Vai al contenuto

Critica della ragion pura (1949)/Dottrina trascendentale degli elementi/Logica trascendentale/Dialettica trascendentale/Libro II/Capitolo III/Sezione IV

Da Wikisource.
Capitolo III - Sezione III Capitolo III - Sezione V

[p. 481 modifica]

SEZIONE QUARTA

Dell’impossibilità di una prova ontologica dell’esistenza di dio.

Da quel che precede è facile vedere che il concetto di un essere assolutamente necessario è un concetto puro della ragione, cioè una semplice idea, la cui realtà oggettiva è ben lungi dall’essere provata dal fatto che la ragione ne ha bisogno; la quale non fa altro che additare una certa perfezione, per quanto irraggiungibile, e serve propriamente più a limitar l’intelletto, che ad estenderlo a nuovi oggetti. Ora qui si trova lo strano e l’assurdo, che l’illazione da un’esistenza data in generale a un’esistenza assolutamente necessaria pare stringente e giusta, e noi tuttavia abbiamo affatto contro di noi tutte le condizioni dell’intelletto per farci un concetto di una tale necessità.

Si è in ogni tempo parlato dell’essere assolutamente necessario, e non si è pensato tanto a darsi la pena d’intendere, se e come si possa magari solamente pensare una cosa di questa specie, quanto piuttosto a dimostrarne l’esistenza. Ora di certo è molto facile una definizione verbale di questo concetto, che cioè esso sia qualche cosa il [p. 482 modifica] cui non essere è impossibile; ma con questo non se ne sa niente di più circa le condizioni che rendono impossibile considerare come assolutamente impensabile il non essere di una cosa, e che sono precisamente quel che si vuol sapere; ossia se con questo concetto pensiamo qualche cosa, o no. Infatti metter da parte, con la parola incondizionato, tutte le condizioni di cui l’intelletto ha sempre bisogno, per ritenere qualcosa come necessario, è ancora tutt’altro che sufficiente a far intendere se col concetto d’un essere incondizionatamente necessario io poi pensi tuttavia qualcosa, o se per avventura non pensi più nulla.

Inoltre, si è ancora creduto di spiegare questo concetto, lanciato così semplicemente alla ventura e diventato in fine affatto familiare, con una quantità di esempi, in modo che ogni ulteriore indagine, a causa della sua intelligibilità, è apparsa del tutto superflua. Ogni proposizione della geometria, per es. che un triangolo ha tre angoli, è assolutamente necessaria, e così si è parlato di un oggetto, che è interamente fuori della sfera del nostro intelletto, come se s’intendesse proprio bene ciò che col concetto di esso si voglia dire.

Tutti gli esempi proposti, senza eccezione, sono presi soltanto da giudizi, ma non da cose e dalla loro esistenza. Se non che, la necessità incondizionata del giudizio non è assoluta necessità delle cose. Infatti l’assoluta necessità del giudizio è solo una necessità condizionata delle cose, o del predicato nel giudizio. La proposizione di prima non diceva che tre angoli sono assolutamente necessari, ma che, alla condizione che esiste (è dato) un triangolo, esistono anche tre angoli (in esso) in modo necessario. Tuttavia, questa necessità logica ha dimostrato tanta potenza d’illusione, che altri, essendosi fatto di una cosa un tale concetto a priori da ricomprendere, a modo suo, nell’ambito di esso l’esistenza, s’è creduto di poterne con sicurezza inferire, che, convenendo all’oggetto di questo concetto necessariamente l’esistenza, a condizione cioè che io [p. 483 modifica] ponga questa cosa come data (esistente), anche la sua esistenza sia posta necessariamente (secondo la regola dell’identità) e questo essere quindi sia assolutamente necessario, poichè la sua esistenza è stata concepita in un concetto assunto a piacere e sotto la condizione che io ne ponga l’oggetto.

