Concioni tratte dalle Istorie di Tito Livio

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
latino

Tito Livio I secolo a.C. A XIV secolo Iacopo Passavanti Indice:Specchio di vera penitenza.djvu storia letteratura Concioni tratte dalle Istorie di Tito Livio Intestazione 29 dicembre 2011 75% Storia

EPUB silk icon.svg EPUB  Mobi icon.svg MOBI  Pdf by mimooh.svg PDF  Farm-Fresh file extension rtf.png RTF  Text-txt.svg TXT
[p. 380 modifica]

CONCIONI TRATTE DALLE ISTORIE DI TITO LIVIO.


volgarizzamento attribuito a frate iacopo passavanti.


_____


Parlamento fatto tra Scipione duca de’ Romani e Annibale duca di Cartagine.

Volendo parlamentare insieme Scipione e Annibale, a pitizione d’Annibale, l’uno e l’altro mossono il campo del loro esercito, approssimandosi insieme per ispazio di quattro miglia; e venendo a certo luogo di mezzo e comune a ciascheduno, atto e disposto a ragionamento che fare voleano, fecero stare a drieto loro compagnia armata, et eglino soli con due interpetri s’avvisarono insieme; e come s’ebbero veduti, maravigliandosi l’uno dell’altro, quasi storditi riguardandosi insieme, prima tacettero, poi Annibale prese primo a parlamentare.

In tal maniera cominciò, e disse:

