Considerazioni sui diritti delle donne/Emancipazione!

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Emancipazione!

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EMANCIPAZIONE! . . .




AD UN’AMICA




La parola è la rivelazione umana della mente pensante. L’idea è simile all’effusione di un raggio di luce, il quale traversi un diamante faccettato. Nel trapasso, si frange in moltiplicità di colori, i quali si spendono con infinita gradazione di tinte, più o meno conservanti le tipiche, che dardeggiando fuori dell’incandescente fonte del centro solare, si raccolgono rilesse nell’arco meraviglioso dell’Iride.

La parola dunque ha infinite varietà di modificazioni, appunto come la luce, ed esse valgono ad esprimere il significato dell’Idea, la quale dalla sua prima, unità si divide e ammodella in molteplici particolarità.

Osserva bene, amica mia! per esempio: Emancipazione non è abilitazionerivendicazione; [p. 12 modifica]e abilitazione non implica diritto, perchè è una concessione; soggezione non è schiavitùservitù, come, mi converrai, istruire non è educare.

Tu senza ponderare nè considerare, insieme pur troppo ad altre molte, ti siei infatuata della frase reboante, luccicante — Emancipazione della donna! — Studiala, pensala, analizzala seriamente, e vedrai come ti si decompone e sfigura, sotto l’occhio della ragione.

La donna è di sua natura delicata, impressionabile, eccitabile e debole. Queste qualità le porgono variabilità infinite di esplicazione e manifestazione morale. Angelo o demonio secondo l’impulso che l’investe. La ragione non ha in lei forza dominante, ma latente, e però non le è possibile suscitarla di subito, a regola e guardia della passione.

La passione è potenza trascinante, che si compone di esaltazione e fantasia, e proviene più da cause, che attengono alla materia organizzata e corporea, che alla idealità dell’anima.

Quel viscere, che è l’ammirabile concepitore dell’Ente, particolarizza in modo assoluto la femmina, intersecato come è, a tutta la più vitale interessante ramificazione nervosa e sanguigna, e così, può modificare ad infinito grado la suscettibilità della donna. Il sangue che sospinto da improvvise commozioni e perturbazioni invade d’un [p. 13 modifica]tratto il cuore o il cervello al di là della normale misura; l’innervazione concitate da esterne provocazioni o segrete fantasie, valgono nel loro insieme a produrre alterazioni notevolissime nell’intime condizioni fisico-morali, e suscitano bene spesso l’esplosione di passioni deplorevoli e funeste.

La fusione mirabile che sul cammino terrestre compone la doppia personalità umana, diviene per la donna fonte inesauribile ed imprevedibile di combinazioni ed effetti strani, improvvisi, e dirò ineluttabili.

Il suo organismo trascina spesso il suo intelletto a concezioni fantastiche, e miraggi splendidi, ma fallaci; a trasporti sublimi, ma non effettuabili. Pronta all’entusiasmo, non vede le difficoltà, poichè la sua ragione è velata dalla passione. Capace di sacrificio fino all’eroismo, talvolta lo compie, per oggetto indegno fin di soccorso. Ostinata nel suo volere, perchè non ha forza bastante a vincer sè stessa, pugna e spreca la sua azione per cause perdute, per protezioni dannose. Delicata come la sensitiva, fino alle trepidanza nervosa, che produce la timidezza morale, non può sempre affrontare i pericoli, i tumulti, le pubblicità clamorose, la ruvidezza e l’ardire popolare. In queste sue condizioni, come potrà ella agire franca de ogni soggezione, libera da ogni riguardo, non più «Subiecta viro?» [p. 14 modifica]

L’uomo per diversa natura e conformazione dispiega le facoltà dell’anima con più forza dominatrice, con più ragionevole e stabile regolarità.

