Così parlò Zarathustra/Parte terza/Della visione e dell’enigma

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Della visione e dell’enigma

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Friedrich Nietzsche - Così parlò Zarathustra (1885)
Traduzione dal tedesco di Renato Giani (1915)
Della visione e dell’enigma
Parte terza - Il viandante Parte terza - Della felicità involontaria.
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Della visione e dell’enigma.

Quando tra l’equipaggio della nave si sparse la voce che Zarathustra si trovava a bordo (giacchè insieme con lui s’era imbarcato un altro uomo, che veniva dalle Isole beate), ne nacque grande curiosità e grande aspettazione.

Ma Zarathustra tacque per due giorni, fatto gelido e sordo dalla tristezza, sì che non rispondeva nè agli sguardi, nè alle domande.

Ora, la sera del secondo giorno, i suoi occhi si riapersero, sebbene ei si rimaneva taciturno: giacchè molte cose strane e pericolose potevansi udire su quella nave, che giungeva da lontano e si recava più lontano ancora.

Ma Zarathustra era amico di tutti coloro che amano i lunghi viaggi e i pericoli.

Ed ecco: mentre stava ad ascoltare, la sua lingua si snodò, e il ghiaccio del suo cuore si sciolse; — e allora prese a parlare così:

«A voi, intrepidi cercatori, a voi tentatori, e a tutti coloro che s’imbarcano per terribili mari con vele sagaci;

— A voi, ebbri di misteri, amatori del crepuscolo, la cui anima come dal suono d’un flauto si sente attratta verso ingannevoli abissi; (giacchè voi sdegnate seguire con vil mano [p. 149 modifica]un filo che vi guidi pel cammino; e dove potete indovinare, sdegnate di comprendere).

— A voi tutti narro l’enigma ch’io sciolsi — la visione del solitario fra i solitari.

Crucciato io camminava di recente nel funebre crepuscolo, — tetro e duro, con le labbra serrate.

Più d’un sole s’era spento per me.

Mi arrampicavo per un sentiero che saliva audace in mezzo ai dirupi — un sentiero perverso, solitario, senza un ciuffo d’erba e senza arbusti: un sentiero di montagna che digrignava i suoi denti sotto lo sdegno del mio piede.

Calpestando nel silenzio il beffardo tintinnire dei ciottoli, schiacciando la pietra che lo faceva sdrucciolare, il mio piede si apriva con la forza una via verso l’alto.

Verso l’alto: — a dispetto dello spirito che lo tirava in giù, verso l’abisso, — dello spirito di gravità, ch’è il mio demonio e il mio più tristo nemico.

Verso l’altro: — sebbene quello spirito mi sedeva addosso, mezzo fra nano e talpa: storpio e storpiante, facendo gocciolare piombo nel mio orecchio e pensieri pesanti come piombo nel mio cervello.

«Oh, Zarathustra, bisbigliava in suon di scherno, scandendo le sillabe, tu pietra della saggezza! Tu lasciasti in alto te stesso, — ma ogni pietra lanciata deve ricadere!

Oh, Zarathustra, tu pietra della saggezza, tu pietra da fionda, tu distruggitore di stelle! Te stesso lanciasti molto in alto — ma ogni pietra lanciata ritorna a terra!

Eccoti condannato da te stesso alla tua propria lapidazione: oh, Zarathustra, tu hai lanciato il sasso ben lontano, — ma esso ricadrà sovra di te!».

Ciò detto, il nano si tacque; e durò a lungo il silenzio. Ma il silenzio mi opprimeva; a trovarsi in due in tal modo si è più solitari che mai!

Io saliva, saliva, sognava, pensava; — ma tutto mi opprimeva. Ero simile ad un ammalato oppresso da una lunga tortura cui un sogno più straziante ancora fa balzare nel sonno.

Ma è in me qualche cosa, che io chiamo coraggio; il quale sinora cacciò sempre da me la tristezza. Questo coraggio m’impose alfine di soffermarmi e di dire: «Nano! O tu od io!». [p. 150 modifica]

Il coraggio è senza dubbio il miglior assassino, — il coraggio che dà l’assalto; giacchè in ogni assalto c’è una fanfara incitatrice e guerresca.

Ma l’uomo è il più coraggioso degli animali: per questo egli vinse tutti gli altri. Con le fanfare guerresche egli superò tutti i dolori; ma il dolore umano è il più profondo dei dolori.

Il coraggio uccide anche la vertigine, che aleggia intorno agli abissi; e dove mai l’uomo non si trova dinanzi a qualche abisso? Il vedere per sè stesso — non è forse il vedere abissi?

Il coraggio è il migliore assassino: il coraggio uccide anche la pietà. Ma la pietà è il più profondo degli abissi! Quanto più a dentro l’uomo vede nella vita, tanto più vivamente penetra nella sofferenza.

Ma il miglior coraggio è quello che provien dall’assalto; esso uccide anche la morte, giacchè esso dice: «Questa era la vita? Ebbene! Un’altra volta!».

In questa sentenza c’è molta musica eccitatrice. Chi ha orecchi ascolti.

«Alto là! Nano!», dissi, «O io o tu! Ma io sono il più forte: — tu non conosci l’abisso del mio pensiero! Tu non sapresti sopportarne la vista!».

Allora avvenne ch’io mi sentii più leggero, giacchè il nano saltò giù dalle mie spalle, il curioso! E s’accoccolò sur un sasso a me dinanzi. Ma per l’appunto eravamo giunti ad un porticato.

«Guarda questo porticato, nano», io proseguii: «esso ha due faccie. Due strade s’incontrano, al cui termine nessuno è giunto peranche.

