Così parlò Zarathustra/Parte prima/Di quelli che vivono fuori del mondo

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Di quelli che vivono fuori del mondo

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Friedrich Nietzsche - Così parlò Zarathustra (1885)
Traduzione dal tedesco di Renato Giani (1915)
Di quelli che vivono fuori del mondo
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Di quelli che vivono fuori del mondo.

«Io pure volli una volta gettar la mia illusione di là dall’uomo, al pari di tutti quelli che vivono fuori del mondo. Opera d’un Dio sofferente e crucciato m’appare allora il mondo.

Un sogno m’appare; la finzione d’un Dio: un fumo variopinto agli occhi d’un tedio divino.

Bene e male, gioia e dolore, io e tu, — tutto mi sembrò fumo dinanzi agli occhi d’un creatore. E quando il creatore volle guardar lontano da sé stesso — allora creò il mondo.

Inebbriante gioia è pel sofferente guardar lontano dai propri dolori e dimenticare sé stesso. E a me pure il mondo — questa imperfetta imagine di eterna contraddizione — si rilevò un giorno imagine di gioia e d’oblio.

E allora anch’io lanciai le mie illusioni oltre l’uomo, come tutti quelli che desiderano esser fuori del mondo.

Oltre l’uomo: davvero?

Oh, fratelli miei, quel Dio che io creai era folle opera d’un uomo, come sono tutti gli dèi!

Un uomo era egli, un pover uomo; e quell’uomo era io stesso: dalla mia propria cenere, dalla mia propria fiamma era sorto quel fantasma. Ei non mi giunse dal di là!

Che cosa avvenne, fratelli miei? Io superai me stesso, portai al monte le mie ceneri, inventai per me una fiamma più chiara! Ed ecco: il fantasma scomparve da me!

Sarebbe ora una pena e uno strazio pel convalescente il credere a tali fantasmi; sarebbe per me una pena ed un’umiliazione! Per ciò parlerò a quelli che vivono fuori del mondo.

La sofferenza e l’impotenza crearono tutte le cose di là dal mondo in quel breve e folle momento di felicità che solo prova colui che molto soffre.

La stanchezza, che d’un sol balzo — con un salto mortale — vorrebbe raggiungere il culmine, la povera stanchezza ignorante, che più non sa nemmeno volere: essa solo creò tutti gli dèi e il soprannaturale. [p. 29 modifica]Credetelo, fratelli miei! Fu il corpo, che disperava di sè, — e che con le dita d’uno spirito annebbiato— tastava brancolando le ultime pareti.

Credetemelo, miei fratelli! Fu il corpo, che disperava della terra, — e credeva udir parlare l’utero dell’Essere. E allora volle cacciar la testa oltre le ultime pareti, e non solo la testa — per arrivare a «quell’altro mondo».

Ma «quel mondo» è troppo ben celato agli uomini. Quel mondo inumano e disumano è un celeste nulla; e l’utero dell’Essere non parla affatto all’uomo, se al più non gli parli con voce di uomo.

In verità è molto difficile provare che l’Essere sia; più difficile farlo parlare. Ditemi, o miei fratelli, non è forse più facile dimostrar la più bizzarra delle cose?

Ahimè, questo Io con le sue contraddizioni e confusioni è il solo ancora che lealmente affermi il suo Essere: questo Io che crea, che vuole e che impone i valori, che è la misura e il valor delle cose.

E questo essere più onesto di tutti, l’Io — vi parla del corpo, e domanda il corpo, anche quando spazia nei campi della poesia e dell’imaginazione, e saltella qua e là con le ali spezzate.

E sempre più apprende a parlar schiettamente, l’Io: e quanto più apprende tanto più facilmente trova parole di lode ed onori per il corpo e la terra.

Un nuovo orgoglio m’insegnò il mio Io, ed io l’insegno agli uomini: non cacciate più la testa nella sabbia delle cose celesti, ma portatela liberamente: una testa terrestre che crea, essa, il senso della terra...

Una nuova volontà insegno agli uomini: seguir volontari questa via che l’uomo ha percorso fin qui ciecamente, e non cercar d’evitarla paurosamente, come fra gli ammalati e i morituri!

Ammalati e morituri furono coloro che spregiarono il corpo e la terra ed inventarono il cielo e le goccie di sangue redentrici: ma anche questi veleni dolci e tristi essi li tolsero dal corpo e dalla terra!

Vollero sfuggire alla miseria che li opprimeva, e le stelle parvero loro troppo lontane. Allora gemettero: Oh, se pure ci [p. 30 modifica]fossero delle vie celesti per poter penetrare in un’altra esistenza e in un’altra felicità! — ed allora diventarono i loro artifizi ed i lor filtri sanguinolenti.

E credettero d’esser sfuggiti al potere del proprio corpo ed alla terra, quegli ingrati. Ma a chi mai dovevano le voluttà del loro rapimento? Al loro corpo ed a questa terra.

Mite è Zarathustra con gli ammalati. In verità egli non s’irrita nè del modo con cui cercano di consolarsi nè della loro ingratitudine. Possano risanare, superare sè stessi, e crearsi un corpo più perfetto!

E neppur s’adira Zarathustra col convalescente, che segue con trepida tenerezza la sua illusione ed a mezzanotte s’aggira intorno alla tomba del suo Dio: ma nelle lagrime di costui egli vede ancora l’indizio del corpo ammalato.

E ammalati ve n’ebbe sempre di molti tra i poeti ed i cercatori di Dio: e tutti odiavano furiosamente chi aspirava alla conoscenza e quella più recente tra le virtù che ha nome sincerità.

Guardarono sempre all’indietro, essi, verso tempi più oscuri: a quei di illusione e credenza erano altra cosa; l’inebbriamento della ragione era similitudine di Dio e il dubbio era peccato.

Troppo bene conosco costoro che si credono simili a Dio: essi vogliono imporre la fede e chiamano il dubbio peccato.

Troppo bene so io quale è la cosa a cui credono più volentieri.

In verità non credono a cose fuori del mondo ed alle goccie di sangue che redimono! ma essi pure credono nel proprio corpo innanzi tutto, poi che per essi la cosa in sè è il lor corpo.

Ma questo corpo si rivela loro come un oggetto ammalato: e ben volentieri vorrebbero uscir dalla pelle che lo rinchiude.

E per ciò ascoltano volentieri i predicatori della morte e predicano essi stessi i mondi soprannaturali.

Ascoltate piuttosto, o miei fratelli, la voce del corpo ridonato alla salute: è questa una voce più sincera e più pura.

Più sinceramente e puramente parla il corpo sano, il corpo saldo, perfetto: egli vi parla del senso della terra».

Così disse Zarathustra.