Se egli fino dai primissimi tempi è stato il Capo della famiglia, il patriarca delle nomadi tribù, il re dei popoli, il giudice, il legislatore; se in ogni nuova terra scoperta si è trovato sempre in simile sovrana condizione, se tutte le religioni e legislazioni e filosofie ve lo hanno mantenuto, è conseguente che egli è stato riconosciuto e provato dalla esperienza e saggezza dei secoli, superiore alle donna per facoltà fisiche ed intellettuali, tanto che glie ne è venuto il diritto fino ad oggi incontrastato, di farsele sostegno, guida e difensore pur anco contro se stessa, nei cimenti e pericoli in cui la espone la di lei fragile natura e la morbosa qualità del suo sentimento. Tutto nella mirabile dualità che compone l’unità creante, operante e pensante, ha nell’uomo il movente primo. Egli feconda, la donna concepisce. Egli dà il germe, essa lo sviluppa e partorisce. Egli pensa, ella eseguisce. L’uomo è il Verbo, la donna è l’Eco che lo ripete e diffonde, insegnandolo, trasmettendolo ai figli.

Non si può negare, anzi è un vero assoluto, che alcune donne ebbero, per speciale privilegio, naturale attitudine e capacità morali e intellettuali pari a quelle dell’uomo, e come lui poterono sovraneggiare, [p. 15 modifica]combattere, ordinare, resistere e ragionare; e spesso invece ci troviamo di fronte degli uomini degeneri, inetti, timidi e fiacchi, che non vivono che per danno e peso altrui. Ma, se ci furono le Semiramidi, le Zenobie, le Caterine, le Elisabette e ben altre che ressero popoli e governarono nazioni; se si trovarono le Saffo, le Corinne, le Vittorie Colonna, e Gaspara Stampa, e l’Agnesi, e la Stael, e la Sand, e la Somerville che, con moltissime consimili ad esse, per talenti scientifici, letterari e poetici sfolgorarono come stelle nel buio delle età; se vi furono valorose guerriere, ardimentose cittadine, animose soccorritrici d’uomini caduti, e consigliere efficacissime di titubanti magnati, legislatori, e generali, non ne deriva, no, la conseguenza, che l’eccezione abbia vinta la regola. L’unità non parifica le migliaia nè l’individualità garantisce la specie, per quanto grandiosa possa essere ed apparire. Le piccole pluralità moltiplicate sono quelle che filtrano nelle masse ed influiscono all’andamento sociale.

Molte madri, molte mogli, molte sorelle, dirigono, formano la base della famiglia, e danno moto alla macchina che conduce l’uso, il costume, il bene ed il male, assai più che non possa fare una regina sul trono o sul campo; una poetessa, che sciolga carmi sublimi e scriva libri stupendi. Ecco dunque che non dalla piazza, non dal foro, non dalla tribuna, non [p. 16 modifica]delle liste elettorali, dai gabinetti scientifici nè dalle università, dobbiamo aspettarci il modo di emergere nel mondo sociale, per pareggiarci all’uomo.

Le donna può forse a tutte le ore uscire dalla sua casa, aggirarsi per le vie, mescolarsi alle folle, vedere, intendere, confrontare, valutare, giudicare il movimento del pensiero e dell’azione popolare, non che quella delle sfere superiori? Per condizione fisica ella non è arbitra delle sue forze, della sua libertà di azione, certa della propria salute! Molteplici impedimenti le tolgono la sicurezza dell’oggi o del domani, E lo stato di gestazione?... ed il parto?... e l’allattamento?.. e l’infanzia dei figliuoletti che richiede tanta cure incessanti e previdenti?...

Con tali interruzioni e lacune, come può la donna pretendere di assimilarsi all’uomo nell’esercizio dei diritti sociali, i quali per essere esercitati, vogliono studio, continuità, fatica, intensità di attenzione ed osservazione profonda, maturità di ragione e conoscenza assoluta delle sociali contingenze, esigenze, condizioni e combinazioni?

E se la donna odierna sente, comprende di non potere intrudersi, imporsi soverchiamente, arditamente nel movimento sociale ordinato a governo, e neppure nello sviluppo o congegno scientifico, legislativo, nazionale, a cosa mira? cosa chiede infatuata e smaniosa? Perchè urla con arroganza [p. 17 modifica]«Emancipatemi!?» Non è ella oramai educata, secondo la classe sociale a cui appartiene, in scuole comunali, in Asili, in Collegi, in Convitti, sopra tutto ciò che è atto a fornirle, lume alla mente, conforto e guida al cuore, direzione per l’intelligente governo delle famiglia? Non ha forse ottenuto il diritto di ereditare, testare, possedere? Non si svincola dalla tutela a 21 anni come l’uomo? Non è ella già abilitata a testimoniare? E non è financo elevata fino alla patria potestà sopra i figli orbi del padre? Questa ultima facoltà la innalza ad una condizione, che in sè concreta le più alte prove di stima e considerazione a cui ella dovesse ambire e potesse esserle accordata dalla legge e dalla società.

