Commentario rapisardiano/Mario Rapisardi e la Contessa Lara
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MARIO RAPISARDI E LA CONTESSA LARA
I.
Il Rapisardi conobbe Evelina Cattermole Mancini (Contessa Lara) a Firenze, nell’estate del 1875. La vide un giorno ferma a una vetrina di libraio. Attratto dalla potenza fascinatrice di quella giovine e rara bellezza, la seguì: abitava non molto lontano da via della Pace, ove al n. 9 era la casa di lui. S’informò: seppe chi era.
Il nome della Mancini correva allora per le bocche di tutti, a Firenze: lo scandalo del duello era troppo recente. Ciò acuì il desiderio del Rapisardi di conoscerla personalmente. Le mandò un esemplare delle Ricordanze. Ella gli rispose che quei versi le erano noti, che li aveva letti insieme col suo Bepi; e l’invitava tosto a un abboccamento.
L’appuntamento era per mezzogiorno. Il Rapisardi, come tutti i giovani innamorati a cui un’ora d’attesa sembra un’eternità, alle ore undici e mezza, impaziente e ansioso si trovò dietro l’uscio della Lina.
Erano già a’ preliminari, quando udirono alla porta una scampanellata risoluta. Trasalì il Poeta, ricordandosi di avere sbadatamente lasciato sul tavolino il biglietto accusatore. S’aspettava una scenata. “Lasciate fare a me: state tranquillo„ gli disse la Lina, senza scomporsi; e andò ad aprire.
Il sospetto era realtà.
Apparve la Giselda pallidissima, con le folte e nere sopracciglia aggrottate e un tremito convulso nelle labbra bianche che mal nascondevano la emozione vorace. Ma il contegno e le parole ammalianti della Lina riuscirono subito a calmarla. Lo stesso giorno divennero amiche. L’indomani la signora Mancini andò a trovarli in casa. E le due amiche in seguito dovevano divenire intimissime.
II.
Non senza meraviglia ci vien di notare che giusto allora il Rapisardi aveva pubblicato dal Le Monnier il Catullo e Lesbia, studio che potrebbe sembrare una preparazione del suo spirito, per una tal quale rispondenza con la sua nuova avventura. Si direbbe che l’anima del Poeta veronese si sia affratellata alla sua nella prova dell’arte.
Or il tempo che Mario Rapisardi passò amoreggiando con la Contessa Lara è per vero il periodo più tempestoso e tuttavia più fecondo della sua vita. Si può dire, anzi, che per lui quest’amore, nonchè una distrazione, fu come una valvola di sicurezza alla sua natura esuberante passionale irrefrenabile; ed egli vi si abbandonava con la gioia del pellegrino che a una canora polla d’acqua fresca ristora le viscere arse dal viaggio.
Che scintillio d’immagini e gaiezza d’ispirazione in quella 3ª parte delle Ricordanze, che egli andava scrivendo. E che soave tenerezza di richiami e di abbandoni nelle strofe voluttuose della Lina!
Un sonetto intimo bellissimo, che il Rapisardi si decise in ultimo a stampare nell’edizione definitiva delle sue poesie, compendia questo idillio. È intitolato: Lettura di versi.
Ella legge i suoi versi; amor non dorme
Nel mio petto geloso: or lieti or mesti,
Come levrieri i sensi miei ridesti
Delle avventure sue corron su l’orme.
Pazzi amori ella narra, ore celesti,
Fantasmi strani, alati sogni a torme;
Io con la man tra le nemiche vesti
Tento ansando le sue floride forme.
Ella dice un bel verso, io dico: t’amo;
D’arte essa parla, io de le sue bellezze;
Una rima ella chiede, un bacio io bramo;
Finchè a provar le verseggiate ebbrezze,
Come strofe intrecciandoci, facciamo
Un poema di baci e di carezze.
A lei il Poeta cantava con giovanile baldanza:
Ti rapirò dove dal sen si sferra
Selvatico cavallo il genio mio,
Dove col mondo e la fortuna in guerra
Sorgo fra i lampi e sfido a morte Iddio.
In quegli anni, oltre che le Ricordanze, egli scriveva il Lucifero, tradusse Lucrezio, lanciò come fiotti di luce redentrice l’Ode al re, il Giobbe, le poesie di Giustizia.
E di quel tempo è la famosa polemica.
Ma gli amori, i dolori, le malattie, piuttosto che affievolirne l’ingegno e il carattere, lo ingagliardivano e lo ritempravano. E che? Da Dante a Foscolo a Leopardi è una fiorita d’esempi gloriosi.
