Commentario rapisardiano/Il Rapisardi e la Giselda
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IL RAPISARDI E LA GISELDA
I.
Giselda Foianesi influì non poco nella vita di Mario Rapisardi; anzi, possiamo con sicurezza dire che, se non propriamente lei, almeno le circostanze o buone o cattive che a lei si riferiscono, decisero della sorte del Poeta. Basta accennare in prima a Francesco Dall’Ongaro, che molto amico della madre della Giselda, lo amò e lo protesse tanto da fargli ottenere nel ’71 la cattedra all’università di Catania, val quanto dire gli procurò il mezzo per guadagnarsi il pane, che invano il Rapisardi avrebbe potuto sperare dai soli versi. E il Poeta, in uno di quei fervidi giorni, col cuore riboccante dì gratitudine e con giovanile candore scriveva su una paginetta che si trova tra la farragine dei suoi autografi come egli al Dall’Ongaro doveva “gran parte della sua reputazione letteraria e tutto il principio della sua sussistenza„.
Or molte notizie si apprendono dalle espansive lettere di Teresa Fossi Foianesi al Rapisardi, che vanno dal ’69 all’83: esse gettano tanta luce nella intimità del Poeta siciliano, e ci spiegano minutamente per riflesso le prime ansie e le vicende della carriera artistica di lui, e le sue incertezze e i suoi dolori e la ineffabile bontà del suo animo generoso.
È del 16 ottobre ’72 la lettera[1] in cui lei accenna al rifiuto del Rapisardi a una cattedra fuori di Catania. “Mi domandi cosa penso del tuo rifiuto? vuoi proprio saperlo? io credo che tu non abbi fatto bene a rinunziare, per un solo anno avrei accettato, facendo quello che avessi potuto fare, senza scalmanarmi tanto; ma avresti avute 1440 lire dì più, e un titolo anche di più per pretendere meglio per l’anno venturo. Tutto il male fu in principio col far capire che non volevi uscire da Catania... Credi che ho messo, e metterò a socquadro tutto il mondo, poi l’inferno e il paradiso, se sarà necessario, perchè tu possa entrare nell’Istituto di Studi Superiori qui a Firenze, e qualche cosa ho nel cuore che mi sussurra dolcemente — questa volta riuscirai. — Speriamo! Sai chi se ne prende anche tanto pensiero, e ti ha raccomandato a diversi pezzi grossi? Gigi Ademollo e suo padre in conseguenza, senti, assicurati che il tuo istinto non ti tradisce e che Gigi è la gran cara creatura... Scrissi a Giselda che nella Commissione nominata dal governo c’è anche il senatore Atto Vannucci; tu sai che Egli ha di te moltissima stima... quel fossile di Giuliani, o lo leveranno di mezzo, o lo lasceranno esclusivamente stiracchiare quel povero Dante, la letteratura latina resterà positivamente al Trezza, è almeno voce generale. Frattanto tu verrai qua in Giugno, e di persona potrai seguitare a fare tutte le premure possibili, e riusciremo, riusciremo!!„.
Buona messe per i biografi del Poeta.
A Firenze il Rapisardi era stato già sin dal 1865 in occasione delle feste del VI centenario di Dante. Firenze, allora capitale del nuovo regno, attirava naturalmente da ogni parte d’Italia gran numero di persone; e non solo gli uomini politici e gli affaristi ma abbondavano anche i cultori d’arte e di letteratura. Il Rapisardi vi trovò parecchie valide amicizie, e nel ’68 vi stampò dal Le Monnier ia “Palingenesi„ che gli meritò dall’Hugo la lode di precurseur.
Come poi egli abbia conosciuto la Giselda non sappiamo di sicuro: forse a Firenze per mezzo del Dall’Ongaro tanto amico alla famiglia Foianesi. Monna Teresa, che non doveva mancare di talento e di coltura e sopratutto di spirito, andava a dar privatamente lezioni, industriandosi così per supplire al marito legnaiuolo che, dedito al vino, mal riusciva a tirar su la sua casa. L’amicizia si rinsalda quando la diciassettenne Giselda, raccomandata al Rapisardi dalla sorella di Dall’Ongaro, potè venire impegnata, per interessamento del nostro Poeta, quale maestra nello Educandato Margherita in Catania per l’anno scolastico 1869 - 70, come si rileva dalla lettera che il 29 maggio ’69 il Rapisardi scriveva al Dall’Ongaro: “Dirà alla sua signora sorella che io l’ho immediatamente servita. La signorina Foianesi è stata impegnata per questo Convitto provinciale e dovrà venire nel prossimo settembre„.
