Commentario rapisardiano/Lettere di illustri scrittori al Rapisardi/G. A. Cesareo
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[Messina, 11 dicembre ’80]
- Caro Professore,
Il Vassallo, direttore del Fracassa, risponde che pubblicherà. Le regalo un brano della sua prosa: “Ora pubblico il ritratto e una specie di biografìetta sul De Amicis. Sarà forse una porcheria, ma è di circostanza. Se ora il Mario Rapisardi desse qualcosa fuori, non mi pare il vero di stampare subito il lavoro, ecc. ecc.„.
Gli ho risposto che il Mario Rapisardi darà fuori la terza ediz. delle Ricordanze e però può parergli il vero ecc. ecc.
Dunque, ha inteso, eh? Che bei concetti fosforeggiano nel cervello de’ nostri critici.
Qui nous delivrera?
Suo Cesareo
[Messina, 4 settembre ’81]
- Mio caro Rapisardi,
Il “Don Juan„ è poema psicologico in forma drammatica: è la trasformazione della voluttà nervosamente irrequieta nella edone riposata e felice; è l’oggi che diventa domani; il satiro che diventa Apollo. Non c’è dramma; perchè il dramma è tutto dentro l’eroe; io peraltro non gli darò (al poema) il soprannome di drammatico. Quanto a organismo, può essercene uno solo: uno solo può essere il filo che leghi tutte le scene. Ogni scena dovrà essere un grado progressivo della psiche del mio eroe. Si può immaginare un tal poema? io penso di sì. Sono io capace d’eseguirlo? That is the question.
Ma, dirai tu, e l’importanza di codesto poema? Eccola: il senso sfrenato, ma squisitamente artistico che lotta con la scienza e rimane sconfitto. La società vecchia che si ricrea nella contemplazione della natura. Scienza e natura, rigeneratrici dell’umanità. Ecco l’importanza filosofica. Le scene socialiste formano l’importanza politica, che non parrebbe del resto necessaria.
Il mio poema (e tu perdona il paragone tirato solo per argomento di difesa) ha lo stesso organismo della Commedia dantesca. Qui è Dante che ascende dall’Inferno al Paradiso, dall’animalità all’umanità — commedia dell’anima. Là è Don Juan che ascende dall’Inferno dei sensi in disquilibrio irrequieto, al paradiso della calma scientifica — dall’animalità all’umanità — commedia dell’anima. L’uno passa a traverso i dannati dell’oltretomba; l’altro passa a traverso i dannati della Terra. E come Dante fa risaltare i tipi, che gli bisognano per ispiegare il suo trasformarsi, nell’infinità dei dannati, così io (perdonami, per amore d’Apollo scorticatore!) scelsi i tipi che mi bisognano a esplicare la metamorfosi del mio eroe, nell’infinità dei personaggi rappresentanti la grande commedia umana.
Delle tue osservazioni dunque la sola che m’inquieti è quella che non ti pare si senta bene l’ondeggiamento sul principio e poi la graduale trasformazione. Quanto agli amori ne ho fatto molti per due ragioni: primo, perchè un Don Juan con un solo amore non è più Don Juan; secondo, perchè la diversità di sentire l’amore è la stessa di trasformazione del mio eroe. Il quale, ti sarai accorto, non ama donna Elvira (colla quale è più scettico) come donna Maria (passionato) come Ogalia (malinconico). Ma all’ondeggiamento in principio rimedierò con qualche nuova scena; e muterò qualche cosa e qualche altra aggiungerò per rendere bene la graduale trasformazione in seguito.
A ogni modo, io ti ringrazio di cuore della tua benevolenza. Ho saputo che Bovio[1] intende farti riconciliare col Carducci a Palermo. Cave! I miei saluti alla signora Giselda. A te un bacio dal tuo
Cesareo
[Messina, 20 novembre ’81]
- Carissimo mio,
Ho mandato tutto all’Editore, lasciando, naturalmente, il periodetto aggiunto: in Italia, son due solamente le persone delle quali io tenga all’applauso: Mario Rapisardi e Francesco De Sanctis. Figurati se m’importa delle donnine isteriche e dei letterati vergini!