III.
Fu nel ’76, da Milano, ove era andata per l’anniversario della morte del suo amante, che la Lina in data del 10 giugno mandò al Rapisardi la seguente lettera, di cui già abbiamo riportato un frammento:
- Carissimo Mario,
Mi era proposta di rispondere subito alla cara lettera di Giselda, ma mi misi in letto con una bronchite, la febbre ed una congestione. Vi stetti 20 giorni e la prima volta che uscii di casa presi la ferrovia per venirmene alla mia Milano, dove sapete quanto sono occupata!
L’altro ieri era l’anniversario del giorno fatale! Avrei voluto, non solo come amico, ma come artista, che vedeste come era bella la mia adorata tomba! Sopra un letto di verzura alto un metro, avevo fatto cadere una pioggia di rose: in mezzo, in lettere di rose bianche e margherite, era scritto il nome del mio diletto nel suo poetico dialetto veneziano: Bepi. I Iati erano ingombri di corone. — Non vi dirò la volontà che provavo di posar queste mie membra affrante su quel talamo profumato e costì invocare il sonno da cui non ci si desta!.,. Con dei fiori sotto il capo, con l’amore che ci canta in cuore la sua melanconica, inebbriante canzone, si deve pur dormir bene (pensava io!...). E voi, ne son certa, mi darete ragione.
Rimarrò qui sino alla fine de! mese e parte forse del luglio. Mi vi cerco casa pel settembre poichè sapete che io lungi da Milano non respiro.
Dite a quell’affettuosa creatura che è Gilda tutto il bene che io le voglio. Bramerei una sua lettera. Narratele della mia malattia che fu gravissima, ed ottenete che ella perdoni il mio silenzio. La vostra raccomandazione di non dimenticarvi è inutile. Sapete bene quanto me che l’è cosa impossibile, che vi sono affezionata sinceramente. E il vostro viaggio sul continente lo effettuerete poi come me ne scriveste? Come sta la vostra cara Musa? È troppo tempo che io son priva delle sue dolcissime armonie; mandatemi presto qualcosa, e grazie anticipate.
L’indirizzo lo sapete: ferma in posta, Milano.
Sono qui sola. La Nonna è rimasta a Firenze.
Tanti baci a Giselda. A voi una sincera e forte stretta di mano.
Scrivetemi.
Lina
Il Rapisardi in quei mesi badava alla stampa del Lucifero. Ma quando tutto il lavoro era già finito, ecco il Barbera s’ostina a non voler mettere fuori il poema, accampando timori di sequestro e scrupoli di paolotto; in fatto, per l’opera maligna di avversari del Rapisardi. “Il Guasti ha guastato Barbera„ gli scriveva il Fanfani. E il povero poeta dovette partire in ottobre per Milano. Quivi ebbe ad acconciarsi, come si sa, col Brigola. Ma la Lina era partita. E di là, dall’Albergo del Rebecchino scrisse la lettera che si trova nell’Epistolario, a pag. 74.
Com’è bella la tua piccola tomba, la casa modesta del tuo povero amore! Come si deve dormir bene laggiù sotto la fredda lapide nera, sotto la pianticella di edera che abbraccia amorosamente la croce, sotto le ghirlande baciate dalle tue labbra, sotto i fiori bagnati dalle tue lagrime!
Ci sono tornato stamane prestissimo; sono entrato nell’asilo del sonno insieme alla folla spensierata dei manovali e ho susurrato il tuo nome a tutti i poveri morti. 11 sole dava il primo raggio alle tombe, gli uccelletti il loro primo saluto. Quanta luce, quanta armonia, quanta vita là, nella fossa misteriosa dell’eternità!
Mi sono sdraiato sull’erba verde, bagnata di lagrime e di rugiada; ho guardato a uno a uno i santi ricordi appesi d’intorno all’altare dell’amor tuo; ho baciato un brano di velo nero che tu certo hai legato a una delle catene che serrano tutto il mondo della tua vita; mi son provato di leggere certe cifre misteriose segnate in caratteri rossi suir asfalto della lapide... Chi può leggere le cifre misteriose della morte?
Ho scritto sull’orlo queste tue parole:
Egli era un eroe,
Era un fanciullo e un santo.