S’egli era per fatale disposizione o vero per divina provedenza ordinato che io, il quale mossi prima guerra al Popolo di Roma, e che ebbi presso che nelle mie mani della impresa guerra vittoria, venissi spontaneamente e di mio arbitrio a domandare pace; lieto sono e molto m’è a grado che tu, Scipione, sia colui da cu’ io la pace addimandi. Et a te non n’è piccola loda, tra gli altri tuoi grandissimi fatti di pregio degni, che Annibale, al quale gli Dii di tanti duchi o vero imperadori romani aveano data vittoria, ti dea lato e arendasi di chiedere a te la pace; e che tu sia colui che a questa guerra famosa più per li nostri pericoli e danni, che [p. 381 modifica]per li vostri che ricevuti avete, abbi posto fine. Deh! che cosa è questa, e che caso o che fortuna l’ha conceduto, ch’io vegna disarmato a richiedere di pace il figliuolo, del quale col padre incominciai la guerra; ed essendo egli allora romano imperadore, con lui mi scontrai colle spiegate insegne e commisi la prima battaglia? Ben sarebbe stata ottima cosa che gli Dii avessono conceduto a’ nostri padri tal mente, o vero tal volontà, che voi dell’Italia e noi dello imperio d’Africa fossimo stati contenti. Troppo vi sono costate care l’isole di Sicilia e di Sardigna, per le quali tanto navilio, tanti eserciti et osti, tanti nobili e valorosi imperadori e duchi avete perduti. Ma le cose fatte e passate si possono più tosto riprendere, che correggersi. Abbiamo noi disiderato d’occupare l’altrui, che per lo nostro ci è convenuto combattere e difenderlo colla spada in mano. E voi non siete stati contenti della terra d’Italia, se l’Africa non fosse vostra; per la qual cosa poco meno che nelle vostre porte e alle mura di Roma le ’nsegne e l’armi de’ nemici avete vedute. E noi ancora di Cartagine udito abbiamo lo romio1 dell’oste de’ Romani. Ora essendo la vostra fortuna migliore che la nostra (della qual cosa sommamente ci maravigliamo), siamo qui per trattare con ciò di pace, tu Scipione e io Annibale; la qual cosa innanzi ad ogni altra desiderare doveresti: e noi siamo quegli a’ quali spezialmente s’appartiene e da noi dipende che pace sia; e tutto ciò che per noi si farà, le nostre cittadi l’avranno fermo e rato. Una sola cosa ci è mestieri d’avere, cioè l’animo e ’l volere buono che pace sia, acciò che le cose che noi tratteremo insieme, non erriamo, ma con sani e diritti consigli facciamo. Io, per me, il quale vecchio d’etade sono tornato nella mia patria d’onde garzone o vero giovanetto mi diparti', mi truovo sì ingannato e dalle prosperità e dalle cose adverse, ch’io voglio più tosto [p. 382 modifica]ragione che fortuna seguire. Ben temo che la tua gioventude non faccia te più altero e feroce, che non bisognerehbe ai riposati e quieti consigli della pace. Ma saviamente farai se tu, avvegna che la fortuna già mai non t’ingannasse, non ti sporrai a’ rischi e a’ pericoli degl’incerti casi. Molto t’è andata diritta la fortuna, Scipione; ché, come io fui nel vostro paese vittorioso, cioè al lago di Perugia ed a Cannas, cosi se’ tu oggi qui nel nostro paese; e prendendo tu lo ’mperio a tal’ora che a pena per la giovane ètade eri atto a cavalleria, e tutte le cose arditissimamente imprendendo, la fortuna in fino al dì d’oggi non ti fece mai fallo, come fece al tuo zio essendo in Ispagna. Dove faccendo vendetta della loro morte, la quale era a grande isventura e abbassamento della vostra casa, cominciasti ad avere grande onore di virtuosa franchezza e di grande pietade; la Spagna perduta ricoverasti, cacciandone valorosamente quattro osti della gente africana. Poi creato consolo, avvegna ch’agli altri paresse assai fare di difendere l’Italia, tu passato di qua nell’Africa, sconfìggendo e mettendo in volta due osti, e in quella medesima ora prendendo e ardendo due campi afforzati, e prendendo Siface re poderosissimo, occupando tante ciltadi del suo reame e del nostro imperio, ritraesti me d’Italia, dove sedici anni in possessione era già istato. Potresti tu già dire, Scipione: — L’animo mio vorrebbe piuttosto vittoria che pace; — ma io ti rispondo (che per isperienza l’ho provato) che i voleri altieri, i quali fa la fortuna prospera, siccome per alcuna fiata fece a me, più tosto desiderano cose grandi che utili. Ma se gli Dii nelle cose prospere ci donassero buona mente, noi penseremmo non solamente quelle cose che intervenute ci fossono, ma eziandio quelle che ci potessono intervenire. E non recandoti alla mente ogni cosa che sopra ciò contare si