Se io in un giudizio identico sopprimo il predicato e mantengo il soggetto, ne viene una contraddizione, e quindi io dico: quello appartiene a questo in maniera necessaria. Affermare un triangolo e insieme negarne i tre angoli è contraddittorio; ma negare il triangolo insieme con i suoi tre angoli, non è una contraddizione. Lo stesso è del concetto di essere assolutamente necessario. Se voi ne negate l’esistenza, voi negate anche la cosa stessa con tutti i suoi predicati; dove può sorgere allora la contraddizione? Esternamente non c’è niente, a cui si contraddirebbe, perchè la cosa non deve essere esternamente necessaria; internamente neppure, perchè, negando la cosa, voi avete insieme negato tutto l’interno. Dio è onnipotente; è un giudizio necessario. L’onnipotenza non può essere negata, se voi affermate una divinità, cioè un essere infinito, col cui concetto egli è identico. Ma, se voi dite: Dio non è, allora non è data nè l’onnipotenza, nè alcun altro de’ suoi predicati, giacchè essi sono tutti soppressi insieme col soggetto; nè in questo pensiero si vede la minima contraddizione.

Voi dunque avete veduto che, se io nego il predicato di un giudizio insieme col soggetto, non può venire mai una contraddizione interna, sia pure il predicato quale si voglia. Ora non vi resta altro scampo che dire: ci sono soggetti, che non possono assolutamente esser negati, e che dunque devono restare. Ma sarebbe precisamente come dire: ei sono soggetti assolutamente necessari: presupposto, della cui legittimità io ho per l’appunto dubitato, e la cui possibilità voi mi volete dimostrare. Infatti io non mi posso fare il più piccolo concetto di una cosa, che, se fosse negata con tutti i suoi predicati, si lascia dietro una [p. 484 modifica] contraddizione; e senza la contraddizione, per via di semplici concetti puri a priori, io non ho nessun carattere della impossibilità.

Contro tutti questi ragionamenti generali (ai quali non c’è uomo, che possa ricusarsi) voi mi sfidate con un caso, che arrecavate come prova di fatto: che tuttavia c’è un concetto, e questo unico concetto, in cui il non essere o la negazione del suo oggetto è in se stesso contraddittorio: e questo è il concetto dell’Essere realissimo. Esso ha, voi dite, tutte le realtà, e voi siete in diritto di ammettere come possibile un tal essere (ciò che io per ora ammetto, benchè il concetto che non si contraddica è ben lungi dal dimostrare la possibilità dell’oggetto). Ma fra tutte le realtà è compresa anche l’esistenza; dunque, nel concetto di un possibile c’è l’esistenza. Ora, se si nega questa cosa, è negata la possibilità interna della cosa; ciò che è contraddittorio[1].

Io rispondo: voi avete già commessa una contraddizione, quando nel concetto d’una cosa che volete pensare unicamente nella sua possibilità avete introdotto, sia pure sotto occulto nome, il concetto della sua esistenza. Se vi si concede questo, voi in apparenza avete guadagnato il giuoco, ma in fatto non avete detto niente; perchè siete incorsi in una semplice tautologia. Io vi domando: la proposizione questa o quella cosa (che io vi concedo come possibile, sia qual si voglia) esiste, questa proposizione, dico, è una proposizione analitica o sintetica? Se è analitica, allora voi, con l’esistenza della cosa, non aggiungete nulla al vostro pensiero della cosa; ma allora o il pensiero, che è in voi, dovrebbe essere la cosa stessa, [p. 485 modifica] o voi avete supposta un’esistenza come appartenente alla possibilità; e in questo caso l’esistenza l’avete dedotta in modo fittizio dall’interna possibilità. Ciò che non è altro che una misera tautologia. La parola «realtà» che nel concetto della cosa suona altrimenti che «esistenza» nel concetto del predicato, non giova. Perchè, se voi dite realtà anche ogni affermazione (senza determinare ciò che affermate), allora voi avete già affermato la cosa con tutti i suoi predicati nel concetto del soggetto, e l’avete ammessa come reale, e nel predicato non fate che ripeterla. Se voi riconoscete, al contrario, come discretamente deve ogni essere ragionevole, che ogni giudizio esistenziale è sintetico; come volete asserire, che il predicato dell’esistenza non si possa negare senza contraddizione! Poichè tale prerogativa non spetta propriamente se non ai gindizi analitici, come quelli il cui carattere si fonda appunto su ciò.