Mi son partito con l’anima riboccante di lagrime. Mi son seduto sotto i platani giganteschi del Foro Bonaparte. Il fantasma dell’Eroe passava terribile e lampeggiante sull’arco trionfale, tirato dalle procellose quadrighe del Canova. Ma quanto era più bella, più nobile, più maestosa la figura ch’io vedeva sollevarsi in quel punto da terra, spandersi candidissima e luminosa per l’aere, salutata da tutti i cori viventi, inneggiata con fremiti misteriosi di tutti i morti. Come diventa pallida e tenebrosa la memoria più grande del più grande conquistatore veduta così, stamattina; e ho avuto pietà di me stesso, piccolo Prometeo incatenato alla rupe, esenz’altra virtù nell’anima che l’amaro sogghigno!
IV.
Ho qui un manipolo di biglietti che la Lina mandava al Rapisardi, assegnandogli l’ora dei convegni furtivi. Alcuni di essi, brevissimi, scritti a matita, in fretta, sono senza data; ma devono esser del 1879, giacchè nei due anni precedenti il Rapisardi a causa del suo “borsellino vuoto„ ebbe a contentarsi di passare l’estate nel suo villino a S. Giovanni La Punta. Quell’anno egli dimorò in Firenze per sei mesi, dall’aprile a settembre, e vi stampò l’Ode al re.
Uno dei biglietti è così concepito:
- Caro Mario,
V’aspetto oggi dopo le 2½. Lina.
Un giorno gli scrive che non può riceverlo, perchè deve vegliare al capezzale della mamma inferma.
- Caro Mario,
Mi pare che la mia povera vecchierella sta leggermente meglio. Il dottore non è venuto, perchè si trova in campagna. La mamma ha riposato lungo tratto la notte, e mi sembra buon segno. Non vi pare? Non so quando dirvi di venire, perchè sono sempre accanto al letto della mamma che ha bisogno di assistenza continua. Scusatemi dunque se rimando la vostra gentilissima e buona visita a un giorno meno faticoso e meno triste. Abbraccio Giselda cara e la mamma e saluto voi con la più amichevole stretta di mano. Lina.
Gli manda il seguente biglietto per dargli un convegno:
- Carissimo Mario,
Favoritemi sabato mattina alle 9. Sono dolente oltre ogni dire di non potervi vedere prima, ma non è colpa mia. Ho un mondo di cose da fare e di gente da vedere stamane, poi parto per lassù per restarvi fino a sabato mattina. Vi saluto con tutto l’affetto e abbraccio Giselda.
Lina.
Dove si recava a passare quegli otto giorni?
Un’altra volta gli annunzia una novella assenza.
- Carissimo Mario,
Una lettera che trovai ieri a casa, mi obbliga ad assentarmi quest’oggi per tutto il giorno. Domani mattina vi farò a questa stessa ora tenere una parola colla quale v’indicherò il momento in cui potrò ricevervi nella giornata. Scusatemi, ve ne prego, perchè proprio non è colpa mia, ma d’una infinità di circostanze avverse.
Arrivederci. Scrivete qualche bel verso: è sempre meglio che coricarsi.
Vi stringo la mano. Lina.
La sua natura strana e civettuola vi si rivela chiaramente, e ben provocava dei litigi. Quanta verità in quel Ritratto che ne fece il Poeta, conchiudendo che essa
È capace di tutto, financo d’esser buona!
Un giorno di venerdì ella gli scrive di non venire:
- Caro Mario,
Ieri tornai con molte noie e malanni e mi misi in letto; da dove non mi potei più movere. Oggi sto un pochino meglio. Non venite perchè ho la sarta in casa per tutto il giorno, e non ho per conseguenza un momento di libertà. Domattina verrò io da Giselda, ed allora fisseremo in qual giorno mi favorirete. Intanto grazie di tutto, proprio con tutta l’anima. Vogliatemi bene e dite a Giselda che pensi un poco a me anche lei. Alla povera mamma tante cose. Come sta?
Addio; vi stringo la mano. Lina.
Scritto con la matita è il bigliettino che segue:
- Caro Mario,
Potete favorirmi tra l’una e mezza e le due? Spero di sì, e v’aspetto. Sto un pochino meglio; ma mortalmente debole, stanca e triste. Lina.
È malata davvero; e, forse l’indomani, gli scrive:
- Carissimo Mario,
Ho passato una notte d’inferno e soffro disperatamente tanto che nessuno entra nella mia camera. Grido di continuo, ma passerà. Domattina vi manderò un biglietto avvertendovi a quale ora potete vedermi in giornata. Per le 9 no.
Sono fuori di me dal male. Vi stringo affettuosamente la mano. Vostra Lina.
La Lina venne operata. Chissà di che si trattava? [1] Certo che nella dolorosa occorrenza, il Rapisardi non dovette esserle avaro di conforto; ed essa gli scrive a matita un biglietto riboccante di riconoscenza affettuosa.
