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Commentario rapisardiano/Lo scandalo di Padova

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Lo scandalo di Padova

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I primi maestri del Rapisardi Il Rapisardi e la scuola

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LO SCANDALO DI PADOVA


La nomina del Bertacchi a professore di letteratura italiana all’università di Padova minaccia oramai diventare uno scandalo con la coda [1]. Quel benedetto art. 69, applicato a favore di un poeta, ha suscitato un vespaio. Alcuni professori non l’hanno potuto mandar giù, assolutamente. E a ragione, diamine! Sono in gioco tanti interessi!

Premettiamo frattanto che non è nostra intenzione valutare l’opera del Bertacchi, nè vogliamo discutere se per avventura sia meno degno lui che i suoi avversari di occupare una cattedra universitaria di letteratura italiana. Indubbiamente, stando in sulle generali, non è possibile ammettere che il solo fatto di scriver versi, rabberciar grammatichette e manipolar manualetti basta a conferire il merito di giudicar di studi superiori. A questa stregua tutti i verseggiatori e i miserabili confettatori di libercoli per gli asili infantili si arrogherebbero il diritto di sedere a scranna.

Ma la questione è andata ogni dì più ingrossando e ha dilagato su pei giornali, nè anzi accenna a finire; sì che non possiamo tenerci dal confessare francamente che [p. 36 modifica]ci abbiamo preso tutti un po’ di gusto, come quando si assiste alla rappresentazione di una commedia o di una pochade. Che divertimento vedere i sullodati professori pettegolar come femminucce da cortile, e, uscendo dal dignitoso consueto riserbo, scendere in piazza a contare al pubblico ciascuno il fatto suo!

Ed ecco, chi nel provvedimento eccezionale vede una offesa alla dignità della scienza, chi il decadimento intellettuale degl’italiani, chi addirittura la rovina della patria. Dio buono, che guaio ci ha procacciato dunque il Consiglio Superiore della P. I.? O come permetter che impunemente “si scalzi — hanno detto — quell’indirizzo di studi e quella concezione dell’insegnamento superiore, in grazia del quale e della quale l’Italia potè contar qualche ccosa nel corsorzio delle nazioni civili!„.

Poveri babbalei che non siamo altro! E dire che noi non ci siamo nemmeno accorti mai d’essere stati grandi in questo cinquantennio, e per giunta “in grazia dell’indirizzo degli studi!„ Ci vien quasi il sospetto che noi abbiamo perduto la virtù di percezione dei fatti e di valutazione del significato delle parole. Nè in verità c’è da pensare altrimenti, se per poco ci facciamo a considerare come l’Italia abbia potuto prosperare unicamente perchè in questo cinquantennio è stata asservita al potere teutonico e ha seguito con fedeltà gl’infallibili metodi della kolossal cultura.

Onde, a dispetto di tutto questo, seguitiamo tuttavia a credere di non opporci al vero quando osiamo affermare che in questi cinquant’anni le nostre scuole di letteratura si sono trasformate metodicamente in sale d’anatomia, in laboratori d’alchimia, in botteghe di cerretani; che l’insegnamento, inteso a piegare e straniare il carattere italiano, è stato affidato a gente senz’anima e senza cuore, sbucata fuori dagli archivi aridi e muffiti, e capace soltanto d’imbastire con burbanza pretensiosa mastodontici volumoni di quisquilie grammaticali, di storiche cianfrusaglie di ideologiche astruserie.

È però nello stesso tempo doveroso ricordare che non sono mancati coloro, pochini se vogliamo, che, tra [p. 37 modifica]tanta dedizione, hanno avuto il coraggio di alzar la voce e gridar l’allarme, denunciando l’opera deleteria di codesti corruttori della gioventù. Corruttori e avventurieri insieme, che, congiurati per istinto reazionario ai danni del prossimo, la loro volontà cercano ostinatamente imporre con la violenza o con i camorristici intrighi.

Come si vede, è delicata questione di polizia e, propriamente, vitale questione d’igiene. Or la guerra non è stata detta igiene del mondo? E ben a proposito anche essi fanno appello alla nostra gioventù che combatte con eroica baldanza. Oh, ci sia lecito sperare che la guerra spazzerà via, come temporale purificatore, tutto quanto è cattivo, inutile, falso!..

Ma parliamo del provvedimento eccezionale.

Il Consiglio Superiore ha compiuto veramente opera di giustizia, facendo in modo che “fra le tredici cattedre di letteratura italiana, una almeno fosse riserbata all’arte e alla poesia, una almeno continuasse la tradizione della antica cattedra di Eloquenza e poesia italiana[2]. E il prof. Pascal, critico dotto e pensatore indipendente, ha spiegato, in modo chiaro e persuasivo, il lodevole intendimento suo e quello dei suoi colleghi nel confermare la nomina proposta dalla facoltà di Padova.

