Commentario rapisardiano/Lettere di illustri scrittori al Rapisardi/G. Trezza
| Questo testo è completo. |
| ◄ | Lettere di illustri scrittori al Rapisardi - P. Fanfani | Lettere di illustri scrittori al Rapisardi - A. Graf | ► |
- Illustre Professore,
Firenze, 31 gennaio 1880
Grazie del suo discorso: Il nuovo concetto scientifico.
A Catania fu certo una rivelazione e deve, almeno lo spero, avere scosso profondamente la gioventù studiosa. È un discorso che meriterebbe d’esser letto in Italia. Ella, egregio Rapisardi, vi compendia stupendamente le scoperte della scienza moderna; ma il nerbo dello stile, la fierezza titanica del sentimento, il coraggio santissimo di affrontare i pregiudizi dominanti, la fede profonda nel vero come salute delle intelligenze moderne, non appartiene che a Lei, e vi comunica un’originalità nuova e possente.
La ringrazio d’avere messo il mio povero nome fra i molti illustri che cita, lo, già lo sa, consento pienamente con quelle idee, e desidero che penetrino nei cervelli della nuova generazione; altrimenti si edifica invano per l’avvenire.
Ringrazi e saluti a mio nome l’egregio Nicotra, e se lo vede, mi saluti l’ottimo nostro Cipolla.
Una stretta di mano del suo
G. Trezza
- Illustre e caro Rapisardi,
Firenze, 8 febbraio 1883
Ho qui il telegramma che mi dice di mandare l’articolo “se sfavorevole„. Naturalmente risposi alla Domenica letteraria che non manderei nulla.[1] Sono stomacato di queste bizze partigiane, e dolorosissimo di questa risposta che non m’aspettava. Ella indovinò meglio di me. Forse faccio male a scriverglielo, e volevo tacere. Ma lo sdegno mi vinse e glielo scrivo.
Tanti saluti di cuore dal suo
G. Trezza
- Illustre Professore,
Firenze, 15 genn. 1884
Ho tardato a scriverle sul Giobbe che io lessi e meditai due volte, prima di giudicarlo e dirgliene francamente quello ch’io ne penso. Mi perdoni.
Fac-simile dell’autografo del III degli Epigrammi
Prima di tutto, il suo Giobbe rivela un grande poeta, e nessun altro in Italia, tranne Lei, poteva sobbarcarsi ad un tema sì arduo e sì terribile. V’hanno in tutte le tre parti bellezze meravigliose: la terza è stupenda e originalissima. La varietà dei metri, trattati con un’arte insuperabile; l’agevolezza con la quale Ella passa da un tono all’altro, dall’epico al drammatico al lirico, mi sorprende. Gli sciolti, per me, sono perfetti: e’ è l’arte consumata di Virgilio e di Lucrezio.
Il concetto del poema è vasto, e benchè il modo con cui s’organizza esteticamente potrebbe discutersi, pure è la prima volta che nell’arte contemporanea si osa tanto. Ma per essere franco Le dirò che l’epopea della prima parte mi pare uno sforzo titanico ma non riuscito: le similitudini vi son troppo accumulate, e le proporzioni epiche troppo esagerate. Nella seconda parte il simbolismo predomina troppo, e nuoce alla verità drammatica. Ma badi, caro Rapisardi, che questi son dubbi ch’io Le metto innanzi, e che sotto a questi dubbi c’è un grosso problema di critica che io discuterò forse più tardi. Non Le dico di più. Questa è l’impressione che m’ha lasciato il poema; il quale, a dispetto di tutti i malevoli, vivrà come un monumento del suo genio poetico. Non badi ai vituperi; non badi ai silenzi congiurati dei nemici: la critica seria, degna di Lei, verrà dopo, e farà giustizia.
Non so quanto Ella s’accordi con questo mio giudizio; ma credo non Le dispiaccia la mia sincera ed alta ammirazione per tante cose belle prodigate nel Giobbe.
Mi creda sempre
suo amico
G. Trezza
- Caro Rapisardi,
Firenze, 3 febbraio 1885
Ti ringrazio di avermi dato un saggio della tua traduzione di Orazio. Hai ben ragione quando mi dici che quel poeta è difficile a tradursi; e specialmente alcune odi, come quella a Ligurino, possono disperare un artista. Io credo però che tu con la tua potenza di poeta vero, con la pertinacia che vince ogni ostacolo, riuscirai a renderci un Orazio italiano. Quell’odicina insuperabile mi pare riuscita stupendamente nella traduzione, e l’aver saputo mantenere il coriambo di mezzo, senza perderci la spontaneità del ritmo, è già una prova che tu puoi fare quello che vuoi. Continua, continua, te ne prego: io sono impaziente di leggere questa traduzione; ubbriacati pure di Orazio, se ti piace, ma finisci il lavoro, arduamente glorioso a cui ti sei messo.