- Carissimo Mario,
Voglio che le prime parole che posso scrivere siano per voi. Vi portino esse il più caldo ringraziamento per tutte le vostre premure d’amico e di fratello che mi hanno tanto commossa. Io vado lentissimamente migliorando, ma il chirurgo che operò ieri sulla mia povera carne proibì severamente che mi si facesse parlare con alcuno. Figuratevi che mi svengo ad ogni istante, tanto sono sfinita dalle atroci sofferenze e dalla quantità grande di sangue perduto nel taglio. La fatica immensa che io duro nello scrivere queste parole storte vi provi che vi voglio bene. Il mazzolino... se lo prese il barbaro che mi portò il biglietto. Grazie lo stesso a voi, gentilissimo. Appena sarò in grado di dire una parola ve ne avvertirò e verrete a trovarmi. Grazie dei versi pieni di luce e di profumi per quell’afflitta madre. Dunque non siete tornato in famiglia? Povera Giselda e povera mamma! Me ne duole assai per loro. Salutatemele, e voi scusate questa letterina scucita e prendetevi una affettuosa stretta di mano. Lina.
La poesia che accenna è A una madre[2], pubblicata nelle Ricordanze. Intanto pare che alla fine di agosto la Giselda sia ritornata a Catania per calmare la impazienza della mamma del Rapisardi, ed egli sia andato all’Hôtel du Nord ove dimorò fino a settembre per aver agio a confortare la Lina ammalata. Quell’anno egli cambiò in Firenze tre volte alloggio: fu in via Fra’ Bartolomeo 21, p. 1., poi a Borgognissanti 10, p. 1. a sinistra (dimorò anche qualche volta al 3. piano), e infine al Nord. Quivi essa ebbe a rimandargli la lettera, meravigliandosi del tramutamento inaspettato.
- Caro Mario,
V’avevo scritto a casa per dirvi di venire dopo le 3, da me, perchè prima viene il dottore. Con mia meraviglia Giulio mi riporta la lettera raccontandomi che a casa vostra gli hanno detto che siete al Nord. Figuratevi come io stia in pena, temendo che sia accaduto qualche fatto doloroso nella vostra famiglia, E Giselda dov’è? Dio mio, non mi par vero di arrivare alle 3, per sapere qualche cosa dal vostro labbro. Se poteste scrivermi intanto un rigo, ve ne sarei grata per tutta la vita.
Scusate l’indiscrezione che però non è tale, ma è il vivo interesse e l’affetto profondo che io vi porto.
Vi stringo le mani e vi dico addio a più tardi. Lina.
Io sto sempre male.
Una volta giunge in Firenze il capitano Mancini. Quindi era prudenza non avvicinarsi per non esporsi a nuovi guai.
- Carissimo Mario,
Ho avuto i vostri biglietti affettuosi e ve ne ringrazio quanto so e posso. Nè oggi nè domani ci vedremo, perchè il cap. M. è in Firenze, ed io ho deciso per misure di prudenza che voi certo approverete di non uscire e di non ricevere finchè egli è qui. Evito più che posso di far cose che potrebbero procurarmi danni incalcolabili.
Mercoledì verrò da G. [iulio] ed allora vi dirò quando potremo vederci con comodo e senza esporci a dei nuovi guai.
Intanto siate di buon umore; il pensiero che voi tormentate in questo modo insensato voi stesso e le buone creature che vi stanno intorno mi addolora e mi dispiace oltre ogni dire. Siate di buon umore; torno a scongiurarvene per quello che avete di più caro.
Scrivetemi, or ora siamo a settembre!
Addio, addio. Vi stringo la mano. Lina.
A settembre il Rapisardi partì per Catania, e da qui le chiese notizie della salute. La Lina rispose per telegramma il 18 settembre ’79, ore 17,55:
“Grazie infinite carissime manifestazioni amicizia. Sto meglio. Riceverete lettere. Mille saluti affettuosi. Lina„..
Non si trovano le lettere accennate, nè esiste traccia di notizie nei due anni successivi. È del 26 agosto ’82 una lettera di lei al Rapisardi alloggiato in Firenze al Viale Principe Amedeo, N. 4,.p. 2.
La Contessa Lara
- Caro Mario mio,
Il diavolo mette sempre la coda in tutte le mie cose.
Ieri, sentendomi così male, avevo deciso di non recarmi a Carmignano. Ma stamane ho avuto una lettera della Sig.ra Fedeli dove mi annunzia che alle quattro la sua carrozza sarà a prendermi qui. Per chi potevo io farla avvisata e pregarla a non incomodarsi?