«Emancipatemi!» Da che? degli onesti riguardi? dal contegno modesto? dal gentile costume? dal pudore muliebre? dal ritegno verginale e matronale? Vuol esser simile a Semiramide, di cui, dice Dante «che libito fè licito in sua legge?» Vuol rigettare ogni culto, ogni religione? non aver più freno, nè scorta sull’intricata via della vita? Più di quello che la civiltà è andata facendo per essa, parmi non debba, nè possa volere.

Ella non è più come ai tempi dell’idolatria e del paganesimo, schiava e trastullo dell’uomo; accarezzate sol per impulso lascivo, non per attrazione di amore. [p. 18 modifica]

Allora, solo il popolo ebreo, eletto a depositario della tradizione adamitica, era quello che distinguevasi onorandola nella di lei qualità, di madre-famiglia, ed alcuna volta innalzolla pur anco a funzioni e gradi quasi virili.

Sera, l’altera progenitrice della schietta israelitica; Maria, sorella di Aronne, salmeggiatrice e profetante nell’accampamento; Debora, che sedè fra i giudici e capitanò le schiere; l’animosa Giuditta; Iaele l’astuta; la prudente Abigail; Ester la pietosa; Rut la pia; la eroica magnanima madre dei Maccabei, sono figure muliebri che splendono di luce pura e radiante nel ciclo nobilissimo della storia giudaica. Esse poterono emergere appunto perchè nella famiglia tennero posto ragguardevole. Le ebree erano estimate, venerate, ammirate e considerate come madri.

Il cristianesimo, che fu esplicazione, conclusione delle promesse divine fatte ad Abramo, e rivelate ai profeti, generalizzò, perfezionò la condizione morale e sociale di questo tipo ebraico, che da Eva aveva ereditata la umiliazione femminea, e per Maria, risalì alla qualità nobilissima sua originale, cioè di donna, che vuol dire signora, ossia, elevata. La nuova legge varcò il limite ristretto in cui sino allora era stata chiusa l’antica. L’impero romano parve a ciò destinato, poichè valse a facilmente [p. 19 modifica]spargere il seme della libertà e civiltà cristiane, su tutta la terra allora conosciuta.

La donna acquistò diritti sacri, inconcussi. Fu moglie, non concubina; fu madre, non produttrice e guardiana di razza. Moglie! e madre! Ecco le colonne del suo trono! Appoggiata ad esse, è regina della famiglia. L’interno andamento della sua casa le partiene. Il suo influsso dall’interno si espande al di fuori per cercarvi il sole dell’intelligenza, e insinuarne i raggi vivificatori nello spirito dei figli col mezzo dell’educazione, la quale prepara, dispone, sviluppa le qualità latenti nell’omuncolo, destinato, maturandosi, a mantenere il nesso sociale con il pensiero, il lavoro, l’azione, infine con tutte le forze della ragione, i sentimenti del cuore, le attitudini naturali ed intuitive di che il Creatore ha voluto particolarmente fornirlo.

L’uomo sente ed accetta questo primato naturale e provvidenziale della donna.

L’istruzione è cosa ben diversa dell’educazione. La prima insegna ciò che deve produrre l’azione umana nella periferia materiale e terrena. La seconda coltiva i germi delle cognizioni necessarie all’esplicazione delle virtù dell’anima. I sentimenti morali, le idee di civiltà, la regola della ragione, l’eroismo del sacrificio vincente l’egoismo, infine tutto che deve comporre il vero cittadino, utile al bene ed al [p. 20 modifica]decoro della patria, l’amore al lavoro, l’obbedienza al dovere, la dignità, dell’onore, emanano, si compongono, si sviluppano negli anni della fanciullezza, sotto i dettami soavissimi della madre. Il figlio è, dalla donna, fatto due volte. Se falla nell’educazione, è come se lo abortisse nella di lui gestazione. Ne farà un essere incompleto, un mostro, o una inutilità! Che la donna sia fatta da Dio più per essere considerata sulla terra come madre, che come oggetto di cupide voglie sensuali, è provato dal modo speciale con cui fu amata, ed esaltata dagli uomini i più sommi. Bastami citare Dante e Petrarca che nell’estasi del loro amore purissimo quasi divinizzarono Laura a Beatrice.