“Non potete immaginare — scriveva al Rapisardi la madre della Giselda il 10 dic. ’69 — di quanto conforto sia a me il pensiero che un amico quale Voi siete veglia su di Lei al di fuori di quelle mura che la racchiudono, con l’interesse e l’affetto di un fratello, oh, ve ne sarò eternamente grata e per Lei e per me„. E il 24 nov.: “Voi siete uno di quegli esseri privilegiati che uniscono alla stima che desta il loro alto ingegno la proprietà di ispirare a chi li avvicina, simpatia, interesse e amore il più grande, il più vivo, il più sentito!... Conto con impazienza le settimane che vi sono da qui all’aprile, epoca in cui mi prometteste venire a Firenze, oh! come sarò felice di rivedervi e presentarvi a tutti i miei, che vi amano quanto me; guardate che vi voglio in casa mia e vi servo appositamente una camera ove starete bene, perchè io abito un bel piano, a terreno, non vi è caldo affatto in estate, e vi si gode un’aria fiesolana la più pura„.
Ma in quel collegio la Giselda non poteva durare a lungo. La direttrice nei primi del ’70 cominciò a sospettare dell’amorosa relazione e avverte mamma Teresa, la quale suggestivamente scrive, con fine arte di donna di mondo, al Rapisardi, il 23 gennaio ’70: “Amico mio carissimo, Conosco troppo la grandezza, la lealtà, e la nobiltà dell’animo vostro, per non venire io pure a Voi, franca e sincera, senza ambagi, e senza mezzi termini, e sono convinta d’essere intesa da Voi, e giudicata giustamente, pensando che è una tenera Madre, che si rivolge al vostro nobile cuore. La Direttrice sig.a Livia Marghieri superiora della Giselda, mi scrive una gentilissima lettera, mi parla della suddetta con molto affetto; ma aggiunge essere in dovere di avvertirmi che fra la medesima e Voi, Ella è convinta passarsi qualche cosa di più d’una semplice amicizia, che la vostra corrispondenza, per mezzo della posta, è troppo frequente, e che in una piccola città potrebbe destare sospetti, e fare incorrere mia figlia in dispiaceri non lievi, che peraltro Ella non vorrebbe mai opporsi ad una cosa legittima; ma non potere assolutamente più tollerare il sotterfugio. — Ora mio nobile e illustre amico, vi schiudo il mio cuore, la Direttrice avendo ricevuta dalle mie mani la figlia mia, non ha avuto molto torto di scrivermi detta lettera, ed io pure dal modo come la Giselda mi parlava di Voi nelle sue lettere, aveva inteso che eravate entrato nel di Lei cuore, potrete immaginarvi, poichè credo che oramai mi conosciate, che se v’è uomo al mondo al quale vorrei vedere unita per sempre la sorte della mia Giselda diletta, quello siete Voi! che per me ritengo il vostro amore tanto grande e sublime da nobilitare e sublimare la Donna, che ebbe la fortuna di inspirarvelo, perciò non ho nulla da rimproverarvi, nessun rimarco a farvi! Solo vi prego, se ciò che sospettiamo è vero, andate dalla Direttrice, apritele l’animo vostro, ditele che io ne sono consapevole, e che vi approvo, domandate a Lei come potete fare per scrivere, o vedere, di tanto in tanto la Giselda, e questo sarà, credo, l’unico mezzo per cattivarsela, e farle rientrare in grazia del tutto mia figlia. La dubito un poco Gesuita, perchè fiorentina e zitellona; ma come si fa? bisogna servirsi delle armi loro...„.