Or ora sono scesa in istrada per venire costassù da voi; ma ha cominciato a piovere a dirotto. Se aspetto un poco non faccio più a tempo a venir qua per le 4!
Ve lo ripeto: ogni mio progetto è sviato.
Fortuna che so dal caro biglietto di Giselda che voi state meglio assai quest’oggi; e fortuna che io starò assente un giorno solo, domani: altrimenti sarei venuta a malgrado di tutte le piogge e di tutti quelli che m’aspettassero.
Vi stringo la mano ed abbraccio la mia sorellina d’affetto e la mia mamma adottiva, salutandovi fino a lunedì, giorno in cui m’invito da me costà tra voi e fare un po’ di festa del cuore.
Vostrissima per sempre. Lina.
Possiamo dire, non avendo altri documenti, che in quest’anno si chiude la prima fase, la fase più bella dell’avventura dei due amanti.
V.
Nel dicembre ’83 avvenne l’allontanamento della Giselda; nell’aprile dell’84 il Rapisardi andò a Napoli, ove fu festeggiatissimo e ove rivide la Lina che in questa città era venuta per trovar lavoro nei giornali. L’abbracciò, la perdonò, scrive essa; ma di quel tempo è uno arguto scherzo del Rapisardi, a lei dedicato. È ancora inedito.
Ne riporto una strofe:
Lo so ben che su gli avanzi
D’Ercolano e di Pompei
Ti si smammola dinnanzi
Uno stuol di cicisbei,
E Gambin ruzzando teco
Scrive turco e parla greco.
Neil’ultimo verso sono adombrati i nomi di G. Turco e C. Parlagreco, allora giornalisti a Napoli.
La seguente lettera ammaliante fu spedita dalla Lina il 19 gennaio 1885, da Roma, via de’ Mille, 35. Lo chiama sicilianamente Maro.
- Maro mio,
Io debbo aver fatta con te la figura più infame che creatura umana possa fare! La tua lettera di poche righe — l’unica che io abbia avuta — è rimasta qui aspettandomi; giacchè io sono stata a Firenze. Contavo trattenermici qualche ora solamente ed invece ho dovuto restarci parecchio.
Ora sono qui di nuovo, son qui chiedendoti perdono, Maro mio, della brutta involontaria mancanza: ti getto le braccia al collo come là a Napoli, ti ricordi? E tu mi accorderai il più generoso dei perdoni, non è vero? Ma perchè sei stato tanto tempo senza rispondere alle mie lettere? Mi son lasciata raccontare qui a Roma che tu ti struggi d’amore per quella signora, che tu stesso lo hai confessato. Sarebbe originale la cosa!! A me devi dire tutto il vero senza reticenze, senza velature, giacchè per il molto bene che ti voglio e che ti vorrò sempre sempre sempre ho il diritto di conoscere quanto chiude il tuo cuore.
Ho conosciuto Cesareo.... Ho conosciuto pure Ragusa Moleti....
Oh, un’ora sola con te, quanto ne avrei bisogno per ritemprarmi l’animo e l’intelletto, mio Mario!
Ti ripeto ancora che in Sicilia verrò più presto che posso, più presto di quanto credi. Te l’ho giurato e torno a giurartelo che verrò. Tu non farmi lo scettico, il sardonico, per carità. Se tu sapessi quanto ho necessità di una voce veramente dolce ed amica fra tanto cicalio vuoto e malvagio!
Son qui dunque che lavoro, e molto. Devo innanzi tutto pagare i miei debiti. Invece d’alzar le spalle, a te que’ begli occhioni dovrebbero riempirsi di lagrime!...
Bacio tua madre, stringo te al mio cuore e ti scongiuro di scrivermi, dirigendo esattamente perchè temo che parecchie mie lettere siano andate dai Mancini. D’una di Firenze lo so. Lina tua.
E da Roma, stessa via, sabato 21 marzo 1885, è quest’altra non meno fremente di sessualità fascinosa. Il Rapisardi pare che abbia insistito a volerla in Sicilia:
No, caro e buon Mario mio, no, non ci vedremo sinchè a te non piaccia ancora di venir sul continente. No, quella santa donna di tua madre non avrò la fortuna di abbracciarla; e se ella vorrà benedirmi, come una tenera e devota figliuola, lo farà da lontano, tanto tanto lontano! Sino a pochi giorni fa, anzi dirò sino a poche ore fa avevo la certezza che da un momento all’altro sarei partita per la Sicilia ed avremmo passato insieme qualche settimana deliziosa. Ma ora non può più essere. Mi si ripete qui a Roma ciò che mi si disse a Firenze: che la Giselda racconta d’essersi separata spontaneamente da te a causa che io era la tua amante. C’è chi la compiange molto e dice ogni vitupero sul conto mio, che ho il coraggio di rovinar così la posizione d’una povera moglie! Io ho sorriso con un tal disprezzo che valeva le più formali proteste; ma tutti i miei sorrisi non valgono una lagrima della mia vittima. Scrivendo a Marchiò mi sono sfogata...