Io, in verità, spererei di aver ridotto in nulla con una esatta determinazione del concetto di esistenza questa sottile sofisticheria[2], se non avessi trovato che l’illusione dello scambio di un predicato logico con uno reale (cioè nella determinazione di una cosa) esclude quasi ogni docilità. Per predicato logico può servire tutto ciò che si vuole, anzi il soggetto si può predicare di se stesso; giacchè la logica astrae da ogni contenuto. Ma la determinazione è un predicato, che s’aggiunge al concetto del soggetto, e lo accresce. Essa quindi non vi può essere già contenuta.

Essere, manifestamente, non è un predicato reale, cioè un concetto di qualche cosa che si possa aggiungere al concetto di una cosa. Nell’uso logico è unicamente la copula di un giudizio. Il giudizio: Dio è onnipotente, contiene due concetti, che hanno i loro oggetti: Dio e onnipotenza: la parolina «è» non è ancora un predicato, [p. 486 modifica] bensì solo ciò, che pone il predicato in relazione col soggetto. Ora, se io prendo il soggetto (Dio) con tutti insieme i suoi predicati (ai quali appartiene anche l’onnipotenza), e dico: Dio è, o c’è un Dio, io non affermo un predicato nuovo del concetto di Dio, ma soltanto il concetto in sè con tutti i suoi predicati e l’oggetto in relazione col mio concetto. Entrambi devono avere esattamente un conte nuto identico, e però nulla si può aggiungere di più al concetto, che esprime semplicemente la possibilità, poichè ne penso l’oggetto come assolutamente dato (con l’espressione: egli è). E così il reale non viene a contenere niente più del semplice possibile. Cento talleri reali non ammontano a nulla più di cento talleri possibili. Perchè, dal momento che i secondi denotano il concetto, e i primi invece l’oggetto e la sua posizione in sè, nel caso che questo contenesse più di quello, il mio concetto non esprimerebbe tutto l’oggetto, e però anch’esso non ne sarebbe il concetto adeguato. Ma rispetto allo stato delle mie finanze nei cento talleri reali c’è più che nel semplice concetto di essi (cioè nella loro possibilità). Infatti l’oggetto della realtà non è contenuto, senz’altro, analiticamente nel mio concetto, ma s’aggiunge sinteticamente al mio concetto (che è una determinazione del mio stato), senza che per questo essere estrinseco al mio concetto questi cento talleri stessi del pensiero vengano ad essere menomamente accresciuti.

Se io dunque penso una cosa con quali e quanti predicati io voglio (magari in tutta la loro determinazione) non s’aggiunge alla cosa stessa il minimo che pel fatto, che io soggiungo ancora: questa cosa è. Perchè altrimenti non esisterebbe per l’appunto lo stesso, ma più di quel che io avevo pensato nel concetto; e io non potrei dire, che esiste precisamente l’oggetto del mio pensiero. Parimenti, se io in una cosa penso tutte le realtà, eccetto una, non perchè dico: una tale cosa difettosa esiste, le si aggiunge la realtà mancante; ma essa esiste precisamente con lo stesso difetto, con cui io l’ho pensata; altrimenti, esisterebbe qualcos’altro da ciò che io pensavo. Ora, se [p. 487 modifica] io mi penso un essere come la Realtà suprema (senza difetto), per me resta sempre la questione, se esiste o no. Giacchè, quantunque nel mio concetto non ci manchi nulla del possibile contenuto reale di una cosa in generale, pure ci manca ancora qualcosa rispetto allo stato intero del mio pensiero: ossia, manca che la conoscenza di quell’oggetto sia possibile anche a posteriori. E qui apparisce anche la causa della presente difficoltà. Se si trattasse di un oggetto dei sensi, non potrei scambiare l’esistenza della cosa col semplice concetto della cosa. Infatti, pel concetto, l’oggetto non vien pensato se non come conforme alle condizioni generali di una possibile conoscenza empirica in generale; per l’esistenza, invece, come contenuto nel contesto dell’esperienza totale; se dunque mediante il rapporto col contenuto della esperienza totale il concetto dell’oggetto non è menomamente accresciuto, il nostro pensiero, per altro, mediante esso acquista una percezione possibile di più. Al contrario, se noi vogliamo soltanto pensare l’esistenza mediante la categoria pura, nessuna meraviglia che non possiamo fornire nessun carattere per distinguerla dalla semplice possibilità.