Quando l’Alighieri, salendo il monte del purgatorio, vedeva

. . . . . . già nel cominciar del giorno
La parte oriental tutti rosata
E l’altro ciel di bel sereno adorno,
Sopra candido vel, cinta d’oliva
Donna gli apparve sotto verde manto
Vestita di color di fiamma viva.

Ben egli riconobbe Beatrice, la creatura da lui amata:

Prima che fuor di puerizia fosse.

e nel rivederla non la considerò, nè rimembrò come amante, che in esso avesse prodotto soltanto deliziosa impressione nei sensi, o desio momentaneo di [p. 21 modifica]possesso, o soddisfazione d’estasi voluttuosa. No! nella donna bellissima incielata ritrovò, riconobbe quella, che

Alcun tempo il sostenne col suo volto

con cui

Mostrando su occhi giovanetti a lui
Seco il menava in dritta parte volto.

e che quindi egli torcendone,

Divenne a lui men cara a men gradita . . .

E segue:

Volsimi alla sinistra col rispetto
Col quale il fantolin corre alla mamma,
Quando ha paura, o quando egli è afflitto
Per dicere a Virgilio: Men che dramma
Di sangue m’è rimasa che non tremi.
Conosco i segni dell’antica fiamma.

Questi segni erano lo sguardo, l’atto, il modo severo con che ella fiammante di zelante affetto, avea tentato toglierlo al male quando:

Ei volse i passi suoi per via non vera,
Immagini di ben seguendo false,
Che nulla promission rendono intera.

sicchè

Tanto giù cadde, che tutti argomenti
Alla salute sua eran già corti
Fuor che mostrargli le perdute genti.

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E lo spirito eletto dice:

Per questo visitai l’uscio de’ morti,
Ed a colui che t’ha quassù condotto
Li preghi miei piangendo furon porti.

Ecco dunque la causa prima, anzi unica, a cui Dante attribuisce il suo prodigioso trino viaggio! Beatrice avealo amato maternalmente secondo l’intenzione provvidenziale, che vuol la donna educatrice, istigatrice del bene nell’uomo. Ecco perchè nel vedersela innante nel purgatorio, ove era discesa per guidarlo alla sfera suprema, lo apostrofò con piglio severo e

Realmente nell’atto ancor proterva

ed egli abbassò gli occhi:

Tanta vergogna gli gravò la fronte!
Così la Madre al Figlio pur superba
Com’Ella parve a me, perchè d’amaro
Senti ’l super della pietade acerba.

Stupendissima sintesi del vero amore nella donna, che Dante ha compresa e mirabilmente esposta. La donna carnalmente è organo di produzione. Moralmente, umanamente, socialmente, ha missione educatrice e materna.

Nè in diversa maniera guardolla e comprese l’altro sommo, che fu Petrarca.

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Anch’egli piange morta la sua donna adorata, che dopo

La notte che seguì l’orribil caso.
. . . . . . . . .
Mosse ver Lui da mille altre corone.

ed a lungo ammaestrollo filosoficamente nei supremi segreti dalla vita futura, quindi gli andò dolcemente esplicando le ragioni per cui in quella passata, eragli stata severa e gli dice:

Io temprai la tua fiamma col mio viso,
Perchè a salvar te e me, null’altra via
Era, alla nostra giovanetta fama:
N’è per Forza però, Madre è men pia.

e in tal modo seguita come maestra di sublime morale a spiegarli le cause che la indussero a mostrarglisi irata:

Più di mille fiate ira dipinse
il volto mio, ch’amore ardeva il core
Ma voglia, in me, ragion giammai non vinse
. . . . . . e, (così conchiude), andai
Salvando la tua vita e il nostro onore.

Ecco come sublimissimi intelletti immortalarono, divinizzarono quasi le donne da loro amate! Non soddisfazione passeggera de’ sensi, non vanità, di [p. 24 modifica]nomea, di stirpe, di titolo!... Non lezie svenevoli, non leggiadrie manierate, non guardi procaci, non orgoglio, non libertà di contatto, nè abbandono di sacrificato pudore, nè inversione di scopo ed azione sociale legolli a quel laccio che non si franse neppure per morte.