Grazie dall’anima (un’anima che non è sconoscente, te lo giuro!). Grazie delle tue generose offerte! Oh, come avrei accettato se non fosse per questa storia! Ma il mondo intero direbbe che Giselda ha tutte le ragioni; ch’io le ho rubato il marito, tanto ch’essa indignata ha dovuto lasciar lui, la famiglia, la sua posizione, ogni cosa per me. Oh, giammai! Sarai tu, Mario mio, che verrai a vedermi, non è vero? Passeremo qualche altro dolcissimo giorno a Napoli o a Salerno; sul mare infine. Io sono sempre qui che lavoro e non so ancora quanto ci resterò. Avrai mie lettere col mio nuovo indirizzo prima ch’io parta. Probabilmente starò in campagna nell’Umbria, ch’è tanto bella, ne’ mesi estivi.
Vuoi che ti mandi il ms. di un mio libro di versi? Tu me li correggerai, non è vero? Non è vero che vuoi restar sempre il mio Mario, il mio buon Mario di prima, di tutti i tempi?
Mandami un fiore, mandami un ricordino, te ne prego, una bummula (quel vaso di creta dalla forma etrusca dove si conserva l’acqua fresca).[3] Me l’avevi promessa.
Dov’è Reina? Vorrei scrivergli. Salutami affettuosamente don Carlo... [Ardizzoni]. Ah, un altro che non vedrò! Baciami tua madre e ricevi gran parte del mio cuore in uno strettissimo, tristissimo abbraccio. Lina tua.
Ah, quel tristissimo abbraccio era un presentimento.
Perchè ella era andata a Firenze, e vi dimorò parecchio? Il Rapisardi non lo seppe; e a questa lettera, nauseato forse e indispettito, e risoluto di romperla finalmente a ogni costo, rispose col seguente laconico e reciso biglietto:
S.ta Maria di Gesù, 24 marzo 1885.
Oh dignitosa coscienza e netta!
Se mi avessi scritto “Imbastisco il mio millesimo amore e sono a’ comandi del tal dei tali„ ti disprezzerei meno.
Addio.
Mario Rapisardi
L’idillio era finito. Un tempio crollava. Nessuna magica potenza poteva rievocarne il nume.
La Lina mandò l’ultima protesta, ma tutto era inutile. Nè la bellezza nè l’arte avevano più presa. Torna a dargli del voi.
- Caro Rapisardi,
Rileggete la mia ultima lettera, ponderate bene l’infamia di quella.... e vedete se mi meritavo questa vostra piccola vigliaccheria.
Vi perdono di tutto cuore. Capisco i caratteri violenti, ma vorrei che a scusa del vostro, domani mi giungesse una vostra letterina affettuosa, buona, giusta.
Ad ogni modo, anche se il vostro addio fosse eterno, abbiatevi il più caro de’ miei pensieri, tenero e riconoscente.
Bacio vostra madre. Lina.
Sempre lei: proterva, insinuante, felina.
VI.
Quando il Rapisardi si negò, e non senza ragione, di affidare allo Scarfoglio le sue Poesie religiose che dovevano essere pubblicate nel Corriere di Roma, conforme all’annunzio stampato in quel giornale, apparve ai 4 dell’86 la seguente notizia:
“Se abbiamo perduto Mario Rapisardi abbiamo acquistato la Contessa Lara, la quale ha preso formalmente impegno di dare a noi esclusivamente tutti i versi che scriverà nel 1886. Siamo sicuri che i lettori non si lamenteranno del cambio„.
E nell’87, pubblicate in volume le “Religiose„, il Rapisardi volle farne dono speciale alla Contessa Lara di una copia; e ne ebbe questo ringraziamento:
Roma sabato [10 luglio 1887]
- Caro Rapisardi,
Vi sono immensamente grata del buon pensiero di mandarmi le vostre bellissime Poesie Religiose. Io già le avevo ammirate in gran parte nel volume da voi spedito ad Alfredo Cesareo, da che vi confesso che ritenevo quel volume come consacrato a me almeno per metà...