Codesto tuo presentimento di morte vicina comincia a turbarmi, proprio. Io t’amo tanto, sai, Mario; e, se non mi piace dirtelo spesso, gli è perchè il tubarti dattorno non mi par degno nè di te nè di me stesso. Ma tu parli troppo spesso d’un pericolo, anzi d’una sciagura troppo grande, perchè io possa seguitare ad ascoltarti cercando di non crederti. Ma, insomma, se dopo la tua malattia mortale, e quando lo spirito era più irrequieto e più tormentato, tu sei vissuto fino adesso; perchè, ora che il tuo spirito si riposa felice senza guardare alle nostre misere beghe, e il corpo è meno malato, perchè non vivresti almeno altrettanto? Tu dàtti cura, carissimo mio; il tuo pieno trionfo è vicino; e giorno verrà, ne son convinto, che sarà religione il venire a vederti.
Ti mando due numeri della Cronaca Bizantina giornale che si pubblica a Roma, e del quale è ispiratore il Carducci. Ci hanno voluto far entrare anche me, ed io tendo a neutralizzare l’influenza del divo. Non sanno neanche combattere, codesti imbelli! In un numero, dunque, vedrai l’Ebe che ti prego di leggere e di giudicare, parlandomene con la più grande schiettezza. L’altro ti servirà a intendere lo svolgimento d’una stupida vertenza con un imbecille di qui, dove io sono divenuto impopolare in modo da far paura.
Addio, mio carissimo Mario, fa di tenerti sano e di volere un po’ di bene al tuo
Cesareo
[Messina, 13 gennaio ’82]
- Carissimo mio,
Tu fai molto bene a non leggere e, più, a non curare le corbellerie del Capuana e dello Stecchetti; i quali vorrebbero (sei troppo ingenuo a non intenderlo) distrarti dal Giobbe che schiaccerà, figurati se l’ immaginano, loro e i loro idoli buffoneschi. Mi occuperò io di quei bravi signori, e in modo degno di loro, sta certo. Del Capuana spero d’occuparmi nella Cronaca Bizantina, alla quale non parmi ch’ei sia troppo caro; dello Stecchetti, nel Piccolo. Farò anche in modo che il mio simpatico Morello se ne occupi nella Gazzetta di Napoli o in qualche altro giornale.
Del resto, tu dovresti intendere, mio caro, che tutti questi nemici e tutte queste scaramucce sono giusto una prova assai lampante della tua importanza. Lavora! questo è importante: vedrai quando sarà pubblicato il Giobbe. E Igea ti sarà benigna. La Natura non uccide chi si piega alle sue leggi e contempla, senza turbarsi, il corso delle umane passioni. Ma il giorno, e io mi auguro e ti auguro che sia da qui a cinquant’anni, nel quale tu sarai ritornato tranquillo in grembo alla gran madre, credi pure che la tua eredità di sdegni e di nobili entusiasmi non andrà perduta; perchè o io non sarò che un imbecille, sempre; o se sarò qualcosa, schiaccerò con voluttà feroce tutta questa verminaria che ci freme ai piedi.
Ti dà un grosso bacio il tuo
Cesareo
Roma, 20, II, ’89
- Mio carissimo,
Sono persuaso che tu avresti potuto tradurre metricamente il galliambo meglio di chiunque; ma, parmi, non dovevi affermare in nota che il galliambo era intraducibile metricamente: questo io ho notato e dovevo notare. Poco male del resto se, come ho scritto e come ripeto a tutti, tu sei riuscito, comunque abbi tradotto, a tradurre miracolosamente.