potrebbe, assai grande essemplo e ammaestramento in tutti casi prosperi e avversi ti sono io: il quale tu vedesti già, accampato tra Anienne e la città di Roma, [p. 383 modifica]francamente a bandiere spiegate assalire le mura di Roma; e ora mi vedi, privato di due fratelli, fortissimi e famosissimi imperadori, Asdrubale e Magone, stare davanti alle mura della propia patria quasi assediata, e pregare che in ver’ di me non si faccia quelle cose per te, colle quali io già spaventai e misi in grande paura la vostra cittade. E però non è da credere a qualunque fortuna, e spezialmente a’ prosperi e fortunati principii, come sono stati i tuoi; però che possono avere infortunato mezzo e fine, sì come è istato il mio. Ora, essendo le cose nostre dubbiose e incerte, è bella e attevole2 la pace a te che l’hai a concedere e dare, e a noi che la cheggiamo più utile e necessaria, che rimanere nemici e in guerra. Migliore e più sicura cosa è la pace certa, che la sperata vittoria; però che la pace è nelle tue mani e nella tua balia; la vittoria è nelle mani degli Dii. O Scipione, non volere porre a rischio d’una ora la felicità e la prospera fortuna di cotanti anni; e pensa nell’animo tuo non solamente le forze tue e ’l tuo podere, ma ancora la forza della fortuna e quella di Marte, iddio delle battaglie, il quale è comune a ciascheuna delle parti; e che dall’uno lato e dall’altro saranno corpi umani quegli che combatteranno. E voglio che tu sappi una cosa: che in niuno luogo rispondono meno gli avvisi secondo il volere e la speranza, che in battaglia, dove le misure non riescono. E considera il partito che hai per le mani, e a che rischio tu ti metti: ché non potresti tanto di gloria e d’onore accrescere vincendo per battaglia, sopra quello ch’avresti dando la pace; quanto, se piccola sciagura t’incontrasse, la fortuna ti potrebbe d’una ora tôrre e guastare l’onore acquistato, o vero che isperassi d’acquistare. Cornelio Scipione, il far la pace è posto in tua podestade; ma se a battaglia ti conduci, sarà la fortuna a cui Iddio la [p. 384 modifica]darà. Di ciò abbiamo davanti agli occhi nostri esempri di virtù e di felicitade, cioè prosperitade3 non bene usata: e si conta che per li tempi passati fu in questo nostro paese Marco Attilio nominato Regolo, il quale essendo vittorioso fu richiesto di pace; e perchè non seppe porre modo e temperatamente usare la prospera fortuna, la quale in alto stato l’avea levato, volendoci porre sulle nostre spalle troppo grandi pesi, e addomandando importabili e aspre condizioni e patti, negòe di fare la domanda di pace; per la qual cosa intervenne che quanto più in alto la prosperitade l’avea levato, tanto la diversità più villanamente il fece rovinare. Ora sta a te, che la dèi dare, non a noi che la domandiamo, di dire le condizioni e’ patti della pace. E forse che ci rendiamo degni di trovare appo te buon patti e graziose condizioni di pace: però che noi medesimi ci vogliamo gravare, e sofferire molti danni, per venire all’effetto della disiderata pace; e non rifiutiamo, anzi in fino ad ora consentiamo che tutte quelle cose per le quali questa guerra ebbe cominciamento, liberamente siano vostre: cioè Sicilia, Sardigna e Spagna, e tutto ciò che d’isole si contiene in tutto il mare ch’è tra l’Italia e Africa. E poi che agli Iddii è cosi piaciuto, noi Cartaginesi, distretti dentro a’ confini dell’Africa, staremo a vedere voi signoreggiare e reggere per mare e per terra gii altrui imperii. Ben mi par essere certo, e nol nego, che voi avete sospetta la fede e la lealtà degli Africani; però che la pace fu già altra volta addomandata per noi non troppo sinceramente, anzi maliziosamente; e non fedelmente aspettata, rompendo la triegua e’ trattati della pace: ma tutto questo sarà a fermezza e a saldezza della pace, e che molte volte e per molti sia stata addomandata. E io ho inteso, o Iscipione, che i vostri padri antichi negarono di non far pace; [p. 385 modifica]però che gli ambasciadori nostri che veniano a trattarla, non parveno lor tanto soficienti e degni a sì gran fatto. Ora non c’è cotale difetto e storpio; ché io Annibale son quegli che pace addomando: il quale non la chiederei s’io non credessi che utile fosse; e per questa medesima utilità ch’io la cheggio, la conserverò e atterrò. E sì come io feci che della guerra la quale io incominciai, veruno non si penté in fino a tanto che agli Dii dispiacque, cosi m’ingegnerò che neuno si penterà della pace per me acquistata e fatta.