Il Rapisardi allora lealmente si decide a far la dichiarazione d’amore e lei risponde il 2 febbraio ’70 con la seguente lettera: “Amico mio carissimo, Ho versato delle lagrime leggendo le vostra lettera, lagrime di commozione, di tenerezza, di riconoscenza, e d’entusiasmo per Voi, angelo in veste umana! Oh! amatela, amatela quella mia povera cara infelice reclusa, amatela sempre così, di codesto amore, puro, spirituale, etereo, degno della vostra anima divina, amatela eternamente, e che Ella pure vi ami, vi ami con tutte le potenze dell’anima sua... vi ami... come vi amo io, il vostro amore sarà lo amore degli angeli sulla terra! Io scrissi anche alla nostra Giselda, contemporaneamente che a Voi, ed Ella così buona, espansiva e leale com’è, mi ha confessato l’amor suo per Voi, e fra le altre cose mi dice — La sventura non potrà più d’ora innanzi colpirmi, poichè il solo pensiero d’essere amata da quest’uomo angelico, superiore di tanto a tutti gli altri uomini, basta a rendermi pienamente felice, e a darmi forza per sfidare l’avversità della sorte. — Poi in un altro periodo aggiunge — Pensa a me, Mamma mia, che soffro tanto, che mi annoio dal desiderio di vederlo, di parlargli, di ricevere un suo scritto, e non lo posso! Ah! sono proprio sventurata, io lo adoro, so d’essere corrisposta, e non posso vederlo, non posso scrivergli!!... — Quando la rigidezza di questa cruda stagione, avrà ceduto alle balsamiche, profumate, vivificanti aure di primavera, venite amico mio carissimo, venite a Firenze, accettate l’ospitalità che di tutto cuore io ed i miei vi offriamo in casa nostra...„.[2]
Ma quando è deciso irreparabilmente il licenziamento della Giselda, le lettere sono di una eloquenza ammirevole. Strano il caso: in quei frangenti è anzi lei, mamma Teresa, che dà coraggio al Rapisardi. “Mio caro, mio diletto Amico, — gli scriveva il 17 luglio 1870 — Coraggio, figlio mio, coraggio, con la costanza e la fermezza tutto si vince! Oh! se sapeste quanto anch’io sono addolorata! ho ricevuto nel medesimo momento la vostra desolante lettera, una della nostra povera Giselda, più desolante ancora se è possibile, ed una della sig.a Livia, oh! questa poi ha dato il tratto alla bilancia, il mio dolore ha esploso in singhiozzi disperati, e ne ho avuta la febbre! Figuratevi, mi dice mille cose a carico della misera Giselda, mi dice che trovandosi questa così contrariata in questa sua passione, si è fatta d’umore cattivo, che usa modi aspri con le Bambine, che i genitori stessi hanno reclamato, che uno dei superiori ha dovuto richiamarla all’ordine, che le Bambine non la rispettano e non vogliono essere corrette da una Maestra, che ha il capo all’amore, figuratevi, questo mi dice della mia cara Giselda! ma io non lo credo, non posso crederlo! Mi dice di più, che i componenti il Consiglio scolastico sono informati di tutto e che non possono tollerare teste guaste per educatrici... La sig.a Livia, in replica poi a ciò che io le domandava nella lettera che Voi le portaste, si diffonde in mille elogi sul conto vostro, dice che in nulla può dolersi di Voi; ma che anzi deve molto lodarsene, che non ha conosciuto nessun uomo al mondo, che più delicatamente di Voi tratti la donna del suo cuore, sono le sue precise parole, ma mi dice di non potere accordare ciò che io chiedo, poichè avendone parlato con qualche membro del Consiglio, ha risposto essere impossibile, perchè questo amore non avendo per scopo e per base il matrimonio, sarebbe una cosa interminabile; non so poi con qual ragione e diritto possono questi signori trarre questi argomenti!!...„ E il 28 luglio: “Da una seconda lettera della Direttrice ho ricevuta la comunicazione della iniqua risoluzione del Consiglio scolastico, io non so più in che mondo mi sia, e per giunta, sono priva di lettere della Giselda da più corsi di posta, deve rispondere a due mie, ditemi il vero, è forse ammalata? Guardate, con le relazioni che avete di farla ricevere nell’Istituto, o dalla sig.a Aradas,[3] o sig.a Viscuso,[4] il tornare a Firenze ci manderebbe incontro a gravi dispiaceri in Famiglia, con suo Padre, ora non posso dirvi altro perchè sono in uno stato tanto convulso che posso appena scrivere, io non ho parlato di questo fatto con nessuno al mondo, desidero che non si sappia, almeno per ora. Ho veduto Dall’Ongaro, mi ha detto che avrete la Cattedra positivamente...„. E il 30 luglio, più insinuante: “Finalmente eccomi a scrivervi una lunga lettera, e parlarvi di Voi prima di tutto, poichè nell’altre due che vi diressi fui una vera egoista, non vi parlai che di Giselda e di me, dei
Giselda Foianesi suoi e dei miei dolori; mentre doveva cercare di lenire i vostri, che dal tenore delle vostre lettere, rilevo essere atroci! Che cosa vi dirò io per consolarvi? Vi dirò che speriate, che dopo la tempesta viene il sole, vi dirò che Giselda vi ama con tutte le potenze dell’anima sua appassionata, del suo cuore affettuoso, e che un buon presentimento interno mi dice, che vi vedrò felici un giorno! Frattanto fatevi coraggio Voi, figlio mio, non vi abbandonate così alla disperazione, pensate alla vostra salute, pensate che Voi siete uno di quegli esseri che appartengono all’umanità tutta quanta, pensate alla vostra Giselda diletta, che vi adora, che in mezzo a tanti dolori, a tante umiliazioni, a tante avversità, prova una gioia sovrumana nel sentirsi, nel sapersi amata da Voi! Non dubitate mai un momento, nè del suo immenso amore, nè della sua costanza, e questo valga a consolarvi. Vi dirò anche, se può esservi di conforto ciò, che ieri parlai novamente di Voi a lungo con Dall’Ongaro, il quale mi disse che avrete positivamente la desiderata cattedra, e che non possono esservi difficoltà in contrario„.