Godo che tu abbia cominciato il tuo studio sull’Ideale. È un grande argomento cotesto, che vorrei vedere finito da te.
Non so perchè ti sia venuto in mente di scrivermi un’Ode. Per me è un onore che sento di non meritare, ma per te, poeta, dovette essere un bel tormento! Che poteva ispirarti io?
Mi sono rimesso abbastanza in salute, e comincio a lavorare; ma mi sento vecchio: l’ardore dei miei anni più belli se n’è ito per sempre, e non desidero che un po’ di pace; lontano dalle guerre e dalle miserie delle sètte letterarie che affliggono il nostro paese. E prima di morire metto insieme alcuni lavori miei, che chiamerei Saggi Postumi, perchè sono proprio gli ultimi avanzi dei miei poveri studi. Non m’è riuscito di fare una terza edizione del mio Lucrezio, nella quale intendevo di mettere i tuoi versi. Ma, o presto o tardi, riuscirò giacchè della seconda edizione del Barbera non ce n’è più una copia.
Addio, caro Mario, e se tu mi vuoi bene, sta pur sicuro che ne sei intimamente e largamente ricambiato.
Una stretta di mano dal tuo
G. Trezza
- Caro Rapisardi,
Firenze, 18 ottobre 1887
M’addolorò saperli così sfiduciato di tutto e di tutti, e così sbattuto nella tua salute. Spero che ti rimetterai ben presto d’animo e di corpo.
Io però credo che quel tuo pessimismo derivi da una soverchia solitudine in cui ti chiudi, e dal tristo presente che noi attraversiamo e che ci pesa addosso come una cappa di piombo. Ma tu che sai sollevarti in un mondo più alto, che hai tanta poesia nel tuo cervello, non devi lasciarti abbattere se la società contemporanea non risponde ai tuoi grandi ideali. Lavora per l’avvenire e sdegna le miserabili consorterie che ti fanno guerra. Anche io m’accorsi che le tue Religiose non echeggiarono nel cuore degl’Italiani come io m’aspettava. Gli articoli che lessi nei giornali erano tutti favorevoli, ma certa gente cospirò col silenzio contro di te. Io mi sdegnai vedendo nell’Antologia un articolo prolisso e partigiano del Panzacchi sulle Nuove Rime del Carducci, che contengono, in gran parte, roba vecchia e ben poca poesia; mentre passarono via senza far motto delle tue Liriche, ben superiori a quelle Rime! È partigianeria voluta che fa vergogna alla nostra critica. Ma purtroppo è così in questo paese; e tu devi sdegnare questi intrighi abietti di chi s’incensa a vicenda.
Ma la colpa del misero stato in cui si trova la nostra, letteratura e la nostra arte ricasca sulla società contemporanea bottegaia, corrotta e corruttrice. Ai poeti non si bada; e se fanno un po’ di strepito intorno ad alcuno, cessa ben presto, senza che un grande pensiero s’imprima fortemente negli spiriti colti e li scuota e li esalti.
Guarda quanto chiasso per la cattedra di Dante! Per me credo che sia stato un disegno infelice del Bovio quello di costituire in Roma una cattedra di Dante nel secolo decimonono. Il pensiero dantesco è, in gran parte, medievale, e volerne fare il creatore dello stato laico, come lo intendiamo noi, è un gran controsenso.
Se tu riuscirai a tradurre Catullo come hai tradotto il carme che mi hai mandato, io t’applaudirò sinceramente. Ma è ben ardua l’impresa a cui ti sei messo.
Di me non ti dico nulla, perchè nulla ho da rivelarti di buono. Passai l’autunno col ventricolo mezzo malato, e vorrei che l’Occioni ne provasse le punte, per vedere s’egli riderebbe delle mie bizzarrie ventricolari. Ho un lungo lavoro fra mano, ma non so se potrò finirlo, giacchè sono stanco intellettualmente: pure mi fo coraggio e tiro innanzi.