Scipione imperadore di Roma, alle parole per Annibale dette, in questa maniera rispuose, e disse:


Io non era ingannato, ma tenea per certo, o Annibale, ch’e’ Cartaginesi aveano speranza del tuo avvenimento, e aspettàvallo: però turbarono la triegua e la fede, i patti e la speranza data della pace. E tu medesimo nel tuo parlare niente il nascondi, ma palesemente il manifesti in ciò, che de' patti e delle condizioni della pace posti da me di sopra, sottrai ogni cosa, salvo quelle cose che già sono in nostra podestà e signoria: onde niente ci concedi se non quello che noi ci tegnamo. Ora, come tu hai sollicita cura ch’e’ tuoi cittadini sieno per te alquanto alleggeriti della gravezza della guerra, o vero de’ patti oggi dati da me; cosi s’appartiene a me, e debbomi ingegnare, che sottraendo eglino de’ patti e delle condizioni della pace e’ quali eglino accettarono,4 riportino guiderdone e premio delle disleeltadi5 e della loro perfidia. E non siete degni che noi vi facciamo più que’ medesimi patti che in prima vi facciavamo, però che infedelmente rotti e perturbati gli avete. La domanda vostra chiede [p. 386 modifica]che froda e lo ’nganno vi debba giovare, volendo migliori patti e condizioni di pace che in prima: la qual cosa per niuno modo esser dee; anzi ne dobbiamo prendere forte isdegno. E non dite che i nostri padri antichi imprendessono la guerra per la Sicilia, e noi per la Spagna; che non è cosi: ma eglino la presono in soccorso de’ Mamertini e in loro aiuto, e’ quali erano compagni e in lega con loro; e noi per lo disfacimento della città di Sagunto, la quale essendo in nostra compagnia, voi l’assediaste e guastaste, iustamente e per pietà di quella città contro voi guerreggiando prendemmo l’armi. A ciò voi ci provocaste, sì come tu medesimo confessi e gli Dii ne sono testimoni; sì come6 di quella guerra ci fecero riuscire vincitori e con vittoria, secondo che voi giustamente meritaste, così fanno e faranno, certo sono, di questa. Ben so che l’umana fragilità e infermità è molta, e non creder tu ch’io l’abbia dimenticato; e penso bene la forza della fortuna, e so che tutte le cose che noi facciamo sono sottoposte a mille casi incerti. Ma come superbamente e oltraggiosamente averei fatto, se io, innanzi ch’io avessi passato nell’Africa, t’avessi negata la pace, volendoti tu partire voluntariamente e venendo a richiedere di pace; cosi ora avendoti ritratto della Italia per forza, dove quasi eri già per venire con noi alle mani, e quanto potesti ti tenesti di non partirti, non sono tenuto di condiscenderti, nè di renderti reverenza veruna. Tuttavia, se tu volessi dire nulla, o dolerti delle navi vostre ch’erano in conserva, messe da noi in rotta; e degli ambasciadori vostri sforzati e presi al tempo della triegua, ch’e’ vi paia che fosse contro la triegua ch’era tra noi; dello indugiare della guerra potrònne avere consiglio, acciò che non abbiate cagione di rammaricarvi di noi. Se nollo avetevi recato ad animo, o non vi pare grave, non ci ha altro di che dolere di noi ragionevolmente vi possiate. E per ciò, se a quello che per li nostri maggiori prima s’ [p. 387 modifica]adomandava, tu vuogli aggiugnere molte altre cose, potrò avere consiglio della pace: e se ciò grave ti paresse, apparecchiatevi a battaglia, da poi che la pace non avete potuta patire.


Nel quartodecimo anno della seconda guerra affricana, essendo fatto Publio Cornelio Scipione de’ due consoli l’uno, i quali consoli nel principio del loro uficio soleano per sorte dividere le provincie dove taluno avesse a signoreggiare, le quali provincie si soleano prima per lo Senato o per lo Popolo dichiarare; cominciò a essere fama fra gli uomini, che l’Africa sarebbe nuova provincia di Scipione, senza metterla a sorte col suo compagno. Et egli, già di neuna piccola gloria contento, usava di dire che non era solamente creato consolo a guidare la guerra, ma a menarla a fine; e che questo non si potea altrimenti fare se egli non conducesse la sua oste in Africa; e dove il Senato nel contradiasse, che farebbe sì che 'l Popolo apertamente gliel darebbe. E raunato il Senato per questa cagione, essendone varia oppinione tra loro, domandato Fabio Massimo di sua sentenza, in tale maniera cominciò:


Padri conscritti, io sono cierto ch’a molti di voi pare che oggi si tratti qui di cosa fatta, e che in vano si parli sopra ciò, come cosa diterminata. Ma io non so come l’Africa sia data per provincia a questo consolo, uomo forte e savio, che nè ’l Senato l’ha proveduto nè ’l Popolo comandato. E s’egli è ordinato che così sia, parmi che ’l consolo faccia male; però che domandando il Senato di cosa diterminata, egli si fa beffe non solamente del senatore che vi consiglia, ma anco di tutto il Senato. E son ben certo che dicendo io che questa fretta dell’andare in Africa non mi paia o non sia bene, e’ si dirà che per due cose io così giudichi. L’una, perchè di mia natura sia d’essere lungo e tardo; la qual cosa chiamano i giovani paura e pigrizia: ma di questa lunghezza infino a qui non mi pento; però che, bene che molte volte gli altrui consigli sieno paruti nel principio migliori ch’e’ miei, pure nella fine s’è trovato il contrario. L’altra sarà che io dica questo per [p. 388 modifica]invidia che io abbia al consolo, fortissimo giovane, il quale cresce e viene in gloria. E se la mia vita, e’ miei costumi e le cose che i’ ho fatte, e l’uficio d’essere stato dittatore e cinque volte consolo, e tanta gloria acquistata e nelle battaglie e qua entro (per le quali dignità e gran fatti più tosto mi dee venire fastidio de’ suoi fatti, ch’averne invidia), non levano gli animi da questa sospezione, almeno la mia etade li ne dee rimuovere. Io vi priego che voi giudichiate che invidia può essere tra me a colui che non è di tempo iguale al mio figliuolo. E non è da credere che io dicessi questo per invidia: però che quando io avea ancora la forza del mio corpo, ed era dittatore e in su l’entrare de’ grandissimi fatti, biasimandomi e perseguitandomi con infamia il maestro de’ cavalieri, ed essendomi dato per compagno e aguagliato il suo uficio al mio (la qual cosa non fu mai più fatta), neuno me n’udi mai parlare in Senato o al Popolo in mia difesa, nè in biasimare lui perchè questo non mi fosse fatto; ma co’ fatti più tosto che colle parole volli adoperare: di che avvenne che colui ch’era stato nell’uficio aguagliato a me, spontaneamente mi si sottomise. Non che ora, che acquistati tutti gli onori, io mi ponga a contendere di parole per invidia con questo giovane; essendo io in tale età che mi sia fatica il vivere, non ch’io potessi attendere alle cose che sono a fare. E perchè a Scipione sia conceduto l’andare in Africa e menare la guerra, non mi si toglie la gloria la quale i’ ho acquistata, che vivendo e morendo rimane meco: che io fui quelli che tolsi la vittoria ad Annibale, e conservai le forze che noi ora abbiamo, per le quali egli può ora esser vinto da noi.

Una cosa mi dèi ragionevolmente perdonare, Scipione: che come in me medesimo io non volli più tosto la fama degli uomini che ’l bene della repubblica, così non voglio innanzi porre la gloria tua al bene del comune. E se in Italia non avesse guerra veruna, o vero ci fosse tale nimico che vincendolo non se ne acquistasse gloria, allora si potrebbe dire [p. 389 modifica]che chi ti volesse ritenere in Italia, ben ch’egli il facesse per lo bene del comune, che si movesse per tòrti la battaglia e l’onore. Ma essendoci Annibale coll’oste sua sano e salvo, il quale ha tenuta l’Italia assediata quattuordici anni, non si può dire che chi ti ritiene, ti voglia tòrre la gloria. Penteràti tu della gloria tua, che ti paia piccolo onore avere acquistato se tu caccerai d’Italia cotale nimico, il quale è suto cagione e faccitore di tanti danni e morti, quanti noi abbiamo ricevuti? E come la gloria della prima guerra africana fu di Lutazio consolo, così l’onore di questa seconda sia tuo bene. Ti dovrebbe bastare questa gloria, se Amilcare non fu già più pregiato che Annibale, e quella guerra maggiore che questa, e quella vittoria più famosa. Vorresti tu innanzi avere cacciato Amilcare di Sicilia, che Annibale e gli Africani d’Italia, s’egli avviene che tu il vinchi in battaglia? E se tu ami più l’onore acquistato che quello che tu speri d’acquistare, e gloriàssiti più d’avere liberata la Spagna che di liberare l’Italia, parendoti piccola questa o quella, nè vogli andare in Africa; nonn’è egli questo Annibale,7 che chi lascia lui per andare a fare altra guerra, pare che egli il faccia più per paura di lui, che per averlo in disdegno? Perchè vai tu cercando che Annibale ti venga dirieto, poi che tu sarai ito in Africa? Perchè non più tosto per questa via diritta ove è Annibale, qui va’ a combattere? Tu vai caendo che la vittoria di questa guerra diventi più famosa per andare in Africa. Ora, io voglio che tu sappi ch’egli è naturale cosa di prima difendere le cose sue, che andare a combattere l’altrui. E' vuole essere pace in Italia, quando tu facci guerra in Africa. E prima ci dobbiamo levare la paura da noi, che di nostro arbitrio andarla a fare ad altrui. E se si può fare sotto il tuo governamento che Annibale prima sia qui vinto, e poi colà tu combatti e vinchi Cartagine, averai la gloria ragionevole. E se a menare a fine [p. 390 modifica]la seconda cosa non bastasse il tuo tempo e rimanesse al consolo che verrà diricto a te, nondimeno l’onore sarà tuo, però che la vittoria che tu avrai avuta sarà cagione di quella del tuo successore.