E finalmente il 30 luglio: “Lo zio Francesco, che s’interessa tanto tanto per tutti Noi, tornò anche ieri mattina al Ministero, e disse a Cantoni che urgeva la partecipazione della desiderata nomina, e lo disse insistendo, mi ha poi assicurata, che la cattedra è vostra positivamente, che siate perciò tranquillo. Appena saranno finiti gli esami la Giselda mi avviserà, ed io verrò ad incontrarla a Napoli, ove voi sempre buono e compiacente con me, mi precederete e verrete ad incontrarmi alla ferrovia rendendomi così un gran servigio, perchè essendo sola, mi troverò un poco imbarazzata, la mattina dopo andremo uniti a prendere la nostra Giselda a bordo, e resteremo qualche giorno a Napoli, e vi farà piacere, passeremo delle ore felicissime Noi tre assieme. Ditemi: il vostro amico sig. Orsini[5] potrebbe o vorrebbe incaricarsi di accompagnare la Giselda fino a Napoli o almeno fino a Messina? Sarei tanto contenta che potesse farlo, perchè non venisse dalla Direttrice affidata a persone sue alleate, del sig. Orsini sareste contento anche Voi, ed io che so l’amicizia che Egli ha per Voi, sono sicura che potendo ci renderà questo grandissimo servigio. Addio, Mario mio, figlio mio...„.
Intanto pare che il Rapisardi avrebbe desiderato accompagnare lui la Giselda a Napoli, e a essa ne fece la proposta, che non venne accettata; onde egli incalza con la seguente:
“Il progetto della mamma sarebbe accettabile, se potesse riuscire di qualche utilità.
Le ragioni che mi spingevano ad offrirti la mia compagnia sono due:
1. Per non lasciarti andar sola, e per risparmiarti tutti quei piccoli e grandi fastidi che s’incontrano nel viaggio.
2. Per aver finalmente l’agio di conoscerci meglio e più da vicino: le lettere sogliono essere spesso la maschera e non l’espressione dei nostri caratteri: in un discorso di un’ora si studia e si conosce meglio una persona che non in un anno di corrispondenza; in un amplesso e in un bacio c’è tanta storia d’amore che tutti i dizionari del mondo non potrebbero esprimere.
Mancate queste due ragioni, io non credo se non una mera convenienza l’andare a Napoli: sarebbe la galanteria portata sino al livello della retorica: l’amor tuo non pretenderà nè l’una nè l’altra. Che gioverebbe la mia presenza in Napoli quando tu verresti o sola o accompagnata da altri fino a colà?
Io proporrei invece un mezzo termine. La vigilia della tua partenza, io andrei ad aspettarti in Aci. Verrei a trovarti alla stazione e ad accompagnarti fino a Messina. Passeremo insieme un quattro o cinque ore, e poi ci lasceremo a bordo. Così, se non nella sua estensione, almeno in miniatura, potremo attuare l’antico progetto, e soddisfare alle esigenze della società e non contravvenire ai precetti della mamma. Si salverebbe l’apparenza e si godrebbe un tratto del nostro amore: non scontenteresti nessuno e renderesti felice l’amico tuo.
È l’unica e ultima proposta ch’io ti faccio: ti do piena libertà di parteciparla alla mamma, alla quale risponderò quando avrò lettera dallo zio. Che se poi ti piacerà di rigettarla, come al solito, e preferirai di andar con la signora Parato[6] o con altri o con nessuno, a me non resterà a far altro che rider del mio destino e del nostro amore di carta e dei miei sospiri e di me!
Buona sera„.
Nè anche quest’altra proposta potè esser varata.
Or quale giorno avvenne la partenza? Non risulta dai documenti: solo si sa che il 12 agosto il Rapisardi scriveva al suo amico Emanuele Giaracà in Siracusa: “Trovandosi la signorina Giselda Foianesi poco contenta del trattamento di questo convitto femminile, in cui ella è da un anno maestra, desidererebbe trovare in cotesto una migliore collocazione„.
In ogni modo, il Rapisardi intensificò con la Giselda ritornata a Firenze il carteggio, finchè non andò a raggiungerla nella seguente primavera. Le arti di Armida invescarono pienamente il Siciliano. Che passione, che tenerezza in quei versi A Giselda![7] E come rivive vero palpitante suggestivo l’idillio amoroso, alla lettura del dolcissimo episodio d’Isolina nel IV canto del Lucifero!
Il Poeta tornò a Catania il 24 sett. e il suo arrivo annunziò con un telegramma in cui la informa che aveva fatto viaggio cattivo.
