Così parlò Zarathustra/Parte terza/Delle tre cose malvagie

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Delle tre cose malvagie

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Friedrich Nietzsche - Così parlò Zarathustra (1885)
Traduzione dal tedesco di Renato Giani (1915)
Delle tre cose malvagie
Parte terza - Il ritorno Parte terza - Dello spirito della gravità.
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Delle tre cose malvage.

I.


«In sogno, nell’ultimo sogno dell’alba, oggi io mi stava sur un promontorio — fuori del mondo — e teneva in mano una bilancia, con cui pesava il mondo.

Oh, perchè giunse così presto l’aurora a destarmi col suo calore, la gelosa? Sempre essa è gelosa dei miei ardori per i sogni mattutini. [p. 179 modifica]

Misurabile per chi ha tempo, ponderabile per chi è buon saggiatore, raggiungibile a volo per le ali poderose, spiegabile per i divini schiacciatori di noci: tale il mio sogno trovò il mondo.

Il mio sogno, ardito veleggiatore, mezzo nave, mezzo sposa dei venti, taciturno come le farfalle, impaziente come i falchi reali, come trovò oggi il tempo e la pazienza di pesare il mondo?

Forse gl’infuse coraggio la mia saggezza, la mia ridente e desta saggezza cotidiana, la quale si fa beffe di tutti «i mondi infiniti?». Giacchè essa dice: dove regna la forza, anche il numero diventa padrone, perchè il numero ha più forza.

Con quale sicurezza serena il mio sogno contemplava questo mondo finito, senza curiosità di cose nuove nè di vecchie, senza timore e sènza preghiere!

Come un pomo ben rotondo offerto alla mia mano, un aureo pomo maturo, dalla buccia fresca e vellutata? — così mi si porgeva il mondo.

Come se un albero mi si porgesse incontro, un albero dagli ampii rami diffusi, di robusta volontà, incurvantesi per servir d’appoggio e di seggio a chi è stanco per la lunga via: così mi si offriva il mondo sul mio promontorio.

Come se mani delicate recassero innanzi a me un cofano — un cofano aperto all’estasi di occhi adoranti nel pudore: cosi oggi mi si offerse il mondo.

Non così misterioso da impaurire l’amore umano, non tanto facilmente intelligibile da addormentare la sapienza umana: — ma cosa umanamente benigna m’apparve oggi il mondo di cui si dice tanto male!

Quanto sono riconoscente al mio sogno che questa mattina mi diè modo di pesare il mondo! Come una cosa umanamente benigna esso mi venne incontro, il mio sogno, consolatore dei cuori!

E affinchè io possa imitarlo di giorno e apprendere da esso ciò che in esso è più prezioso, io voglio porre sulla bilancia le tre cose più malvagie e pesarle umanamente bene.

Chi ha imparato a benedire imparò anche a maledire: quali sono al mondo le tre cose più sinceramente maledette? [p. 180 modifica]

La voluttà, la sete del potere e l’egoismo: queste tre cose furono finora le più maledette, quelle che ebbero peggior fama e più di tutte furon calunniate: or queste tre cose io voglio pesarle umanamente bene.

Ed ecco! Qui è il mio promontorio e là il mare: esso viene a me lusinghiero, il fido e antico cane — mostro dalle cento teste, che io amo.

Ebbene! Io terrò qui in bilico la bilancia sopra il mare dai flutti frementi; ed anche un testimonio m’eleggo, perchè vigili l’opera mia, — te, o albero solitario, che io amo, col tuo profumo selvaggio, e coi tuoi vasti archi di rami!

Su quale ponte il Presente passa nell’Avvenire? Per quale forza ciò che è alto si congiunge a ciò che è basso? E che cosa impone a ciò che è alto di crescere ancor più alto?

Ora la bilancia è in bilico: tre ardue questioni io getto nell’uno: tre gravi risposte trovansi nell’altro piatto della bilancia.

II.


Voluttà: per tutti gli sprezzatori del corpo vestiti di cilicio essa è un pungolo e un supplizio: maledetta dal «mondo» per tutti coloro che vivono fuori del mondo: giacché essa schernisce e a sè assoggetta tutti i predicatori d’inganni e di follie.

Voluttà: per la plebe il fuoco lento, su cui si consuma: pel legno tarlato, per i luridi cenci, la fornace sempre pronta in cui essi ardono e gorgogliano.

Voluttà: per i cuori liberi innocente e libera, il giardino beato della terra, l’esuberante gratitudine dell’avvenire per il presente. Voluttà: per il fiacco non altro che dolce veleno, ma per quelli che hanno la volontà del leone, vino gelosamente serbato — squisito vino onde il cuor si ristora.

Voluttà: «il grande tipico esempio di una felicità superiore e d’una suprema speranza»; poi che a molte cose son promesse le nozze, e più che le nozze; a molte cose più estranee l’una all’altra che non l’uomo alla donna: — e chi mai [p. 181 modifica]comprese appieno quanto estranei l’uno all’altra son l’uomo e la donna?