Ancora c’è altro per che non si dee andare in Africa: però che ’l comune non potrehbe sostenere le spese di due osti; di Publio Licinio in Italia e di Publio Scipione in Africa. E' non ci sono i navili da combattere là e da fornirti, e da difender noi qua. E vedi quanto tu t’inganni: ché quanto ti pare l’ardimento tuo maggiore per andare in Africa, tanto è maggiore il pericolo. Io mi spavento nell’animo pure del dire, ma le cose che sono avvenute potrebbono ancora avvenire. Pognamo che tutti gli Dii ci tolgano la buona fortuna che noi abbiamo ora, Annibale diventi vincitore e vengane verso la città; converràcci mandare per te e farti tornare d’Africa, siccome già per a dietro tornare facemmo Quinto Fulvio da Capova. Ancora ti ricordo che Marte, lo dio delle battaglie, è cosi comune in Africa come altrove; il quale dà la vittoria ora all’una parte ora all’altra: sì come fece a tuo padre e al tuo zio, che in fra trenta dì colle loro osti furono morti e tagliati; e prima per molti anni acquistarono grande nome appo il popolo di Roma e appo le strane genti, di molte e grandissime cose fatte per loro in mare e in terra. Il dì mi mancherebbe s’io volessi raccontare i re e gl’imperadori che lasciando le loro terre, sono entrati in su l’altrui con disfacimento e morte di loro e de’ loro eserciti. Attenia, savissima città, avendo la guerra a casa, mandò in Sicilia un nobile e valente giovane con grande armata, e per una battaglia che fece in mare contristò perpetuamente la sua republica, che allora era in grande stato. Io racconto essempli troppo antichi dicendo d’Attena; ma questo medesimo avvenne agli Africani nella prima guerra in Sicilia. Ma come la fortuna alcuna volta è prospera e poi il contrario, ci sia ammaestramento Marco Attilio Regolo, nostro cittadino; il quale avendo [p. 391 modifica]avute molte vittorie, poi essendo in Africa, vi fu sconfitto e preso. Publio Cornelio Scipione, quando tu vederai l’Africa e sarai nell’alto mare, e’ ti parranno i fatti tuoi di Spagna essere stati giuochi e trastulli. Che simiglianza può avere questa guerra con quella? Tu andasti per lo mare pacefico, per le parti d’Italia e di Francia, e sano e salvo pervenisti colla tua armata alle città ch’erano in compagnia con noi; e sciesi tu e tuoi, andaste per li luoghi sicurissimi e d’amici insino a Terracone; andaste su per lo fiume d’Ibero, dove erano le forze di Roma, e pervenisti agli eserciti del tuo padre e del tuo zio, li quali erano diventati dopo la morte de’ loro imperadori, per lo danno ch’aveano ricevuto, più feroci e arditi; dove era Lucio Marzio, capitano fatto dall’esercito dopo la morte de’ loro imperadori, il quale per ogni arte di guerra sarebbe eguale a ogni famoso imperadore se fosse di nobile schiatta, e se l’uficio ch’egli ebbe d’essere capitano gli fosse suto dato dal Senato, come fu dagli esserciti. E perchè tu combattessi Cartagine Nuova in Ispagna, e vincessila per pigrizia de’ nemici, che neuna delle loro tre osti la volle difendere; non però sono queste d’aguagliare alla guerra d’Africa: ove non ha porto che riceva la nostra armata, nè luogo pacifico, nè re amico, nè città in compagnia: non luogo da potere stare, non copia da potere andare: dovunque ti rivolgi, ogni cosa ti vedrai nemica e contraria. O credi tu a re Siface e a’ Numidi? Bastisi8 che tu credesti loro una volta; però che sempre non avviene bene del non saviamente confidarsi; e chi vuole ingannare altrui, serva leeltà9 e fede nelle piccole cose, acciò che più confidandosi, possa fare maggiore inganno. I nemici non vinsono il tuo padre e ’l zio tanto coll’arme, [p. 392 modifica]quanto10 collo 'nganno di que' di Celtiberia11, che eglino gli aveano ricevuti ad amici; nè tu medesimo non fosti in sì gran pericolo guerreggiando Asdruballe e Magone, duchi de' nostri nemici, quanto tu fosti per Indibile12 e Madonio, de' quali tu t'era fidato e avévili ricevuti ad amici. Come puoi tu credere a' Numidi, ricordandoti quante volte i tuoi cavalieri numidi t'hanno ingannato? Il re Siface e Massinissa vogliono essere più potenti in Africa ch'e' Cartaginesi; ma e' vogliono che fuori di loro non vi siano più potenti che verun altro. E' si portano astio ora insieme, perchè il nemico è da lungi; ma come e' vedranno l'arme di Roma e gli eserciti forestieri ne' loro paesi, e' s'accorderanno insieme, e correranno a questa guerra, sì come a spegnere un comune fuoco. Altrimenti difesono que' medesimi Cartaginesi la Spagna, e altrimenti difenderanno le mura della propria città, i tempii e gli altari de' loro Iddìi; però che, quando andranno nella battaglia, si pareranno loro innanzi le paurose mogli e' piccoli fanciulli. Or pognamo ch'e' Cartaginesi si confidino della loro concordia, e della loro compagnia de' re d'Africa, e delle loro mura; e veggiendo che tu e l'oste tua siate partiti d'Italia, eglino mandino d'Africa una nuova oste ad Annibale, o comandino a Magone che si congiunga con lui, il quale è ora in alto mare nelle parti di Liguria colla sua armata. Se questo avviene, noi saremo in quello medesimo pericolo che noi fummo nonn’è13 molto, quando Asdrubale passò in Italia per accozzarsi con lui; chè non solamente Cartagine, ma tutta l’Africa [p. 393 modifica]liberrebbe dall'esercito tuo. Dimmi tu che tu abbi vinto quello Asdrubale, perchè partendosi di Spagna dalle tue mani, ne venisse in Italia, e qua fosse vinto? Certo, io vorre' anzi che gli fosse stata tenuta la via, si ch'e' non fosse passato in Italia; e maggiore onore sarebbe suto non solamente a te, che ti14 rimanessi in Ispagna, ma alla republica, che 'l vinse poi che fu passato. Ben ci avveggiamo che ciò che aviene di bene e d'onore a te et al Popolo di Roma, tu di' ch'egli è per lo tuo consiglio; e le cose che avvengono contrarie et avverse, sì alleghi che sia per gli casi incerti della battaglia e della fortuna. Scipione, quanto tu se' migliore e più forte che gli altri, tanto maggiormente la tua patria e tutta l'Italia ti vuole ritenere per suo difenditore. Non ti puoi infignere che tu non sappi che dove è Annibale, quivi è il capo di questa guerra. Tu di' di volere andare in Africa perchè Annibale ti verrà dietro. O qua o là che sia, con Annibale ti conviene combattere. Ma veggiamo dove è meglio, tra combattere tu solo in Africa; o qui, dove sarai insieme col tuo compagno e colla sua oste. Quanto sia meglio e più sicuro combattere amendue i consoli insieme, noi n'abbiamo preso l'esemplo di Claudio e di Livio consoli, che, raccozzandosi insieme, vinsono Asdrubale.15 O Annibale, dove avrà Cartagine presso, e tutta l'Africa in compagnia, che d'arme e d'uomini il faranno potente. Che consiglio è questo che tu vuogli pigliare, di volere innanzi combattere dove le tue forze sono la metà e quelle del tuo nemico sono molto maggiori, che dove tu avrai due osti, contra16 una affaticata e travagliata per molte battaglie [p. 394 modifica]lungamente fatte? Pensa come questo consiglio si confà con quello del tuo padre. Egli essendo consolo in Ispagna, si partì di là, e venne in Italia a farsi incontro ad Annibale che discendea dell'Alpi. Tu vuogli lasciare qui Annibale, e andarne in Africa. E non fai tu questo perchè ti paia utile alla repubblica, anzi perchè credi che ti sia maggior fama e gloria; sì come tu facesti essendo imperadore in Ispagna, che, lasciando la provincia e lo esercito contra la legge del Senato, con due navi del Popolo di Roma andasti in Africa, e mettesti a rischio la fortuna e la maestà del Popolo di Roma, mettendo a rischio la persona tua per quella andata. Io giudico che Publio Cornelio Scipione sia fatto consolo al Popolo di Roma e a noi, e non a sè medesimo; e che l'osti e' cavalieri siano ordinati alla guardia di noi e d'Italia, e non che, a modo di re, i consoli per superbia gli menino in qual parte e' vogliono.