La mamma, trepidante per il figlio lo aveva chiamato a sè nell’agosto; ma non potè impedire il matrimonio che ebbe luogo a Messina il 12 febbraio 1872. Matrimonio che doveva essere infelice, purtroppo. Nato con cattivi auspici, sortì triste l’epilogo, che fu nello stesso tempo martirio e liberazione.
II.
Di documenti autografi relativi alla loro vita maritale non ci resta altro che qualche lettera, sebbene di rilevante chiarezza. Ai primi del ’78 in un biglietto il Rapisardi confessa al Reina: “Un solo e gran dolore porterò fino all’ultimo istante, ed è che io sarei molto migliore di quel che sono se avessi trovato un’anima sola che mi comprendesse e mi amasse: ho trovato chi mi ha compreso forse e chi m’ha amato... ma l’una e l’altra cosa insieme, giammai. Pazienza!...„. E più esplicitamente un anno prima: “T’assicuro, carissimo Nello, che, senza l’amore di mia madre e dell’arte io mi sarei difficilmente rassegnato alla vita!„. Confessione che ripete il 14 settembre 1883 alla vigilia dello scioglimento del dramma: “Io vivo come sempre per l’arte unica dea che mi consoli e sollevi l’animo dalle cure e dai fastidi e dai dolori che accompagnano indivisibilmente la vita„.
Da ciò pare che l’anima sua incontentabile non si acquetasse nelle mura domestiche; anzi, c’è da credere che sia stato sempre travagliato da sospetti e da gelosie. È certo in ogni modo che nei loro rapporti coniugali, se era svanito il fervore della passione, non era per nulla subentrato quel sentimento calmo di amore e di stima reciproca e fiduciosa che lega soavemente e cementa sempre pili le anime degli sposi felici. Mi piace riportare la unica lettera che trovo della Giselda, diretta al marito in quel tempo. È del 15 luglio 1873, quando il Rapisardi era andato a Milano con l’intendimento di recarsi a Parigi.
“Mario mio, È proprio vero che siamo divisi? Nuovamente divisi! Ti assicuro che fino all’ultimo momento non mi pareva possibile che tu ne avessi il coraggio, credevo di esserti tanto necessaria!... Ho tanto sofferto in queste ore, ho tanto pianto, mi sono venuti tanti pensieracci, che se avessi potuto, ti sarei corso dietro. Mi sono anche pentita di non avere accettato di venire con te, ma lo feci con buona intenzione, sai, prima per non spendere tanto, eppoi per lasciarti libero di andare a Parigi, benchè sarei più contenta se tu non ci andassi, mi sarebbe però dispiaciuto se poi tu me lo avessi rimproverato. Guarda bene però, che se tu mi desideri, se non puoi fare senza di me, io vengo subito, telegrafami e io corro da te lo stesso giorno. Sta’ bene informato per carità sulla salute pubblica, e al più piccolo segno d’allarme ritorna via.
Stanotte ho dormito, o meglio mi sono coricata nel tuo letto, perchè non ho chiuso occhio, e nel mio c’è venuta la Mamma con Enrico. Ora sono tutti a scuola i ragazzi grandi e piccini, io sono sola con la Mamma e la Giovanna che cuciono il vestito da bruno, io non ho pace, vado da una stanza all’altra, cerco, cerco e non posso trovare ciò che voglio. Mario per carità vieni presto, perchè io non posso assolutamente stare senza di te. Sono in mezzo ai miei, eppure senza di te mi pare di essere in mezzo a gente estranea che non conosca nemmeno. Vieni dunque pili presto che puoi, e vieni buono, senza essere seccato.
Da Catania non ho avuto notizie, io scriverò domani a tua Madre.
Hai lasciati i biglietti da visita, penso di mandarteli perchè ti faranno comodo, indirizzerò tutto alla posta di Milano, spero che ci anderai. Dopo domani al più lungo aspetto una cara tua, scrivimi ogni giorno, come ti scriverò io e dimmi minutamente tutto quello che fai.
Addio, addio, a presto, tutti ti salutano, e io ti dò tanti baci con tutta l’anima mia e ti raccomando di esser buono e di pensare alla tua Giselda„.
Ella gli aveva consegnato la seguente commendatizia per la sua amica Erminia Re a Milano:
“Firenze 13 luglio 1873. Cara Erminia, Mille volte ho presa la penna in mano per scriverti, ma mi è mancato sempre il coraggio, dopo un silenzio di tanti anni; ora però che mio Marito viene a Milano, non posso resistere al desiderio di presentartelo, e così potere avere da lui tue notizie precise.
Avrai già saputo dal nostro povero e amato Zio,[8] come io sia maritata al Professore Rapisardi, catanese, già da diciotto mesi, e come sia stabilita in Sicilia. Io ho avute sempre tue notizie da casa Dall’Ongaro, e ultimamente venendo a Firenze mi sono trattenuta due giorni a Napoli con la nostra sventurata Zia, e abbiamo tanto parlato di te.