Compresi di purissimo entusiasmo per esse (benchè non sapessero di latino nè di greco, nè di fisica, nè di chimica, nè di scenze sublimi, o legislazione, come oggidì si vorrebbe) le guardarono come tipo dell’ente femmineo che nella pratica della vita sociale deve compiere la sola e vera sua missione, cioè restringersi all’opera ed influenza. maternale; tanto è vero che la maternità fisica gli è di ostacolo continuo per impedirle di assumersi diversa missione ed incarico, entrando, come, le si inculca nel cerchio destinato alla rappresentanza ed alle funzioni proprie dell’uomo.

L’intelligenza è una gran salvaguardia per la donna. Non si può credere alla virtù della donna stupida, scimunita. Essa, sotto lo impero della passione può divenire funestamente terribile per sè e per altrui, poichè si lascia trascinare dalla impressione dei sensi, senza il giudizio che infrena. Essa avrà, dopo, le lacrime e il pentimento... Ma il pentimento, il rimpianto di colpe attuate sono le cosa più sterile del mondo. [p. 25 modifica]

Tutte le donne di cervello piccolo sono per loro natura pericolose, poichè procedono senza rendersi conto del cammino che percorrono. E come pur troppo sono in maggior numero le donne di cervello leggero di quelle che possono dirsi intelligenti, ragionevoli e cautelate, se la donna sarà emancipata secondo vanno predicandovi i Bludmeristi e le loro adepte, guai ad esse, guai all’umana società! Le deboli e perniciose spiegheranno la nuova facoltà loro concessa, secondo la loro povera intelligenza; e le intelligenti, prudenti e ragionevoli, verranno schiacciate sotto il pazzo e scomposto movimento di funesta Megere!

Sarà un’irruzione spaventosa, più tremenda di quella dei Barbari, Teutoni, Unni e Visigoti. Esse vorranno accaparrarsi le situazioni, i gradi, i collocamenti primari e più splendidi.

Sbrigliate da ogni soggezione, non più subiectae viro, scorrazzeranno come frenetiche, e la Dea Ragione impaurita e sconfitta risalirà al cielo.

Chi ha mai impedita la donna veramente intelligente o assennata di emergere ed anche regnare e dominare!? Ma si trattò di eccezioni, non si sciolse mai per correre di evi e di secoli, il freno alla massa.

Poche ma buone si mescolarono, s’intrusero nel còmpito devoluto all’uomo. Se emancipate le [p. 26 modifica]migliaia, addio famiglia! Giù leggi, costume, decoro, virtù. La specie umana decaderà al disotto di quello bestiale, poichè in questa ultima, l’istinto ha segnata e mantenuta la linea che la femmina deve tenere al di sotto del maschio.

E che questi fosse considerato dalla natura ente più perfetto, ve lo mostrano fin anco le di lui qualità fisiche. Le piume più lucenti e dipinte, le forme più energiche e forti, il pelame più vario, più splendido, più varieggiato; gli artigli più acuti, l’occhio più lampeggiante, le voce più armoniosa e sonora.

È il Creatore, che ha voluta la supremazia del maschio, e che ha posta la femmina per aiutarlo, non per soverchiarlo.

La donna è graziosa, gentile, per conquistare l’amore dell’uomo; debole per dure a lei la soave commozione del sentirsi protetta: affettuosa, sensibile, per gustare il santo orgoglio del sapersi sacrificare per esso in ogni qualsiasi circostanza e condizione della vita.

Il connubio è una dualità fusa in unità, la quale così amalgamata, compone una perfezione completa. Se spostate le parti, alterate l’ordine che la produce, sicchè ne consegue la confusione e disgregazione.

