Così parlò Zarathustra/Parte quarta/Disoccupato

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Disoccupato

../Il mago ../Il più brutto degli uomini IncludiIntestazione 29 novembre 2014 100% Da definire

Parte quarta - Il mago Parte quarta - Il più brutto degli uomini
[p. 247 modifica]

Disoccupato.

E da poco egli aveva lasciato il negromante, quando scorse seduto su la via un coso lungo e nero, magro e pallido in volto: e ne fu turbato. «Ohimè, disse nel suo cuore, ecco qui la tristezza fatta carne; questi in sè tiene del prete: ma che cosa cercano costoro ne’ miei domimi?

Come! Ora soltanto sono sfuggito a quel mago, ed ecco che un altro negromante mi attraversa il cammino.

Sarà qualche stregone, che vive dell’imposizion delle mani; qualche oscuro taumaturgo per la grazia di Dio, qualche unto calunniatore del mondo; possa il diavolo portarlo via!

Ma il diavolo giunge sempre troppo tardi, questo maledetto piede forcuto!».

Cosi imprecava tra sè Zarathustra, e pensava al modo di passare dinanzi allo sconosciuto con la faccia rivolta altrove; ma non gli venne fatto.

Poi che in quello stesso momento colui che stava seduto lo scorse, e, lieto come per una subita grazia, sorse in piedi e s’avanzò verso Zarathustra.

«Chiunque tu sia, o viandante», gli disse, «aiuta uno che s’è smarrito, che va cercando la strada, un povero vecchio cui facilmente potrebbe incoglier male!

Questo mondo è straniero e remoto per me. Anche sentii urlare le fiere; e colui che avrebbe potuto proteggermi non esiste più.

Io cercava l’ultimo uomo pio, qualche santo, qualche eremita che, solitario nella sua foresta, non avesse per anche appresa la notizia che tutti sanno».

«Che cosa sanno tutti ormai?», chiese Zarathustra: «forse che non vive più il vecchio Dio, in cui gli uomini tutti ebbero fede?».

«Tu l’hai detto», rispose il vecchio, afflitto. «Ed io servii quel vecchio Dio sino alla sua ora estrema.

Ma ora io sono in ozio: non ho padrone e pure non son libero; e non ho un’ora d’allegrezza, se al più non la trovo ne’ miei ricordi. [p. 248 modifica]Salii su questo monte, per poter godere finalmente d’una nuova festa — come si conviene ad un vecchio papa e padre della chiesa: poi che, tu devi sapere, io sono l’ultimo papa: una festa tutta piena de’ pii ricordi delle ore spese nel servizio di Dio.

Ma ora è morto anche lui, il piissimo uomo, il santo anacoreta della foresta, che esaltava incessantemente il suo Dio cantando e pregando.

Venni dunque invano in questi boschi e su questi monti?

Qui il mio cuore si risolse di cercar un altro uomo, il più pio tra quelli che non credono in Dio — di cercar Zarathustra!».

Cosi parlò il vecchio guardando fissamente colui che gli stava dinanzi; ma Zarathustra gli prese la mano e la considerò a lungo con ammirazione.

«Guarda, guarda, venerabile», disse poi, «che bella mano lunga! Tale dev’essere la mano di chi non altro ha fatto che benedire. Ma ora essa stringe quella di colui che tu cerchi: di Zarathustra.

«Sono io, l’empio Zarathustra, che ti parla: dimmi, v’ha alcuno che sia più empio di me, sì ch’io possa pregarlo d’essermi maestro?».

Così parlò Zarathustra trapassando coi suoi sguardi i pensieri anche più riposti del vecchio papa. Ma questi soggiunse:

«Chi più di ogni altro l’ha amato e posseduto sente anche più profondamente la sua perdita: — guarda, tra me e te non sono io forse ora il più ateo? Ma come potrei rallegrarmi di ciò?».

— «Tu lo servisti fino all’estremo?», gli domandò Zarathustra pensoso, dopo un lungo silenzio «sai tu, come egli morì?

È vero ciò che si dice, che cioè egli sia morto soffocato dalla sua compassione?

— Morto perchè vedendo come l’uomo pendesse dalla croce non potè sopportare che l’amore per lui diventasse l’inferno e la morte della sua creatura?».

Ma il vecchio papa non rispose, e ritorse paurosamente lo sguardo con espressione dolorosa e cupa.

«Non ci pensar più», disse finalmente Zarathustra dopo aver meditato a lungo, mentre guardava ancor sempre fisso il vecchio negli occhi. [p. 249 modifica]«Lascialo stare! Egli è morto! E per quanto ti possa giovare il non dir che bene di questo morto, nondimeno tu sai, al pari di me, chi egli era; e come bizzarre erano le sue vie».