Non posso dirti quanto abbia sofferto di vedere il gran vuoto di quella casa! Povero Zio! come ci fu crudelmente rapito!
Mio Marito ha delle commissioni per Milano, della Zia, e spero che tu vorrai associarti a lui, e essergli in certo modo di guida: potessimo almeno fare qualche cosa per quella cara famiglia.
Addio Erminia mia, mi lusingo che conserverai ancora buona memoria di me e che non ti sarà discaro avere mie notizie.
Salutami i tuoi, baciami la tua bambina, prenditi i saluti della Mamma, e tanti baci dalla sempre tua
Giselda Rapisardi nata Foianesi„.
Così apprendiamo che il Poeta era andato nel ’73 a Milano per cercare di procurar sovvenzioni alla desolata famiglia Dall’Ongaro. Ma questa lettera rimase in tasca del Rapisardi, il quale sofferente non tardò molto a tornare a Firenze.
Ella dunque raccomandava al marito di esser buono; e non erano ancor passati due anni dal matrimonio. Già ci vien di ricordare che la Giselda appena entrata in casa Rapisardi non ricevette le più cordiali accoglienze; e pochi mesi dopo, il 16 ottobre ’72, la suocera scrive al Poeta: “Vorrei che passasse buona armonia anche fra lei [la Giselda] e il resto della tua famiglia, il mondo è fatto in un certo modo che è sempre inclinato a dar il torto all’ultima arrivata in una casa„.
Ma diversi motivi andavano contribuendo in seguito a turbare l’armonia di quella casa, non estraneo forse il continuo salasso che al magro stipendio faceva la suocera perchè “navigava in brutte acque„. E, non bastandole la retta di mantenimento che le mandava per il figlio Orazio ricoverato nel Conservatorio correzionale, chiedeva maggiori aiuti e in ultimo, perchè molto inferma, stava per venire in Catania a ristabilirsi. Certo che i dissidi sempre aumentavano, e ai cupi periodi di diffidenza dovevano seguire i violenti scatti di collera e di gelosia, massime quando cresceva la gazzarra delle gazzette congiurate contro il Poeta. È quindi da credere che il loro legame ebbe a somigliare piuttosto alla catena del forzato.
Un giorno, la mattina del 19 dicembre 1883, mentre il Rapisardi si trovava solo, chiuso in camera al buio per uno di quei soliti accessi di emicrania che lo facevano tanto soffrire (abitava nel villino a S. Maria di Gesù) si accorse che la serva, rincasando, invece di passar dritto pel terrazzino, si fermò a guardare, con la mano a solecchio, dietro ai vetri della finestra della stanza oscura, come cercasse qualcosa. Il contegno insolito di essa gli diede sospetto, e, schiusa senz’altro la portiera che dava nella camera della moglie, la trova quivi, che ancora non aveva potuto dire una parola. Le strappò di mano il sacco della spesa che portava, e una lettera cade per terra.
— Non toccar quella lettera! — grida la Giselda... Ma inutilmente.
Tre ore dopo, lei dovette uscire dalla casa Rapisardi insieme col servitore, che l’accompagnò alla stazione.
La lettera era di Giovanni Verga, indirizzata Alla Signora G. per favore; e si legge a pag. 483 dell’“Epistolario„ di M. Rapisardi.
La Giselda, appena sistemata a Firenze, scrive al Poeta:
Firenze 24 dicem. ’83. Credo che non ti dispiacerà sapere dove io sia; è per questo che oso farmi viva. È inutile raccontarti quello che abbia passato in questi giorni. Ora sono alla pensione Benoit Lung’Arno Serristori N. 13. Ho creduto il modo più conveniente per ora di collocarmi, giacchè la casa è rispettabile per tutti i rapporti fuorchè quello dell’economia, disgraziatamente, ma ia sig.ra Adele mi ha fatto delle condizioni da amica e sono stata così in grado di assicurarmi una quindicina di giorni d’esistenza[9]. Poi, sarà quel che sarà. — Ti prego di farmi avere in qualunque modo notizie della tua salute. Vorrei anche che almeno per ora, tu mi facessi spedire per mezzo di pacco postale, la biancheria da inverno che lasciai perchè muoio di freddo. L’altra roba me la farai avere a comodo tuo. Non ti dico altro, solo vorrei tu mi usassi la generosità di non dire la ragione che credi d’avere avuta per mandarmi via da casa tua, perchè io devo lavorare. Qua non ho veduto che le Cerracchini, alle quali ho detto, come dirò a tutti, che non siamo potuti più andare d’accordo. — Se tu volessi farmi il piacere, pet questo primo mese di mandare alla mamma, non c’è bisogno tu le scriva, la solita rata di 22 lire e 50, te ne sarei gratissima, perchè io non le ho. L’indirizzo della mamma lo troverai in una cartolina postale d’Orazio, che è nella scrivania del salone. — Addio! Giselda.
