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Commentario rapisardiano/Lettere di illustri scrittori al Rapisardi/Erminia Fuà Fusinato

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ERMINIA FUÀ FUSINATO

Viareggio, li 3 giugno 1870

Gentilissimo Signore ed amico!

Grazie della gradita e cortese sua letterina! Le auguro un felice ritorno in patria, ed a me auguro rivederla fra qualche tempo in Firenze con l’animo più lieto.

Per carità, non disperi, Lei sì giovane, sì buono e valente, dell’avvenire! Quanti lo assomigliarono nell’ingegno e nel cuore, soffersero al pari di Lei! Coraggio! A Lei è destinata una fama piena di gloria — non ne dubiti [p. 153 modifica]mai! Conviene far conoscere maggiormente quel tesoro d’ingegno che le lia dato Iddio, e quel tesoro di sapere che ha saputo procurarsi; ed allora, oh allora nessuno le negherà la giustizia dovuta ai suoi lavori stupendi. Accetti un mio consiglio: faccia stampare o nella Antologia o nella Nuova Rivista Europea, un atto del Manfredo od un canto del Satana. Regalando, non gli rifiuteranno l’ospitalità, ed Ella si farà conoscere. Dall’Ongaro potrebbe, parmi, giovarle in proposito.

Io poco posso in ogni modo, ma ove le sembri che l’opera mia le possa tornare opportuna, mi scriva come ad una sorella, come ad una madre, come meglio le piace.

Scrivo in furia, e già se ne sarà avvisto, ma non è la furia che mi toglierà di ripeterle come io la riguardi uno fra i pochissimi destinati ad onorare le lettere italiane, e di ciò mi rallegro col paese, e con Lei, e con me stessa.

Si abbia cura, e confidi in se stesso e nei molti che le serbano stima ed amicizia!

Sua

Erminia Fusinato


Mio egregio amico,

Non scrissi, perchè pesavami farlo senza poterle comunicare qualche notizia confortante. La sua istanza la presentai tosto e parlai di Lei al Barberis, al Padoa e al Zanfi, i quali possono giovarci meglio e più del Ministro, di cui si crede prossima la caduta. I movimenti e le promozioni non si faranno che pel prossimo anno scolastico, e a me premeva Ella fosse ricordato a tempo opportuno. Tutti e tre i signori suddetti mostrarono di riconoscere la convenienza della sua domanda e di stimare il suo ingegno e la sua dottrina, e aggiungerò pure che espressero vivamente il desiderio di poterle giovare. Due vie ne si aprono, poichè io non guardo che a cose pratiche e non troppo ardue a conseguirsi. Venne presentato al Consiglio Superiore il progetto di allargare alcuni insegnamenti (fra i quali il letterario) in alcune Univer[p. 154 modifica]sità, dove tali insegnamenti non sono obbligatori e fissi. Ove questo progetto venga adottato, la condizione economica di questi insegnanti verrebbe a migliorarsi, e la migliorerebbe Lei pure. In caso contrario il consiglio datomi dai detti signori è di rivolgersi, per ora, ai Licei, dove si cercherebbe serbarle una cattedra di lingua, pel nuovo anno. In tal caso bisognerebbe presentare un’altra istanza; ma di ciò le scriverò quando venga presa una risoluzione sulla prima questione. Dissi com’Ella pur di sistemarsi più convenientemente si allontanerebbe anche da Catania, ma esclusi il clima troppo freddo, come quello che potrebbe nuocere alla sua salute, a noi sì cara.

Dissi quanto potrei dire per un fratello, al quale oltre all’amore, mi legasse stima ed ammirazione. Purtroppo non le nascondo che delle difficoltà ce ne sono, nè create dalla mala volontà degli interessati, ma io spero che qualche cosa si potrà ottenere. Stia di buon animo, che la giustizia poi finisce col trionfare! A me le sue espressioni di riconoscenza sono una mortificazione fino a che nulla ne è dato fare a suo vantaggio. Ma sul mio affetto e sul mio buon volere conti pur sempre! Appena abbia qualche cosa a comunicarle, le riscriverò — creda dunque che il silenzio in me non significa oblio. — Sono molto occupata, e perciò obbligata a privarmi spesso dello scrivere agli amici — ma noi farei ove ne derivasse loro alcun danno! — Baci per me la cara Giselda che non dubito le renderà, ora e sempre, meno triste la vita. Mi ricordino talvolta insieme, come io insieme li ricordo ben di sovente.

Sua aff.ma

Erminia Fusinato

Roma, li 13-4-72


Egregio Amico,

Perchè non le scrissi mai, mentre ho pensato tanto di Lei e di Giselda? Perchè avevo dispetto di non poterle dire qualche cosa di confortante, di non poterle mostrare coi fatti che avevo cercato d’appagare i suoi [p. 155 modifica]desideri. — Senta: Scrissi al Villari pregandolo di fare il possibile perch’Ella possa avere l’ufficio d’insegnante di belle lettere nell’Istituto di Firenze — e non mi rispose. È vero che fu malato — ma intanto nulla io posso dirne a Lei!

Avute appena le tre copie del suo bel libro, mandai al Comm. Barberis quella che ne portava il nome, ne diedi un’altra a un signore mio amico che scrive qualche volta nell’Antologia, e Io pregai di farne un articolo a modo. È uomo di dottrina e d’ingegno, non gli aveva domandato mai nulla, speravo mi avrebbe tenuta la parola. Intanto lo fecero Senatore, non si lascia vedere e non fece nulla!

Stizzita scrissi io stessa un articolo sul libro suo — non conosco direttamente questi signori Giornalisti, e pregai mio marito di portarlo al Diritto di cui gli è nota uno de’ collaboratori. Andò, tornò, scrisse, riscrisse, e non si vide nulla!...

Aggiunga che io vivo più ritirata, più triste che mai per ragioni che vano sarebbe il significarle — e da tutto questo vedrà che non è la volontà che mi fa difetto, e che merito la sua indulgenza. — Dei suoi versi parlai con quanti amatori dei buoni versi potei vedere. Ora le mando questo articolo del Fanfulla. Ella merita più, ma nel complesso le rende onore. — Se sarò più fortunata nei miei tentativi, le scriverò — se no... aspetterò giorni meno avversi.

Che dirle del povero Dall’Ongaro? Credo non sia da compiangere chi muore, ma coloro che rimangono afflitti e senza pane!...

Ed abbiamo anche lo Zanella in uno stato ben tristo — non per la salute fisica, quanto per l’intellettuale, che in seguito ad angosce e pubbliche e private, pare la ragione sua abbia grandemente patito. — Ecco a cosa giova il poetico ingegno!...

Speriamo... non so in che, ma speriamo — non fosse altro nella soddisfazione che deriva dalla coscienza di non mancare al proprio dovere — e come dice Dante: “pensa che, a peggio, oltre la gran sentenzia non può [p. 156 modifica]gire„ — che se questo non è purgatorio, io non so quale esso sia!

Mi baci Giselda, e cerchino qualche conforto nell’affetto, nella bellezza della natura e dell’arte, nel sorriso della giovinezza e nella sicurezza di possedere la stima e l’amicizia di molti, non ultima fra i quali sente di potersi dire la sua

E. F. Fusinato

Roma, li 2-2-73