Avendo Quinto Fabio Massimo, per lo suo dire, e per l'autorità del suo anticato senno, e per la sua grande fuma, recato a sè gran parte del Senato, e massimamente i più vecchi, sì che i più lodavano il senno del vecchio, che l’ardimento del giovane; Scipione cominciò così a parlare:


Padri conscritti, Quinto Fabio nel principio del suo dire puose, come sarebbe sospetto ad alcuni che la sua sentenza procedesse da invidia ch'egli avesse verso me; e benchè io non ardirei a incolpare un così fatto uomo di tale difetto, ma per le ragioni assegnate per lui non si leva tale sospetto. E questo avviene o perchè *17 che m'abbia invidia, o [p. 395 modifica]perchè non si sia saputo iscusare. Molto inalzò e agrandì i suoi onori e la fama de' suoi fatti, e avilì e anullò i miei, volendo mostrare come essendo egli in somma fama e gloria, non potrebbe avere invidia alla mia, che la fa piccola, o vero nulla. Non diss'egli quello ch'io so chiaramente, che avegna ch'egli avanzi tutti gli altri, non vuole ch'i' mi sforzi d'aguagliarmi a lui. Puose ancora sè di tempo e pieno di tutti onori, e me in minore età del suo figliuolo, per rimuovere il detto sospetto: come se la cupidigia dell'onore e della gloria non si stendesse più oltre che con quegli del suo tempo, quanto è la vita sua. Ma non è così; però che ella ha maggiore parte nella gloria che s'acquista e nella memoria che rimane in coloro che vengono dopo lui. E so certamente che ogni famoso uomo non solamente s'aguaglia co' gli altri famosi che vivono al tempo suo, ma eziandio con qualunque altro degno di gloria innanzi lui fosse stato, o dopo lui potesse essere. Quinto Fabio (s'io il posso dire con tua licenza e sanza crucciarti), io voglio che tu sappi, che non solamente io mi sforzo d'aguagliarmi a te, ma ancora d'avanzarti, se possibile mi sarà. Vorrei io bene, che tu non avessi tale animo verso di me, nè io l'avessi verso coloro che sono di minore tempo di me, che noi non fossimo contenti che ogni nostro cittadino ci avanzasse; però che questo non è solamente danno di coloro a cui noi portassimo la 'nvidia, ma ancora della repubblica e di tutta l'umana natura. Raccontò Fabio in quanti pericoli incorrerei s'io andassi in Africa; e non solamente pare sollecito della repubblica e dello esercito, ma ancora della mia persona. Molto è da maravigliare onde sì subita tenerezza verso di me sia venuta. Quando il mio padre e 'l mio zio furon morti, e con loro quasi tutte le loro due osti; essendo perduta la Spagna, chè quattro eserciti e quattro duchi africani teneano ogni cosa con paura e con arme; e cercando il comune di Roma di mandare imperadore a quella guerra, neuno fu ardito di volervi andare, neuno sè [p. 396 modifica]offerse al comune, altro che io. Essendo d'età di venti quattro anni, mi fu dato il detto imperio. Perchè non fu allora chi raccontasse la mia giovane etade, la grande forza de' nemici, la malagevolezza della guerra, la morte del mio padre e del mio zio novellamente stata? Od è ricevuto ora maggiore danno in Africa? od àvvi più e migliori duchi che allora fossono in Ispagna? od era io allora d'etade più matura a menare guerra, ch'io sia aguale? od era più agevole a guerreggiare in Ispagna18 coi Cartaginesi, che sia ora in Africa, avendo io cacciati tutti e quattro gli eserciti africani, e cotante terre per forza prese e per paura arrendutesi; avendo domato ogni cosa in fino al mare Oceano, e tanti re e tante crudeli gente sogiogate; avendo tutta la Spagna vinta, si che guerra alcuna non v'è rimasa? E' mi conviene così aggrandire le cose ch'i' ho fatte, come se io tornasse ora di Spagna vincitore; sì come elle sono per Fabio diminuite con parole, faccendo le cose malagevole e paurose in Africa, acciò ch'io non vi vada. Ancora dice Fabio, che in Africa non ha porto che riceva la nostra armata. Racconta come Marco Attilio Regolo vi fu preso, sì come fosse stato preso nel suo giugnere; e non si ricorda quante cose nel primo anno egli fece magnifiche e di pregio degne, e che trovò i porti che il ricevettono; e quanto che19 nella fine fosse isventurato, pure da' duchi di Cartagine non vi fu vinto. Non mi spaventi con questo essemplo. Credi tu ch'io abbia maggiore paura d'andare in Africa perchè Marco Attilio vi fosse preso, già è quaranta anni, che io avessi d'andare in Ispagna essendovi morti novellamente amendue gli Scipioni, cioè il mio padre e il mio zio? Così poss'io esser [p. 397 modifica]nato a liberare la mia patria, come fu Xantipo20 di Lacedemonia a liberare Cartagine, quando vinse e prese il detto Regolo. Di ciò mi cresce sicurtà e non paura, considerando che nella virtù d’un uomo, come fu in Xantipo, può essere cotanto di bene. Non è da udire l’essemplo degli Ateniesi ch’e’ raccontò, perchè non saviamente lasciarono la guerra a casa e andarono a farla altrove. Perchè va egli raccontando le favole de’ Greci, e non dice come Agatocle21 re di Seracusa, essendo la Sicilia guasta e guerreggiata dagli Africani, si partì dalla sua terra e andò in questa medesima Africa ove io voglio andare, e, guerreggiandola, convenne che i nemici suoi si partissono di Sicilia, e andassono a difendere le loro terre in Africa? Egli è bisogno dimostrare con antichi e novelli esempli quanto sia utile a fare volontariamente guerra a’ suoi nemici in su le loro terre, per levàglisi da casa; e molti se ne potrebbono raccontare, ma neuno n’è maggiore nè più presso essemplo, che Annibale medesimo. Molto ha grande differenza da coloro che fanno guerra e rubano gli altrui terreni, da22 coloro che si veggono ardere e incendere i suoi; però che troppo cresce l’animo e l’ardimento più a chi fa guerra e paura altrui, che a chi si difende. Non avea speranza Annibale che tanti popoli del nome latino si rendessono, quanti se ne renderono dopo la vittoria ch’egli ebbe ad Cannas.23 Quanto maggiormente se ne renderanno a noi in Africa? però ch’e’ Cartaginesi non hanno neuna cosa ferma; che sono compagni sanza fede, e i loro costumi e modi sono superbi e gravi a sostenergli. E quando noi fummo abandonati dagli altri Italiani, noi ci difendemmo da’ Cartaginesi per noi medesimi, i quali siamo usi e disposti a guerra. Ma a loro non avverrà cosi, però che i cittadini di Cartagine [p. 398 modifica] non sono uomini da guerreggiare; anzi fanno le loro guerre con soldati Affricani e Numidi, i quali hanno poca fede e sono di leggieri animo a mutarsi. Dunque, non ci abbia dimoranza veruna che io non vada in Affrica; chè insiememente udirete, come io sarò là giunto e come la guerra sarà cominciata, come l’Africa sarà tutta messa in fuoco et in ruberia; e come converrà che Annibale si parta quinci: e come io averò assediata Cartagine, più spesso e novelle di maggiore letizia riceverete d'Affrica, che voi non facevate di Spagna. Cotale speranza mi dà la fortuna del Popolo di Roma; e gli Iddii, violati e turbati da’ nostri nimici per la pace che ci ruppono, e Siface e Massinissa re, ne siano testimoni. E di loro mi credo in tal modo fidare, che sicuramente potrò andare e stare in Affrica:24 e molte cose non si possono dire ora, che per la guerra vi saranno manifeste. Ad ogni uomo e ad ogni duca s'appartiene di non lasciare la fortuna quando ella viene, ma seguitarla e pigliarla; e delle cose che avvengono per li casi non pensati, si vuole domandare consiglio. Fabio, io sarò uno pari Annibale in Affrica a costui ch'in Italia: ma io il trarrò là, e non riterrà me qui, e costrigneròllo a fare la battaglia nella sua terra; sì che Cartagine sarà il premio di chi vincerà, e non le castella d’Abruzzi, mezze rotte e guaste. E' non è da temere che mentre che io vo in Africa con l'oste, e faròvvi guerra et assedierò Cartagine, il Popolo di Roma riceva qui alcuno danno; però che sarebbe villania a dire che quello che tu, Fabio, potesti fare in difendere il Popolo di Roma quando Annibale era vincitore e quasi tutta Italia tenea, Publio Licino, consolo fortissimo, non possa fare quello medesimo che tu, essendo ora Annibale quasi vinto e rotto. E perchè pontefice, non metto25 a sorte con lui la provincia [p. 399 modifica]d’Affrica; però che se venisse a lui d’andare così di lungi, non potrebbe essere a’ sacrificii che a loro s’appartengono di fare. Io giuro per gli Iddii, che se la guerra finisse più tosto per altro modo che per quello che io dico, nondimeno si vorrebbe fare per dignità e per fama del Popolo....