Questo lungo sentiero che conduce indietro, dura un’eternità. E quell’altro, pur lungo, che conduce laggiù in fondo — è un’altra eternità.

Essi si contraddicono l’un l’altro, questi sentieri: cozzano l’un contro l’altro: — e qui, presso questo porticato, è il punto dove si incontrano. Sul porticato, in alto, è scritto questo nome: «Il Momento».

Ma se taluno volesse prendere l’uno dei due sentieri e andare sempre avanti, avanti: credi tu, o nano, che questi sentieri si contraddirebbero eternamente?».

«Tutto ciò che è diritto mente», mormorò con disprezzo il nano. «Ogni verità è storpia, il tempo stesso è un circolo». [p. 151 modifica]

«Oh, tu spirito della gravità», esclamai adirato, «non prender le cose troppo leggermente! Altrimenti io ti abbandono sul tuo sasso, sciancato, — e pure ti portai ben alto!».

«Guarda», continuai, «questo Momento! Da questo porticato «Momento» un sentiero eterno corre a ritroso: dietro di noi scorre una eternità.

Non devono forse tutte le cose che sono capaci di correre aver percorso una volta questo sentiero? Non devono quelle cose che possono accadere essere una volta di già avvenute, compiute, trascorse?

E se tutto è già stato una volta, che cosa pensi tu, o nano, di questo Momento? Non deve forse anche cotesto porticato — essere stato di già?

E le cose non sono esse forse collegate tra sè in tal modo, che questo Momento tragga dietro a sè tutte le cose venture? E per conseguenza — anche sè stesso?

Giacchè tutto ciò che delle cose può correre, anche fuori e via per questo lungo sentiero — deve correre una volta!

E quel tardo ragno, che striscia nel chiaror della luna, e lo stesso chiaror della luna ed io e tu davanti al porticato, che bisbigliamo insieme di cose eterne — non dobbiamo tutti esser già stati una volta? E ritornare, col fine di percorrere l’altra via, fuori, dinanzi a noi, quella via orribile: non dobbiamo forse eternamente ritornare?».

Così io parlai, con voce sempre più bassa: giacchè io avevo paura de’ miei proprii pensieri e di ciò che si nascondeva dietro ai miei pensieri.

Improvvisamente udii uggiolare un cane da presso.

Avevo mai udito uggiolare un cane in tal guisa? Il mio pensiero tornò indietro. Sì! Nella mia fanciullezza, nella mia più remoto fanciullezza.

Allora io avevo udito un cane uggiolare in tal modo.

E l’avevo anche veduto col pelo irto, la testa protesa, tremante, nel silenzio della mezzanotte, quando anche i cani credono negli spettri.

Era tale a vedersi ch’io ne sentii pietà. Appunto allora la luna piena, in un silenzio di morte, passava sopra la casa; e s’era soffermata, come una brace rotonda, furtivamente, sul tetto piano, come su cosa che sapesse appartenere ad altri. [p. 152 modifica]

Di ciò provò un’altra volta terrore il cane; giacchè i cani credono ai ladri e agli spettri.

E quando lo riudii uggiolare in tal modo, la pietà mi assali un’altra volta.

Dov’era scomparso il nano? Dove il porticato? E il ragno? E il bisbiglio sommesso? Sognava io forse? O m’era appena ridestato? A un tratto mi ritrovai solo tra i selvaggi dirupi, nel più solitario chiaror di luna.

Ma un uomo giaceva disteso al suolo! Ed ecco! Il cane, saltellante — col pelo irto — mi vide giungere; e allora urlò nuovamente, gridò; quando ho mai udito un cane chiamare al soccorso in tal guisa?

E in vero io vidi cosa non mai veduta per l’innanzi. Vidi un giovane pastore che si contorceva soffocato, col volto contratto; e dalla bocca gli pendeva un grosso serpente nero.

Quando già avevo io veduto un’imagine di così triste ribrezzo e di si livido orrore in un volto umano? Forse egli dormiva, e il serpente gli si era cacciato nella gola, attaccandovisi coi denti?

La mia mano afferrò il serpente e lo tirò a sè — invano! Non riuscii a strapparlo dalla gola. Allora involontariamente gridai: «Mordi con tutta forza: Mordi!

«Stacca coi denti la testa! Mordi con forza», così gridava qualche cosa in me; il mio orrore, il mio odio, il mio ribrezzo, la mia pietà, tutto il bene e tutto il male in me s’unirono in un sol grido.

O voi arditi, a me dintorno! Voi cercatori, voi tentatori, e voi tutti che con accorte vele v’imbarcate per mari inesplorati! Oh voi tutti che amate gli enigmi!

Sciogliete l’enigma, ch’io intravvidi allora: interpretatemi la visione del solitario tra i solitari!

Poichè quell’era una visione e una previsione: — che cosa io vidi allora in una parabola? E chi è colui che deve venire un giorno?

Chi è il pastore, nella cui gola si cacciò il serpente? Chi è l’uomo, nella cui gola entrerà tutto ciò che è più pesante e più nero? [p. 153 modifica]

Ma il pastore morse, come gli aveva consigliato il mio grido: egli morse per bene! Lontano da sè egli rigettò la testa del serpente: — e sorse in piedi.

Non più un pastore, non più un uomo — ma un rinnovato, un illuminato, che rideva!

Non mai ancora sulla terra uomo rise al pari di lui!

O miei fratelli, io udii un riso che non era umano, — ed ora una sete mi divora, un desiderio che non ha tregua.

Provo il desiderio di quel riso; e questo desiderio mi divora: oh, come posso sopportare ancora la vita? E come potrei ora acconciarmi a morire?».

Così parlò Zarathustra.