Ti supplico di non fare strapazzare la mia Lillina.
Il poscritto è edificante davvero! Pensa a raccomandargli la Lilla, la cagnetta levriera.
III.
Or, per dare una spiegazione all’inaspettato scioglimento di questo dramma intimo, dobbiamo riportarci nel 1869, al tempo, cioè, che il Rapisardi e il Verga erano amici. Notiamo di passata che in quell’anno il Rapisardi non potè recarsi a Firenze, e perciò aveva dato una commendatizia per il Dall’Ongaro al Verga che là si recava per la prima volta, come appare dalle lettere verghiane alla madre.
Quando la Giselda ai primi di settembre di quell’anno, come abbiamo appreso, venne in Catania, era accompagnata dalla mamma e dal Verga che le aveva conosciute in casa Dall’Ongaro; e insieme i due giovani amici gareggiarono a usar loro le cure più premurose. A far poi visita alla Giselda nell’Educandato andavano entrambi, nei giorni permessi dal regolamento; anzi, pare che il Verga invitasse qualche volta la novella maestrina a passar la domenica in casa sua, in campagna. Ne fanno fede alcuni biglietti che al Rapisardi scriveva la Giselda, inconsapevole dell’incendio che aveva suscitato nell’animo del Poeta.
Sig.re Rapisardi — Vi ringrazio tanto del vocabolario che mi mandaste, e subito che vi avrò presi alcuni appunti, che mi sono necessari ve lo restituirò.
Senz’altri preamboli vi parlerò di me, sperando che non l’avrete discaro!... Dunque, io non sto benissimo, perchè non dormo, e passo delle lunghe notti insonni, fantasticando, e vagando col pensiero chissà dove; perciò alla mattina sono più stanca che quando mi corico.
Se Domenica prossima vorreste aver la bontà di unirvi a Giovanni e alle sigg.re Verga che verranno a vedermi, mi farete un regalo; però vi prego per questa volta a non dir niente a Donna Teresa[10] che ho già vista un’altra volta dopo domenica; perciò ne ho abbastanza.
Addio nella speranza di presto stringervi la mano e ringraziarvi a voce; pregandovi di salutare il nostro comune amico Giovanni, sono la Vostra Amica
Giselda Foianesi.
22 settembre. Dal mio salottino.
E l’Album? l’avete visto?
Aveva appena mandato alla posta la lettera, che ne riceve una del Rapisardi, il quale, come è facile supporre, cominciava trèpidamente ad aprirle il suo animo d’innamorato che non sa come principiare a far la dichiarazione alla sua bella. E lei rincalza col seguente biglietto:
Mio Gentile Amico — Poche ore dopo aver consegnata una mia lettera a voi diretta alla Portinaia per metterla in Posta, ho ricevuto un vostro scritto accompagnato da uno di mia Madre.
Grazie amico mio, grazie di cuore del pensiero gentile e delicato che avete avuto nell’inviarmi quel caro foglio vergato da mia Madre.
Mi affretto a rinviarvi la sudetta lettera, come me ne avete mostrato desiderio, e ripongo nel mio portafoglio particolare la vostra, che terrò come cosa preziosa.
Mi dite di pregare le Vergini Muse acciò vi ridonino le dolci illusioni di un tempo! Oh! come volentieri lo farei, se le mie preghiere bastassero! Se il benessere di coloro che amiamo dipendesse solo dalla veracità delle nostre brame, tutti, tutti sarebbero pienamente felici!...
Addio, vi seguo col pensiero nel vostro romitaggio e vorrei esser con voi. Tutta vostra Amica Giselda.
22 Settembre
Ai primi di ottobre, trovandosi indisposta, gli scrisse in un biglietto da visita:
Sig.re Mario — Non vi ho risposto ancora perchè sono stata qualche giorno in letto: ma mi riprometto quanto prima di farvi una lunga lettera. Vostra
Giselda Foianesi
E nella lettera, che è del 7 ottobre, torna a invitarlo a passare la domenica in campagna coi signori Verga.
Sig.re Mario — Non vi risposi ancora, solo perchè fui tre giorni in letto con una febbre reumatica; ma pensava di farlo, quando mi giunse il vostro gentile bigliettino.
Temete che io sia crucciata con voi? E perchè? No tutt’altro vi assicuro anzi, che volo sovente col pensiero al vostro gentile romitaggio, e vi vedo fra i gelsomini, le gaggie, ecc.