A me secca e dispiace più che a te, se possibile, di questa specie d’oscura diffamazione che tu hai lasciato germinare e lasci crescere a torno a te. Ma qui bisogna, amico mio, che io ti ripeta quel che credo d’averti detto altre volte; anche a costo di farmi pigliare su’ corbelli. Tu hai tanto ingegno e hai fatto tanto che, a quest’ora, di diritto, dovresti occupare il primo posto nella poesia contemporanea: chi ha letto le cose tue, lo sa. Ho parlato più e più volte di ciò col Graf, con lo , col Trezza, con gli uomini ch’io stimo migliori giudici in fatto d’arie: tutti affermano la stessa cosa. Ma bisogna che tu ti persuada che la tua generazione, quella fiorita dal ’60 a ora, «ra ed è una generazione di uomini punto facinorosi e punto abili, che si lasciarono a poco a poco, per indolenza o paura, levar la mano da quel p...... accademico del Carducci, soltanto perchè strillava più di loro. Il Carducci è arrivato al punto che comanda a bacchetta in Bologna, in Roma, nei ministeri, a Corte: gli avete lasciato conquistare una popolarità immeritata, ma reale, quando bastava un po’ di fegato per impedirvelo: e ora, che pretendete? Chiunque se la pigliasse col Carducci in questo momento, n’avrebbe il danno e le beffe: ed è opera stolta lottare con uno che, per la forza delle circostanze procurategli anche da’ suoi nemici, è diventato formidabile a chiunque. Se, a suo tempo, un attacco chiaro, documentato, violento, di critica letteraria e di polemica personale, ch’è quella soltanto che persuade la gente, o anche un buon colpo di spada, gli avesse mozzate le ali, sta certo ch’egli a quest’ora non sarebbe arrivato così alto. Io ho sempre visto che il Carducci a chi gli ha mostrato i denti davvero e sopra tutto quando fiuta il pericolo di pagar di persona, non ha mai osato contraddire. Dall’Imbriani che lo qualificò indegno di esser nominato dalla gente onesta, alla Tribuna dell’altra sera che gli dava di cerretano e peggio, tutti hanno potuto dire talora al Carducci, quando questi era persuaso che aveva da fare con gente capace di pigliarlo per il collo senza tanti complimenti. Io so che non ostante più di un tiro che io, da tempi immemorabili, ho fatto all’illustre uomo, con me egli non se l’è mai presa: anzi ha dimostrato spesso il desiderio di conoscermi; ma io ho sempre rinunziato a un tale onore.
Per questo: che, quando mi parrà opportuno, del Carducci, poeta, critico e uomo, io voglio scrivere, a modo mio. Il Carducci è un molto abile polemista, e io non voglio dargli buono in mano, per qualunque occasione, contro di me.
Ora tutto è in mano al Carducci, il quale, come tu sai, non è eccessivamente tenero di te. La Nuova Antologia? Vi spadroneggia il Chiarini; come fare a farsi proporre la stampa d’un lavoro tuo?
La tua ora, certo, verrà; e sarà tanto più luminosa quanto più ingiusta è la noncuranza premeditata d’adesso. Quando la nostra generazione, spassionata e spregiudicata verrà su, saprà certamente rimettere le cose a posto. E io ne vedo già i primi segni. Del resto, quando non fosse altro che per me, a cui tutti i così detti poeti giovani, il Marradi, il Mazzoni, il Fleres, quelli che saranno, in somma, fanno l’onore di dimostrar molta stima, i criteri su la letteratura odierna saranno di certo mutati. Chi vivrà, vedrà.
Quanto al giudizio del Setti, procurerò, per farti piacere, di lavargli, di passata, la testa. Costui, quando io pubblicai le Occidentali mi avventò un’articolessa rispettosa, ma dottrinaria e piena d’osservazioni e d’appunti e di pedanterie a mio danno: io avevo già conciato il Nencioni, e mi contentai di fargli rispondere da un ragazzo di liceo, che bastò per altro a schiacciarlo.
Ma lasciamo andare le malinconie. Sono proprio contento che tu lavori di proposito, e aspetto con ansia il giornale del Panzacchi, dove sarà pubblicata la roba tua. A proposito; ma poi che tu vuoi stare a ogni modo in Sicilia, perchè fra te, il Ciampoli [2] e quanti altri d’ottimo, di buono e anche di mediocre c’è costì e fuori di costì, non cercate di compilare un giornale che abbia un po’ di senso comune?
Se vedi il Ciampoli, ti prego di salutarmelo caramente. A te un abbraccio del tuo
Cesareo
Messina, 1. ottobre 1896
- Mio caro Rapisardi,
La tua lettera mi ha molto addolorato. Ti ringrazio di cuore degli auguri cordiali per il mio bambino e per me; ma m’incresce assai dello stato d’animo che si rivela nelle tue parole. Tu hai sofferto, lo so; come tutti gli uomini di grande ingegno sei stato spesso frainteso, più spesso invidiato, sempre combattuto; ma in fin dei conti tu sai meglio di me che il vero valore dà di questi frutti. In fin dei conti, per altro, devi aver la coscienza di avere scritto una diecina d’opere che irraggiano di sè la nostra letteratura di questa seconda metà di secolo,
Rapisardi
(1860) nè puoi ignorare che tutti coloro i quali s’intendono di arte e non hanno avversioni partigiane pensano e dicono codesto. Tu puoi aver la certezza che il nome tuo sorgerà sempre più luminoso, come un astro, nei secoli: e ciò non ti basta a darti quella nobile quiete dello spirito che impedisce persin di vedere le piccole cose? Che tu abbia intorno a te degli sciacalli, è naturale; ma tu li vedi? E che ci posson essi? Certo, tu avresti diritto a una maggiore considerazione nazionale; ma che può ella importarti, se tu stesso l’hai ricusata? Fu tempo, ricordo, che tu tenesti in pugno il movimento materiale della nostra letteratura; tu sdegnasti le alleanze, le amicizie, le consorterie: e facesti bene. Facesti parte di te stesso, li mettesti all’opposizione di tutto ciò che era più temibile nel nostro paese, e fu degno di te. Ma certo non ne avrai sperato riconoscenza: tu fai il tuo dovere di leone; e lascia fare agli altri quello di cani. La nostalgia dello Infinito? Posso dire d’averla provata. E ora mi vergogno, di averla provata, perchè codesta bella frase nasconde in somma, una debolezza d’animo. Scusami; ma penso che, prima di te, io accuso me medesimo. Macte animo, dunque: e lascia le ubbie. Quando si ha la coscienza di aver compiuto il proprio ufficio nella vita così altamente, come te, non si ha il diritto di lasciarsi trarre alle velenose malie della tristezza.