(Manca il rimanente.)






_______________

Note

  1. Voce raccolta tra le Giunte Veronesi, e nel Vocabolario del Manuzzi. Il latino di Livio ha: fremitum.
  2. Esempio, come il precedente, non trascurato, ponendolo sotto la dichiarazione: Atto. Nel latino: In bonis tuis rebus, nostris dubiis, tibi ampla ac speciosa danti est pax.
  3. Fecilitade, cioè dovrebb’essere una delle solite intrusioni avvenute per isbaglio del copista, giacchè il testo ha soltanto: Inter pauca felicitatis virtutisque exempla.
  4. Le stampe: accetteranno. Ma vi ripugnano e la ragion delle cose, e il testo ove leggesi: quæ tunc pepigerunt
  5. Vedi la nota 2 a pag. 391.
  6. Sarebbe da leggersi: che, come.
  7. Il lesto latino: Nondum is est Annibal.
  8. Latino: Satis si; che a niuno parrà tradotto colla proprietà consueta del Passavanti, quando non voglia supporsi errore di scritto, in vece di: bàstiti.
  9. Leeltà, Disleeità (pag. 385, lin. 23), voci nuove ancora per gli accrescitori della Crusca.
  10. Colla scôrta del latino, abbiamo sanate le mere scorrezioni grafiche per le quali è questo luogo nelle stampe incomprensibile; cioè: I nemici non vi sono. Il tuo padre e 'l zio, quanto coll’arme, quanto ec.
  11. Le stampe anteriori: di Celaberio.
  12. Le stesse: Giudibile.
  13. Così scriviamo (come più innanzi, pag. 389: «nonn’è egli questo Annibale?)» perchè così ancora scrivevasi anticamente, cioè con raddoppiamento della n, seguendo una vocale.
  14. Pare da correggersi: si.
  15. Il seguente periodo è nelle stampe dimezzato, cioè mancante della prima sua parte. Non potendo altro, lo riportiamo intero secondo il testo latino: Quid? Annibalem utrum tandem extremus angulus agri Bruttii frusta iamdiu poscentem ab domo auxilia, an propinqua Carthago et tota socia Africa potentiorem armis virisqtie faciet?
  16. Le stampe: o tra. La correzione è comandata, non che altro, dal testo liviano, che ha scolpitamente adversus.
  17. Questo asterisco è nelle passate edizioni, per segno, come pensiamo, di lacuna. Dal tenore del testo, vitio orationis an rei. sembra che potrebbe supplirsi: sia ’l vero; od anche leggersi: perchè realmente (o: ’n realtade) m’abbia invidia.
  18. Accogliamo il miglioramento qui recato da una recente edizione, leggendosi ancora in Livio: cum Carthaginiensi hoste in Hispania. Quella del 1725: a guerreggiare Ispagna; da potersi anco sciogliere in Spagna.
  19. Parrebbe da correggersi: quantunche. Nel latino è un quantum, ma con tutt’altra relazione e significazione.
  20. Le altre stampe: Xancipo.
  21. Ediz. 25: Agatode.
  22. Meglio: a.
  23. Le stampe: ad Cannasa.
  24. Molto diversamente il latino istorico: cuius ego fidei ita innitor, ut veriturus perfidiam sim.
  25. Le stampe: metta; la qual forma, e l’altra possibile mette, più prossima al testo (in sortem.... non venit), porterebbe a correggere appresso: a sorte con me.