Donna serbati la tua nobile parte! [p. 27 modifica]

Non giudicessa, nè professante, nè dottora, nè eletta, nè elettrice, nè deputata! nè legislatrice, nè settaria!! Rimani quello che Dio vuole che tu sia! Sappi essere veramente moglie e madre, e allora sarai sovrana nelle domestiche mura, venerata nel mondo. Istruisciti, educati, proporzionatamente, senza esagerate aspirazioni, per potere quindi istruire ed educare i tuoi figli. Se non sei madre nè moglie, assumine le qualità per mezzo dell’azione caritatevole, che il Cristo ti ha insegnata ed attribuita, accettando egli l’elemosine e le cure delle donne di Gerusalemme, che lo seguivano come maestro della nuova legge. Fatti la madre del povero ed ignorante a cui additerai la buona via. Ammaestra e educa l’infanzia, specialmente la misera, l’orfana, l’abbandonata! Intesero anch’esse le vergini consacrate a Dio, questo scopo divino comandato alla donna, e se fra loro si chiamavano suore, dinanzi al povero ed al fanciullo si fecero sacre col nome di madri. Nessuno può sopra l‘infanzia quello che può volere ed ottenere la madre! Vi ha provvisto la natura, nello stesso modo che la provvide delle mammelle per nutrirla e sfamarla. — Fino agli otto anni, ella può bene, oltrechè educare, istruire. Dopo, deve continuare l’opera educativa, accompagnando i figli nella via della vita con l’esempio, il consiglio, il savio ammonimento, [p. 28 modifica]i figli son felici di sentirsi correggere o lodare, ammonire o incoraggiare dalla madre. Sanno che in lei si possono fidare. Sanno che per essi ella trova l’ispirazione, adopra l’intuizione provvidenziale! indovina, dispone, prepara gli eventi, spiana le difficoltà, infine è l’Egeria misteriosa che insegnò a Numa a regnare, benchè ella stesse nascosta fra le foglie e le fronde di un bosco.

A qualunque religione appartenga, ella dove intendere che non ha missione dal supremo Creatore, dopo quella delle cure materiali che volgono a mantenere la vita organica dei figli, che l’altra più sublime, di indirizzarne la mente ed il cuore verso il bene; coltivarne lo spirito, eccitarlo a studiare le alte verità per cui la mente umana arriva ad elevarsi, e dimostrare la differenza enorme che la separa dalle creature inferiori. L’animale, asserisce l’eterna sapienza, obbedendo all’istinto dal quale è misteriosamente, perennemente guidato sulla linea, che non può abbandonare, senza confondere alterare il meraviglioso disegno divino. La madre, è quella che anche fra i bruti, apprende ai piccoli che ha formati e nutriti, le norme con cui possono lanciarsi nell’oceano della vita. Dal coniglio all’elefante, dal mollusco alla balena, dal colibrì all’aquila, dal moscerino all’ape, dalla tarantola al coccodrillo ed al boa, la madre è l’iniziatrice, l’insegnatrice [p. 29 modifica]dell’individuo, che vive, ad operando seconda le sue speciali qualità, compone il numero delle migliaia, che coprono la terra.

Il padre fra gli animali bruti non cura le prole. Essa perirebbe, poichè il maschio, tranne che in alcune specie di volatili, dopo l’atto procreatore 1ascia la femmina e non conosce il prodotto. L’uomo, perchè è ragionevole, provò il bisogno di comporre la famiglia, da cui susseguì quello della associazione durevole, la quale per mantenersi, sentì la necessità della legge e la compartizione della terra in nazioni.

Egli dunque, sostiene, modifica l’edificio sociale, la vitalità umana, nel suo progresso, nella sua esplicazione e destinazione. La madre prepara l’individuo, e la sua missione è tutta particolare ed interna. Il padre opera esteriormente e cerca i mezzi per mantenere la famiglia, e far sempre più prospera, civile e saldamente durevole la società in generale, la Nazione in particolare. Ognuno tenga dunque a compiere degnamente ed unicamente la propria destinazione! La donna non invada il campo su cui opera l’uomo. Non si ribelli all’ordine provvidenziale!....

Ne susseguirebbe una nuova Babele!

Dio punirebbe con l’umiliazione e il rimorso l’Eva novella, la quale resuscitando l’antico [p. 30 modifica]tentativo orgoglioso, disfarebbe se stessa, e nell’esuberanza di un’esaltazione innaturale, troverebbe la rovina, colà, dove avrebbe cercato 11 trionfo.

Credi amica mia, alla tua.

Firenze, 1° ottobre 1877.

Isabella ved. Gabardi-Brocchi.




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