Ti abbraccio col cuore, e ti auguro la pace, il maggiore, ma il più raro dei beni in terra.
Il tuo Cesareo
Messina, 17 ott. 1901
- Mio caro Rapisardi,
Avevo già subito letto i tuoi ultimi versi nel fascicolo dell’Antologia,[3] e ora li rileggo più che volentieri nell’estratto, ammirando sempre più la giovanile freschezza della tua fantasia, la casta bellezza del tuo verso marmoreo e il gran sentimento umano che pervade e rischiara, come un lume interiore, tutta l’opera tua. La quale vivrà nei secoli, te n’accerto, e sarà tanto più gloriosa quanto meno si danno l’aria di badarle gli odierni ammaestratori di pulci liriche.
T’abbraccia il tuo
Cesareo
Palermo, 10 marzo 1902
- Mio caro Rapisardi,
“l’urtimu fruttu di la stati„, sia; attenderemo poi quelli dell’autunno, perchè la pianta nostra ha tutti i segni d’esser nel suo pieno vigore e cosa veramente mirabile dopo una produzione di trent’anni così ricca, abbondante e continua.
Ho riletto più volte il tuo volume,[4] durante un noioso periodo d’influenza che m’ha tenuto a letto più giorni: ebbene, t’assicuro senza complimenti, che più volte son rimasto sorpreso della freschezza, della novità, della potenza di certi atteggiamenti e di certe forme della tua lirica, a cui poco o nulla può ragguagliarsi di tutto quello che oggi si scrive in Italia e fuori d’Italia. E bada che io vedo pure i difetti di certe tue pagine: non è dunque nè sentimento d’amicizia, nè cieca adorazione quella che suscita in me la commozione estetica dalla quale son vinto leggendo quelle che resteranno come fari di luce ne’ secoli. Certo, lo vedo anch’io, l’Italia presente non t’ammira come dovrebbe: ma anche questo non è nuovo, anzi è consolante per uno spirito come il tuo e il mio. Quando il Petrarca occupava della sua gloria tutto il mondo civile. Dante era dimenticato; quando il Monti passava per il più grande poeta del tempo, il Leopardi era trascurato e deriso. E ora?
T’abbraccio, caro, e spero vederti presto. Ossequi cordiali alla signora Amelia, e a te un abbraccio fraterno dal tuo
G. A. Cesareo
Note
- ↑ Vedi in proposito Epistolario, pag. 481, nota alla lett. 115.
- ↑ Domenico Ciampoli, fondò a Catania la Rassegna della Letteratura italiana e straniera nel maggio 1890 e la diresse fino al luglio ’92.
- ↑ Il poemetto Nel triste asilo.
- ↑ L’Asceta e altri poemetti. Catania, Giannotta ed. — Nell’edizione Sandron: Poemetti e iscrizioni.
- Testi in cui è citato Giovanni Alfredo Cesareo
- Testi in cui è citato Mario Rapisardi
- Testi in cui è citato Luigi Capuana
- Testi in cui è citato Olindo Guerrini
- Testi in cui è citato il testo Giobbe (Rapisardi)
- Testi in cui è citato Arturo Graf
- Testi in cui è citato Bonaventura Zumbini
- Testi in cui è citato Gaetano Trezza
- Testi in cui è citato Vittorio Imbriani
- Testi in cui è citato Giovanni Marradi
- Testi in cui è citato Domenico Ciampoli
- Testi SAL 75%