Grazie ancora una volta del dono speciale (moralmente e materialmente); grazie proprio di cuore.
Mentre l’orrenda malattia serpeggia nel vostro divino paese, non siatemi avaro di vostre notizie, ve ne prego.
Ossequiatemi devotamente la vostra buona mamma, se ancora si ricorda di me, e voi, insieme a’ più sinceri auguri di felicità, gradite una mia cordiale stretta di mano.
Contessa Lara.
“Ritenevo quel volume come consacrato a me almeno per metà„. Quale candore! E intanto da due anni il Rapìsardi, vincitore ormai di se stesso, godeva le gioie di un affetto purissimo e disinteressato, sollevava l’animo tranquillo alla beata contemplazione dell’Ideale: era risorto a nuova vita.
O fausto giorno
Che consentisti di venirmi a fianco!
Per incanto d’amor, giovine torno.
Il miracolo l’aveva operato una rosea provvidenza, l’Amelia, la “creatura unica„ che doveva ispirargli le opere migliori e che egli cantò in versi immortali e ritrae mirabilmente in quella dolcissima ottava dell’Atlantide:
Una fanciulla nobile e gioconda,
Da’ modi schietti e dall’ingenuo viso,
Su la spalla di lui posa la bionda
Testa e il rallegra d’un gentil sorriso;
Come tenue convolvulo circonda
Alber che più d’un ramo ebbe reciso,
Ella così pietosa a lui si stringe
E dell’anima sua tutto il ricinge.
O che non forse il vero amore è la religione della felicità?
Aggiunta[4]
Dopo tutto quanto abbiamo di già sopra scritto e riportato, si giunge ora a voler, senza uno scopo plausibile, mettere in dubbio quest’amorazzo del Rapisardi con Evelina Cattermole. Noi avremmo forse desiderato che tale episodio della vita affettiva del Rapisardi non fosse addirittura esistito; ma, poichè si cerca ad arte velare la verità, sentiamo il dovere per onestà letteraria di precisare richiamandoli alla lesta i fatti, con la scorta degli stessi documenti. Non è da tener conto naturalmente dell’inutile ciarpame di invenzioni fantastiche che cade alla prima lettura di queste lettere e di quelle del Rapisardi.
In una pagina del suo recente libro su la Contessa Lara[5] la signora Maria Borgese così conchiude: “Dunque il Rapisardi conosce la Contessa nel settembre 1875, appena qualche mese dopo la separazione di lei dal marito, e arde subito di amore. La segue, le manda un suo libro, le si fa presentare, le presenta la moglie per insistenza della stessa Lara. La signora gradisce l’affettuosa devozione dell’uomo illustre, ma non può amarlo; gli si mostra cortese, indulgente, anche dolce, ma si stringe di schietta e fedele amicizia con Giselda, la moglie di lui. Egli le dà del tu e lei gli risponde col voi....„.
C’è da rimanere perplessi, sinceramente, con tutto che la gentile scrittrice sin da principio ci avverte che “fu animata da una grande umana simpatia, di donna a donna„.
Eppure, i fatti parlano tanto chiaro; a meno che tutti gli appuntamenti a solo e a ora tale che la Lara dava al Rapisardi nei suoi brevi biglietti (come quello: “V’aspetto dopo le 2½„) e la sua proposta di passare “qualche altro dolcissimo giorno a Napoli o a Salerno„ in compagnia del Rapisardi non s’abbiano a intendere da oggi innanzi come inviti a semplici conversazioni letterarie. O per quale ragione poi i loro abboccamenti dovevano sempre essere necessariamente di nascosto alla nonna, sia in casa della Lina che in quella di Giulio di Giorgio? E, di grazia, che potrebbero significare le parole che la Lina sottolinea nella lettera scritta dopo la guarigione: “Appena sarò in grado di dire una parola, ve ne avvertirò e verrete a trovarmi„? Dobbiamo per avventura figurarci la Contessa, in siffatte circostanze, quasi quasi una bella e buona pupattola imbottita di stoppa e di cruschello?