Domenica sono tutto il giorno in campagna dai signori Verga: vi vedrò?
La Mamma mi ha scritto, e mi prega di dirvi tante e tante cose, e che ha ricevuto il gruppo in buonissimo stato.
Finisco di scrivere, perchè sono ancora molto debole, e mi sento mancare la forza nella mano che deve vergare la carta, anzi temo che possiate leggere questa mia calligrafia così tremula.
Vi devo profumare il biglietto? da vero? proprio?...
Ora vado a prendere la cipria.
Ecco fatto! Pensate qualche volta all’amica Vostra
Giselda
7 Giovedì
Vi si scorge chiaramente la malizietta birichina di colei che ha ben compreso. Ma quell’invito fatto con tanta ingenuità, doveva saper molto d’agresto all’innamorato Rapisardi, il quale in uno di quei giorni ebbe a scrivere a lei la lettera ardente di gelosia che si legge nell’Epistolario. E chissà come abbia sospirato il giorno di poter dichiararle il suo amore, e levarsi quell’insopportabile peso dall’anima!
Ci manca l’ulteriore carteggio del Rapisardi con la Giselda; però ne fa di buona guida mamma Gegia, Teresa Foianesi, la quale, da che fu celebrato il regolare maritaggio, non accenna più il nome di Verga nelle sue lettere. È ovvio pensare che non era più conveniente, massime per gli sposi, di tener relazione con lui.
Ma come e perchè l’antica amicizia tra la Giselda e il Verga si riattaccò in segreto per via epistolare dodici anni dopo, giusto nel tempo della polemica famosa?
Non altro sappiamo che ciò avvenne per opera di un cotal Martinez, reduce da Alessandria d’Egitto, di quel “Gwimplaine, il mostro„ che il Rapisardi accenna al Reina. M’informava così il Cipolla per lettera in proposito: “Era costui una figuraccia fisicamente e moralmente: comparve improvviso quando il Rapisardi abitava a S. Maria di Gesù. Dopo la partenza della Giselda, il Poeta mi disse che quel brutto figuro era stato il galeotta del brutto affare„.
La citata lettera del Verga, più che un prezioso documento, è un vero monumento per la storia della nostra letteratura. Gran dio, quanta miseria, quanto livore, quanta abiettezza nella così detta repubblica letteraria!
Francamente: a legger questa lettera, ad apprender certe cose non si può rimanere indifferenti: la nausea, meglio che lo sdegno, ci serra la gola. Giacchè qui non è per avventura il caso di parlare di passione che accieca e travolge in un punto l’animo anche dei più forti, come si compiace far vedere G. A. Cesareo, il quale, nel suo articolo sull’Epistolario interessante pubblicato nel Mondo, a questo proposito dice che “il Verga avrà fatto male, ma col cuore non si ragiona„. In verità, qui è da notare il tradimento freddo continuo calcolato, diremo anche, sistematico. Il Verga tradisce l’amico, dandosi in braccio ai nemici di lui, e con loro fa causa comune, si mette sotto la loro protezione, perchè sa che essi lavorano le rinomanze, e che, altrimenti facendo, quei signori della cricca lo avrebbero presto e facilmente liquidato, anzi giuccato col sambenito delle sue sciatterie. Il tradimento gli faceva assai comodo.
Comunque sia, non passò molto che la Giselda riuscì ad avere il posto governativo di Ispettrice degli Educandati femminili d’Italia.
Il Verga, come ognun sa, alla fine venne nominato Senatore.
Note
- ↑ Nei passi che riporto, lascio inalterate le manchevolezze di forma dell’originale.
- ↑ Le parole in corsivo si trovano sottolineate nell’originale.
- ↑ Maria Bruno, moglie di Ferdinando Aradas, figlio del noto zoologo Andrea, rimasta vedova diresse un istituto infantile privato.
- ↑ Direttrice della Scuola femminile municipale all’Indirizzo.
- ↑ Francesco Orsini, prima segretario all’Accademia Gioenia, poi Direttore della Banca Popolare a Catania.
- ↑ Signora molto galante, moglie di un ingegnere.
- ↑ V. Ricordanze. E anche ivi quelli intitolati A un astro, che figurano nell’autografo dedicati “alla signorina G. Foianesi„.
- ↑ Il Dall’Ongaro, morto a Napoli il 10 gennaio 1873, era così chiamato, come abbiamo visto nelle precedenti lettere, dalla famiglia Foianesi.
- ↑ Il Rapisardi le aveva consegnato L. 300.
- ↑ Teresa Nani Gambino Abate, scrittrice di commedie e melodrammi, e specialmente di versi dialettali felicissimi. Sposò in seconde nozze G. Raffaele Abate, autore del sacro oratorio Giuditta, musicato dal Pacini.