«Detto a tre occhi, disse rasserenato il vecchio papa (che non ci vedeva che da un occhio solo), nelle cose divine io sono più a dentro di Zarathustra — e ne ho il diritto.

Il mio amore servi Dio per molti anni: la mia volontà fu sottomessa sempre alla sua. Ma un buon servitore sa tutto, e anche molte cose gli son note che il suo padrone cerca di nascondere a sè stesso.

Era un dio pieno di misteri. E in fatti egli non ottenne un figlio che per vie torte. Su la soglia della sua fede sta l’adulterio.

Chi lo esalta quale un dio d’amore non ha un’idea a bastanza nobile dell’amore. Non voleva forse quel dio essere anche giudice? Ma l’amante ama oltre il premio e il castigo.

Quando era ancor giovane, quel dio d’Oriente era duro e vendicativo e s’edificò un inferno per il piacere de’ suoi prediletti.

Ma col tempo invecchiò e divenne tenero e molle e pietoso, più somigliante ad un avo che a un padre: somigliante, anzi meglio, ad una vecchia nonna barcollante.

E così egli sedeva avvizzito nel suo cantuccio presso alla stufa, dolendosi delle gambe indebolite, stanco del mondo e della volontà; e un bel giorno restò soffocato dalla pietà di sè stesso».

«Tu vecchio papa», lo interruppe Zarathustra, «hai tu veduto ciò coi tuoi proprii occhi? La cosa potrebbe anche essere successa in altro modo. Quando gli dèi muoiono, si può pensare a molte specie di morte.

Ma orsù: in un modo o nell’altro — egli ci ha lasciati.

Ei non piaceva ai miei occhi nè ai miei orecchi: tale è la peggior cosa ch’io possa dire di lui.

Io amo chi franco guarda e parla sincero. Ma egli — e tu lo sai bene, o vecchio prete — aveva qualcosa in sé della tua specie, della specie sacerdotale: egli si prestava ad esser intèrpretato in troppo diverse guise.

Anche era oscuro. Quanto non si mostrò irato contro di noi perchè non sapevamo comprenderlo! Ma perchè non parlava, egli, con maggior chiarezza? [p. 250 modifica] E se la colpa era dei nostri orecchi, perchè ci aveva egli dato sensi non atti a comprenderlo? Se c’era del limo nelle nostre orecchie, ebbene, chi l’aveva messo?

Molte cose fallirono a questo vasaio che non aveva finito di imparar la sua arte! Ma che egli si vendicasse contro i suoi vasi e le sue creature perchè erano riesciti a male sotto le sue dita — cotesto era un peccato contro il buon gusto.

Anche nella pietà v’ha un buon gusto; il quale disse finalmente: via con un simile dio! Meglio nessun dio: meglio che ciascuno si fabbrichi la sua sorte a suo rischio; meglio esser dèi per sè stessi!».

«Che devo sentire!», esclamò il vecchio papa, tendendo gli orecchi; «o Zarathustra, una tale empietà ti mostra più pio che non credi! Un dio deve averti convertito all’empietà.

Non è forse la tua stessa pietà quella che ti vieta di oltre credere in un dio? La tua grande onestà ti trarrà ancora di là dal bene e dal male?

Guarda, dunque, che cosa resta a te? Tu possiedi occhi e mani e bocca, e tutte queste cose sono destinate da eterno tempo a benedire; non si benedice soltanto con le mani.

Intorno a te, se bene tu vuoi essere il più empio degli empii, io odoro un segreto profumo d’incenso, una fragranza di lunghe benedizioni; mi sento bene a un tempo e a disagio.

«Amen! Cosi sia!» — disse Zarathustra, assai meravigliato — «lassù è la caverna di Zarathustra.

Ben volentieri, credi, vi ti condurrei io stesso, o venerabile, giacché io amo tutti gli uomini pii Ma sento un grido che chiama al soccorso, e mi vuole lontano da te.

Nel mio dominio nessuno deve soffrire; la mia caverna è un buon porto. E più d’ogni altra cosa amerei ricondurre tutti gli afflitti su la terra ferma e piantarli saldi su le loro gambe.

Ma chi saprebbe toglierti dalle spalle la tua mestizia? Io non mi sento da tanto. Troppo a lungo, credi, dovremmo attendere, perchè qualcuno potesse risvegliare il tuo Dio.

Poiché quel vecchio Dio non vive più; egli è morto veramente».

Cosi parlò Zarathustra.

___________