Sia quale e quanto si voglia il nostro concetto di un oggetto, noi, dunque, dobbiamo sempre uscire da esso, per conferire a questo oggetto l’esistenza. Negli oggetti dei sensi questo accade mediante la connessione con una delle mie percezioni secondo leggi empiriche; ma per gli oggetti del pensiero puro non c’è assolutamente mezzo di conoscere la loro esistenza, poichè questa dovrebbe conoscersi interamente a priori; ma la nostra coscienza di ogni esistenza (o per percezione, immediatamente, o per ragionamenti, che rannodano qualche cosa alla percezione) appartiene in tutto e per tutto all’unità della esperienza; e un’esistenza fuori di questo campo non può certo esser dichiarata assolutamente impossibile, ma è un’ipotesi che non abbiamo modo di giustificare.

Il concetto di un Essere supremo è un’idea per più rispetti molto utile; ma appunto perciò, essendo semplice [p. 488 modifica] idea, è affatto incapace di dilatare, soltanto per suo proprio mezzo, la nostra conoscenza rispetto a quello che esiste. Essa non ha tanto potere da istruirci rispetto alla possibilità di una pluralità. Il carattere analitico della possibilità consistente in questo, che semplici posizioni (realtà) non producono nessuna contraddizione, non può certamente essergli contestato; ma poichè il rapporto di tutte le proprietà reali di una cosa è una sintesi, della cui possibilità non ci è dato di giudicare a priori, in quanto che non ci son date specificamente tutte le realtà, e, quand’anche ciò accadesse, non ci sarebbe punto giudizio, perchè il carattere della possibilità di conoscenze sintetiche va sempre cercato nell’esperienza, alla quale per altro non può appartenere l’oggetto di una idea, così il celebre Leibniz è rimasto a gran pezza lontano dal fare ciò di cui si lusingava, cioè conoscere a priori la possibilità di un essere così sublimemente ideale.

Tutta la fatica e lo studio posto nel tanto famoso argomento ontologico (cartesiano) dell’esistenza di un Essere supremo sono stati dunque perduti, e un uomo mediante semplici idee potrebbe certo arricchirsi di conoscenze nè più nè meno di quel che un mercante potrebbe arricchirsi di quattrini se egli, per migliorare la propria condizione, volesse aggiungere alcuni zeri alla sua situazione di cassa.

Note

  1. Il concetto è possibile tutte le volte che non si contraddice. Questo è il carattere logico della possibilità, e con ciò il suo oggetto è distinto dal nihil negativum. Se non che esso tanto meno può essere un concetto vuoto, se la realtà oggettiva della sintesi, ond’è prodotto il concetto, non è dimostrata particolarmente: ciò che, per altro, come noi abbiamo sopra mostrato, si fonda su principii di esperienza possibile, e non su principii dell’analisi (principio di contraddizione). E un ammonimento, di non conchiudere senz’altro dalla possibilità dei concetti (logica) alla possibilità delle cose (reale). (N. di K.)
  2. Argulation voce adoperata anche dal Baumgarten, che vale come Vernunftelei (Vorländer).