile poeta della rivoluzione.
VI.
Per fermo, la religione degli avi non giunse a far presa nell’animo di Mario Rapisardi. Già tra tutti i versi giovanili che egli cominciò a scrivere sin dal ’58 non troviamo altro d’argomento sacro fuor che l’ode a S. Agata composta nel ’59. E dieci anni dopo, al IV Congresso dei naturalisti italiani tenuto a Catania, il Poeta assumeva diverso atteggiamento.
Ricordevole decennio quello, il più travaglioso della vita del Rapisardi. Però gli studi lunghi e ostinati, se gl’infermarono purtroppo gravemente il corpo, è anche vero che giovarono molto a illuminargli lo spirito, talchè reso maggiormente consapevole si redense poi del tutto dagli errori. Tuttavia, sono di quel tempo Fausta e Crispo, Canti e Palingenesi, in cui sopravvive ancora l’alito della fede ereditaria, quantunque non pienamente sentita e forse pudicamente professata.
Certo è che nel gennaio del ’67 in Sole d’inverno il Rapisardi cantava:
Signor, che a queste brume
Doni del sole il provvido sorriso,
Toglimi al dubbio gelido
Che all’ingenua mia fede ammorza il lume!
Il dubbio s’era presto insinuato torbido e assillante nel suo cervello; e, a onta del poco durevole sopravvento dell’antica credenza, il suo spirito non avrà più pace: seguiranno le torture in quel Getsemani angoscioso, gli spasimi atroci in quel dramma interiore [5] quasi in perfetta rispondenza alle tragiche vicende della gran patria italiana, che insanguinavano i gloriosi campi di battaglia.
Eppure la rivelazione scientifica non tarderà a fargli amare e celebrare la “diva„ Natura, che “una, diversa, onnigena„ impera su tutto, ed “è poco al suo possente imperio lo spazio e l’avvenir„. E il poeta nel ’69, oltre l’inno alla Natura, scriverà Manfredi, Francesca da Rimini, e comincerà a scrivere il Lucifero.
Svanivano così davanti agli occhi del giovine Rapisardi i fantasmi di vita oltremondana, mentre che nella sua coscienza ribolliva il conflitto tra la nuova fede e l’antica. Era il tempo di grandi audacie e di grandi rivolgimenti.
In Roma liberamente per la breccia di Porta Pia entrava alfine l’Italia e il libero Pensiero; e indi dalla Germania si diffondevano animosamente nel mondo civile le dottrine iconoclastiche e innovatrici, per opera di Strauss, Hartmann, Feuerbach, Draper.
Il Lucifero del Rapisardi parve l’eco dell’alto grido di ribellione che contro al secolare dominio delle ascetiche ubbie lanciava l’umanità ormai cosciente di sè e del posto che essa occupa nell’universo infinito.
Ma non pur s’acquetò l’animo del Poeta per la conseguita vittoria; ed ecco il Giobbe, vivo simbolo dell’uomo dolorante che, in cerca della irraggiungibile felicità,
La casa in Via Etnea, al Borgo, ove abitò il R. dal luglio 1885 sino alla morte, 4 gennaio 1912 indaga invano nelle profondità misteriose dell’Essere; e finalmente le Poesie religiose e i Poemetti, con cui inneggia, riconfortato nella piena e divina esaltazione della natura, ai supremi ideali della vita.
E canta fiducioso:
E detta il suo Credo: “Io credo alla forza misteriosa che spinge la vita universale ad evolversi ed elevarsi nell’infinito; io credo al progredimento delle facoltà umane verso l’Ideale che è il bene, cioè l’utile, di ciascuno e di tutti; io credo nella legge morale che ci obbliga a cooperarci al benessere generale, e ci fa considerare la vita come una missione d’amore, senz’altro compenso ai sacrifici che la certezza di conseguir con tal mezzo la felicità, la quale altro non è se non la coscienza del dovere compiuto„ [6].
Le indagini scientifiche intanto diffondendosi sempre più scoprono nuovi veri, le sorti umane proseguono ineluttabilmente il loro cammino ascensionale; e il poeta raccolto nella sua solitudine austera, non estraneo al dolore, assiste al malinconico tramonto delle ingenue credenze primitive, e affretta col vigilante pensiero nel mondo il luminoso Avvento novello.
O sacra campana del Duomo,
Che al vespro d’autunno con lenti
Rintocchi sui vènti lamènti
L’audace miseria dell’uomo,
Nell’ombra solinga raccolto
Feconda di mesti pensieri,
Dolente dell’oggi, dell’ieri,
Intento al domani, io t’ascolto.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Lamenta, o campana romita: Io canto dell’alba il ritorno. L’amor, la giustizia, la vita [7].
Ebbene, non par che intoni soavemente la nenia alla sua puerizia lontana il Poeta, ormai giunto sulla soglia del mistero?
Il passato e l’avvenire, la morte e la rinascita, il sentimento e la ragione: i grandi opposti termini, tra cui ondeggerà perennemente l’animo umano, sognando la “candida pace„.
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Note
- ↑ Riportate da G. Giuliano nel volume Omaggio a Bellini pubblicato nella ricorrenza del primo centenario della morte del sommo musicista, in Catania 1901.
- ↑ Tùmmunu, cappello a staio, tuba. — Caella, marsina, giubba.
- ↑ V. Poemetti e iscrizioni, pag. 166
- ↑ Mandalari, Uno spirito arguto (Salv. Bruno). Catania, Giannotta, 1904.
- ↑ V. il notevole saggio del prof. C. Vitanza, Spiriti e forme del divino nella poesia di M. Rapisardi. Nicosia, 1913.
- ↑ Epistolario, pag. 390.
- ↑ Rapisardi, Nuove foglie sparse, poesie postume. Palermo, Pedone Lauriel, 1914.
- Testi in cui è citato il testo Le poesie religiose (1895)/Conforto
- Testi in cui è citato Torquato Tasso
- Testi in cui è citato Giovanni Verga
- Testi in cui è citato Vincenzo Bellini
- Testi in cui è citato Martin Lutero
- Testi in cui è citato Giordano Bruno
- Testi in cui è citato Arthur Schopenhauer
- Testi in cui è citato Karl Robert Eduard von Hartmann
- Testi in cui è citato Antonio Rosmini
- Testi in cui è citato Papa Pio IX
- Testi in cui è citato Giuseppe Garibaldi
- Testi in cui è citato Goffredo Mameli
- Testi in cui è citato Giovanni Berchet
- Testi in cui è citato Giovanni Prati
- Testi in cui è citato il testo Lucifero
- Testi in cui è citato Mario Rapisardi
- Testi in cui è citato David Friedrich Strauß
- Testi in cui è citato Ludwig Feuerbach
- Testi in cui è citato il testo Giobbe (Rapisardi)
- Testi con errata corrige
- Testi in cui è citato il testo Le poesie religiose (1895)
- Testi in cui è citato il testo Le poesie religiose (1895)/Comizio di pace
- Testi in cui è citato il testo Poemetti (Rapisardi)
- Testi SAL 75%