Addio; continua a volermi bene, e non dimenticarti del tuo
G. Trezza
- Caro Rapisardi,
Firenze, 2 dicembre 1891
L’invito veramente fraterno che mi facesti mi ha commosso fino alle lagrime e te ne ringrazio. Anche la mia signora ti ringrazia, a mio nome. Immagina se verrei volentieri e se io mi farei pregare due volte per godere la tua compagnia e vivere un poco di una vita più alta che non è questa che strascino da due anni. Ma, per ora, non posso: le condizioni della mia salute mi impediscono un lungo viaggio. Forse più tardi mi sarà concesso l’idillio che tu mi proponi. Intanto io sto aspettando il tuo Prometeo tradotto, e la tua Atlantide che mi ha messo il fuoco addosso e che vorrei finita presto. Dev’essere certo una cosa terribile e stupenda. Te fortunato che ricevi così spesso le visite del Dio! Respira dunque a polmoni pieni in quell’atmosfera sacra in cui ti esalti ed esalti; te lo desidero per il bene del mio paese, e per l’Arte che ora, pur troppo, tramonta.
Addio, grazie con tutta l’anima, e ricordati del tuo povero amico infermo che ti stringe la mano.
Addio dal tuo
G. Trezza
- Caro Rapisardi,
Firenze, 23 marzo 1892
La tua nuova poesia che mi spedisti col giornale L’Isola[2] contiene strofe stupende, benchè forse non tutte ad un modo. Io ti ringrazio anche di questo dono.
Ho letto attentamente col testo davanti la traduzione del Prometeo di Shelley. Ti confesso che ne rimasi stupefatto per tante difficoltà superate, per il maneggio dei metri, per la varietà dei toni, per la spontaneità che vi domina. Ti sei messo a lottare con un gigante e sei riuscito un gigante anche nel tradurre. Tu mi hai tenuto stretto e affascinato per molti giorni, malgrado i miei tormenti intestinali che non mi lasciano in pace.
Per ora, purtroppo, non posso scrivere, ma appena potrò farlo ne sarei ben contento. Il mio abbattimento di forza è tale che il medico ieri mi proibì assolutamente ogni lavoro d’intelletto. Perdonami se ti dico ciò, ma la mia vita è pessima di tristezze disperate e non medicabili.
Intanto addio di cuore, dal tuo
G. Trezza
- Mio caro Rapisardi,
Firenze, 23 settembre 1892.
Ti rispondo subito per ringraziarti e per dirti che sto meglio. I due mesi che mi fermai tra la marina e le pinete di Massa mi rifecero un poco dalla mia tosse bronchiale, ma non sono ancora guarito, e mi converrà forse aspettare l’anno venturo per rimettermi agli studi. Godo che tu abbia finito l’Atlantide nella quale ti piacque fare un cenno di me. Io ti ringrazio anche di questo, e attendo con viva impazienza il poema dell’Utopia, come tu lo chiami. Che utopia terribile dev’essere cotesta!
Quanto al Guyau, io ne conosco le opere, ed è uno dei pochissimi francesi che leggo e che medito. Fa di leggere le altre sue opere che forse non conosci, la Morale inglese, la Morale d’Epicuro, l’Irreligione dell’avvenire, i Problemi di estetica contemporanea e le due opere postume pubblicate dal Fouillè, sull’Arte e sull’Educazione. Ma l’opera sua capitale, per me, è la Irreligione dell’avvenire. Rare volte anche in Francia tu trovi l’artista e il pensatore come nel Guyau. Quanto al Buttler lascialo stare, leggi piuttosto la storia della letteratura greca di Alfredo e Maurizio Croiset, lavoro stupendo in cui si trattano le formazioni storiche dell’epopea greca come conviensi alla critica moderna.
Addio, caro Rapisardi, continua il tuo lavoro di genio, e lascia ai botoli il loro mestiere.
Una stretta di mano dal tuo
L’Empedocle l’ho letto due o tre volte: è un saggio di poesia del panteismo che mi pare arditissimo, quanto al concetto, ma come fattura d’arte meraviglioso.
- Testi in cui è citato Gaetano Trezza
- Testi in cui è citato il testo Giobbe (Rapisardi)
- Testi in cui è citato Enrico Panzacchi
- Testi in cui è citato Giovanni Bovio
- Testi in cui è citato Percy Bysshe Shelley
- Testi in cui è citato Jean-Marie Guyau
- Testi in cui è citato il testo L'Empedocle
- Testi in cui è citato il testo Giustizia
- Testi SAL 75%