Voluttà: — ma io voglio alzar siepi intorno ai miei pensieri e anche intorno alle mie parole: affinchè nei miei giardini non irrompano i porci e gli entusiasti!

Sete di potere: il flagello ardente di chi ha più duro il cuore; l’orrida tortura riserbata ai più crudeli: la cupa fiamma dei roghi viventi.

Sete di potere: il freno maligno, che s’impone ai popoli più vani; la schernitrice d’ogni virtù incerta, quella che doma ogni cavallo e ogni orgoglio.

Sete di potere: il terremoto, che abbatte e discopre tutto ciò che è tarlato e corroso; quella che spezza impetuosa, feroce, vendicatrice, i sepolcri imbiancati; il lampeggiante punto interrogativo accanto alle risposte intempestive.

Sete di potere: dinanzi al cui sguardo l’uomo stricia, si curva, adora, si abbassa simile al porco e alla serpe: — sino a che il grande disprezzo prorompa da lui in un grido.

Sete di potere: la terribile maestra del grande disprezzo, che predica alle città e agli imperi «scomparite», sino a tanto che da essi medesimi prorompa il grido: «Dilegua».

Sete di potere: la quale seduce anche i puri e i solitari alle altezze paghe di sè stesse, ardente come un amore che dipinge attraenti purpuree gioje nel cielo.

Sete di potere: ma a che chiamarla sete se ciò che è alto brama di scender in basso per dominare? Invero nulla di morbido è in tale desiderio e in tale discesa. — Affinchè la vetta non sia solitaria eternamente e paga di sè medesima; affinchè il monte scenda alla valle e i venti v’irrompano dall’alto!

Oh, chi saprebbe trovare il vero nome per una tal brama? «La virtù che dona», — così un giorno la chiamò Zarathustra.

E allora avvenne per la prima volta — da vero, per la prima volta! — che la sua parola esaltò l’egoismo, il perfetto e sano egoismo, che sgorga da un’anima possente;

— da un’anima possente, a cui appartiene il corpo elevato, bello, vittorioso, attraente, per riflettere il quale ogni cosa diventa uno specchio; [p. 182 modifica]

— il corpo flessibile e seducente, il danzante, di cui è similitudine e compendio l’anima lieta di sè stessa. La gioja propria di tali corpi e di tali anime chiama sè medesima «virtù».

Con le parole «buono e cattivo» questa gioja ci recinge e protegge come con sacri boschi; la sua felicità è tal nome che basta ad allontanare dall’uomo ogni cosa spregevole.

Lontano da sè ella bandisce tutto ciò che è vile; e gli dà nome di tristo! Spregevole le sembra colui che è sempre pieno di cure, di sospiri e di lamenti, e colui — ancora — che si accontenta anche ai più piccoli vantaggi.

Essa disprezza del pari ogni sapienza che si sente felice nel dolore: giacchè esiste anche una saggezza che fiorisce nell’oscurità, che rassomiglia ad un’ombra notturna e che non altro fa che sospirare: «È vana ogni cosa!»

La bieca diffidenza le par cosa inferiore, e tale anche le sembra ognuno che richieda, in cambio di sguardi e di gesti, i giuramenti: e ogni saggezza troppo diffidente, propria soltanto delle anime codarde.

E in più vil conto anche tiene chi è pronto al compiacere e chi, servile, simile al cane, ama distendersi su la propria schiena. Poi che v’ha anche una saggezza che è servile, somigliante al cane e pronta al compiacere.

Ma sopra tutto odioso e spregevole le sembra colui che non vuol difendersi, che ingoja la bava velenosa e tollera gli sguardi maligni, colui che troppo è paziente, troppo rassegnato, troppo presto pago: giacchè questa è l’usanza dei servi.

Che alcuno si mostri servile dinanzi agli dèi ed ai calci divini, oppure dinanzi agli uomini e alle sciocche opinioni umane è tutt’uno: ma il felice egoismo spunta in volto a ogni usanza servile.

Esso chiama cattivo tutto ciò che è curvo e basso: gli occhi che ammiccano paurosi, i cuori, oppressi, e quel contegno falso e arrendevole che bacia con le labbra larghe e codarde.

E di falsa saggezza esso dà nome a tutto ciò che i servi e i vecchi e gli stanchi stillano faticosamente dai lor cervelli; e specialmente a tutta la follia religiosa, malvagia, insolente, oltre ogni limite astuta! [p. 183 modifica]

Ma i falsi savi, i preti tutti, gli stanchi della vita, e coloro che hanno anime di femine o di servi, quanto male hanno sempre recato all’egoismo!

E proprio dovrebb’essere e dirsi virtù quella soltanto che reca danno all’egoismo? E «altruisti» desiderano essere, e a buona ragione, quei codardi stanchi della vita e quei ragni crocesignati?

Ma per tutti costoro sta per giungere il giorno del cangiamento, la spada del giudizio, il grande meriggio: allora molte cose diverranno manifeste!

E chi proclama perfettamente santo l’Io e beato l’egoismo — un profeta invero — così insegna: «Ecco viene, ecco è prossimo il grande meriggio

Così parlò Zarathustra.