Si direbbe che nella rigidità sepolcrale dell’alto consesso sia penetrato un soffio di vita nuova. Ma il provvedimento non è stato un atto di ribellione, giacchè l’art. 69 non venne ora inventato apposta: è stato, dopo tutto, una riparazione nei termini consentiti dalla legge. Ben venga dunque il poeta a insegnar poesia, e il suo insegnamento sia stimolo a prove generose, apostolato di verità.

Per altro, è universalmente risaputo che lo studio della poesia, oltre che interpretazione e comprensione della più complessa e più umana delle manifestazioni dell’arte, ha da essere indagine coscienziosa, intuizione geniale, che, penetrando e pervadendo gl’intimi meandri di un’opera, e di essa giudiziosamente vagliando e [p. 38 modifica]scomponendo e ricomponendo le parti, riveli l’anima dello autore tutta, radiosa di quella luce che è ideale bellezza e fonte perenne di elevazione ed educazione civile.

Nè si venga a ripeter che si tenta con ciò ricondurre gli studi italiani alle scuole retoriche dei Gesuiti, come vanno bofonchiando i barbassori della critica tartufaia, i quali imborrano di ben altra e più gesuitica retorica la propria coscienza incartapecorita.

“Ora che la moda porta troppo a restringere l’insegnamento delle lettere nell’arido campo della critica e della filologia — avverte in una lezione Mario Rapisardi — moda che potrebbe esser nata dall’industria e per avventura dalla malignità di separare con eruditi pretesti la mente e il cuore dei giovani dalla vita reale, per ricacciarli come già usavano i Gesuiti e rinchiuderli nei musei di una dottrina pomposa e inutile, sia lecito a me ricollegare lo studio della nostra letteratura a quei grandi problemi della vita, onde ebbe già dai nostri vecchi il nome significativo di Umanità. Giacchè io... tanto aborro dalle vacuità perniciose delle vecchie retoriche quanto dalle pretensiose quisquilie della retorica nuova„.

Par che non affatto diverso sia il pensiero di Ugo Foscolo, non che di De Sanctis, Trezza, Zumbini, Graf e altri: personalità critiche ed artistiche eminenti, che gli arcigni odiernissimi professori non arrivano nemmeno ai ginocchi.

È inutile negarlo: questi tali non riescono a nascondere la pochezza del loro ingegno e il loro smisurato livore, sia che sgallettino insolenti sgrammaticate sciocchezze, sia che, pur cercando far la voce grossa, scivolino tra un sofisma e una facezia, nell’incongruenza triviale.

Intanto ecco che interviene alla fine, in loro aiuto e in buon punto, l’autorità massima del senatore Croce a conchiudere gravemente che voler assegnare una cattedra a un poeta è lo stesso che “a capo di un manicomio debba esser collocato un folle e a capo di una corte criminale, un criminale„.

Ci voleva lo spirito di Kalemberg e di Pulcinella per metter le cose a posto e convincer tutti. [p. 39 modifica]   E che? dobbiamo ridere, o senatore illustre? Ebbene, ridiamo per farvi piacere, non senza però avervi prima rammentato che poeta, giusta l’etimologia (ci sia permesso supporre che voi conosciate il greco) significa creatore, artefice, e che non diversamente il vostro amico Carducci ebbe a definirlo:

E per logica conseguenza, se questo corrisponde a verità, non può recisamente esser male che a capo di un opificio si metta un operaio pratico del proprio mestiere.

Ma via, il sen. Croce e i suoi compagni hanno fatto per gioco; e hanno solo voluto sollevar l’animo, almeno un po’, su pei giornali, in quest’ora grigia. Tanto, anche al fronte i nostri bravi bombardieri insieme con gli artiglieri inglesi (v. Giornale d’Italia, n. 196) hanno trovato modo in questi giorni d’inaugurare campi sportivi e divagarsi in amichevoli “matchs„ di foot-ball.

(1917).




Note

  1. Durante il mese di luglio 1917 lo scandalo si trascinò per parecchi numeri nel Giornale d’Italia, che ebbe a pubblicare in proposito lettere del Pascal, del Croce, del Flamini, del Rossi.... e di un professore anonimo. In quella occasione fu fatto il nome del Rapisardi, e perciò io scrissi e pubblicai l’articolo che qui pare non debba esser fuori luogo.
  2. V. lettera di Carlo Pascal in Giornale d’Italia, 28 giugno 1917.