Non basta. Poichè c’era di mezzo la moglie Giselda, onde impossibile parlare in libertà, e gli avvicinamenti periodici (“l’ebbrezza d’un istante„ dice il Poeta nel Ritratto) a intervalli di anni: “è evidente, non sentiva amore per Rapisardi„. Come se quella donna terribilmente facile e infinitamente capricciosa ne abbia sentito mai “amore„ per alcun uomo. Così la chiusa del palpitante sonetto Lettura di versi del Rapisardi (pubblicato la prima volta da un giornale di Napoli a insaputa del Poeta, in occasione della morte della Lara):[6]
Come strofe intrecciandoci facciamo
Un poema di baci e di carezze
e tutta la lettera che la Lina gli scrive da Roma il 19 gennaio 1885, in cui gli chiede perdono gettandogli “le braccia al collo come lì a Napoli„ e l’altra che si chiude con lo “strettissimo abbraccio„, nonchè il reciproco uso del tu nell’intimità e apertamente quando furono liberi della Giselda, potrebbero tutt’al più dimostrare una cosa naturale “non rara fra scrittore e scrittrice legati da una forte simpatia e dalla vita comune del giornale e del libro„; anzi “la gratitudine o la pietà„ della Lina per il Rapisardi. Così, proprio.
E non al Poeta sarebbe esatto riferire, per conseguenza, il sonetto della Contessa Lara Sulla porta,[7] in cui è descritta la scena del litigio dei due amanti e la relativa pacificazione. E dire che fu allora (ottobre 1880) il Rapisardi, che lo mandò al Martini perchè lo pubblicasse nel suo giornale![8]
Or in proposito ben ricordo che, quando io mi recai dopo l’assassinio della Lara a visitare il Rapisardi, lo trovai che sfogliava il libro della povera morta (il volume Versi con la dedica “Al suo Mario, Lina„), e mi fece leggere giusto quel sonetto che gli ricordava tante cose. L’immagine della isterica autrice gli tornava alla mente nella sua fascinosa bellezza. “Versi scritti con l’utero„ chiamava quel libro il Poeta, e in una ottava omessa dal canto VII dell’Atlantide (sicuramente tracciata molto prima del ’93) si legge appunto:
Le uterine armonie della Contessa
Qui declama un arnese ispido e rude.
Tuttavia giova anche ricordare di passata che nel 1892, la Lina aveva mandato al Rapisardi con dedica suggestiva il suo nuovo romanzo L’innamorata, e nello stesso anno il Rapisardi in una lettera al Cesareo non aveva dubitato di chiamarla “donna insigne„.
Ecco, noi non giudichiamo: solamente esponiamo a nudo i fatti.
Che meraviglia, poi, se il Rapisardi che rinfacciò alla Lara il “millesimo amore„ l’aveva pur sempre desiderata?
Sappiamo che Catullo (e cito a studio un celebrato poeta dell’antichità) amò perdutamente Lesbia soprannominata Clitennestra quadrantaria (quadrantaria: noi diremmo, che si prostituiva per un soldo), quella Lesbia che fiaccava le reni a centinaia di amanti, e fìnanco per i crocicchi e per i viottoli spellava i magnanimi nepoti di Remo:
Nunc in quadriviis et angiportis
Glubit magnanimos Remi nepotes. [9]
Niente meraviglia perciò, signora Borgese!
Termino con le parole di un’altra donna, anche lei valorosa e gentile scrittrice, la signora Caterina Pigorini Beri: “L’uomo quando ama diventa istintivamente fanciullo, e questa fanciullezza, dirò così, postuma non lo fa diventare piccolo, nemmeno quando l’oggetto amato ne è indegno. L’amore è grande in sè medesimo„[10].
Note
- ↑ È facile comprendere che non si sarà trattato altro che di qualche ascesso, e non certamente di una laparatomia, come altri ha voluto far credere.
- ↑ Alla signora Violante Tedeschi, cara amica del Rapisardi, il quale per lei scrisse il poemetto “Metamorfosi„.
- ↑ La parentesi è della stessa Lina, così come le parole in corsivo si trovano sottolineate nell’originale. Bùmmula, bombola.
- ↑ Parte di questa Aggiunta fu già riferita in un suo opportuno articolo da S. Munzone, pubblicato nel Piccolo della Sera, di Trieste, 11 luglio 1930 e nel Giornale d’Italia, 17 luglio 1930.
- ↑ Treves, ed. Milano 1930.
- ↑ Vedi lettera 260 nell’Epistolario.
- ↑ Il sonetto è riportato a pag. 80 di questo libro.
- ↑ Vedi la lett. 78.
- ↑ Catulli, Carm., LVIil.
- ↑ Nuova Antologia, XXXII, maggio 1876.
- Testi in cui è citato Evelina Cattermole
- Testi in cui è citato il testo Catullo e Lesbia
- Testi in cui è citato il testo Lucifero
- Testi in cui è citato Tito Lucrezio Caro
- Testi in cui è citato il testo Giobbe (Rapisardi)
- Testi in cui è citato il testo Giustizia
- Testi in cui è citato il testo L'innamorata
- Testi SAL 75%